
Briganti

Pietro Angelone Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Era il tempo del brigante Tiburzi*
Nei paesi della Maremma è ancora in uso l’espressione che recita: Veleno si parti da Montauto**, venne per battere e fu battuto.
Per capirla bisogna sinteticamente ricordare un fatto prima che il Lazio fosse annesso al Regno d’Italia, cioè nell’ultimo periodo dello Stato Pontificio, precisamente nel 1867.
In Pianiano (già colonia albanese), piccola frazione di Cellere, esercitava le funzioni di parroco don Vincenzo Danti, che aveva come perpetua e amante la giovane e piacente Fiorangela Codelli, poi druda e quasi moglie del famigerato brigante cellerese Domenico Tiburzi, chiamato con l’ipocoristico Domenichino.
Il brigante Angelo Scalabrini, detto Veleno per la malvagità, già rifugiato nell’impenetrabile macchia di Montauto, al confine tra la Toscana (Manciano) e l’Alto-Lazio, si mise a corteggiare la giovane e il parroco fece sapere allo spasimante che sarebbe stato opportuno di lasciar stare la faccenda. L’altro, per tutta risposta, qualche giorno dopo si recò in prossimità del borgo e tese un tranello al sacerdote.
Lo afferrò per il collo e lo trascinò in una località che si chiamava (ironia della toponomastica) cappella del prete, ove gli intimò di bendarsi e con il fucile spianato gli disse di prepararsi a morire.
Don Vincenzo (a conferma della locuzione che i preti una ne fanno e cento ne pensano), terrorizzato, ma ancor lucido, incominciò a pregare, poi implorò il brigante che gli prendesse lui il fazzoletto dalla tasca per coprire gli occhi, perché era impaurito e da solo non ci riusciva. L’altro volle ingenuamente esaudire il desiderio del morituro, posò il fucile per terra, prese il fazzoletto e incominciò ad annodarlo attorno alla nuca.
A questo punto lo scaltro sacerdote impugnò un coltello dalla saccoccia (altro che prete operaio; è il caso di dire prete coltellaio) e ferì violentemente Veleno all’addome e alla spalla. Seguì una furibonda colluttazione e poco dopo il brigante cadde esanime, mentre don Vincenzo ebbe la gloria di aver abbattuto il pericoloso fuorilegge; in aggiunta aveva fatto fuori il rivale in amore, potendo così continuare a godere delle prestazioni della sua perpetua.
Cose che potevano accadere (e sono accadute) nella Maremma che fu.
*Famigerato brigante Maremmano (1836-1896).
**Monte al confine tra la Toscana (Manciano) e la Maremma alto-laziale (VT)
…………
Un pesco zoologico
L’aver citato Montauto mi richiama alla mente un racconto che riguarda un vecchio cacciatore di Maremma, di cui mi parlò mio nonno. E’ noto come i pescatori e i cacciatori le tirino o le sparino grosse, ma una così non si era mai intesa.
Ebbene il nostro amico (che Dio l’abbia in pace!), armato con il fucile a retrocarica e in compagnia di Fido, il fedele segugio, si trovò una mattina a caccia nella macchia di Montauto, e allora di pranzo aveva riempito il carniere e la cacciatora (giornata fortunata!). Sulla via del ritorno gli si parò, stavo scrivendo gli si sparò, davanti un magnifico cinghiale. Non avendo più palle a disposizione e non volendo rinunciare alla preda, mentre teneva ancora in bocca un nocciolo di pesca, che aveva golosamente consumato, ebbe la geniale idea di caricare con questa il suo schioppo e poi bumm…
Il selvatico fu colpito alla testa, ma si sa che le palle per far male devono essere di piombo e non legnosi, così che, dopo un attimo di stordimento, si dileguò nel folto della macchia.
Ora, già su questo ci sarebbe da ridire, ma la cosa più sorprendente è il seguito, che il vecchietto, con serenità di narratore, creando suspense negli ascoltatori, degna di ben altre avventure, raccontava: “Indovinate chi mi si presentò davanti l’anno dopo a Montauto? Mi si presentò lo stesso cinghiale, ma con sopra la testa una piantina di pesco.”
Fu tale la sorpresa per quella visione che lo schioppo rimase muto e l’animale si salvò. Non si è mai saputo se la piantina di pesco crebbe a tal punto da dare i suoi succosi frutti!






















