Pietro Angelone Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

LA MAREMMA CHE FU
(narrazione poesia contrasto poetico)

Alla fine dell'articolo 
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con link per essere letti 

I nostri giochi

Noi fummo dei bambini fortunati,

ché non avemmo impegno di fatica,

e i nostri giochi furono giocati

con tanta fantasia per cara amica.

 

La scuola elementare fu conclusa,

così non fu nel tempo precedente,

ma quella media a molti fu preclusa

ché non ci fu denaro sufficiente.

 

I giochi regalati, quasi niente,

e quindi fantasie venne in soccorso,

ancora tengo fissi nella mente

i passatempi a cui si fe’ ricorso.

 

La creta ci servì per modellare,

con scarsa conoscenza di scultura,

ed un pallone fece noi giocare

in mezzo ai sassi, con tanta calura.

 

La verde pianta dei nostri canneti

tanto fu usata per capanne indiane,

quei cari giorni furono completi

nelle stagioni ormai così lontane.

 

Legnose fionde e biglie colorate

erano in compagnia di figurine,

ormai dal tempo sono sorpassate,

i giochi odierni stan nelle vetrine.

Facemmo noi, da soli, carrettelle

e furono organizzate tante corse

portammo ai pantaloni le bretelle

e per la scuola non avemmo borse.

 

Bagnammo i n ostri corpi negli stagni

tra rane, che osservavano curiose,

noi non andammo al mare per i bagni,

ma ci schizzammo tra grida gioiose.

 

Asce di latta con spade di legno

facemmo per combatter guerra finte,

venne in aiuto allor qualche disegno

e, come indiani, avemmo facce pinte.

 

E spero che qualcuno ancor ricordi

il nascondino col ruba bandiera,

fidando che qualche altro non si scordi

le lucciole raccolte nella sera.

 

Con dei bottoni o soldi fuori corso

passammo il nostro tempo con gaiezza,

fu bello quel principio del percorso,

per meglio dir, la nostra fanciullezza.

 

Le vecchie ruote delle biciclette

furon da noi girate con bravura,

mentre gli scivoloni per bullette

provarono la nostra pelle dura.

 

I fondi dei bicchieri furon lenti

per catturare i raggi del bel sole,

potemmo dire di essere contenti

nel bruciar foglie e caricar tagliole.

 

Bidoni e vecchi secchi scampanammo

in santità di Andrea, già pescatore,

e a modo di catena li portammo

per piazze e strade, con tanto fragore.

 

Tappi di latta con pezzi di corda

tenemmo nelle tasche conservati,

la lama del coltello, chi la scorda,

ci diede intagli poco raffinati.

 

Strumenti a fiato, fatti con le canne

donarono della musica velata,

e certo non ci furono condanne

se qualche nota risultò stonata.

 

A volte diventammo pure attori

e improvvisammo prosa popolare

nell’imitare quei declamatori

la cui declamazione era mangiare.

 

Il tocca muro insieme alla campana

premiarono il bambino per migliore

e, spesso, non vi sembri cosa strana,

giocammo pure al gioco del dottore.

 

Il gruppo ci servì riguardo al sesso,

protetti dalle siepi e dalle grotte,

chi non partecipò fu proprio fesso,

chi fu scoperto prese tante botte.

 

Tirammo alle compagne noi la treccia

con brusco gesto, fatto di candore,

nel cuore di qualcuna fece breccia

e così nacque quel piccolo amore.

 

Per imitare il mondo degli adulti,

provammo il gioco di marito e moglie,

ma non ci fu bisogno di consulti,

ché vergini rimasero le soglie.

 

Le filastrocche per il giro tondo

si unirono agli scherzi con le mani,

gira e rigira cadde, poi, quel mondo

di quei bambini, figli di villani.

 

Noi non sapemmo nulla di contrade

e nel paese non fu il rione,

ma i piccoli contrasti nelle strade

di lotte in gruppi furono occasione.

 

Dai giocolieri noi prendemmo mosse

per esercizi fatti con sudore

che per il vento fu causa di tosse

e posso dirlo ormai senza timore.

 

Piegammo stecche degli ombrelli vecchi

per far degli archi, che non furono duri,

giochi di luce con pezzi di specchi

noi svelti rincorremmo sopra i muri.

 

Coi secchi vuoti, che erano di latta,

facemmo bei tamburi per soldati,

che avevano i calzoni senza patta

e, quasi sempre, furon rappezzati.

 

Ci mancò il tempo per le tante corse,

fatte con gambe magre e muscolose

che, con sveltezza, diedero risorse

per lunghe gare allor sempre rissose.

 

Crudeli giochi pure praticammo

perché non rispettammo l’animale:

gatti di strada certo noi cacciammo

e ai rospi noi facemmo tanto male.

 

Di macchie divenimmo esploratori

per la ricerca di nidi nascosti

e catturammo, come uccellatori,

i piccoli pennuti lì deposti.

 

Il cappio, fatto con l’incolta avena,

permise a noi di perseguir cattura,

se ci ripenso, provo ancora pena,

la vita alla lucertole fu dura.

 

Portammo appesa al collo forte fionda.

con cui tirammo schegge di sassetti,

lassù nel cielo, meglio sulla gronda,

dove colpimmo i poveri uccelletti.

 

La cavallette con le zampe amputate

ci resero chirurghi poco esperti,

le file di formiche allor bruciate

sono ricordi di brutti momenti.

  

E trappole facemmo con gli sterpi,

scavando buche nel terreno erboso,

e catturammo pure delle serpi,

colpite con bastone ben nodoso.

 

Tagliole noi mettemmo per i tordi,

le caricammo con le olive nere,

ai lor lamenti fummo troppo sordi:

purtroppo queste cose sono vere.

 

D’estate le cicale fanno canto

e noi le ricercammo con perizia,

le ali leggere non durarono tanto,

ché le staccammo solo per malizia.

 

Tanti girini furono catturati

e solo per il gusto di pescare,

essendo noi, comunque, già informati

che in rane poi dovevano cambiare.

 

Molte galline furono spennate

per abbigliarci come pellerossa,

senza saperlo, furono implicate

in grida di battaglie con riscossa.

 

E le colombe, segno della pace,

da noi cacciate furon con i sassi,

oggi la mia coscienza ancor non tace

nel ricordare i loro voli bassi.

 

Or, fatte queste debite premesse,

forse bambini fummo un po’ violenti,

v’invito quindi a far delle scommesse

se quelli d’oggi son più convincenti.

 

Purtroppo noi vivemmo con natura

rapporto che fu molto contrastato,

per certo non ci mise mai paura,

ma l’animale non fu rispettato.

 

Ed ora, con l’aiuto di memoria,

voglio continuar l’elencazione

di quei ricordi che sono la storia

di piccoli villani, oggi persone.

 

La canna ancor ci diede cerbottane,

la carta ci fornì le munizioni,

le loro traiettorie son lontane

ma ancor vicino sento le emozioni.

 

Il legno dei birilli sagomato

in piazza polverose ebbe il bigliardo,

ma cadde poi ben presto folgorato

dal forte tiro di un lancio testardo.

 

Il nichel di monete sorpassate

fu come posta per carte da gioco,

che dalle mani furon consumate

sapendo accontentarci di ben poco.

 

Sempre la canna ci diede schizzetto

che usammo come gioco per l’estate,

per precisione, aveva un breve getto,

ma le camicie furono bagnate.

 

Usammo carta per fare barchette,

presto varate dentro fontanili,

le brevi rotte furono dirette

dai sogni nostri, allor così infantili.

 

Rottami raccogliemmo per guadagno

ed anche questo pur divenne gioco,

se ancora ci ripenso, non mi lagno

per quelle lire, aiuto per un poco.

 

Le scatolette della vernicetta

divennero telefoni con fili,

di latta quindi fu quella cornetta

con dentro suoni strani, mai gentili.

 

I cerchi dei rocchetti eran dentati

con all’interno un corto elastichetto,

che mosse quegli strani carri armati

con spostamento certo non corretto.

 

Le gialle zucche furono vuotate

e il coltellino fece le fessure,

candele accese, dentro collocate,

dipinsero nei visi le paure.

 

La mosca cieca con il saltarello

non animali son dotati d’ali,

ma giochi fatti con qualche tranello,

semplici tanto da sembrar banali.

 

Carburo usammo per scoppiar bombette,

friggendo in acqua polverina bianca,

il gas sparava vuote scatolette,

la mano destra non sentii mai stanca.

 

C’improvvisammo poi mercanti seri

vendendo agli altri cose senza costo,

se ci ripenso, in vero non è ieri,

rivedo il mio banchetto ben disposto.

 

E debbo confermar con convinzione

che con i soldi si dovéa campare,

quella era allor la nostra condizione

ed inventammo giochi da giocare.

 

E quando il corpo nostro, senza piume,

cambiò d’aspetto, poi passò il confine,

resto di quell’età solo il barlume

e di quei giorni fu breve la fine.

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La Maremma che fu, gli articoli precedenti

La Maremma che fu - Un venerdì di passione
La Maremma che fu - Il ciocco

La Maremma che fu - Una cristiana abitudine (o dell’Anima)

La Maremma che fu - Il rito
La Maremma che fu - Una vendemmia bisestile
La Maremma che fu - Due ambulanti
La Maremma che fu - Il calendario contadino
La Maremma che fu - Un equivoco canzonettistico
La Maremma che fu - L’origine
La Maremma che fu - Il pecoraroLa Maremma che fu - La Trinità
La Maremma che fu - La villania

La Maremma che fu - Due poeti
La Maremma che fu - L’iniziazione
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La Maremma che fu - Il confine
La Maremma che fu - Questua*
La Maremma che fu - Lupo di macchia
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La Maremma che fu - Canto del soldato contadino
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La Maremma che fu - Verso Natale
La Maremma che fu - Il vecchio contadinoLa Maremma che fu - Nel pollaio
La Maremma che fu - Due pulcini devoti a Bacco
La Maremma che fu - Canto dello zappatore
La Maremma che fu - Ricordo di un maremmano calzolaio e ballerino di tango
La Maremma che fu - La festa nel podere
La Maremma che fu - Due quadrupedi
La Maremma che fu - Un maremmano calzolaio e attore
La Maremma che fu - Canto del buttero
La Maremma che fu - Al forno
La Maremma che fu - Fidanzamento contadino - Il dovere coniugale
La Maremma che fu - La vecchia bracciante
La Maremma che fu - La ferratura
La Maremma che fu - Il raccolto
La Maremma che fu - Era il tempo del brigante Tiburzi*
La Maremma che fu - Canto del vecchio pecoraio
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La Maremma che fu  -one od –ette
La Maremma che fu - La transumanza
La Maremma che fu - Buon appetito!
La Maremma che fu - In vino veritas
La Maremma che fu - Eroi di Maremma
La Maremma che fu - Terra amata
La Maremma che fu - Coito interrotto
La Maremma che fu - L'antica madre