

Pietro Angelone Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
LA MAREMMA CHE FU
(narrazione poesia contrasto poetico)
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Menu villano
Io credo vero il detto popolare,
che il contadino tenne nella mente:
il poco basta, se vogliam campare,
possiamo pur morir, se non c’è niente.
E frutto del lavoro fu il mangiare
con i prodotti che la terra dava,
già c’era la bottega alimentare
ma questa poco la si frequentava,
perché le lire in casa furon poche
ché erano quelle tempi di penuria,
le vostre mogli allor divenner cuoche
e il loro cibo a voi dette goduria.
Se la bistecca non fu mai comprata,
minestra coi fagioli compariva,
ruspante pollo con fresca insalata
il pranzo della festa consentiva.
Buon succo di legumi assimilaste
dai cibi, preparati con gli odori,
presenti furono pure tante paste,
ancora mi ricordo i loro sapori.
Il mezzogiorno trovò scarso il pranzo
perché il villano fuori faticava,
ma nella cena non ci fu l’avanzo
e intorno al desco la famiglia stava.
Un primo piatto, senza complimenti,
quando il contorno poco fu nell’uso,
rendeva i vostri stomachi contenti
e nel mangiare non ci fu l’abuso.
Divenne buon polenta la farina
che, gialla, mettevate dentro il sacco,
l’ho vista pur mangiata di mattina
e al freddo dell’inverno dette smacco.
Il pane dentro l’acqua fu inzuppato
dandovi un piatto, che sa di villano,
con erbe di campagna ben mischiato
nel sopportar la fame dette mano.
Quando l’estate vi prendeva arsura,
ricorso c’era nella panzanella,
pane bagnato con sopra verdura,
l’acqua fornita dalla fontanella.
Ed il pancotto per lo svezzamento
fu dai bambini sempre ben gradito,
nell’oggi io mi sento ancor contento
di averlo tante volte digerito.
Il giorno che si dedica al Signore
ebbe l’onore di un pranzo divino
e la lasagna fatta ebbe il sapore,
che bene conciliava pasta e vino.
E per secondo c’era la frittata
cotta in padella, spesso con cipolle
miste con uova fresche, di giornata,
facendovi le pance ben satolle.
Vi mancò sempre del caffè l’odore,
l’orzo ben cotto fece il surrogato,
ancora mi ricordo il suo sapore
con latte a colazione ben mischiato.
E furon tante di campagna l’erbe
che conoscete già per tradizione,
alcune le mangiaste pure acerbe,
non c’era prezzo, ma pur tanto buone.
Forse qualcun ricorda la panunta,
mangiata con ventresca di maiale,
per dir fetta di pane con l’aggiunta
di grasse gocce che non fecer male.
Poi non mi scordo della impastorata,
che di polenta fu magra sorella,
la vidi rare volte contornata
di buona carne, cotta con padella.
E’ d’obbligo parlar della bruschetta,
nell’oggi è diventata tradizione,
con calma va gustata, senza fretta,
ché il pane vuol nell’olio conclusione.
I dolci casalinghi, cotti al forno,
la cui ricetta ancora tramandata,
erano stabiliti per il giorno
di festa religiosa e consacrata,
che, come stabilisce il tempo antico,
è fatta per il Dio e per i Santi,
ma non separò mai dal benedico
i fisici piaceri, che son tanti.
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