

Pietro Angelone Pietrangelone#@libero.it
(Prima di procedere allo sviluppo del racconto, devo soffermarmi sulla voce dialettale della Maremma alto laziale “il chiamarono”. Era la persona che ancor prima dell’alba.
provvedeva alla chiamata dei braccianti, sotto le loro case, per il raduno in piazza, da dove ci si spostava a piedi per andare al lavoro. Con riferimento omerico era prima che comparisse l’aurora, cioè prima di “quando, figlia di luce, brillò l’Aurora dalle dita di rose, balzò dal letto il figlio di Odisseo” (Odissea libro IV, vv. 193-195).
……….
Giuseppe, detto Peppe, era il chiamarino del paese e, come tale, era più preciso di un orologio svizzero, tant’è che alcuni lo avevano proposto come sostituto permanente di quello grande, pubblico che segnava le ore alla comunità, che spesso si fermava, come addormentato. Altre volte le segnava con i relativi rintocchi, in modo così strampalato che la gente non si raccapezza e le faccende per un’ora erano anticipate o posticipate. Insomma un orologio dispettoso, che non rispettava la convenzione temporale.
Qualcuno mormorava che Pietro, l’orologiaio, di notte ne aveva manomesso il meccanismo per favorirsi l’acquisto di quei pochi orologi, che preziosamente teneva nello stretto e buio laboratorio, oggetti preziosi per poche persone, Così nelle vie del paese o nelle bettole o dal barbiere, insomma per ogni dove, la domanda “che ora è (?)” era ripetuta assai spesso, e i pochi possessori del misuratore del tempo si pavoneggiavano, facendone mostra.
Altri affermavano che il diavolo in persona, astutamente, aveva provveduto alla bisogna per contrastare il suono delle campane lì vicine, perché la gente non si raccapezzasse più tra l’ora l’aica e quella religiosa, sì che le funzioni fossero compromesse e il parroco don Luigi facesse una meschina figura.
Ma ritorniamo a Giuseppe, detto Peppe (in modo ipocoristico, com’era nel lessico della Maremma che fu). La sua funzione di chiamarino lo costringeva ad alzarsi un’ora prima degli altri, così, con voce baritonale, iniziava il percorso delle vie e, chiamva i braccianti a raccolta, pronunciando il nome del chiamato, poi l’esclamativa affermazione “è ora (!)”. Seguiva il raduno dei convocati nella piazza principale e in seguito lo spostamento, a piedi, (andata) per lavorare nel latifondo, fino al tardivo tramonto, tant’è che al ritorno si cantilenava la strofetta “la mattina con la luna, nella sera con le stelle /qui ci voglio levar la pelle, /ma non gliela vogliamo dar”.
Ebbene una mattina di maggio, il mese del risveglio dei sensi per uomini e animali, Domenico, detto Meco, si trastullava sessualmente con la moglie Clotile, detta Tilde, che gemeva di piacere con grandi sospiri e lamenti così intensi che il chiamarino, abitando la coppia al piano terra, pensò a qualche malessere e chiamò per una seconda volta, aggiungendo: “Ma che succede, chi si sente male!”.
Così, nel momento più intenso l’accoppiamento primaverile fu interrotto per intromissione di terzi e Tilde, ormai prossima all’orgasmo, dovette alzarsi per preparare al marito il tascapane, dicendo: “Speriamo di non aspettare il prossimo Maggio”.
Peppe, mogio mogio, s’incamminò frastornato verso la piazza, e bestemmiando e, imprecando, chiamava a raccolta tutti i Santi del Paradiso.
Si racconta fantasiosamente che San Pietro, sentendosi “chiamare”, avesse esclamato: “Ma questo è matto, io sono pescatore e non bracciante”.
Cose che potevano solo accadere nella Maremma che fu.






















