Opportunità di cucinare autonomamente in struttura o di avere il catering a base delle nostre bio-produzioni, possibilità di pernottamento in struttura

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Viterbo STORIA
Vincenzo Ceniti

1958 Legge Merlin: chiudono le case di tolleranza. Smobilitate anche le due della nostra città. Addio Wanda!

Sessant’anni fa, nel febbraio del 1958, la senatrice socialista Angelina Merlin assestava il colpo di grazia ai bordelli di Stato con la legge n° 75 (385 favorevoli e 115 contrari) che venne però applicata solo sette mesi dopo, il 20 settembre (Governo Fanfani) con la materiale chiusura di 560 case di tolleranza in cui erano ospitate circa 2700 prostitute.

Fra i tanti oppositori ci fu Indro Montanelli che nel 1956, in odore di chiusura, aveva già pubblicato un pamphlet dal titolo emblematico “Addio Wanda!”.

Ad oltre mezzo secolo da quella storica data diamo uno sguardo rétro alla Viterbo di allora che contava ufficialmente due “case”, come ricordano i più stagionati: una in via Cacciamele ( “affluente” di via Mazzini), ed una in via Faul (prosecuzione di via Valle Piatta).

“Casino”, sinonimo di confusione, disastro, imbroglio, abbondanza, è pronunciato nel linguaggio comune di oggi con disinvoltura e leggerezza soprattutto dai più giovani. Non è escluso che presto entrerà nel vocabolario della lingua italiana. E pensare che fino a qualche decennio fa veniva considerato una parola sconveniente e chi la pronunciava passava per ignorante e cafone.

Peggio se era sulla bocca ad una ragazza. Perché? Perché voleva dire sesso proibito, case di piacere, lupanari, bordelli, postriboli, “signorine” e maitresse, termini tutti evocati magistralmente nell’indimenticabile film di Mario Bolognini “Arrangiatevi” con Totò e Peppino De Filippo uscito nel 1959, all’indomani di quel fatidico giorno.                                                                                                  

 

Un bordello, clienti in attesa

La più economica era la “sveltina”

Il “Casino” di via Faul aveva una stella in più dell’altro, dovuta ad un arredamento più raffinato e soprattutto alla “qualità” delle signorine. Di conseguenza si pagava di più, con tariffe che superavano le comuni 200 lire post guerra a prestazione. Ecco le colorite declinazioni di un piccante menu: “sveltina, normale. mezz’ora, un’ora”.

In ogni caso arredamento pacchiano con divani consunti, raffigurazioni eccitanti dipinti anche sui muri, un banco accettazione dove agiva la maitresse (di solito “fuori servizio” per l’età), il tariffario delle prestazioni con prezzi rapportati al tempo di “consumo”, una radiolina che diffondeva musiche soft. Nulla da dire sull’igiene, costantemente controllata dalle competenti autorità. Fuori dell’ingresso si faceva notare un logoro vespasiano per la minzione d’ordinanza.

In quanto alle “signorine”, che cambiavano ogni “quindicina”, si facevano largo servette, sartine, commesse, orfane, contadine, figlie di famiglie numerose provenienti, tutte, dai ceti sociali più bassi. Sapevano essere pazienti e materne con gli sbarbatelli alla prima prova. Abbigliamento da avanspettacolo fatto di veli, reggicalze, gonne con ampi spacchi e tacchi a spillo. Ricordo che fuori della porta di accesso, sulla strada, in alcuni momenti della giornata s’adunava una folla di minorenni (per entrare occorrevano 21 anni) che sospiravano tra schiamazzi e risate il raggiungimento della maggiore età. Spesso ci pensava la polizia a diradare lo sciame con minacce di arresti.

 

Tra i clienti molti attempati e qualche religioso

E i clienti? Soprattutto militari e giovani desiderosi delle prime esperienze amorose. Per disinibirsi dicevano alle occasionali compagne d’amore “la mia fidanzata non me la dà e allora vengo qua”. Ma anche attempatelli di ogni ceto alla ricerca di quelle emozioni che le povere e timorate mogli (considerate alla stregua di minestre riscaldate) non erano più in grado di garantire. In questo caso si aggiravano per via Cacciamele e via Faul con maggiore circospezione e cautela per non essere visti e riconosciuti.

Erano gli anni di una Viterbo sonnolenta e bacchettona dove i preti gestivano le anime dei fedeli con lo spauracchio dell’Inferno e il sesso, fuori dal matrimonio, era un peccato grave che portava diritto al fuoco eterno. In ogni caso non era esclusa tra i frequentatori la presenza ogni tanto di qualche religioso opportunamente in borghese.

C’è da dire che con le “case chiuse” era meno evidente per le strade di periferia quell’andirivieni di prostitute che negli anni successivi al cinquantotto avrebbero infoltito le zone di porta Romana e quelle di accesso alla città, peraltro sorvegliate a vista con qualche difficoltà dalle “pantere” della polizia. Dicevamo della presenza di due bordelli regolarmente registrati, ma l’abusivismo era dilagante. Le case clandestine funzionavano soprattutto nei paesi dei dintorni.

 

Bordelletto comunale con tanto di “badessa”

I precedenti non mancano. Pensiamo al “Bordelletto” trecentesco di proprietà comunale dietro il palazzo del Podestà. La gestione era affidata ad una donna di fiducia del Comune detta la “Badessa”. C’era un regolamento da rispettare: niente liti e urla, niente prestazioni nei giorni di Pasqua (soprattutto il Venerdì Santo), totale obbedienza ai controlli medici ed altro.

Viterbo Via del Bordelletto negli anni '30, oggi è Via dei Magazzini in cui si accede da Via Roma (Archivio Mauro Galeotti)

Le presunte “pettatrici” di dantesca memoria non saranno state proprio loro, le “peccatrici”, relegate al Bulicame per non “infettare” le fontane della città? Tentò di porvi rimedio il magnanimo mastro Fardo di Ugolino che da uomo timorato di Dio fece costruire nei pressi del postribolo a proprie spese un piccolo ospitale (l’attuale Chiesa di Santa Maria della Salute) per la redenzione e la cura delle giovani prostitute che non venne però mai frequentato. Preferivano il bordelletto comunale.

Leggo da qualche parte che alla fine dell’Ottocento le autorità comunali, ben più concretamente, attrezzarono in città un dispensario anticeltico provvisto di un severo regolamento per la profilassi delle malattie veneree. Leggo anche di disposizioni che rendevano obbligatoria in quegli anni l’iscrizione delle prostitute in registri tenuti dalle autorità di P.S.

Oggi con internet a portata di mano, whatsapp, le escort a pronta presa, le chat ed altre diavolerie tecnologiche, i sessant’anni della legge Merlin passano del tutto inosservati. I più giovani non sanno neanche di che cosa stiamo parlando. Eppure qualche decennio fa i nostri padri e i nostri nonni hanno vissuto quelle atmosfere cui si guarda oggi con un pizzico di nostalgia, quando il “proibito” aveva altri significati. Il prete non fa più timore, le giovani sono più disinibite e la salute pubblica è più protetta. Ma altri drammi si abbattono sull’universo donna. Non solo femminicidi. Visto come siamo combinati, quelle “signorine” delle “case chiuse” ci fanno più tenerezza.  

 

 

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