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Viterbo STORIA
Alessandro Gatti
La continuità della cultura etrusca durante l’epoca di Roma e l’influenza che questo straordinario popolo ebbe nel difendere l’Urbe dai barbari.

Qualcuno, forse ingenuamente, crede che già dal 100 dopo Cristo, non si possa più parlare di sacerdoti etruschi, ma illustri storiografi sostengono il contrario.

Caro Lutor la piccionaia risponde, ma non con delle squallide sassate, bensì con l’arma non convenzionale dell’obiettività di fonti storiche attendibili.

Alcuni, forse ingenuamente, credono con religiosa convinzione che la civiltà etrusca sia stata totalmente spazzata via da quello che sarebbe poi stato l’Impero Romano. Alcuni sono convinti che, da Roma in poi ci fu solo Roma. Qualcuno crede, forse ignorando anche il processo di romanizzazione che attuerà Augusto, che sia impossibile immaginare un processo di continuità ed assimilazione etnico-culturale di popoli inizialmente sconfitti e sottomessi.

Ammesso che possa separarsi nettamente la storia dalla leggenda e che possa escludersi che invece vi sia, per dirla alla Balzac, una contro-storia, soffermiamoci su quella che è l’oggettiva e comprovata veridicità di fonti attendibili. Teniamo altresì presente che quanto appare assurdo alla razionale coscienza storica è spesso parte di essa poiché la storia è fatta di uomini e questi creano i miti per spiegare quello che non comprendono o glorificare quello che è stato. I miti, col tempo, divengono parte di quei racconti che tramandiamo ai posteri e sulle cui fondamenta, edifichiamo la nostra identità culturale.

Antefatto: il tramonto, nella continuità, della gloriosa Roma

Il sacco di Roma, perpetrato dai Visigoti di Alarico che, a dispetto di sfortunati errori di battitura, avvenne nel 410 DOPO CRISTO, altro non fu che il preludio di ciò che poi si verificherà nel 476 DOPO CRISTO e che segnerà la fine dell’età antica e l’inizio di quella medievale. Con la deposizione, da parte di Odoacre, dell’ultimo imperatore Romolo Augusto, finirà di fatto quello che restava dell’Impero Romano. A dire il vero di questo crepuscolo si iniziò ad ammirarne il bagliore già attorno al 160 con Marco Aurelio il quale, tra uno studio e l’altro, una filosofeggiata e l’altra, avviò campagne in armi di successo contro i barbari.

Quale fonte storica migliore dello stupendo cippo istoriato di Piazza colonna a Roma? Possono ammirarsi ancora i barbari che giacciono a terra schiacciati dalla legge e dall’autorevolezza dell’Urbe che ancora riusciva a difendere la sua compagine territoriale in un solido dominio. Il dramma vero delle pressioni barbariche sui confini romani lo si ebbe attorno al 376 con Valente, che si vide affidata dal fratello Valentiniano, la parte orientale dell’Impero romano con tutti i problemi di confine che questo aveva.

La scarsa fermezza di Valente fece sì che i Visigoti di Fritigerno oltrepassarono in duecentomila il Danubio e si stanziarono presso quella che è l’attuale Bulgaria. Qui si può dire che inizia a sfaldarsi il dominio di Roma e la testimonianza può desumersi dalla definizione stessa che di dominio avanza il sociologo tedesco Georg Simmel: “una forma di potere reiterata nelle istituzioni”. In questo contesto Roma cedette la sua credibilità ai barbari dando ad essi il presidio legionario fortificato di Durostorum.

Se Diocleziano, un secolo prima nel 284, era riuscito a salvare la credibilità del dominio di Roma affermando sugli invasori la fermezza della superiorità dell’Urbe e guadagnandosi dunque l’appellativo di “conspicuus et praesens Iuppiter” , oramai di quella fermezza e di quella credibilità restava ben poco. Nel 376 concedendo Durostorum ai Visigoti Roma aveva perso la sua credibilità. Perdendo credibilità perse legittimità e, di conseguenza logica, perse il dominio in senso stretto, tecnico. La legittimità è quell’elemento cardine che distingue la forma dell’autorità dal mero potere. Quando un potere è legittimo si esercita sotto la forma più alta del riconoscimento che è, per l’appunto, l’autorità.

Anche nel potere c’è una forma blanda di consenso, ma esso si manifesta come sottomissione e non come libero accoglimento della posizione dominante come “suprema istanza” a cui si riconosce il titolo per comandare. Questa figura di dominio incontrastabile Roma la perse proprio con Durostorum che fu un baluardo militare Romano fondato nel 29 a.C per presidiare e difendere lo snodo logistico e strategico danubiano. Era, in altre parole, un simbolo della grandezza di Roma e, quando venne regalato ai barbari si verificò un fenomeno analogo a quello che si verificherebbe qualora gli Stati Uniti concedessero Wall Street all’Isis.

Cosa c’entrano gli Etruschi con il Sacco di Roma del 410 DOPO CRISTO

Sullo sfondo di questi eventi vediamo un Impero cadere così tanto a pezzi da arrivare a negoziare un disperato aiuto con quelle minoranze etnico-linguistiche che aveva secoli prima sottomesso. Qualcuno crede, forse ingenuamente, che di sacerdoti Etruschi non si potesse già più parlare dal 100 d.C, ma il teologo e giurista Socrate Scolastico ed il suo discepolo Sozomeno, sostengono il contrario. In particolare Sozomeno afferma nella sua “Storia ecclesiastica” , che “Furono vani i riti religiosi di etruschi e pagani per respingere i barbari”.

Questa affermazione ha una sua logica se consideriamo che per l’appunto Roma, ormai alle strette si ritrovava offerte di appoggio da parte di quelle minoranze etniche che chiedevano il riconoscimento dei loro diritti di libertà di culto. Gli Etruschi non solo esistevano ancora all’epoca di Alarico, ma erano molto stimati dagli imperatori romani.

Addirittura Papa Innocenzo I, come riferisce la Professoressa Ilaria Ramelli nel suo “Cultura e religione etrusca nel mondo romano”, a stento respinse l’offerta dei Lucumoni etruschi che si proponevano per lanciare folgori su Alarico. Dietro quest’offerta d’aiuto alquanto bizzarra ci stava l’obiettivo concreto di vedersi riconosciuto il diritto di esercitare pubblicamente riti pagani. Se si sta alle parole dello storico Sozomeno, invece, quei riti pagani vennero esercitati e questo perché forse Innocenzo cedette alle richieste etrusche affidandosi ad un ultimo disperato tentativo.

L’etruscologo Giovanni Feo, nel suo testo “La religione degli Etruschi, divinità, miti e sopravvivenze” spiega come i Romani considerassero le arti divinatorie etrusche l’ ”Etrusca disciplina”. A questa scienza non è da escludere che, i Romani, vi si affidarono nel momento del bisogno.

A questo punto arriviamo alla contro-storia: la leggenda dei Lucumoni che lanciarono le folgori contro i barbari di Alarico è in realtà da interpretarsi come un’allegoria di Roma che, per avere l’appoggio di quei popoli che aveva sottomesso e che di fatto erano stati col tempo assimilati, dovette concedere delle libertà religiose e di culto. E’ testimoniato che dopo l’episodio di Durostorum frotte di Unni, Visigoti, Ostrogoti, Alani, Sarmati oltrepassarono quel limes fino a poco prima ritenuto inviolabile e, come gli Stati Uniti con le torri gemelle qualche anno dopo, così anche l’Impero Romano cedette al fascino seducente della guerriglia asimmetrica.

Come Willie il coyote, protagonista dei cartoni animati della Worner Bros, cade solo quando si accorge di essere sospeso nel vuoto, così un grande Impero viene miseramente piegato sotto il peso della sua stessa magnificenza quando perde quella credibilità di invulnerabilità su cui si fonda la sua grandezza. Sebbene qualcuno sia convinto che Alarico tentò solo la conquista Romana, è oggettività dei fatti che con le invasioni barbariche Roma perse la Gallia e la Britannia e che Alarico entrò a Roma e la occupò dopo ben tre assedi.

Testimonianza viva è rappresentata dal De Civitate Dei di Sant’Agostino che, riportando anche quanto scritto dallo storico Tito Livio, attribuisce addirittura la disfatta di Roma all’atteggiamento di prosopopea dell’Impero. Secondo Sant’Agostino Roma rappresenterebbe la città terrena, destinata a fare spazio a Gerusalemme, la città di Dio. Concluderei con questa frase di Feo:

“Con il mondo etrusco ebbe termine in Italia il mondo antico. Ed iniziò l’era moderna, materialista e razionalista, che oggi prosegue nell’Occidente tecnocratico”. Forse è proprio per colpa di questo tecnicismo freddo e cieco che qualcuno ritiene che, nella storia dell’uomo, o è bianco o è nero e non debba esistere il grigio.

     Bibliografia

  • Sozomeno, “Historia ecclesiastica”
  • Socrate scolastico, “Historia ecclesiastica”
  • Sant’Agostino, “De civitate Dei”
  • Tito Livio, “Ab Urbe Condida”
  • Giovanni Feo,“La religione degli Etruschi, divinità, miti e sopravvivenze”
  • Giovanni Feo, “Miti,segni e simboli etruschi”
  • Ilaria Ramelli, “Allegoria: L’età classica”
  • Ilaria Ramelli, “Cultura e religione etrusca nel mondo romano”
  • Georg Simmel, “Il Dominio”
  • Carlo Mongardini, “la Società politica”

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