Pietro Angelone Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
(Ballata in quartine su una storia vera della fine dell’Ottocento, raccontatami da mio nono materno).

La Maremma che fu
(narrazione poesia contrasto poetico)

Alla fine dell'articolo 
sono elencati i titoli degli articoli precedenti 
con link per essere letti 

Questua*

In un paese della nostra Maremma, agli inizi del Novecento viveva un certo Camillo, detto Lillo. Era sui trent’anni e sin da bambino aveva dimostrato una predilezione per tutto ciò che riguarda la chiesa e le cose sacre. Era come affascinato dall’abito talare, partecipava alla liturgia come a una sacra rappresentazione, essendo sempre il primo alle lezioni di catechismo, mentre recitava in casa le preghiere serali e mattutine stando genuflesso, in mistico raccoglimento.

Era figlio unico e la famiglia era considerata relativamente benestante per quei tempi, possedendo una casa propria, un uliveto con cinquanta piante, due vigne

dalle quali il padre produceva un vino famoso in tutte il territorio, e due ettari di terreno seminativo.

Già in prima elementare inizio il suo cursus pueri altaris (chierichetto) con convinzione e una dedizione esemplari, non mancando mai alle funzioni religiose, se non quando ebbe il morbillo o quando era soggetto alle influenze stagionali. Non era un misantropo, ma conobbe poco il gioco con i coetanei, che seppe sostituire con la pratica liturgica fino agli undici anni, quando, superati gli esami di licenza elementare (per allora già un ottimo risultato), con grande soddisfazione dei genitori volle entrare nel seminario diocesano. Prima di allora un compito al quale teneva particolarmente, era la raccolta delle offerte durante le funzioni religiose e, difficilmente, delegava a ciò qualche altro piccolo collega. Deteneva una sorta di monopolio della questua o colletta, che effettuava per mezzo di una borsa ad hoc (oggi è in abitudine il cestino).

Era così convincente e persuasivo nella sua funzione di questuante che aveva convinto al dovere di cristiana una vecchietta, che passava per la più avara del paese.

Così in breve tempo le offerte si erano raddoppiate, con la soddisfazione del parroco,

mentre a Lillo fu affibbiato il soprannome di Questua (abitudine, questa del cognomen latino, allora molto diffusa).

Con tali premesse risultò primo negli studi in seminario, sì che la madre, orgogliosamente, vedeva in lui un futuro vescovo e con le vicine arrivava a dire: Se il Signore questo me lo protegge, mi diventerà Papa. Nei periodi di vacanza, quando ritornava in paese, con la lunga nera veste con fascia rossa e il cappello da prete, già a quindici anni sollecitava rispetto perfino negli anziani, mentre il parroco don Basilio vedeva in lui un futuro degno successore.

Poi accadde un fatto imprevisto e misterioso. Superati brillantemente gli esami di maturità, quando doveva iniziare gli studi in teologia, buttò alle ortiche armi e bagagli, con lo sconforto dei genitori, lo stupore di tutti i paesani e l’amarezza di don Basilio.

Fu un fulmine a ciel sereno!

Non volle mai spiegare questo sua azione; diceva soltanto: Lo so io e Quello lassù.

La cosa più grave, poi, fu il lasciarsi andare e tutta la precedente tensione religiosa produsse effetti contrari e devastanti: rifiutò qualsiasi lavoro, non volle mai sposarsi, fedele a un convinto celibato, divenne bestemmiatore incallito e abituale frequentatore di bettole, ove trascorreva la maggior parte dei suoi giorni, bevendo e improvvisando ottave licenziose e dissacranti. Quando citava il povero don Basilio, lo chiamava don Corvaccio, e il povero parroco pazientemente giustificava: Quos deus perdere vult, demendat (Vulg.), che, con approssimativa traduzione può essere resa:

Quelli che il Signore vuole che vadano a finir male, li fa rincoglionire.

Insomma il già probabile vescovo, se non papa, era diventato un avvinazzato poeta bestemmiatore che, sulla soglia dei trent’anni, giunse alla fine per una micidiale cirrosi epatica.

La madre, prima della morte, lo implorò di confessarsi e di ricevere l’estrema unzione e, per convincerlo, gli ricordo la fede da bambino. Lillo non seppe o non volle dire di no, ma affermò categoricamente di non avere niente da dire al corvaccio, che doveva impartire l’ultimo sacramento, perché presto lui si sarebbe confessato con chi non aveva bisogno d’intermediario. Don Basilio acconsentì e Questua non sentire altro che la canonica formula, che accompagna l’estrema unzione. Quando il rito fu terminato, guardò l’impacciato povero prete e si congedò con la seguente ottava:

E mo’ che sono giunto a questo punto/ non penserai mica che resto zitto, / io non ti dico grazie perché mi hai unto/ e preparato mi hai da pesce fritto. / Ti voglio salutar, corvaccio brutto/ e, perché dovrò starmene zitto,/ ti dico che ti scaldo intanto il posto,/ sperando che ti facciano in arrosto.

Poi si girò su un fianco e don Basilio lasciò la camera, recitando un Pater Noster.

Qualcuno allora disse che Lillo era stato posseduto dal demonio e questi, temendo per un futuro nuovo santo, era riuscito con un inganno a impossessarsi di quell’anima ma il mistero fu racchiuso nella tomba.

Il giorno del funerale don Basilio dispose che non si girasse per la questua, ma qualcuno, forse con troppa fantasia, disse che al momento dell’offertorio, come un’ombra girasse per la chiesa con una borsa, simile a quella che Lillo aveva con cura usato da bambino.

Cose che potevano accadere nella Maremma che fu.

*Il presente racconto è relativo ad una storia raccontami, me bambino, da mia nonna materna.

La Maremma che fu, gli articoli precedenti

La Maremma che fu - Lupo di macchia

La Maremma che fu - La lupa

La Maremma che fu - La fiera

La Maremma che fu - Al lavatoio II

La Maremma che fu - Serenata maremmana

La Maremma che fu - Dal barbiere

La Maremma che fu - Al forno

La Maremma che fu - Don Giustino

La Maremma che fu - Zazzerone

La Maremma che fu - Zooerastia

La Maremma che fu - Canto del soldato contadino

La Maremma che fu - In vino veritas?

La Maremma che fu - Verso Natale

La Maremma che fu - Il vecchio contadino

La Maremma che fu - Nel pollaio

La Maremma che fu - Due pulcini devoti a Bacco

La Maremma che fu - Canto dello zappatore

La Maremma che fu - Ricordo di un maremmano calzolaio e ballerino di tango

La Maremma che fu - La festa nel podere

La Maremma che fu - Due quadrupedi

La Maremma che fu - Un maremmano calzolaio e attore

La Maremma che fu - Canto del buttero

La Maremma che fu - Al forno

La Maremma che fu - Fidanzamento contadino - Il dovere coniugale

La Maremma che fu - La vecchia bracciante

La Maremma che fu - La ferratura

La Maremma che fu - Il raccolto

La Maremma che fu - Era il tempo del brigante Tiburzi*

La Maremma che fu - Canto del vecchio pecoraio

La Maremma che fu: Il somaro Zampacorta e il contadino Cambiasomaro

La Maremma che fu  -one od –ette

La Maremma che fu - La transumanza

La Maremma che fu - Buon appetito!

La Maremma che fu - In vino veritas

La Maremma che fu - Eroi di Maremma

La Maremma che fu - Terra amata

La Maremma che fu - Coito interrotto

La Maremma che fu - L'antica madre