Questa è Norchia, il sito archeologico tutto da scoprire,

le tombe, il torrente, la vegetazione, la pista ciclabile

visite guidate e tanta tanta natura

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Viterbo STORIA
Mauro Galeotti

La Chiesa della Ss. Trinità agli inizi del 1900 (Archivio Mauro Galeotti)

Ingresso al Chiostro della Trinità, frate Pietro dà da mangiare ai poveri della città (Archivio Ss. Trinità)

Alla fine della storia, tratta dal mio libro L'illustrissima Città di Viterbo edito nel 2002 a Viterbo, sono 30 foto dell'amico fotografo Ezio Cardinali che ringrazio con tutto il cuore.
Non ho aggiornato il mio scritto, l'ho lasciato come uscì nel 2002, piccolissime sono le variazioni da allora ad oggi, come lo spostamento del Rettorato dell'Università della Tuscia.
Per scrivere il libro ho impiegato venti anni della mia vita, il testo è libero per tutti, unica cosa che chiedo è essere almeno citato in caso di una vostra pubblicazione. Tutto qui. (m.g.)

Chiesa della santissima Trinità

Ecco la storia e la descrizione della Chiesa della santissima Trinità, più nota ai Viterbesi come Santuario della Madonna Liberatrice, per la venerazione di una immagine della Vergine che vi si conserva.

La primitiva chiesa e il convento, costruiti dai Padri Eremitani Agostiniani, risalgono al 1237 e si ha memoria dell’acquisto di un terreno presso Porta Bove il 18 Ottobre 1256. I lavori di costruzione furono compiuti nel 1257 e l’anno successivo, il 2 Giugno, papa Alessandro IV consacrò la chiesa con gran pompa, predicò alla popolazione ed elargì numerose indulgenze.

Il fatto si commemora con una iscrizione, posta un tempo sulla porta maggiore, oggi conservata nel chiostro. Scrive Giuseppe Rotondi:
«Cresceva intanto la fama dei Padri e l’importanza del Convento, e così nel 1275 fu destinato come casa di studio, e venne eletto primo Reggente di essa il P. Fra Leonardo da Viterbo, maestro del dottissimo Beato Giacomo da Viterbo. Nel 1277 poi si celebrò il Capitolo Generale di tutto l’Ordine Agostiniano, per l’elezione del P. Generale e degli altri Superiori maggiori di detto Ordine».

La chiesa era orientata al contrario di come si vede oggi, ossia, la facciata era dove ora è la parte posteriore e vi si accedeva dal punto ove è piantato oggi il campanile, come risulta dalla Pianta di Viterbo del Ligustri del 1596. L’antica posizione della chiesa si vede molto bene anche da una stampa del 1690 circa della quale tratto appresso, si notano le mura merlate alla ghibellina della Città di Viterbo, il convento coll’ingresso posto a sinistra dell’entrata della Chiesa della Trinità e il campanile a vela con cinque monofore e tre campane.
La strada che fiancheggiava la chiesa era detta Via dello Spirito santo.

Il cappellano papale di Novara maestro Campana, o Campano, come scrive Agostino Bonanni, giunto al termine della sua vita, nel testamento del 9 Settembre 1296, ordinò all’erede Gerardo, vescovo di Sabina, di edificare a sue spese nella chiesa sul lato sinistro, una cappella da dedicare a sant’Anna, ove desiderava essere sepolto. Secondo alcuni storici durante i lavori venne alla luce, su una parete, l’immagine della Madonna, ma per Bonanni e Rotondi invece quella figura fu eseguita nel momento dell’erezione della stessa cappella.

Nel 1312 si tenne nel convento il Capitolo generale dell’Ordine e ciò denota l’importanza che ormai aveva assunto il complesso religioso ma, come se ce ne fosse stato bisogno, accadde un fatto soprannaturale per aumentarne la notorietà.
Infatti, l’immagine della Madonna ivi venerata, prese notevole importanza quando, il 28 Maggio 1320, la figura di Nostra Donna salvò i Viterbesi da una paurosa apparizione di demoni col corpo di corvi, nottole e aquile facendoli annegare nella pozza del Bullicame, dopo il voto espresso dal popolo.

Della Tuccia scrive:
«Alli 28 di maggio fu il memorabile miracolo della Madonna santissima della Trinità che liberò Viterbo dalle mani de’ diavoli, di cui l’aria tutta era piena, e gridavano voler [s]profondare la città. 
Ma la Vergine misericordiosissima, che sta dipinta nella cappella di S. Anna, apparve a molti eremiti e incarcerati, omini da bene, dicendoli che andasse a quella cappella tutto il popolo con luminarie e sariano liberati. 
Correndo tutti della città con molta devozione, compunzione e penitenza conforme aveva comandato la Vergine pietosa, furno visibilmente veduti tutti demoni buttarsi con urli orrendissimi nel bullicame: e da tutto il popolo fu riconosciuta la similitudine della santa figura con la quale era apparsa la Madonna».

Per quel miracolo la Cappella di sant’Anna fu da allora detta della Madonna. Tale fu la venerazione suscitata dall’inusuale fatto che la Magistratura cittadina, a spese pubbliche, nel 1320, fece realizzare in un masso d’argento, il rilievo della Città di Viterbo, pesante ben quattordici libbre, e lo donò alla Madonna per riconoscenza.

Lo ricorda anche Feliciano Bussi († 1741) e scrive, che fu ordinato da allora in poi, che quel dono fosse portato in processione ogni anno, nel secondo giorno di Pentecoste e «che fu appunto la prima processione, che incominciasse in Viterbo di tante, che ora ne vanno per la Città; essendosi particolarmente anche voluto, che in tal’occasione per memoria dell’orrenda tenebrosa oscurità della già descritta notte si formasse una frascata di rami di alberi, fra loro sì strettamente uniti, sicchè oscurar dovessero tutto quel tratto di via che si è dalla parte, che dicesi la Porticella fino alla Chiesa sudetta; la qual processione si seguita anche a nostri tempi [1740 c.], ma non già tale frascata, per essere stata la medesima da moltissimi anni addietro posta in disuso». 

Comunque già al tempo del Bussi questa tradizione ornamentale non veniva più realizzata.
Era giunta così lontana la venerazione alla Madonna Liberatrice, scrive Augusto Egidi su Il Tempo del 4 Giugno 1954, che «lo attestano ancora, tra l’altro, le lunghe catene con i ferrei ceppi che venticinque prigionieri cristiani, scampati miracolosamente alla schiavitù dei Saraceni nella lontana Barberia, vollero portare in dono alla Madonna Liberatrice alla quale, non invano, si erano rivolti».

Il 30 Maggio 1344 il Comune, nel disporre lo Statuto delle processioni, dette ordine che si effettuasse una processione celebrativa ogni lunedì di Pentecoste da comunicare al popolo otto giorni prima a suon di tromba. Ma i tempi si dimostrarono duri sia per la sussistenza dei frati che «per i bisogni di Santa Chiesa» e così nel 1379 i religiosi furono costretti a disfare il dono d’argento riproducente la città, che successivamente fu sostituito con un altro simile, ma più piccolo, il quale veniva portato ogni anno in processione. 

Forse si tratta della città in rilievo offerta dai Priori nel 1773, quando fu portata nella processione di Pentecoste di quell’anno. Poi, all’inizio del XIX secolo, scomparve anche questa assieme a tanti altri oggetti preziosi, a causa dell’avvento delle truppe francesi che, oltre a cacciare i frati, fecero numerose razzie.
Scrive nel 1942 padre Giuseppe Rotondi che un fac-simile del suddetto modello è ricamato sullo stendardo processionale della Trinità ed un altro in rame dorato è situato (1942) nella Cappella della Madonna Liberatrice su in alto sotto il cornicione, sopra al baldacchino dell’altare.

Nel 1407 - 1408 si menziona una tabula pitturata per l’altare maggiore e nel 1430 si cita ancora una tavola dipinta da mastro Francesco. Giuseppe Signorelli afferma che in quell’anno Francesco d’Antonio detto il Balletta eseguì un dittico per chiudere l’edicola della Madonna Liberatrice.
La chiesa antica era di dimensioni più ridotte e di stile romanico, conservava all’interno affreschi non privi di importanza del pittore Renzo di Cola (secolo XV). Nel 1422 un incendio la distrusse, furono divorati dalle fiamme il soffitto e le travature «per modo che la chiesa - scrive Bonanni - divenne un mucchio di rovine, e che fu un miracolo se l’imagine della Madonna rimase intatta».

Papa Martino V inviò centocinquanta fiorini d’oro per poterla restaurare e un altro intervento di ammodernamento rivolto al convento, fu eseguito nel 1458, quando aveva l’ingresso preceduto da un porticato.
Nel 1466 è nominata la Cappella di santa Monica, mentre una «figura della N. Donna» è citata nel 1494 dipinta su tavola da tale Sebastiano. Lavori di intonacatura e imbiancatura delle pareti della chiesa si effettuarono nel 1507, fu restaurata per volere del cardinale Federico Sanseverino, il quale fece doni preziosi alla Cappella della Madonna.
Il 30 Settembre 1508 fu ospite nel convento papa Giulio II che venne ricevuto dal cardinale Egidio Antonini, il quale nel 1511, a seguito del Capitolo generale tenuto nel convento, fu rieletto generale dell’Ordine.

Il 28 Maggio 1511 era a Viterbo il cardinale Alessandro Farnese, in occasione del Capitolo generale di cui sopra, questi volle fosse rappresentato l’avvenimento, accaduto il 28 Maggio 1320, del miracolo della liberazione della città dai demoni.
Scrive a tal proposito Augusto Egidi su Il Tempo del 4 Giugno 1954:
«si svolse, con grande apparato, in piazza del Comune, la quale / come narra il cronista / fu fatta “con arte mirabile oscurar tutta talmente che pareva appunto quell’oscurissima e tenebrosa notte, dove con artificio meraviglioso fecero venire impetuose tempeste, vento, grandissimi tuoni e lampi, avendovi fatto fare il bullicame similissimo a quello che hoggi si vede naturale, i demoni che gridavano le stesse parole e che si precipitavano nel bullicame; ed allora tutta la piazza s’illuminò e restò chiara e lucida come prima”. In quell’occasione, per strana coincidenza, predicò nella chiesa della Trinità un fraticello venuto dalla Germania, che, purtroppo doveva diventare un famoso eresiarca, Martin Lutero».

Il 5 Aprile 1540 fu costituita la Confraternita del ss. Nome di Gesù e il 26 Luglio vennero concesse alla stessa le Chiese di sant’Anna e di san Donato.
Vari furono gli interventi divini richiesti alla Madonna dai Viterbesi, per esempio nel 1577 le cavallette devastarono le campagne con la conseguente carestia, i Viterbesi pregarono tanto la Madonna, la pregarono per due mesi interi ed ottennero così la grazia. Infatti le cavallette se ne andarono e furono inevitabilmente offerti due ricchi palii e un ternario di lama d’oro al santuario. Ma la vita è fatta soprattutto di cose da mangiare e nel 1603 per realizzare una colombara fu concesso un torrione ad uso dei frati del convento.

Le famiglie De Angelis e Musacchi nel 1621, avevano la sepoltura presso la porticella verso oriente.
La Cappella di santa Margherita è menzionata nel 1636 e del 1641 è la statua lignea che raffigura la Madonna Liberatrice. Quest’opera fu eseguita da Natale Fiammingo che ricevette un compenso di trentacinque scudi; fu collocata sulla loggia del Palazzo del podestà, quando Viterbo era minacciata dalla guerra di Castro.

Riferisce Agostino Bonanni:
«Dì e notte innanzi ad essa ardeva una lampada a spese del comune. Sul cader del giorno, al suono della campana, si apriva la loggia e, accese le candele, s’invitava a suon di tromba il popolo a rendere omaggio alla sua Signora e Protettrice Maria. Non si può con certezza affermare che quella statua fosse inalzata a rappresentare la Madonna della Trinità, perchè il decreto che stabilisce questo culto non si è potuto trovare. E’ certo però, e tutti ne convengono, che quando il popolo ogni sera mandava il saluto a Maria, in questa Imagine intendeva venerare la Madonna Liberatrice».

La statua fu tolta nel 1873 dal Palazzo del podestà e fu portata nel Monastero di santa Rosa, negli anni ‘40 del XX secolo era conservata nella Chiesa di sant’Ignazio, oggi è al Vescovato, nella Sala Gualterio.

Nel 1643 - 1645 esistevano in chiesa gli altari: maggiore, dei santi Pietro e Paolo, della Madonna, della Consolazione, di santa Margherita e di sant’Agata e san Niccolò. Nell’altare della sacrestia era conservata la reliquia di san Dionisio e compagni già nel 1647. Dieci anni dopo, durante la pestilenza, il convento fu adibito a lazzaretto e i frati furono costretti a dimorare nel Palazzo Bussi.

Giuseppe Signorelli, nel manoscritto sulle Chiese di Viterbo, annota che nel 1689 ricoprì la carica di priore del convento padre Valerio Lingeri, autore di una storia della Madonna Liberatrice stampata a Viterbo, nel 1681, da Pietro Martinelli.
A questo religioso si deve una bella ed importante stampa realizzata su lastra di rame raffigurante il Convento della Trinità prima della ricostruzione settecentesca. Si tratta della rappresentazione del miracolo della Madonna Liberatrice avvenuto nel 1320.

A destra tra le nubi è la Madonna col Bambino che incitano, a mezzo di un cartiglio con le parole «Andate alla SS. Trinità», i fedeli in cammino verso la chiesa stessa. In basso un demonio, che sorvola la Città di Viterbo, tiene nella mano destra un altro cartiglio con scritto «All’Inferno».

Nella realizzazione panoramica di Viterbo si notano chiaramente la Chiesa di sant’Agostino, quella della Trinità con il convento e le vicine mura con le torri aperte all’interno, come è la Torre - porta Bove. A sinistra nel cielo sono i demoni che si stanno schiantando nella sottostante cavità del Bullicame.
Tra gli stemmi di Viterbo e del Convento della Trinità è la scritta:
La miracolosissima im(m)agine della Madon(n)a santissima Liberatrice della Città / di Viterbo nella Chiesa della Santiss(i)ma Trinità de PP. Agostiniani della mede(si)ma Città / Dedicata All’Illu(strissi)mi Sig(no)ri Conservatori, e Magistrato dell’Illu(strissi)ma Città di Viterbo Dal P(ad)re bacc(ala)re Valerio Lingerij da Viterbo Agostin(ian)o / priore.

La concessione di sassi da prelevare da un torrione in disuso, per impiegarli nella riattazione del dormitorio, è del 1690. All’inizio del 1703 in Italia vi furono vari terremoti, anche a Viterbo la scossa tellurica si fece sentire tanto che il 14 Gennaio, ad «un’ora e mezza di notte», i Viterbesi si rivolsero in preghiera alla Madonna organizzando anche una processione a cui partecipò un gran numero di popolani, almeno novemila persone. 

Ancora il 2 Febbraio dello stesso anno avvenne un’altra scossa, il popolo allora si recò in processione alla Trinità e il 9 Febbraio furono distribuite ben dodicimila comunioni, tanta fu la partecipazione della popolazione. Con le offerte raccolte fu fatta una grande lampada con l’iscrizione:
Ex anulis virorum civium viterbiensium ac mulierum a D. Maria Liberatrice liberatorum a terraemotu anno 1703, e furono spesi centoventi scudi per le candele, che restarono accese giorno e notte. 

A ricordo il Comune fece scolpire una lapide che nel 1942 era nel presbiterio a destra, sotto il nuovo organo, così riferisce Giuseppe Rotondi.
Il tempio risultò inadeguato alle esigenze dei fedeli, o molto probabilmente i frati si lasciarono influenzare dallo stile barocco, quindi fu decisa la costruzione di una nuova chiesa più ampia. Ma nella demolizione della vecchia, il 6 Marzo 1727, prima di staccare l’affresco della Madonna Liberatrice, per poi ricollocarlo a degna dimora, fu chiamato il vescovo Adriano Sermattei, in carica dal 1719 al 1731, il quale volle fosse fatta una accurata descrizione della sacra immagine, di cui riferisco appresso.

Il vescovo di Viterbo, Adriano Sermattei, il 26 Luglio del 1727 pose la prima pietra della chiesa odierna; della ricostruzione se ne parlava già dal 1725, poiché la vecchia, come visto, era giudicata «incapace e deforme». L’opera fu progettata dall’architetto romano Giovan Battista Gozale e il suo disegno fu realizzato dai maestri Giuseppe Prada, scultore e architetto († 1756), e Giuseppe Spinedi, mastro muratore, venuti a Viterbo dove eseguirono numerosi lavori.

Nel 1747 la nuova chiesa non era ancora stata benedetta a causa dei danni subiti dalle truppe straniere e, solo nell’Ottobre del 1748, l’affresco con l’immagine della Madonna Liberatrice fu trasportato dalla Cappella di san Guglielmo, ove era stato, nel frattempo, posto provvisoriamente, nella nuova Cappella della Madonna Liberatrice, dove lo vediamo oggi.

La consacrazione della chiesa si tenne il 20 Luglio 1750 per mano del vescovo di Monte Ilcino Bernardino De Cianis. Le dimensioni del tempio sono cinquanta metri di lunghezza e ventotto di larghezza.
Tra i nomi di rilievo vi fu sepolto il pittore romano Ludovico Mazzanti, nato a Roma il 5 Dicembre 1686 e morto a Viterbo il 29 Agosto 1775, fu adagiato nella sepoltura di casa Zazzera, con la quale aveva rapporti di parentela.

Il 20 Febbraio 1798, papa Pio VI, condotto prigioniero dai napoleonici in Francia, dimorò nella torre della cinta muraria, che da quel dì fu detta appunto di Pio VI, e che si trova presso la cisterna eretta nel 1507. La memoria di tale importante e sofferta presenza è in una iscrizione nel convento.
Per altri dimorò, invece, in convento e la sua camera da letto fu ridotta a cappella domestica. Il papa il 22 Febbraio, dal balcone posto sopra l’ingresso del chiostro, impartì la benedizione al popolo e prima di partire da Viterbo volle far visita al corpo di santa Rosa.

Possiedo una bella stampa da lastra di rame, abbastanza ampia, con la Madonna Liberatrice in una cornice con volute e decorazioni floreali, ove al di sotto di uno stemma, che raffigura una torre che nel cielo ha, a destra, il sole e, a sinistra, una stella, è scritto:
Vera imagine di Maria Vergine Liberatrice che si venera nella / Chiesa della SS.ma Trinità di Viterbo dell’Ordine Eremitico / di S. Agostino / Dedicata al reverendissimo Padre Maestro Agostino Gioia Generale del predetto Ordine e / et esamminatore de’ Vescovi.

La chiesa ed il convento nel 1800 furono dichiarati inagibili, poiché divennero quartiere delle truppe francesi che cacciarono i religiosi.
Con notificazione del 5 Aprile 1830, Giacinto Clementi, nelle veci del delegato apostolico, Gennaro Sisto, ricorda che «Per il gettito dei sterri, ceneraccio, o macerie restano assegnati quattro siti, cioè dietro la chiesa dei PP. Agostiniani [nel] luogo detto il cavone» e inoltre alla Fonte di Capone, dietro la Chiesa del Gesù e a Faul, ciò a prova che questi luoghi erano poco frequentati dalla popolazione.

Nel 1873 i frati subirono di nuovo l’allontanamento dalla loro residenza per la soppressione dei conventi e, il 28 Settembre 1874, furono consegnati i libri del convento al sindaco di Viterbo per la Biblioteca comunale. 
Solo in seguito gli Agostiniani riuscirono a riscattare chiesa e convento acquistando dallo Stato Italiano, ciò che era già loro; ritornarono nel Maggio del 1899.
Agli inizi del secolo XX fu istituita in chiesa la Pia unione delle madri cristiane aggregata a quella di Roma. L’oggetto dell’Unione era quello «di moltiplicare le grazie che implorano le madri Cristiane», il direttore era il priore pro-tempore degli Agostiniani.

Chi offriva almeno tre lire riceveva una medaglia della Pia Unione in cui era raffigurata Maria santissima alla quale è presentato un bambino dalla madre, con santa Monica in preghiera, e sul retro il Sacro cuore di Gesù.
Lo traggo da un pieghevole, della metà dell’800, che possiedo e che ha sul frontespizio l’immagine della Madonna Liberatrice incisa da Carlo Sella.

Nell’Ottobre del 1934 furono rubati i gioielli che ornavano la Madonna Liberatrice e i fedeli raccolsero il danaro necessario per ornare di nuovo la sacra immagine.

Facciata
La facciata, che si presenta con linee di stile barocco miste alle neoclassiche, risale al 1787, quando Stefano Bellisini, già priore del convento (1769 - 1777) (Agostino Bonanni lo cita come Bellesini), ministro generale dell’Ordine di sant’Agostino, ordinò che fosse rifatta a sue spese.
E’ suddivisa in due ordini, dorico e ionico.

Il portale in peperino con colonne che sostengono il timpano, porta alla sommità di questo la testa di un leone.
Nelle due nicchie a fianco dell’entrata principale, tra quattro grandi colonne addossate al muro, sono le statue in peperino di sant’Agostino, a sinistra, e di san Tommaso da Villanova, a destra, scolpite da Camillo e Vincenzo Pacetti di Roma, poste a dimora dal 10 Gennaio 1788.

Lateralmente si aprono altri due ingressi con cornice in peperino sostenente una lunetta con arco ribassato e con l’architrave ornato da festoni.
Sopra è una grande finestra col balcone riparato da ringhiera, le fanno da cornice due colonne che sostengono un arco a tutto sesto in cui si inserisce il simbolo della Trinità costituito dall’occhio di Dio contornato da angeli, il tutto in travertino.

Ai lati, tra quattro pilastri, sono altre due nicchie con le statue in peperino di santa Monica, a sinistra, e di santa Rita da Cascia, a destra, scolpite dai Pacetti, a conclusione della cornice sono quattro torcieri da cui si innalzano le fiamme.
Il tutto è chiuso da un timpano con al vertice la croce, sui cui spioventi si innalzano altri sei torcieri con fiamme.

Chiostro
All’estrema destra è il chiostro al quale si accede dal portale bugnato eretto per volontà di Giacinto Ciofi, priore del convento e nobile di Viterbo, nel 1625.
Sull’ingresso sono gli stemmi dell’Ordine Agostiniano e del cardinal viterbese Egidio Antonini.
Egidio Antonini

Era nato nel 1469 e morì nella notte tra l’11 e il 12 Novembre 1532. E’ erroneamente individuato col cognome Canisio. Fu filosofo, teologo, letterato, oratore di alta rinomanza, tra le varie sue opere letterarie è da ricordare l’Istoria dei XX secoli. Entrò a far parte degli Agostiniani nel Giugno del 1488 proprio nel Convento della Trinità.
Frequentò l’Università di Padova, studiò a Firenze dove Marsilio Ficino lo ebbe quale allievo. Per le sue particolari doti nei rapporti sociali, fu inviato in qualità di diplomatico a Venezia e a Napoli dove, il 23 Maggio 1507, venne nominato generale dell’Ordine Agostiniano.

Il 1° Luglio 1517, da papa Leone X, fu elevato alla porpora cardinalizia prete del titolo di san Bartolomeo all’Isola, nel 1518 fu inviato in Spagna nella qualità di legato pontificio. In seguito ottenne l’amministrazione di alcune diocesi e il titolo di patriarca di Costantinopoli.
Fu vescovo di Viterbo dal 1523 al 1532, nel cui anno morì il 21 Novembre.
Fu sepolto a Roma nella Chiesa di sant’Agostino in un modesto sepolcro nel pavimento della navata centrale con la scritta: Aegidio Viterbiensi cardinali Gabriel Venetus generalis D.O.M. MDXXXII, fu infatti il generale degli Agostiniani, Gabriele Veneto, ad apporre la lapide.

In alto, sopra l’ingresso, è la scritta: Trino et uno ann. D.ni MDCXXV.

Il balcone soprastante fu fatto costruire nel 1748 da Giuseppe Rossi, priore, e nel Febbraio 1798 su di esso si affacciò papa Pio VI per benedire i Viterbesi allorché stava per essere portato prigioniero in Francia.
Lo stemma della Trinità era un tempo formato da tre monti allineati aventi un ramo di leccio sulle cime di ciascuno. Oggi lo stemma è composto da una mitra con l’IHS ed una freccia che trapassa la mitra.

Il cardinale Egidio Antonini aveva scelto per stemma quello della Congregazione di Lecceto, lasciò i tre monti allineati di cui quello al centro più alto, e sostituì i tre rami di leccio con tre croci, questo perché egli stesso scriveva «abbia sempre innanzi agli occhi i tre monumenti della mia miseria e senta l’amarezza della perduta quiete». Sulle case di proprietà del Convento della Trinità era scolpito un cuore troncato con in capo C S S e in punta T, oppure un tondo sormontato da una croce e all’interno diviso in senso orizzontale con sopra C S S e sotto T, ossia Convento santissima Trinità.

Oltre il portone, per accedere al chiostro, si attraversa un salone che conservava a destra il quadro raffigurante san Giovanni da San Facondo, che ora è in attesa di restauro. Nel detto salone, a sinistra, è fissato con grappe sul muro un architrave con scolpito […] ED. CAR. S. SEVE. L. P. […].
Segue, sul muro, una lapide tombale in peperino del 1578:
D.O.M. / hic iacet / Hier.us Calabre.s / civis Viterbien. / septimus fil. / rt fr êsm. pp. / an. MDLXXVIII

Sulla parete a destra è lo stemma in peperino del cardinale Egidio Antonini, in basso sono alcuni frammenti di architrave, in uno è scolpito l’anno MDLXXII.
Appena varcata la soglia che conduce al chiostro, a destra, in una stanza, il cui accesso ha inciso sull’architrave: Deo et litteris, ossia a Dio e alla letteratura, sono vari quadri.

Vi sono a sinistra: una tela del 1882 di Raffaele Gagliardi, che raffigura santa Chiara da Montefalco mentre benedice il cardinale Pietro Colonna e il quadro di Giuseppe Toeschi il beato Stefano Bellisini, opera del 1906, che sulla cornice in basso ha un cartiglio con scritto: B. Stephanus Bellesini / Ord. er. S. Augustini / parochus in oppido Genestano.

A destra sono i quadri: di Giuseppe Toeschi raffiguranti santa Rita, realizzato nel 1901, e santa Chiara da Montefalco del pittore Giuseppe Sereni, del 1888.

Vi è anche un’opera moderna del pittore Felice Ludovisi e un grande manifesto dedicato al beato Giacomo da Viterbo. Mi ha riferito padre Raffaele Trani che nel 1908 i quadri furono donati al convento da papa Pio X.

Di un chiostro si ha un accenno già nel 1435 e nel 1481 in esso è una fonte. L’odierno chiostro fu iniziato a costruire il 1° Novembre 1513 per opera del viterbese, maestro della pietra, Pier Domenico Ricciarelli, (Bonanni lo chiama Vecciarelli), grazie al cardinal Egidio Antonini, il quale in esecuzione del testamento del cardinale Fazio Santoro (1447 - 1510), viterbese, vi impiegò le trentasei colonne monolitiche, che dieci anni prima quest’ultimo aveva fatto cavare per ampliare la chiesa, progetto mai realizzato. Alla base di alcune colonne sono scolpiti: la pannocchia di granturco, il coniglio, un fiore, la pera, la ghianda, il cuore con la fiamma e il pastorale (stemma della Trinità), le foglie, la tartaruga e l’anno 1998, memore di un restauro.

Il chiostro di foggia rinascimentale, di forma quadrata, è il più bel chiostro di quel periodo in tutto l’Alto Lazio. 
Terminato nel 1514 comportò una spesa di mille e dieci ducati d’oro. Conserva al centro una fonte la quale è incassata nel pavimento a lastre di peperino poste a dimora da frate Maurizio, viterbese, converso agostiniano che, il 1° Agosto 1703, portò a termine quel lavoro.

Al piano superiore, nel lato verso sud, prospiciente la chiesa, si apre un loggiato, del 1637 - 1638, coperto dal tetto, con nove archi a tutto sesto sorretti da dieci snelle colonne in peperino con capitello ionico e con parapetto a colonnine.
Sulle pareti interne, a pian terreno, sono affrescati Fatti della vita e dei miracoli di sant’Agostino divisi in quarantaquattro quadri, eseguiti verso il 1611, dal romano Marzio Ganassini. 

Mentre altrettante lunette sono attribuite a Giovan Giacomo Cordelli, nato a Viterbo, come mi riferisce Noris Angeli, nel 1584 e morto il 4 Agosto 1622, eseguite su commissione testamentale del nobile concittadino Giacomo Nini che con atto del 9 Dicembre 1594 lasciò duecento scudi seguiti da altro lascito di centocinquanta scudi.
Del Nini si nota in più luoghi lo stemma gentilizio formato da due rose bianche in alto, una in basso tagliato da una fascia d’oro in campo azzurro.
Il pittore Cordelli nel 1616 era in Francia, morì a Viterbo dopo il 1633 e fu sepolto nella Chiesa di san Francesco a sinistra di chi entra, ove era anche l’epigrafe a lui dedicata.
Sono queste le raffigurazioni nel chiostro, con tanto di distico in latino, nei rispettivi riquadri la cui posizione indico col numero seguito da parentesi.
1) vi è la scritta sotto allo stemma della famiglia Nini, Nini familiae stem­a,(~ sulla m), e Iniustis Gyarae [isola delle Cicladi] bonis asilum / hinc / prudens apium petas Opheltis, che Scriattoli traduce così Questo luogo (il Noviziato) sarà ai tristi un carcere, ai buoni un asilo, quindi è bene che tu (che qui entri) sii prudente perchè possa meritare di essere coronato con l’appio di Ofelte».

Sull’architrave del portale sottostante è scolpito Intrate spectatores exite imitatores, vi è anche incisa la memoria in latino di un frate Orazio viterbese che fece eseguire il portale stesso nel 1607:
Frater Horatius V. fecit facere MDCVII.
2) il matrimonio di Monica con Patrizio di Tageste, genitori di Agostino.
3) la nascita di Agostino. 
4) Agostino è inviato agli studi e viene sottoposto ad un professore.
5) Agostino svolge le funzioni di professore a Cartagine. 
6) Monica riceve le assicurazioni dall’angelo in merito alla futura sorte di Agostino.
7) Monica che prega Agostino il quale senza che ella ne fosse a conoscenza, naviga verso Roma, lasciando la madre di lui in Africa.
8) Agostino è professore a Roma. 
9) Agostino va a Milano per insegnare.
10) Agostino è a Milano e incontra sant’Ambrogio. 
11) Agostino insegna rettorica.
12) la madre di Agostino raggiunge il figlio a Milano.
13) Agostino e la madre assistono alle prediche di sant’Ambrogio. 
14) Agostino è seguace e studioso di Platone.
15) a seguito di ispirazione Agostino va a visitare san Simpliciano. 
16) la conversione di Agostino.
17) il battesimo di Agostino da parte di sant’Ambrogio. 
18) Agostino indossa l’abito monacale.
19) Agostino si prepara alla partenza con la madre ed i suoi verso l’Africa.
20) colloquio in estasi ad Ostia Tiberina con la madre. 
21) sepolta la madre ad Ostia, Agostino ritorna in Africa.
22) Agostino arriva ad Ippona.
23) Agostino con l’aiuto del vescovo Valerio fonda un monastero.
24) Agostino mangia coi monaci e il pane gli viene portato dai volatili. 
25) Agostino è ordinato sacerdote.
26) Agostino presenta la regola.
27) disputa col manicheo Fortunato.
28) viene consacrato vescovo di Ippona.
29) apparizione di san Girolamo che ammonisce Agostino a non entrare troppo negli studi sui misteri della grazia e della predestinazione.
30) apparizione di un misterioso fanciullo che ammonisce Agostino perché non deve inoltrarsi troppo nel mistero della ss.ma Trinità. 
31) Una donna ossessa è liberata dal demonio, da Agostino.
32) Agostino chiede perdono a Dio per le colpe commesse. 
33) Ospita i pellegrini e lava loro i piedi. 
34) Agostino sfugge all’aggressione dove vengono uccisi alcuni suoi confratelli.
35) Agostino infermo guarisce un ammalato. 
36) sepoltura nel tempio di santo Stefano.
37) trasporto del corpo dall’Africa in Sardegna.
38) Liutprando re dei Longobardi compra a peso d’oro il corpo di Agostino e lo trasporta a Pavia.
39) Liutprando a piedi nudi va incontro alle sacre spoglie di Agostino giunte a Pavia.
40) allorché depone a terra il corpo di Agostino vede sgorgare una limpida fonte d’acqua. 
41) chi è ammalato e tocca il corpo di Agostino ritrova la salute. 
42) Agostino libera Pavia dalla peste.
43) Agostino appare in sogno ad Alessandro IV che gli ordina di riunire le varie corporazioni religiose che seguivano la Regola agostiniana. 
44) sono qui raffigurati 28 rappresentanti degli Ordini religiosi che professano la Regola di sant’Agostino.

Notevole interesse ha la fontana del XIII secolo a vasca rettangolare, inserita in una grande nicchia nella parete caratterizzata da un grande arco ribassato a fondo piatto, recante quattro bocche di leone da cui usciva l’acqua, poste in un pannello a dodici specchiature rettangolari divise da piccole semicolonne, che sembra vogliano rappresentare porte socchiuse.

Si notano ancora tracce di colore nell’arco e nel fondale della vasca. Invece la parete della lunetta presenta un affresco raffigurante un paesaggio lacustre.
Il parapetto della vasca ha una cornice modanata e dieci specchiature rettangolari anche queste alludono a porte socchiuse. Sulla sesta specchiatura da sinistra è scolpito in bassorilievo un chiavistello.

La fontana fu eretta con la chiesa e dopo un incendio che la danneggiò nel 1421, fu restaurata. E’ stata ricostruita, come si vede oggi, nel 1727.
Nel chiostro della Trinità, e prima in chiesa presso la porta principale, è l’epigrafe della consacrazione della chiesa avvenuta il 2 Giugno 1258.
† In no(m)i(n)e D(omi)ni amen . anno D(omi)ni a nativitate . M° CC° LVIII° indict(ione) I / IIII° Nonas Iunii D(omi)nico die I ei(us)dem mensis te(m)poribus D(omi)ni Alexandri / p(a)p(e) IIII ecc(les)ia loci Vit(er)biensis Fr(atru)m Heremitarum Ord(in)is s(an)c(t)i Augusti(ni) / ab eode(m) su(m)mo Po(n)tifice t(un)c Vit(er)bii existenti cu(m) suis cardinalib(us) / et qua(m) pluribus aliis coepis(copis) publice ac sole(m)nit(er) et hono / rifice cu(m) maiori adque conve(n)tuali altari ad honore(m) su(m)me / adque s(an)c(t)e et i(n)dividue T(r)initatis nec n(on) ad laude(m) gl(or)iose Dei Ge / nit(r)icis Marie Virg(in)is exp(re)sse fuit et liberalit(er) co(n)secrata et i(n) / signo ac emine(n)tia ip(s)ius ecc(les)ie et altaris dedicationis reliq(ui)t / vel dimisit ip(s)e p(a)p(a) de o(mn)ipotentis Dei M(ar)ia et beatoru(m) apostoloru(m) / Petri et Pauli auctoritate co(n)fisus o(mn)ibus vere penite(n)tibus et / co(n)fessis qui ad h(oc) festum a(n)nuatim accesserint devote vel e / lemosina(m) et bona sua ibide(m) largiti fuerint vel per aliquem / miseri(n)t ab ip(s)o die festi usque ad nativitate(m) Beate Marie civib(us) / tres a(n)nos cu(m) ter XL diebus et forensibus quatuor annos cum / XL diebus de iniu(n)cta sibi penite(n)tia misericorditer relaxavit.

Tradotta: Nel nome del Signore, amen.
Nell’anno della Natività 1258, indizione prima, il 2 Giugno, prima domenica del mese, ai tempi di nostro Signore, papa Alessandro IV, la chiesa del convento di Viterbo dei Frati Eremitani dell’Ordine di sant’Agostino, dal pontefice in persona, allora dimorante in Viterbo, con i suoi cardinali e molti altri vescovi, fu pubblicamente, solennemente e mirabilmente consacrata con l’altare maggiore e conventuale, in onore della somma, santa ed indivisibile Trinità, ed in particolare della gloriosa Madre di Dio, la Vergine Maria, ed in segno e privilegio della stessa chiesa e dell’altare della dedica, il papa in persona, fidando nell’autorità derivata dall’Onnipotente Iddio, da Maria e dai beati apostoli Pietro e Paolo, elargì e concesse a tutti i veri penitenti confessi, che si siano accostati devotamente, una volta nell’anno, a questa ricorrenza festiva o che abbiano fatto offerte, dal giorno della ricorrenza festiva fino alla natività della Beata Maria, tre anni più centoventi giorni ai cittadini; ai forestieri quattro anni più quaranta giorni.
Il papa concesse questa indulgenza, purché avessero fatta la dovuta penitenza.

Su un architrave posto sulla porta che conduce alla residenza dei frati è inciso Siste piis tantum, a voler intimorire il visitatore che oltre quella porta non può andare perché da lì inizia il luogo riservato ai frati.

Interno

L’interno della chiesa è a croce latina suddivisa in tre navate, divise, a loro volta, da ampi archi a tutto sesto che poggiano su grossi pilastri, al di sopra di questi è una mensola con tre finestroni per ogni lato. La crociera sostiene la cupola di imponente grandezza dalla quale entra luce da otto occhi, al termine è un cupolino con finestrelle.

Le vele sono state affrescate da Giuseppe Toeschi nel 1897 e raffigurano i santi Agostino, Ambrogio, Girolamo e Gregorio, il pavimento marmoreo è opera del 1930, fu finanziato tra gli altri, per volere di Raffaele Cerrosi, viterbese.
Sulla destra è la prima cappella, sull’altare è un quadro, della fine del ‘700, raffigurante san Giovanni da San Facondo, ossia Sahagún in Spagna, al quale appare la ss. Trinità, allorquando egli salvò un bambino caduto in un pozzo, grazie alla sua cintura dell’abito agostiniano.

Il dipinto è attribuito al polacco Taddheus (Taddeo) Kuntz (1732 - 1793), ma di recente Claudio Strinati lo ha attribuito ad un Leopardi, allievo del Corvi.
In un manoscritto anonimo, del 1875, ove sono elencati i quadri conservati nelle chiese di Viterbo leggo, «Nel primo altare a destra entrando trovasi il quadro in buonissimo stato rap(presentante) la Beata Rita opera di Carlo Cordella [Cordelli] di Viterbo».
Sul pilastro seguente è murata un’edicola in marmo del 1859 col volto di profilo di Giovanni Massarelli, con un’epigrafe che riferisce le parole:
A PX Ω / Ioannes Massarellius viterb(iensis) / magister coementarius legitimus operum metator / huc ubi viv. exuviis suis recipiund locum paraverat / inlatus est VIII Kal. Novembris a. MDCCCLVIIII / vixit a. LXX m. VI d. XVII.

Sull’altare successivo, in marmo protetto da una balaustra, è la statua raffigurante santa Rita da Cascia, la cappella a questa santa fu eretta verso il 1795 da Stefano Bellisini. In onore della santa è stata dedicata Via santa Rita, che si trova nell’area già occupata dal Convento di sant’Agostino.

Sull’altare seguente, nella Cappella Bevilacqua, è il quadro datato 1795, firmato dal pittore viterbese Domenico Corvi (16 Settembre 1721 - 22 Luglio 1803) nel quale è rappresentata La carità ai poveri di san Tommaso da Villanova. Altro quadro con lo stesso santo risulta nel 1747 nella cappella della famiglia Sacchi, rifatta appunto in quel tempo.

Viene poi, nel transetto destro, la splendida cappella con l’immagine della Madonna Liberatrice. Un tempo ivi esisteva la Cappella di sant’Anna, di cui ho scritto poc’anzi, edificata per volere di prete Campana, novarese, con suo testamento del 9 Settembre 1296. La Cappella di sant’Anna fu eretta infatti tra il 1301 ed il 1319 nell’ingresso della chiesa a destra, ma dal 1320 fu detta della Madonna. I resti di un pilastro della cappella distrutta sono addossati alle mura castellane.
L’immagine in affresco, eseguita verso il 1322, scrive Scriattoli, è attribuita a Donato Bonavere di Arezzo, il quale in quell’anno era a Viterbo. 

Giuseppe Signorelli però afferma che l’attribuzione dell’opera al pittore aretino non ha prove certe. E’ comunque assai probabile che dovrebbe essere stata dipinta, se già non esisteva, quando i Viterbesi il 28 Maggio 1320, videro sulla città, delle apparizioni di demoni e, prontamente invocata la Madonna nella Cappella del Campana, i diavoli affogarono nella pozza del Bullicame. L’affresco, poiché presentava rigonfiature, screpolature e fenditure, è stato restaurato dal professor Cecconi dal 10 Aprile all’8 Maggio del 1959. Durante il trascorrere degli anni comunque la trovo menzionata ora come Cappella della Madonna, poi come Cappella della beata Vergine Maria.

Nel 1422 l’incendio che devastò la chiesa risparmiò la cappella. Dopo fatta la pace tra le fazioni dei Gatti e dei Tignosi nel 1503, scrive Gaetano Coretini (1774) che «Le Donne Viterbesi in tale congiura si distinsero facendo affiggere alla Cappella della Beatissima Vergine della Trinità una lamina d’argento, in cui si leggono queste parole: Votum divae Mariae / seditionibus remotis. / pace parta / mulieres Viterbienses / constituerunt».

Nel 1623 il Comune, per onorare l’immagine, concesse cento scudi per «un ornamento d’argento intorno alla Madonna» e, due anni dopo, ne dette venticinque per la corona della stessa.
La costruzione della nuova Cappella della Madonna, fu iniziata nel 1672, grazie ad un ingente lascito, del 1661, da parte del nobile viterbese Giulio Gualtieri. Già nel 1624 era stato fatto un memoriale per collocare l’immagine in luogo più adatto. L’altare fu eretto nel 1680, il 29 Ottobre di quell’anno fu distaccato l’affresco della Madonna ed il 9 Novembre fu festeggiato, con solenne processione, il trasporto.

Il 15 Ottobre dell’anno successivo, il Comune contribuì alla spesa per la realizzazione degli sportelli d’argento per serrare l’immagine, col patto però che vi si rappresentasse lo stemma di Viterbo.
Si doveva così procedere all’incoronazione della Madonna e il Capitolo di san Pietro, adunato nel 1696, decretò l’autorizzazione, ma l’avvenimento richiese spese notevoli e quindi l’attesa si protrasse fino al 12 Novembre 1715.

L’11 Settembre 1715 iniziarono i festeggiamenti per la Madonna Liberatrice, il vescovo di Viterbo, Michelangelo Conti, in carica dal 1712 al 1719, la incoronò il 12 Settembre, e furono eseguiti grandiosi addobbi curati dal romano Giuseppe Laurenti.
Si tenne, tra l’altro una corsa di cavalli giunti da Roma, Firenze, Bologna, Orbetello e in premio vennero date cinque canne di velluto cremisi foderato di nobiltà di Firenze. Vinse il cavallo che correva sotto il nome del Principe di Caserta, poi la sera in Piazza della Rocca fu incendiata la «Machina di fuoco artificiale rappresentante il cavallo di Troia», col cavallo che prendeva fuoco. 

Il 13 Settembre si effettuarono un’altra corsa e la processione con il trasporto della Macchina con il piedistallo sostenente la statua della Madonna con quattro angeli agli angoli, sorretta da ventiquattro facchini. Seguirono altre corse e fuochi artificiali nei giorni seguenti descritti mirabilmente sul codice delle Riforme n° 130 c. 49t - 59.

La processione il 12 Novembre 1715 ebbe inizio da Porta Romana, con l’immagine della Madonna, e dopo due ore giunse nella Chiesa della ss. Trinità. Era preceduta dalle trombe, dalla croce del Capitolo con gli accoliti, dalla Confraternita del Gonfalone con i lanternoni e le mazzette d’argento, dagli stendardi con le torce ed i nobili in cappa.

Al seguito erano anche sette macchine (baldacchini), con rappresentati alcuni misteri della Madonna con angeli, a loro volta illuminate da cinquanta lumi ciascuna.
Ben trecento erano le torce sostenute dai fedeli che si dividevano tra una macchina e l’altra. Non mancavano i Padri Agostiniani con i ceri, la musica e il Capitolo in cappa. Chiudeva, ricordano le Riforme, la lunga processione «una macchina altissima al paro delli tetti delle case con l’Imagine di rilievo della Madonna SS.ma, tra quattro alberi di palme invece di colonne, ed in tutti li loro rami vi erano candele, sostenendo una grande corona parimente tutta ripiena di lumi ed un Cherubino che presentava alla Vergine la città di Viterbo ed altre imprese e motti».

La statua della Madonna, secondo padre Giuseppe Rotondi, doveva essere quella stessa di legno che nel 1641 i conservatori di Viterbo fecero scolpire da Natale Fiammingo, di cui ho scritto prima.
Nel 1736 il Comune dette un sussidio di cinquecento scudi per la nuova cappella il cui altare fu opera di Tommaso Sabatini di Roma, e nell’Ottobre del 1746 fu collocata dove la vediamo ancora oggi.

Nel Febbraio del 1798 le truppe francesi depredarono il Santuario, rubando gli ori ed i gioielli della Vergine Maria, dopo questo affronto i Viterbesi, il 15 Settembre del 1901, incoronarono di nuovo la Madonna alla presenza del cardinale Domenico Ferrata, prefetto della Congregazione dei Riti; una lapide è posta nella cappella nella parete sinistra.

Nel 1959 è stata distaccata e restaurata, riportandola allo stato originale, poiché alterata da ritocchi eseguiti attraverso il tempo.
L’affresco rappresenta la Madonna a mezzo busto, assisa in trono cosmatesco col Bambino in piedi, il quale tiene con la mano destra una rosa assieme alla madre e con l’altra un uccellino. Due sportelli in lamina d’argento cesellata chiudono la nicchia, ornata da una cornice a fregi sempre d’argento. Ai lati, in alto, sono due angeli in volo. Sopra all’edicola è una testa d’angelo è poi una cornice di colonne in marmo che sostengono semicuspidi in cui sono due angeli, in marmo, seduti.

Padre Giuseppe Rotondi, nel 1942, riporta la descrizione dell’immagine della Madonna, sul libro Il santuario della Madonna Liberatrice, stilata dal cancelliere Giovanni Agostino De Romanis per ordine del vescovo Adriano Sermattei, ricevuto il 6 Marzo 1727, come ho scritto.

«Il quadro del muro su cui è dipinta la Madonna è alto sei palmi e mezzo, è fasciato di tavole all’intorno. La Vergine è rappresentata a mezzo busto in atto di abbracciare con la sinistra il Bambino Gesù, che sta in piedi in detto lato, e colla mano destra piegata verso il petto, ritiene una rosa col gambo dorato e foglie verdi filettate d’oro. 
Il Bambino colla mano destra tiene unitamente alla Vergine detta rosa, e colla sinistra tiene in pugno un augelletto col becco dorato. La Vergine è vestita di sotto di tonaca rossa con velo bianco in testa, ricoperta poi tutta con manto di colore ceruleo dorato nelle estremità, con due stelle dorate, una piccola nella parte che ricopre la fronte, e l’altra più grande sopra la spalla destra. Il Bambino è vestito con tunica bianca arabescata, con lavoro parimente bianco con stellette dorate. 
Il fondo del quadro è di color rosso venato di nero, ed intorno alle teste sì del Bambino che della Vergine vi sono i diademi dorati.
Nei due angoli superiori del quadro si vedono dipinti due mezzi busti di Angeli con turiboli nelle mani; in giro del quadro vi è dipinta una fascia di color giallo, che nella parte superiore figura una frangia dell’istesso colore».

Assai ricco è l’altare sottostante sorretto da colonne di marmo scuro, con specchi di alabastro e conchiglie in oro zecchino.
Vi sono conservati numerosi ex voto ed in alto al centro si può ammirare una tavola in argento massiccio, Rotondi scrive che è di rame dorato, che ha sostitutito quella del peso di 14 libbre donata dai Viterbesi, di cui ho riferito.

A destra ve n’è un’altra del 1980 opera di Massimo Lanzi, donata anche questa dal Comune alla Madonna. Risale al 1981 la vetrata dipinta dal viterbese Felice Ludovisi, che chiude la finestra centrale.

A sinistra della cappella è il monumento funebre in marmo con il busto in una nicchia di Anna Riccioli - Cristofori del 1870 con lo stemma di famiglia. Sempre a sinistra, ma più vicino all’Altare della Madonna, è l’epigrafe in marmo del 1901:
XVII Kal. Octobr. MCMI / Dominicus presbyter card. Ferrata / tituli sanctae Priscae / archiep. Antonio Mª Grasselli / viterb. ecclesiae praesule / Nazareno Proposta / priore fratr. eremit. S. Augustini / ad ss.mae Trinitatis / ex decreto capit. S. Petri de Urbe / thaumaturgam effigiem / deip. Virg. sub nom. Liberatricis / aurea corona iterum exornavit / quam populus viterbiensis / tot beneficiorum memor / suae coelesti patronae / pie obtulit.

Sulla destra è l’iscrizione su marmo del 1950:
Maria / regina della creazione / che Pio XII / il 1° Novembre 1950 a. s. / proclamava assunta al cielo / nelle membra incorruttibili / con l’antica perenne certezza / congiungendo più ardenti aspirazioni / di popoli / anelanti dopo guerre immani / alla pace di Cristo / fu / in questo suo tempio vetusto / il 5 Nov. 1950 a. s. / per la prima volta dopo tanto evento / con solennissimo rito onorata / da S. Ecc. plaudenti clero e popolo viterbesi / Mons. Adelchi Albanesi vescovo / i Padri Agostiniani a ricordo / p.p.

In fondo è la Cappella Arcangeli con le sepolture sul pavimento della medesima famiglia assieme a quelle dei Riccioli e dei Cristofori.
Sull’altare è un Crocifisso ligneo del ‘400.

Citato il Crocifisso voglio ricordare che già esisteva una cappella dedicata al Crocifisso o alla santa Croce ove, alla fine del XVI secolo, aveva sepoltura la famiglia Venturini.

Di un Crocifisso «pulcherrimum et devotissimum», si ha menzione nel 1551, quando il Comune concesse un sussidio, infatti Giacomo Jacomucci nel 1574 ornò una cappella sotto questo titolo e addirittura si trova nel 1582 una Cappella alla santa Croce, già istituita da Ludovico Nini ubicata a sinistra dell’ingresso.
Ancora nel 1795 si menziona una Cappella del Crocifisso voluta da Stefano Bellisini.

A destra della cappella è l’epigrafe in marmo del 1920:
I padri nostri / scampati da bufera infernale / vennero in questo tempio inneggianti / a Maria Liberatrice / dopo sei secoli / i figli emuli della fede avita / con solennissime onoranze / commemorando il gran prodigio / tributarono alla celeste patrona / le dovute grazie / per i favori incessantemente largiti / in tanta fuga di tempo / 1320   1920 / il comitato per le feste / a perenne ricordo / d. p.

A sinistra è la bella epigrafe del 1690:
Deiparae Virginis Mariae Liberatricis imaginem / qua daemones per tenebrosum aerem strigium instar / volitantes horendisque vocibus viterbiensibus civibus / exitialem incutientes terrorem per loca non minus fe / rvida quam aquosa Bullicamen dicta ad tartara com / pulsi sunt, quinque fere saeculis paries hic circumscrips / it: deinde crescentibus et miraculis et fidelium pietate / creverunt etiam munerum largitiones, super quas emi / cuit munificentia Il.mi Iulii de Gualteriis pium, et copiosum / relinquentis legatum; quapropter anno MDCLXXXX feli / citer regnante Innocentio XI sub auspiciis rev.mi / patris magistri Dominici Valvasorii generalis, augusti / nianum ordinen moderantis, rev. pr. bacc(alaureus) Valerius Linge / rius viterbien(sis) prior his praemunitus auxiliis, et propria / devotione motus in sui officii limine summo studio, / atque diligentia sacellum in ampliorem locum tr / ãsferendum, ac splendidiori decore ornatum erig / endum curavit.

Sul pavimento è la scritta del 1930:
Hoc sub lapide / familiae Sterpini / et comitum Magnoni / eidem coniunctae / cineres compositi sunt / usoue ad annum MCMXXX.

Segue l’ingresso alla sacrestia dove nel corridoio, che fiancheggia il chiostro, si trova la statua giacente, che fa parte dei resti del monumento funebre in marmo bianco, del vescovo di Gurk, Raimondo Perault.

Raimondo Perault
Il cardinale Raimondo Perault, che trovo anche nelle versioni Péraud o italianizzato in Peraldi o Peraudi, era francese, fu creato cardinale da papa Alessandro VI e morì a Viterbo il 5 Settembre del 1505 ove era legato di papa Giulio II (1503 - 1513).
Era qui la Cappella di sant’Anna, vi fu sepolto il cardinale, che lasciò alla chiesa i suoi paramenti sacri. Sul muro era l’immagine della Madonna Liberatrice, come si vede dalla stampa sul libro di Feliciano Bussi (1679 - 1741) sulla storia di Viterbo, di cui tratto appresso.

Non è sicuro il nome dell’artista che eseguì il sepolcro del porporato, ma per lo studioso Enzo Bentivoglio potrebbe trattarsi di Andrea Galletti. Lo desume da un Breve di papa Giulio II del 30 Settembre 1505, allorquando il pontefice raccomanda al Duca di Massa un «Andreas Gallettus statuarius, sculptor de monte sancti Severini».

L’epigrafe commemorativa del cardinale riferisce:
D.O.M. / Raymundus Perauldi patriae suae Santoneñ(sis) / ep(iscopu)s ac S.R.E. p(re)sb(yte)r [sopra la r ~] car(dinalis) Gurgeñ(sis) proq(ue) ea perpetuo / legato adeo opulentiae contemptor ut elar / gieñ(do) nil sibi relinqueret ab Iulio t(am)ên II pont. max. / ditatus dum Pr(atr)îmomii legatione fungitur / Viterbii obiit nonis Septembr(is) anno salu(tis) MDV / utq(ue) ab Iulio tradita solum retinere occae / perat sic monumentum hoc haud quaesitum / reverentia eiusdem adprobare credendum est / vix(it) an(nos) LXX fere LXX.

Vi sono poi altre lapidi marmoree, tra cui quella che ricorda la visita al Santuario di papa Giovanni Paolo II avvenuta il 27 Maggio 1984:

Francisco / SRE card. Sêper / S.C. pro doctrina fidei / praefecto / pluries Viterbii / Liberatricem / celebranti / PP. Augustinenses / sub die 14 Februarii 1982 / hanc memoriam / pp.

VI Kal. Junii MCMLXXXIV / Johannes Paulus II / peregrinus Viterbii / Liberatricem / supplex oravit / in augustiniensium claustro / aegros confirmavit / et instauratam aulam / G. Mendel O.S.A. / dicavit

Card. Egidio Antonini / relig. et patriae / decori / populus Vit. ord. S. Aug. / consociatique / in bibliothecis administrandis / collatis studiis / sub die 23 Octobris 1982 / a card. obitu 450° anno / pp.

Alexander PP. VII / census A.R.P.B. Io: Augusti / no Manicchio creati, et fructus non inserviant / nisi ad usum huius ecclê / paramenta, ac alia ex eis / dem fructibus alienis ec / cliîs non comõdentur / sub poena excõmis, aliisq. / ut ex breve aplîco aedi / to sub die 26 9bris 1659

Memoriae et laudi / R. Caesaris Spadini O.E.S.A. Viterb. / qui / dis apostolicae sacello inserviens / animo sollerti rectique / aequilibritate judicii enituit / quique / filiali in Mariam SS. Liberatricem / devotione eminens / ad huius conventus templique / decorem augendum / multum adlaboravit / beneficiis quoque plurimis / summis pontificibus impetratis / MDCCCLXXII † MDCCCCXXXXV

E’ poi il quadro della Madonna Nera di Chestokowa dono del 1979 di papa Giovanni Paolo II.
E’ conservato in una bella cornice in paperino con scolpiti gli stemmi del pontefice e del Comune di Viterbo, in basso è scritto:
Maggio 1979 / dono del papa / Giovanni Paolo II.

Segue l’ingresso alla sacrestia, lunga undici metri e larga nove, attraverso un cancello, in ferro battuto, del secolo XV, in una nicchia nella parete di fondo è il gruppo scultoreo dell’Angelo custode del Settecento, in legno laccato e dorato, al quale si aggrappa un fanciullo.
Sul soffitto della sacrestia è dipinta la scena che rappresenta Eliodoro che scaccia i mercanti dal tempio. Gli armadi furono eseguiti alla fine del ‘700 per ordine di Stefano Bellisini.

Nel retro della sacrestia è un apprezzabile lavabo del periodo rinascimentale.

In chiesa, nell’abside centrale, è il grande altare maggiore in marmo del ‘700 che divide il coro semicircolare con stalli della metà del ‘700 di maestranze locali.
Sopra è il quadro con raffigurati sant’Agostino, santa Monica e la ss. Trinità in atto di adorazione, opera del pittore romano Fabrizio Chiari, che si obbligò, il 7 Luglio 1651, di dipingere il quadro per duecento scudi, da apporsi appunto sull’altare maggiore.

Su quest’ultimo era fino al 1727, il frontale di un tabernacolo con quattro angeli ricomposto da frammenti, opera per alcuni di Isaia da Pisa, retribuita l’8 Dicembre del 1461; per altri invece è dovuto alla mano di Pellegrino di Antonio da Viterbo, attivo nella metà del ‘400, è ora conservato al Museo civico. Il marmo statuario, che rappresenta quattro angeli in adorazione nei pilastri e Cristo in pietà tra due angeli nella lunetta sovrastato da un fregio di cherubini, fu poi conservato nella parte superiore nella sacrestia della stessa chiesa sopra ad un lavabo, quella inferiore fu adattata quale ornamento per un caminetto del convento, ove restò fino a dopo il 1870.

Il tabernacolo, come ho già scritto, fu ricalcato sul gesso nel 1894 da Pietro Vanni che lo collocò sulla scala del Palazzo Calabresi e vi appose l’indicazione errata ritenendolo il monumento funebre del cardinale Raimondo Perauld.

Nel 1737 fu deciso di rifare l’Altare della Madonna Liberatrice riutilizzando il marmo del vecchio altare. Il disegno fu realizzato dall’architetto Giovan Battista Gozale; scalpellino fu il romano Tommaso Sabatini, che prese un compenso di millecinquecento scudi. I lavori non ebbero esito immediato, tanto che nel 1750 non era ancora terminato. Le pitture della cappella furono eseguite nel 1746 da Lorenzo Guerrini di Foligno.

Oggi l’altare in uso è formato da un grande capitello corinzio del XIV secolo, protetto da una elegante balaustra.
Le due cantorie lignee, poste in alto nel presbiterio, sono del secolo XVIII. Il coro con sessantacinque stalli tra quelli grandi e quelli piccoli è in noce.
La tribuna rialzata, o meglio l’ambone, è costituito da un timpano in marmo di Carrara con Cristo benedicente della metà del 1300.

A destra dell’altare maggiore, sotto l’organo, è l’epigrafe del 1703:
Unicae et vetustissimae viterbiensium spei ac Liberatrici / deiparae Mariae Virgini / in hac vera archetypi sui vultus imagine non sine prodigio / depictae ob vindicatos an: Dom: MCCCXX a demonibus terraeq. / concussionibus cives et duobus ferme ab hinc seculis extincta / illico civilia odia ponteficibus ipsis geminisq: imperatoribus / impervia hoc demum anno incredibiles inter aliarum urbium / ruinas a diuturnis terremotibus suam hanc supplicem / civitatem insigni miraculo ereptam ac praeservatam / S.P.Q.V. / tenerrimae devotionis ergo posuit non: Maii an: sal: MDCCIII / Clemente XI p.m. / romanam cathedram Andrea card: Sanctacrucio viterbiensem / ecclesiam Marcellino Albergotto praeside civitatem / moderantibus.

Invece sulla sinistra dell’altare maggiore sotto l’organo è la lapide in marmo del 1715:
D.O.M. / Viterbii Dominae Liberatrici protectrici potentissimae / Virgini deiparae Mariae et Iesu decorandis / ut piorum vota adimplerentur ex divi Petri ill.mo et rever.mo / Capitulo ill.mus ac rever.mus canonicus Petrus Franciscus Bussi / viterbiensis patritius matris super et filii capita coronas / aureas designatus imposuit / e.mi et rever.mi de comitibus praesulis dignissimi auspiciis / ill.mi rever.mi abatis D. Valerii Rotae gubernatoris / magnatumque ex magistratu obsequiis / ingenti exterorum accursu ac piorum eleemosinis festiva / rutilarunt trophaea / tantae solemnitatis thiimiamata admodum r. p. baccalaurei / Nicolai Augustini pisani parmensis sub titulo SS. Trinitatis. / Conventus prioris patrum viterbien(sium) solertia et studio redolere / sic posterum memoriae servandae lapideis hisce tabulis admod. / r. p. baccalaureus Thomas Calabresius viterbiensis augustinianus / perennitati viter. inscribi curavit anno a Virginis partu MDCCXV / idibus Novembris.

Nell’abside di sinistra è la Cappella alla Madre della Consolazione.

Nella quarta cappella a sinistra, per chi entra dall’ingresso, è il quadro con Madonna in gloria, san Nicola da Tolentino e le anime purganti, opera del pittore viterbese, spesso nominato, Giovan Francesco Bonifazi (1637 - 1722 c.), ma che in realtà si chiamava Francesco Maria, come risulta anche dal suo testamento. 
D’ora in poi lo citerò con il vero nome.

Francesco Maria Bonifazi
Era figlio del possidente terriero e mercante Giovan Giacomo Bonifatii e di Vittoria Fedele che avevano vari appartamenti, con loggiati e giardini tra i quali la loro abitazione, dinanzi alla Chiesa di santa Maria Egiziaca verso Piazza delle Erbe e con la bottega sulla piazza stessa.
Dopo aver lasciato Viterbo e formatosi nella scuola di Pietro di Cortona ebbe minore rilievo del fratello Anton Angelo.
Ritornò stabilmente a Viterbo nel 1678 anno in cui sposò Costanza Bruni, viterbese. Nel 1693, morta la prima moglie, sposò Elisabetta Filippini di Tarquinia, sorella di santa Lucia (1672 - 1732).

Nel 1705 fece testamento e dispose di essere sepolto nella Chiesa di san Giovanni Battista degli Almadiani, nella sepoltura di famiglia, con indosso il sacco bianco con mozzetta leonata della Confraternita di santa Maria Maddalena.
Morì non dopo il Luglio del 1724.

Alla sinistra dell’altare è stato collocato un buon dipinto raffigurante il Sacro Cuore, in cornice ovale coronata e dorata, assai pregiata.

La cappella che segue è ornata da ricchi marmi e appartenne alla famiglia Chigi, poi Montoro Patrizi, di cui si vede lo stemma sul pavimento e sui lati dell’altare.
Nella volta sono riquadri, della seconda metà del Seicento, con stucchi a motivi floreali; sopra nelle vele sono raffigurate le virtù cardinali: Prudenza, Fortezza, Giustizia, Temperanza.

E’ conservato sull’altare, in marmo con colonne, capitelli e stucchi, il quadro raffigurante il Martirio di sant’Agata, opera del 1740, datata e firmata, del viterbese Vincenzo Strigelli (20 Novembre 1713 - 1° Agosto 1769), nato da Giovanni Battista e Agnese Capalti di Civitavecchia, dimoranti nella Parrocchia di san Simeone.
La cappella fu rinnovata ed i lavori terminarono nel 1741, come attesta l’iscrizione in marmo, inserita sul pavimento:
Hoc sub lapide familiae Chisiae marchiones conquiescunt anno D. MDCCXXXXI.

Di una Cappella dedicata a sant’Agata si fa menzione nel 1389 e del 1572 è un lascito per la Cappella Chigi che aveva l’altare in stucco.
Nel 1621 invece è nominata Lucrezia Poggi, la quale aveva già fondato tale cappella, poi la stessa nel 1624 fece realizzare l’altare in marmo, assieme ai figli.
Nei pressi aveva sepoltura la famiglia Serpieri.

Segue nell’altare successivo la tavola, con fondo in oro, del Cristo che consegna le chiavi a san Pietro, presenti san Paolo ed in basso i committenti il cardinal Egidio Antonini e la sorella Pacifica in orazione.
Tra i due è una legenda con scritto:
Salva nos / Xpê Salvator / Paecifice so / rores R.mi / c. Egid. sût / v. a. D. MDXXXVII.

Alle loro spalle è l’emblema ripetuto di Egidio.
Fu fatta eseguire, in occasione della fondazione della Cappella dei santi Pietro e Paolo, per disposizione di Pacifica († post 1537) che sposò Pietro Paolo De Ciuffoli di Canino. Vi è scritto, come visto, l’anno 1537, ed è attribuita al Perugino o alla sua scuola, mentre altri, come Giuseppe Signorelli, la vogliono opera di Ippolito Romano.
Pacifica dotò la cappella, nella quale vi si dovevano celebrare due messe la settimana i lunedì ed i venerdì, donando al Convento della ss. Trinità, l’ospizio di san Quirico, detto La Croce, divenuto poi nel secolo XX Casa Granati, al Corso Italia.

Nelle vele della cupola soprastante sono gli affreschi allegorici, del 1983, dell’artista viterbese Gavino Polo (1921 - 1989).
Infine, verso l’ingresso della chiesa, è il quadro la Deposizione dalla Croce attribuito ad Arrigo di Malines, detto il Fiammingo (1530 - 1588), che risale alla fine del secolo XVI. Da un recente esame, Strinati destina questa opera a Cesare Nebbia (Orvieto 1536 c. - 1614 c.).
Alla fine della navata è conservata la magnifica Macchina in legno dorato, dipinta di verde, della fine del ‘600, utilizzata per la processione della Madonna Liberatrice che reca sul fronte la scritta Ave Maria.
La processione fu abolita nel 1870 dopo cinquecentosettanta anni dall’istituzione, è stata riattivata dal vescovo di Viterbo Adelchi Albanesi, in carica dal 1942 al 1970, dopo l’ultima guerra mondiale.

Per quanto riguarda l’organo, afferma Giovanni Signorelli, che la prima chiesa che fu dotata di questo strumento a Viterbo fu proprio la Trinità nel 1450 e nel 1476 furono sostenute spese per farlo riparare da mastro Francesco degli Organi di Siena. Nel 1489 fu riparato da Bevegnate (?) di Città della Pieve, poi nel 1534 si ha notizia che si voleva fare l’organo con le insegne del cardinale Egidio.

Un sussidio risale al 1602, quando furono concessi venti scudi e, nel 1680, è detto che è collocato a destra della chiesa.
Un organo nuovo è ordinato nel 1795 a spese di Stefano Bellisini e un altro fu realizzato nel 1830 dalla Ditta Angelo Morettini; era situato a sinistra nel presbiterio e fu smontato nel 1954.

Oggi la chiesa è dotata di un organo suddiviso tra due cantorie, poste a sinistra e a destra, ed è stato costruito nel 1932 dalla Ditta Fratelli Migliorini, ha dodici registri reali con trasmissione elettrica. Quest’ultimo organo fu donato dal viterbese fra’ Celestino Cesare Spadini, agostiniano, la consolle è posta dietro all’altare maggiore.

Sopra alla bussola della porta d’ingresso centrale è un grande stemma ligneo settecentesco, dell’Ordine Agostiniano ornato da festoni, tra due torcieri fiammeggianti in legno. Le bussole laterali furono fatte costruire nel 1795 da Stefano Bellisini.
Avanti alla bussola centrale, sul pavimento, è l’epigrafe:
Ex legato / dom. Raphaelis Cerrosi / viterbien / civiumque aere coniato / opus hoc marmoreum / positum / XV labente saeculo / ab obitu s. p. Augustini.

Ricordo alcune cappelle non più esistenti.

La Cappella di sant’Orsola si trova menzionata nel 1347, nel 1379 è luogo di sepoltura della famiglia Sacchi, in quanto fondata da Francesco Alessandro di quella famiglia, che la tenne ancora nel 1521. Quest’ultimo, nei Ricordi di famiglia, riferisce:
«1380 - Ricordo come io per ordine del testamento di mio padre fei fare in S. Agostino e chiesa della Trinità di Viterbo una cappella chiamata S. Orsola in nel tramezzo di detta chiesa a man sinistra, con bellissima figura e bel sepolcro sotto l’altare […]. Spesi in detta cappella et avello fiorini 100 d’oro, secondo il testamento».

Nel 1647 in un altare si leggeva «D.O.M. Sachorum Viterbiensium» e nel 1662 si nomina l’Altare di santa Rita, ancora dei Sacchi, che probabilmente doveva essere sotto il pulpito distrutto nella costruzione della nuova chiesa, fu poi rifatto nel 1795 a spese di Stefano Bellisini.
La nuova Cappella Sacchi risaliva al 1747, quando fu adornato l’altare con il quadro ad olio raffigurante La Carità ai poveri di san Tommaso da Villanova, opera dell’anno 1795 di Domenico Corvi, che firma sul gradino a lettere capitali D. Corvi f. a. 1795. Noris Angeli afferma che questa è la Cappella Bevilacqua.

Vi era anche la Cappella di san Girolamo, fondata nel 1478 da Agostino di Giovanni Pietro Scolari.
La Cappella di sant’Agostino venne restaurata nel 1480 adornandola con pitture su tavola raffiguranti sant’Antonio, san Domenico e san Raffaele.

Gli Ugoni fondarono la Cappella di san Nicola da Tolentino nel 1510 che nel 1525 si indica a destra dell’altare maggiore, poi nel 1699 fu concessa in giuspatronato a Domenico Polidori, era a cornu Evangelii, vicino alla porta che conduceva al chiostro.

Refettorio

Prima del refettorio è un ampio locale che conduce a quello, che una volta era l’orto, sulla porta è scolpito Honestae hilaritati, mentre su quella che introduce alla cucina è Parce ut diutius.
Il refettorio è un immenso salone al quale si accede da un artistico portale in peperino, su cui è inciso Cum sobrietate, monito per i frati a mangiare con parsimonia. Sopra allo stesso è una lunetta in affresco con raffigurata la Pietà con ai lati sant’Agostino e san Lorenzo. Fu fatto costruire nel 1485 dal padre provinciale Tommaso Bonelli, poi fu modificato tra il 1570 ed il 1590.

Padre Agostino Addeo riferisce di aver scoperto «sul finale del Cornicione decorativo, che corre in giro sotto gli Affreschi, a destra dell’ingresso, nel Refettorio, il 4 Febbraio 1910» la scritta (C)oep(t)um est / Dec 148[0-9], a testimonianza che le pitture furono iniziate ad essere eseguite alla fine del Quattrocento, più precisamente, vista la data di costruzione, tra il 1485 e il 1489.

La famiglia Nini, nel 1582 lo ampliò, fecendovi dipingere le pareti; su quella di fondo vi fece realizzare una bella tela con l’Ultima cena di Gesù «dipinta da eccellente pittore». 
Ai lati della tela sono Melchisedech, figura di Gesù Cristo, che è Sacerdos in aeternum secundum ordinem Melchisedech con un libro in mano e la scritta Melchisedech rex salem panem et vinum obtulit, ai piedi è la corona di re.
E’ pure la figura di san Paolo con la spada e con un libro dove è Ego enim accepi a Domino quod et tradidi vobis.

Sopra alla porta d’ingresso, all’interno, è un affresco raffigurante sant’Agostino seduto in trono con le braccia distese ritrovato e restaurato nel 1899, ai lati del quale padre Agostino Addeo, nel 1909 circa, ha scoperto la scritta, a sinistra, Gaudium me(um) e a destra, corona mea.
Sono ivi conservati diciotto affreschi di frati, venuti alla luce nei primi di Gennaio 1910, di cui dieci Viterbesi e, afferma padre Alfonso De - Romanis:
«Di alcuni ci è quasi impossibile dir più di quanto leggiamo nell’iscrizione».
Furono coperti dopo il 1847 perché in quell’anno sono descritti un un Regesto della Trinità.

Ecco i raffigurati, così identificabili:
il beato Giacomo da Viterbo (1250 c. - Febbraio 1308), agostiniano nel 1270 circa, che non ha più sotto di sé la scritta, ma che ci viene riferita da Domenico Bianchi:
«Beatus Iacobus Viterbien. archiepus Neapolitanus doctor speculativus Parisiis appellatus propter singulare ingenii et scriptorum ejus acumen / 1290».

Fu inserito tra i beati da papa Pio X il 24 Giugno 1911.

Fra Bartolomeo Parentezza che assai conosciuto sin dal 1334, si dice arcivescovo di Napoli, ma non è nell’elenco di quella diocesi. La scritta riprodotta è:
Bartolomeus Viterb. archiepis. Neapolitanus doctor scriptis editis Augustiniano Ordini honestiss. MCCCXXXIV.

Fra Giacomo da Viterbo II, che secondo Gaetano Coretini divenne celebre nel 1365, l’iscrizione riferisce:
Iacobus alter viterbien. et collegii Bononiae doctor insignis MCCCLXVIII.

Fra Angelo Scardaoni, dottore ad Oxford fu vescovo di Gesolo nel 1406, poi nel 1425 fu trasferito alla Diocesi di Todi.

L’iscrizione nel refettorio è:
Angelus Scardeonius Viterbien. concionator doctor escels et episcopus Tudertinus MCCCCXXV.

Fra Fazio da Viterbo, eletto più volte nel governo di importanti conventi, l’iscrizione è:
Fasius Viterb. doctor et bene gerendarum rerum laude cumulat.us MCCCCXVI.

Fra Mattia da Viterbo, maestro insigne, l’iscrizione afferma:
Mathias Viterbien. doctor excellens. MCDLVIII.

Fra Tommaso Bonelli, agostiniano, studioso delle scienze, l’iscrizione:
Thomas Bonellus Viterbien. doctor excellens et concionator magnus MCDLXX.

Fra Giacomo da Viterbo III profondo conoscitore delle lettere, l’iscrizione attesta:
Iacobus tertius Viterbiensis doctor illustris Litteratura integritateque singularis MCDLXXII.

Fra Rosato da Viterbo, conoscitore di lettere e scienze:
Rosatus Viterbiensis doctor illustris et Romanae Curiae acceptissimus MCDLXXIV.

Fra Egidio Antonini nato nel 1469 a Viterbo entrò nell’Ordine Agostiniano nel 1488, fu insigne teologo, filosofo, storico. 
Diresse l’Ordine come vicario apostolico e come generale negli anni 1506 - 1507 e, in seguito, fu patriarca latino di Costantinopoli. Fu elevato cardinale nel 1517 da papa Leone X, come ho già scritto.

Domenico Bianchi riferisce che sotto la figura del cardinale era scritto:
«Aegidius Viterbiens. Generalis Ordinis Episcopus Viterbien. Archiepus Iadren., Patriarca Costantinopolitanus, et Cardinalis Legatus, Concionator Illustrissimus 1510».

Invece Agostino Addeo nel 1910 riporta così l’iscrizione letta su un libro del convento:
«Aegidius Viterbien. Gnlis. Ordinis Aepus. Viterbiensis Archiepus. Iadrensis Patriarca Constantinopolitanus Card. Leg. et praedicator insignis».

Ancora padre Agostino Addeo nel 1910 scrive:
«Poi sotto la chiave di ferro, nel pieduccio della stessa parete, ho scoperto due iscrizioni: Una dice: “Primum generale capitulum habitum Viterbii MCCLXXVII. Sede Innocent. V Viterbii mortuo vacante”. L’altra “Tertium generale Capitulum celebratum Viterbii MDXI Pontifice Maximo Iulio II”».

Gli affreschi sono stati restaurati negli anni ‘30 del secolo scorso.
Altre figure prive di iscrizione erano dalla parte dell’orto tra queste un san Giovanni da San Facondo in atto di adorare il Calice e l’Ostia.

Del campanile ne parlo qui appresso.

A fianco della Chiesa della Trinità è Via san Giovanni Decollato, sulla parete della navata centrale sono dei contrafforti a sostegno della stessa, mentre alcuni lucernari illuminano le cappelle sottostanti. Sulla parte posteriore del tempio, si trova il possente campanile quadrangolare con cupolino, che si innalza al di fuori della pianta della chiesa e che sostiene tre campane rifuse nel 1957 dalla ditta milanese Lorenzi. I nomi dati alle campane sono Madonna Liberatrice, sant’Agostino e san Nicola da Tolentino. Il 21 Novembre 1999 una bufera ha lesionato la struttura portante del campanile, che è stato restaurato. Di una campana rifatta di nuovo, perché rotta, si ha menzione nel 1451. Nel 1497 fu fatta una campana piccola e nel 1773 ne fu fusa un’altra.

L’antico campanile a vela, come ho già scritto, era verso l’attuale Piazza della Trinità aveva cinque monofore e tre campane come si può rilevare da una stampa del 1690 circa, che ho citato poc’anzi. In una nota del rettore del 1941 leggo che le campane sono quattro, una del 1450, rifusa nel 1897, altra rifusa nel 1859, altra rifusa nel 1825 era già del 1300 e l’ultima del 1792.

Più avanti, al civico n° 1, in alcuni locali del Convento della ss. Trinità, è la sede del Rettorato dell’Università della Tuscia fondata il 13 Ottobre 1969 in un Consorzio tra l’Amministrazione provinciale di Viterbo, il Comune di Viterbo, con la partecipazione della Camera di Commercio di Viterbo e della Cassa di Risparmio di Viterbo. Fu detta Libera Università della Tuscia - Consorzio per l’università a Viterbo, il primo anno accademico fu inaugurato il 15 Dicembre 1969 e furono istituite le Facoltà di Magistero e di Economia e Commercio.

L’ingresso nel muro di cinta del Rettorato è sovrastato da una scultura in peperino che raffigura la Madonna col Bambino in braccio, vi è inciso l’autore «Fondi 1983».
In basso su una fascia in peperino è scolpito: Posuerunt me custodem.

Nel giardino davanti all’ingresso del fabbricato del Rettorato fa bella mostra di sé una fontana, che si può far risalire al XVI secolo. E’ formata da due coppe sovrapposte, quella inferiore più grande, in parte spaccata, è caratterizzata da strigliature, da un ornamento dentato e da teste di leone che lasciavano cadere l’acqua su una vasca sottostante, ormai scomparsa. La seconda coppa, più piccola, ha il fondo baccellato e il bordo arrotondato. La fonte non è più utilizzata.

All’interno del Rettorato è, preceduta da due coperchi di sarcofaghi in peperino, l’Aula magna dedicata a Giovanni Mendel (1822 - 1884), biologo boemo, divenuto frate agostiniano nel 1843 col nome di Gregor. 

Nella sala, restaurata nel 1984, è conservato sulla parete di fondo un quadro raffigurante la Flagellazione, proveniente in prestito, sin dal Gennaio 1984, dall’Oratorio della Confraternita del Gonfalone di Blera, lasciato in deposito su disposizione del vescovo Luigi Boccadoro in occasione della venuta di papa Giovanni Paolo II e che dovrebbe essere restituito. 

Il quadro che qualcuno, tra cui George Dennis e Samuele Ainsley, ha attribuito ad Annibale Carracci (1560 - 1609) o alla sua scuola, è stato restaurato nel 1981 dal Laboratorio di restauro della Provincia di Viterbo.

A destra del quadro su un moderno pannello in tavole di legno sono le parole, scritte con lettere a rilievo:
Sunt qui scire volunt / ut aedificent / et charitas est.

Sulla parete a sinistra di chi entra in sala, al di sopra della porta che conduce al Lapidarium è l’iscrizione su peperino:
L’Università degli Studi della Tuscia / grata ricorda il determinante contributo elargito dalla / Cassa di Risparmio / della Provincia di Viterbo / ai fini del restauro di questa Aula magna / Viterbo 27 Maggio 1984.

Sulla seguente colonna del secondo arco è murata una pietra con inciso un tondo diviso in due in senso orizzontale, ove nella parte superiore sono scolpite le lettere C. S. e in quella inferiore T. V., il tondo a sua volta è sormontato da una croce. 
La pietra su cui è stato inciso il simbolo è stata murata coricata a destra e dovrebbe indicare il Convento santissima Trinità Viterbo.

Sulla parete destra è l’epigrafe in peperino:
Nell’anno 1984 / l’aula magna dell’Università della Tuscia / intitolata a Gregorio Mendel lo scopritore / delle fondamentali leggi della genetica / fu inaugurata il 27 Maggio / da S.S. Giovanni Paolo II / ed il 30 Novembre alla presenza del Presidente della Repubblica / Sandro Pertini / vi si svolse la solenne cerimonia / di apertura dell’Anno accademico 1984-85 / quinto dalla fondazione dell’Università.

Sul retro del Rettorato è il cortile del Convento della Trinità, sulla destra è il lapidario, sul fondo sono le mura castellane, risalenti al 1215 (1206 o 1208 ?) sulle quali si aprono tre feritoie.

La cisterna, al centro, risale al 1507, su due pannelli del parapetto sono scolpiti il sole e una fontana, sull’architrave reca l’iscrizione:
Bibe aquam de cisterna tua sicut cervus ita anima mea.
Dall’altra parte:

MDVII M.S.

Il vicino lapidario fu allestito nel 1930, lo ricorda la scritta Lapidarium / A. D. MCMXXX eseguita su un apposito spazio intonacato posto in uno dei contrafforti del convento.

Le pietre tombali, tutte quadrate e in peperino, fissate sul muro del convento presentano stemmi e scritte che riporto:
«D. P. P.»;
«Gio. Silvestro De Sanctis»;
«S. C.» con al centro inciso un disegno che sembrerebbe riprodurre una cinta ricurva;
«Antinori»;
uno stemma nobiliare non identificabile;
«Giuseppe Ragonesi / A. S. D. C. / MDCCCLX» al centro della pietra è in rilievo una lucertola o, forse, un coccodrillo;
uno stemma riproducente una croce piantata su due occhi;
«Io. Bapt[…]»;
«F. Massarelli» con in capo la F e una fascia scaccata, agli angoli della pietra sono scolpiti dei fiori;
«Calandrelli»;
«De Leporelli»;
«Aci Cetti» con il teschio sulle ossa incrociate;
«De Masinis»;
«P / F. S» la P è contenuta in una esagono coi lati curvilinei;
«P. G. / 1748»;
«D’Alisã(n)dro / Musachii [Musacchi] / 1580»;
stemma con scaglione sulla punta del quale è incisa una M e una C (?) sulla destra, altre probabili lettere sono scomparse;
«Leonardi Marozzi / successorum», vi è scolpito, affiancato da due teschi sulle ossa, uno stemma raffigurante una colonna che porta sopra al capitello due aquile ad ali spiegate, affiancate e coronate;
«A Luigi Salen(di) / veneto 1577» vi è riprodotto uno stemma con un albero sul cui tronco è un uomo nell’atto di arrampicarsi o di abbracciarlo;
stemma con inciso un cuore sormontato da una croce, all’interno del quale è un rombo;
senza stemma è inciso un cervo accovacciato avanti ad un albero tra le lettere I - A;
«De Latilla / 1826»;
pietra con scolpito un mezzo cuore sormontato da una croce affiancato da una D;
«Granati»
ed infine l’ultima pietra tombale ha inciso «De Serpieri / 1750».

In Via san Giovanni Decollato, a destra, è il muro di cinta del Convento della Trinità ed in esso è inserita una fontana che si può far risalire al XIII secolo.
La sua vasca è rettangolare, con bordo arrotondato, ornato da una semplice scanalatura, il parapetto in basso, chiude con una cornice sporgente e presenta un foro di scolo delle acque.

La nicchia, ove si poteva attingere l’acqua, è stata murata e di essa resta l’arco e lo stipite di sinistra. La parte di destra è inserita in un contrafforte che sostiene il muro di cinta.

 

 

 

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