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Viterbo IL RACCONTO Il mio amico si chiama Aristide, ma lo chiamano tutti Rìstide  senza la ‘A’ iniziale, aferesi che nel linguaggio familiare è frequente per i nomi propri
Un racconto di Agostino G. Pasquali

 

     Di solito faccio la spesa una volta a settimana, ovviamente girando con l’auto per supermercati e negozi, ma ogni tanto, se mi manca un solo prodotto oppure se mi serve una scusa per uscire a fare quattro passi (raccomandati calorosamente dal mio medico), scendo in centro allegramente a piedi, compro qualcosa e  poi, sempre a piedi, ritorno a casa, però meno allegramente perché la strada è in salita.

     Ritornando mi fermo volentieri a far due chiacchiere con Rìstide, un amico che  ha un’officina a metà strada, e così prendo fiato e spezzo la fatica.

 

     Il mio amico si chiama Aristide, ma lo chiamano tutti Rìstide  senza la ‘A’ iniziale, aferesi che nel linguaggio familiare è frequente per i nomi propri. È un vero viterbese, giovane di età (ha passato da poco i quaranta) ma è all’antica, cioè tradizionale, e ciò si sente nel linguaggio perché parla in italiano però ogni tanto gli scappa qualche scivolata nel dialetto: tronca i verbi all’infinito, dice ‘propio’ invece di proprio, raddoppia certe consonanti e, per quanto si sforzi di evitarlo, termina in ‘e’ qualche plurale maschile. La viterbesità si vede anche nel suo atteggiamento, rustico, menefreghista e bonariamente sfottente. Se tenete conto che fisicamente è un omone, tipo facchino di santa Rosa, potete facilmente immaginare che è simpaticissimo o, comunque, è meglio considerarlo tale.

     Ieri non era giorno di spesa, ma mi sono accorto che era finita la farina per la polenta. Voi lettori (dico ‘lettori’ al plurale perché penso di averne diversi, ma forse mi illudo) (1), voi lettori -dicevo- penserete che non è una mancanza grave, infatti si può vivere senza polenta e la salute non ne soffre. D’accordo, ma era una buona scusa per uscire.

     Dunque sono andato, ho comprato la farina e al ritorno ho fatto la rituale fermata da Ristide che in quel momento stava ‘sgassando’ per prova un fuori strada, facendolo ruggire e sfumacchiare più di un vecchio pullman del Cotral. Quando mi ha visto ha spento il motore, ha risposto al mio saluto e  ha detto:

     “Era da un po’ che te volevo incontrà per chiedere come va la tua lotta diggitale (2). La sto a fare pur’io ‘sta lotta, ma la mi lotta non è propio come la tua: io, coi telefonini vò d’accordo. È co le pile del rasoio che m’arrabbio.”

     “Ah, dunque tu leggi i miei racconti? Mi fa piacere…”

     La cosa mi ha stupito perché so che Ristide non ama la lettura in genere, tanto meno quella ‘on line’ al computer. Lui è un praticone, lavora in questa sua officina di riparazione auto e nel tempo libero fa sport e va a pesca, ma legge poco e gli unici stampati che lo interessano sono: Quattroruote,  i volantini del supermercato e, a dicembre, i calendari con le donne nude. In coerenza con questi suoi gusti mi ha giudicato e condannato così:

     “Se  leggo li racconti? Non te montà la testa. So che scrivi robba perché me l’hai detto te, e solo per  dovere d’amico ho letto qualche cosa, per darti soddisfazzione. È robbetta d’altri tempi, romanticherie, robba pe’ chi ha tempo da perde. E poi non ce metti  il ‘pàtose’(3), non scrivi mai de  ‘na guerra, un ammazzamento… ‘na scopata co’ una bella trojona. Ma però ammetto che la ‘lotta diggitale’ m’ha divertito. Allora che me dichi? Continua ‘sta lotta?”

     Ho fatto finta di non aver afferrato il suo giudizio deludente e gli ho risposto:

     “In questo momento c’è armistizio e spero che duri. Ma tu mi dicevi… le pile del rasoio?”

     “Ah, sì! Non ne posso più di ricaricà le pile. È  che sò quasi sempre scariche, e sò scariche propio quanno ho prescia. L’indicatore dice: metà carica. Allora sto tranquillo perché la prima metà è durata du’ giorni, dunque non mi preoccupo… E invece sbajo! Dopo un par de menute ècchete la scritta maligna lampeggiante ‘Batteria scarica’ e l’apparecchio si smorza. Àmmene!”

     Mi metto a ridere, ma non ride Ristide che continua:

     “Guardami ‘n faccia. Non noti gnente?”

     “Boh! Mi sembra tutto normale. Però… aspetta… hai la barba lunga! Ma non è la prima volta che ti vedo così. Ogni tanto te la fai  crescere, poi te la tagli ma lasci i baffi, poi ti levi anche i baffi ma allunghi le basette. Sei un barbuto variabile. Se a te piace, non ci vedo niente di male.”

     “Va ‘bbè. Andiamo nell’ufficetto ché così ti spiego. Intanto ti offro un caffè. C’ho messo una macchina nova a cappusule, che così non ce l’ha manco Clooney e manco Brignano.”

     Normalmente io diffido del caffè non tradizionale. A me piace l’espresso fatto con la macchina espresso-bar, con i chicchi macinati finemente, possibilmente macinati al momento: una dose  abbondante e ben pressata. Il primo piacere del caffè sta nel sentirne il profumo già nell’atto di dosare la polvere. Diffido delle capsule a contenuto predeterminato come le medicine monodose.  Le cialde, poi, mi ricordano i cachet Fiat di una volta, quelli per curare ogni tipo di dolore.

     Ristide ha preparato il caffè, e devo ammettere che era proprio buono, poi ha ripreso a raccontare:

     “Ho già buttato via tre rasoi elettrici, quelli a pila ricaricabbile, tutti in ottimo stato, ma tutti inservibbili perché ad un certo punto le pile non se ricaricano più e non c’è possibbilità di sostituirle. So’ siggillati.”

     “E tu usali con la corrente. Vanno bene lo stesso. In fondo un filo volante non è un gran fastidio.”

     “Dici? Forse a casa tua. Quando ho comprato la casa qui sopra, dove abbito, il bagno era stato rifatto da poco dal vecchio propietario, che era un tipo ossessionato dalla paura de la scossa elettrica e aveva messo la presa di corrente lontana dall’acqua e quindi dal lavandino co’ lo specchio. Sì, ci arrivo alla presa, ma appena appena, così il cavetto resta teso e si stacca di continuo dal rasoio. Mica posso farmi la barba a rate, a impulsi… e poi, con la guancia destra va ancora bene, ma per la sinistra  mi tocca sta’ tutto storto che me viene il torcicollo e me vedo male nello specchio…”

     “E allora?”

     “Allora tre giorni fa, rasoio scarico, pila così moribbonda che se la ricaricavo durava solo cinque secondi, ho deciso di aprire ‘sto rasoio per cambiargli la maledetta pila. Guarda che te guarda, non ho trovato una vitarella, uno spinotto che se potesse levà per aprire. Era tutto un blocco siggillato e ‘ncollato. Dato che ho conservato il foglio di istruzioni e di garanzia, scaduta naturalmente, l’ho consultato per vedere se spiega come si smonta la pila. Ce l’ho qui il foglio, guarda che dice. Anzi te lo leggo io. Stai a sentì:

“Le batterie sono inquinanti per l’ambiente e vanno smaltite negli appositi raccoglitori.

Come togliere le batterie esaurite:

- Munirsi di idonei attrezzi, scollare le guance gommate e forzare il guscio del rasoio.

- Attenzione: l’operazione può comportare rischio di lesioni.

- Attenzione: dopo che è stato aperto, il rasoio è inservibile, non deve essere richiuso, ma smaltito come rifiuto riciclabile secondo la normativa locale.”

     Hai capito ‘sti paraculi de produttori? Come fai, fai male. Sei sempre costretto a comprare un rasoio novo. E poi se preoccupano dell’inquinamento! Ma stavolta non me fregano.”

     Ho chiesto:

     “E che hai fatto? Che fai? Ritorni alle Gillette?”

     “In prìmise ho preso un martello e ho spaccato il rasoio pe’ levà le pile. In secùndise non me taglio più la barba con nessun tipo di rasoio. Ecché? per non farmi fregare dai tedeschi del rasoio elettrico, mi faccio fregare dagli americani delle lamette? che poi, gratta gratta, è tutta robba ‘Made in China’. Quando la barba diventa troppo lunga, me l’accorcio con le forbici. Anzi t’avverto che se non mi vedi per un po’ di tempo e poi capiti qui e ci trovi un incrocio tra Giuseppe Verdi e un uomo di Neanderthal, non ti devi spaventà. So’ io.”

     “Va bene. Me ne ricorderò. Grazie per il caffè e… ciao, Neanderthal.”

Agostino G. Pasquali

 

1) Infatti trovo un solo ‘mi piace’ in testa ai miei racconti. Dedico un grazie a questo ignoto e fedele lettore. Confido però che i lettori siano più d’uno, ma agli altri il racconto evidentemente non piace.

(2) Ristide si riferisce al racconto ‘Lotta continua digitale’ pubblicato su questo giornale l’8 ottobre scorso. Per leggerlo cliccare qui sotto:

 www.lacitta.eu/cronaca/14861-il-racconto-lotta-continua-digitale-continua.html

(3) Ovviamente intendeva dire ‘Pathos’.

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