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Viterbo RACCONTO Eraldo è stato sistemato in ‘neurologia’ in una stanza con due posti letto...
di Agostino G. Pasquali

 

Riassunto della prima parte:

Un venerdì sera, prima di partire con la famiglia per la ‘settimana bianca’,  Eraldo Pinzi viene colpito da un attacco di vertigini con persistente incapacità di stare in piedi in equilibrio. Temendo che si tratti di una patologia grave, la moglie lo porta al pronto soccorso. Una TAC esclude il peggio, però è opportuno un ricovero in neurologia.

Se comunque vuoi leggere la prima parte al completo, clicca qui

   “Allora, che le è successo?”  Eraldo è stato sistemato in ‘neurologia’ in una stanza con due posti letto, ma è solo perché l’altro letto è vuoto, come nota subito con soddisfazione, perché ora il suo unico desiderio, l’unica esigenza che sente, è di stare tranquillo.

      Si sta assopendo per la stanchezza e lo stress causato dal ricovero e anche per effetto di un tranquillante che gli è stato dato; sta socchiudendo gli occhi quando si sente rivolgere quella domanda da una giovane donna in camice bianco. E’ il medico di turno:

     “Allora, che le è successo?” ripete la dottoressa che è  venuta a controllare come sta il nuovo ricoverato.

     Eraldo si è appena rilassato e non ha voglia di parlare. Ripensando a quello che è avvenuto al pronto soccorso e in particolare al suo sfogo verbale, si vergogna un po’ di essere stato paragonato a Furio Zòccano. Riconosce che se lo è meritato di essere preso in giro anche perché in passato, mentre in famiglia vedevano alla TV proprio il film ‘Bianco, rosso e Verdone’, Deborah aveva commentato: “Lo sai, Eraldo, che certe volte sei petulante come quello lì? Beh, non proprio così, ma insomma un pochino…”

     Dunque Eraldo ha poca voglia di parlare per non ripetere la figuraccia da logorroico saputello che ha fatto al pronto soccorso. La dottoressa se ne rende conto e scrive nella cartella clinica: “Paziente in buone condizioni, tranquillo, parzialmente sedato”. Quindi chiude il colloquio dicendo: “Bene, stia tranquillo, ci vediamo domani, anzi no, perché finito il turno di notte vado via. Ma ci sarà un collega.”

     Però Eraldo si è ormai svegliato e gli sembra di essere scortese nel rifiutare un colloquio con la dottoressa:

     “Mi scusi, dottoressa, sono un po’ intontito… Che le posso dire? Che invece di una settimana bianca in montagna mi sono trovato a fare un weekend al pronto soccorso?”

     “Mi piace questa risposta. Complimenti per la sua battuta spiritosa. Buon segno…”

     Incoraggiato dall’atteggiamento cordiale della dottoressa, Eraldo comincia a raccontare la sua strana esperienza, ma cerca di farlo senza enfatizzare e senza dilungarsi, soprattutto senza fare il saccente.

     La dottoressa ascolta senza intervenire, fa solo di tanto in tanto brevi domande per incoraggiare, non discute mai, ma intanto prende degli appunti e, quando il racconto finisce, resta in silenzio.

     Eraldo chiede: “Lei che ne pensa? Che cosa ho?”

     La dottoressa consulta i suoi appunti, si concede ancora un attimo di pausa studiato apposta per dare rilievo al suo responso, ma invece di un responso fa a sua volta una domanda:

     “Ma lei, signor Pinzi, questa vacanza la vuol fare davvero? Voglio dire: c’è qualche motivo per cui le farebbe comodo o piacere evitarla?”

     “No! assolutamente no! La faccio tutti gli anni ed è uno dei pochi piaceri che mi concedo…”

     “Capisco.  Ma, scusi se insisto, potrebbe essere che…? mi scusi ancora se mi permetto di entrare nella sua privacy…  Potrebbe essere che per motivi economici, sa con i tempi in cui viviamo, la vacanza possa sembrarle… inopportuna?”

    “Non direi. Per mia fortuna, e quasi me ne vergogno, non ho problemi economici. Io sono un po’, come si dice? una formichina. Ho delle riserve. E anche il lavoro mi rende abbastanza, certo molto meno che in passato, tanto che se non avessi le riserve... Però…”

     “Però?”

     Eraldo si chiede come mai la dottoressa perda tempo con lui, forse è una pettegola curiosa? ma si risponde che forse non perde tempo, forse sta facendo il suo lavoro in quel modo disinvolto e per lui inaspettato, ma gradevole, e quindi spiega:

      “Mi viene in mente una cosa curiosa… Alcuni giorni fa in famiglia stavo programmando questa vacanza e ho avuto una discussione con Elena, mia figlia, che mi rimproverava di pensare a cose futili come le vacanze, mentre c’è gente che non ha il minimo per sopravvivere… ci sono i profughi, e gli ucraini, e i malati di ebola, i bimbi africani che muoiono di denutrizione, e la TV ce li  mostra spietatamente... Sa? Mia figlia ha diciotto anni e a quell’età si è spesso idealisti, altruisti, pronti a caricarsi tutti i mali del mondo. Anch’io, quando avevo diciotto anni… ma, mi perdoni, chiacchiero troppo, è un mio viziaccio…”

     “No, no. Non si deve scusare, anzi deve parlare perché parlando chiarisce i suoi problemi e questo è utile a me e a lei. Dunque diceva che a diciotto anni, lei…?

     “Quando avevo diciotto anni anch’io mi arrabbiavo per le ingiustizie del mondo ed ero pieno di sogni… poi uno comincia a prendere botte dalla vita e si indurisce, si rende conto che la vita è una lotta. Come dice quella storiella?  “La mattina, quando ti svegli, che tu sia leone o gazzella…corri!”  La conosce la storiella?”

     “Si, la conosco. Sapesse quanto corro anch’io…e  mi sento gazzella, mica leone… ma  prosegua…”

     “Poi uno mette su famiglia, si chiude nella piccola società familiare, qualche parente, qualche amico… e delega alle strutture politiche e sociali il compito di occuparsi degli altri. Per questo paghiamo le tasse. No? ”

     “Mi dica: la discussione con sua figlia com’è finita?”

     “Non è finita, si è interrotta con accuse reciproche. Io le ho detto: “Sei ancora una bambina, pretendi di vivere in un mondo perfetto che non esiste e non esisterà mai. Il mondo è come è, devi accettarlo anche se pensi che sia sbagliato.”  E lei mi ha replicato: “E tu sei un vecchio egoista, gretto e ipocrita, e non fai nulla per cambiarlo questo mondo sbagliato. Ma io non posso far finta di niente. Anzi, dammi la mia quota di denaro per la vacanza, preferisco darla alla Caritas…”

     “E poi?”

     “E poi niente. Io non le ho dato i soldi e lei si è rassegnata a partire, ma con una velata minaccia: “Però poi ci penso io…”  Per un po’ abbiamo portato il ‘muso’, poi ci siamo dimenticati la baruffa e la vita è ripresa come se non avessimo discusso. Io son rimasto con un piccolo dubbio: che avesse ragione lei, almeno un po’. E anche Elena forse ha pensato che potevo avere ragione io… almeno un po’…appunto.  Non servono forse a questo le discussioni?”

     Eraldo avverte la necessità di andare in bagno e la dottoressa cortesemente lo accompagna tenendogli un braccio. Quando esce dal bagno la dottoressa non c’è. Eraldo percorre il corridoio fino alla sua camera camminando lungo il muro e reggendosi ad un grosso corrimano, ma per entrare in camera deve attraversare il corridoio che è largo almeno tre metri. Si stacca dalla parete, azzarda un passo pronto a riafferrare il corrimano, ma resta in equilibrio. Azzarda un altro passo, un altro ancora. Nessun problema di equilibrio. L’incubo è finito.

     Eraldo è di nuovo a letto quando la dottoressa torna sorridente:

     “Bene. Ho visto che ha camminato. Non dico che me lo aspettavo, ma un po’ lo speravo perché parlare, sfogarsi è una semplice terapia psicologica che a volte è risolutiva. O forse è stato il tranquillante… o tutte e due le terapie insieme. Adesso ha capito qual era il suo problema?”

     “Senso di colpa?”

     “Penso proprio di sì. Ora le darò una spiegazione alla buona, ma lei non la dica in giro, perché  se la viene a sapere il primario, mi caccia. Lui è terribilmente serio.

Dunque io immagino che noi abbiamo nel fondo della nostra psiche un ‘folletto’, che è la nostra parte più istintiva, animalesca direi. Quel folletto normalmente è inattivo perché è anestetizzato dalla nostra razionalità e dai condizionamenti sociali; dorme, ma quando abbiamo un conflitto si può svegliare e mettere in crisi il nostro comportamento agendo non sulla ragione, che lo nega, ma sulla nostra fisicità disturbandola in modo da impedirci di fare una cosa che vorremmo fare, ma ‘sentiamo’ ingiusta o pericolosa.”

     “Come avviene con le fobie? Per esempio con l’acrofobia? Io ne soffro…”

     “Proprio così: probabilmente a lei, da piccolo, è stato comunicato il terrore di cadere dall’alto e ora la fobia le impedisce di affacciarsi da una torre. La sua ragione le dice che non c’è alcun pericolo, ma il ‘folletto’ le crea un malessere che le impedisce fisicamente di affacciarsi.”

     Eraldo medita un attimo e poi chiede:

     “Dunque il mio disturbo è scomparso perché ne ho capito l’origine e perché ormai ho rinunciato alla vacanza? Voglio dire che ora mi sento bene, ma se io decido di partire, il disturbo mi ritorna? Come l’acrofobia che mi disturba sempre appena mi ritrovo in un luogo alto? ma il disturbo sparisce appena rientro in un ambiente chiuso?”

     “Può essere. Ma non è detto. Per lei l’acrofobia, diciamolo in modo banale, è cronicizzata. Le fobie se non curate subito, diventano sempre più difficili da eliminare. Per esempio: ho in cura una signora alla quale da piccola è stato inculcato il terrore dei ragni, è la tipica e diffusa aracnofobia. Lo sa che quella signora non riesce a toccare un ragno nemmeno in fotografia?

Ma il suo problema di ieri è nuovo e penso che l’abbiamo risolto. Provi dunque a partire, ma lei cerchi di essere tranquillo. Lo so che non è facile, per cui le prescriverò un tranquillante blando da prendere al bisogno .”

     “ E se l’equilibrio mi venisse a mancare mentre sto sciando?”

     “Non posso escluderlo, e allora smetterà di sciare e si godrà la vacanza passeggiando, ma poi appena tornato faccia una psicoterapia. Come medico non le prescriverei mai lo sci come medicina, ma la vacanza sì, le farà bene senz’altro perché lei ha bisogno di rompere lo stress della vita quotidiana.”

     “Lei non ha idea di quanto bene mi sta facendo. Non so come ringraziarla…”

     “Mi mandi una cartolina, anzi, meglio ancora, mi mandi dalla montagna un bel ‘selfie con il WhatsApp’ e mi faccia sapere come vanno le cose. Mi sarà utile citare la sua esperienza in uno studio che sto facendo su ‘benessere e senso di colpa’. In fondo è il suo caso. No?”

Agostino G. Pasquali

Scarica il PDF sul tuo computer del precedente racconto di Pasquali "Racconto noir, continua con la seconda serie". Clicca qui.

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