

Pietro Angelone Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
La Maremma che fu
(narrazione poesia contrasto poetico)
Alla fine dell'articolo
sono elencati i titoli degli articoli precedenti
con link per essere letti
Don Giustino
(detto pure Don Ecco)
Ho iniziato la carriera di chierichetto all’età di circa sette anni e l’esperienza è stata davvero interessante. All’inizio era solo comparsa, poi incominciai a servire la funzione, assumendo il ruolo di personaggio minore, infine arrivò il momento di servir messa e mi sentii importante, anche a causa di quell’incomprensibile latino
(Suscipiat et Confiteor….) che nella carriera ti poneva in una posizione di privilegio.
Ebbene, in quegli anni ho avuto modo di conoscere un vice parroco, un sacerdote un po’ originale sulle funzioni della sua missione pastorale, soprannominato Don Ecco, avverbio che usava in continuazione nel suo parlare e nelle sue prediche, sì che nel periodo era usato quasi all’inizio di ogni proposizione e anche nel contesto.
Su Don Giustino potrei scrivere un libro ma a titolo di esempio, quasi un assaggio,
ne voglio ricordare qualche episodio.
Una predica domenicale. Dal pulpito, parlando della fuga di San Giuseppe e famiglia in Egitto, si dimenticò il toponimo (il fatto è che non si limitava al vino della ampolline) e così insistette parecchio sull’ecco, nella speranza che gli venisse in mente. Impresa ardua, poi: Ecco dove andò San Giuseppe ve lo dirò più tardi!
Quando la memoria gli venne finalmente in soccorso, interruppe il discorso e, con una sorriso di soddisfazione: Ecco, andò….non riuscendo a pronunciare ,lo stramaledetto toponimo (Egitto), perché un burlone, in fondo alla chiesa, vicino ad un altro, che stava sonnecchiando per la lunghezza della predica: Don Giusti’, lasciate stare, ché ormai è arrivato!
L’estrema unzione. Un pomeriggio lo accompagnai per la confessione e l’estrema unzione a un moribondo che, tra un ecco e un altro, fu rassicurato sulle migliori condizioni dell’altro mondo. Risolto l’impegno, armi e bagagli ritornammo in chiesa.
Avevo la fortuna di essere entrato nell’amicizia del sacerdote e potevo permettermi un tono confidenziale, cosa impossibile con il parroco Don Antonio, che non lesinava tirate di orecchie, Così gli dissi: Don Giusti’, l’ammalato non mi è sembrato troppo convinto delle vostra rassicurazioni!. In risposta: Ecco, Pie’, ti dico una cosa, quelli che vanno là, ecco non ritornano, Ecco, io penso che o gli sia proibito, e in questo caso non possiamo fare niente, o stanno meglio che qui. Ecco, speriamo nella seconda cosa!
Una strana interpretazione filologica e teologica. Un pomeriggio di un freddo novembre, Don Giustino tardò oltre mezz’ora per la funzione da celebrare nella chiesa parrocchiale. Questo ritardo creò malumore tra le poche pie donne presenti.
Finito il rito, si presentò in sagrestia una di quelle e, in tono di rimprovero: Don Giusti’, avete tardato quasi un’ora. Eh, Padreterzo (voce parafonica dialettale per Padreterno). Con voi c’è poco da fidarsi.
Vedete di essere più puntuale, ché fate il prete, mica il calzolaio! Io mi stavo togliendo la cotta da chierichetto, ma rinunciai e restai in attesa della risposta giustificazione, che fu: Cara mia, ecco, ognuno ha le sue scarpe da riparare e proprio perché non faccio il calzolaio, ascolta bene. Ecco, se avevo bisogno della suocere, mi sarei sposato e non starei qui a sentirti! Ma, ecco, la cosa più importante è questa. Non si dice Padreterzo, ma caso mai, Padreprimo, perché il Padre viene per primo, poi c’è Gesu Cristo, che è il Figlio, perciò è il secondo, e infine lo Spirito Santo, che è il terzo.
Ecco, con me questi trucchetti non funzionano! Ecco, l’ordine va rispettato!
La pia donna restò perplessa, poi, scuotendo la testa, mentre lasciava la sagrestia:
Mah, vallo a capi’! Questo con questi numeri mi confonde.
Mentre Don Giustino si svestiva, Giovanni il sagrestano, un vecchio volpone che ne aveva viste e sentite di cotte e di crude: Don Giusti’, allora quando c’incontriamo, voi mi direte Sia lodato Figlio secondo, invece di Gesù Cristo! (Allora era abitudine nell’incontro con un religioso che questo salutasse con Sia lodato Gesù Cristo!. La risposta era: Sempre sia lodato!).
Don Ecco si accigliò, ci penso un po’ e poi: Ecco, Giova’, tutto resta come prima. Ecco, quando ho detto l’ordine, tu lo sai, altrimenti che sagrestano saresti(?), intendevo il sacramento che conferisce la grazia e il carattere sacerdotale, Insomma, ecco, è una cosa che riguarda noi preti e finora, ecco, non è stato esteso ai sagrestani. Va bene?. Giovanni sorridendo: Don Giusti’, dove non arrivate, ci buttate il cappello…da prete. Io mi tolsi la sottana e la cotta da chierichetto, pensando che quelle erano cose da grandi e me ne andai a giocare a pallone, dicendomi: Mah, valli a capi’.
Una controversa confessione. Un giorno, sul far della sera, eccoti arrivare Don Ecco.
Capii dallo sguardo che era infastidito da qualche cosa e dopo la canonica espressione Sia lodato Gesù Cristo, con l’immancabile risposta Sempre sia lodato, ci fermiamo un po’ a parlare sulla preparazione della processione per il Santo Patrono.
Poi sospende e mi dice: Mah, ecco, io non so proprio cosa fare con la Teresa!
Da parte mia: Che succede, Don Giusti’? Lui: Ecco, succede che quella benedetta donna, ecco, è diventata un’ossessione!. Poi entrò nei particolari: Teresa era una vecchietta che, rimasta vedova, era diventata una bizzoca e stava più in chiesa che a casa, anche perché aveva una piccola rendita di due campicelli con olivi e vigna, non aveva niente da fare e, così, aveva preso l’abitudine di confessarsi e avvicinarsi alla comunione della prima messa, scambiando il sacramento con la solita tazza di orozo e pane abbrustolito, come allora era in uso.
Don Giustino, con spirito di comprensione, assolveva quei peccati, che tali non erano, es. un uovo mangiato con troppa avidità, diceva la vecchietta confessando il peccato di gola, un pettegolezzo a riguardo della vicina di casa, peccato della maldicenza, un accidenti(!) per la puntura di una ago per cucire, peccato dell’ira, e cose di questo genere. Don Giustino, con socratica pazienza, ricorreva alla bisogna con l’Ego te absolvo a peccatis tuis in nomine….
Però tutte le cose senza senso vengono a noia e così quella mattina, quando la vecchietta confessò che si era alzata tardi e non aveva detto le abituali preghiere prima della spartana,colazione. Don Ecco si spazientì, forse infastidito da un po’ di sonnolenza, e dalla grata del confessionale: Ecco, ma questo non è peccato!.
L’altra, imperturbabile; Voi fate quel che dovete fare! Don Giustino tentò l’ultima carta, ricorrendo al latino rum di manzoniana memoria: Vox servi Dei in dubio audiri oportet, come afferma un sacerdote a Totò nel film I Tartassati (1959). Questo dimostra come Don Ecco non disdegnasse il buon cinema, cioè: Nel dubbio è necessario che si ascolti la voce del servo del Signore. La Teresa non si fece intimorire e: A me serve l’assoluzione, perché il peccato è mio, e lasciate stare le porte, che qui c’entrano come il cavallo a merenda.
Don Giustino dette l’assoluzione, poi lasciò furioso il confessionale, mentre quattro donne che erano in attesa di lavarsi la coscienza, commentarono: siamo venute a perder tempo! Io ero in quel periodo in prima medi ed avevo incominciato a masticare un po’ di latinorum, cosa non facile per chi era abituato al lessico dialettale, e gli dico: Don Giusti’, me l’avete detto voi e me l’ha confermato la professoressa di lettere, che è melius abundare quam deficere, cioè e meglio abbondare che scarseggiare. Lui ci pensa un po’, poi: Va bene, Pie’, ma, ecco, senza esagerare. Ne quid nimis, Pie’, ne quid nimis,(!) cioè [Mai] niente di troppo, niente di troppo (!). Mica vorrai fregarmi il mestiere!
Ancora ce n’avevo di latinorum da studiare.
Non era quello il tempo dei preti operai, ma della Maremma che fu.
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La Maremma che fu, gli articoli precedenti
La Maremma che fu - Zooerastia
La Maremma che fu - Canto del soldato contadino
La Maremma che fu - In vino veritas?
La Maremma che fu - Verso Natale
La Maremma che fu - Il vecchio contadino
La Maremma che fu - Nel pollaio
La Maremma che fu - Due pulcini devoti a Bacco
La Maremma che fu - Canto dello zappatore
La Maremma che fu - Ricordo di un maremmano calzolaio e ballerino di tango
La Maremma che fu - La festa nel podere
La Maremma che fu - Due quadrupedi
La Maremma che fu - Un maremmano calzolaio e attore
La Maremma che fu - Canto del buttero
La Maremma che fu - Fidanzamento contadino - Il dovere coniugale
La Maremma che fu - La vecchia bracciante
La Maremma che fu - La ferratura
La Maremma che fu - Il raccolto
La Maremma che fu - Era il tempo del brigante Tiburzi*
La Maremma che fu - Canto del vecchio pecoraio
La Maremma che fu: Il somaro Zampacorta e il contadino Cambiasomaro
La Maremma che fu -one od –ette
La Maremma che fu - La transumanza
La Maremma che fu - Buon appetito!
La Maremma che fu - In vino veritas
La Maremma che fu - Eroi di Maremma
La Maremma che fu - Terra amata
La Maremma che fu - Coito interrotto
La Maremma che fu - L'antica madre






















