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Viterbo NUOVI RACCONTI DI SOVRANA Sesto racconto (Prima parte)
Un racconto di Agostino G. Pasquali

 

Vittorio Neri, tombarolo per una notte

   Era emozionatissimo Vittorio Neri la notte del 14 novembre 1977 mentre viaggiava verso un’insolita avventura.

Però era anche un po’ infastidito per il viaggio scomodo che stava facendo, ma la mèta era un eccellente compenso per i disagi che doveva sopportare.

     Stava infatti seduto sul pavimento di un furgone completamente chiuso, con una coperta militare ripiegata più volte e messa sotto il sedere ad ammorbidire la durezza del piano, con le gambe rattrappite e la schiena appoggiata alla parete.

Il senso di duro e freddo, che veniva dalla lamiera a contatto con le spalle, era appena attenuato dal giaccone imbottito indossato su consiglio di Tore, la sua guida, che gli aveva detto il giorno prima, al momento di prendere gli ultimi accordi:

     “Sarà freddo in macchina e di più dopo, in campagna. Per cui vèstiti pesante. Ce l’hai un giaccone imbottito? Mèttitelo.”

     Il furgone, dopo aver percorso per un’ora strade asfaltate, stava ora procedendo a scossoni, sobbalzi, accelerate e brusche frenate. Procedeva evidentemente su una strada dissestata, probabilmente una carrareccia in mezzo alla campagna, e il disagio per Vittorio era maggiore di prima, ma non si lamentava. E con chi avrebbe potuto lamentarsi? Oltre a lui c’era solo Tore che stava nella cabina intento a guidare, ed era separato e inaccessibile ad ogni contatto verbale e visivo. Nelle ultime istruzioni gli aveva detto:

     “Dove andiamo non lo devi sapere. Le strade che facciamo non le devi conoscere. Perciò te ne stai chiuso nel furgone. Non vedi e non senti. Se ti sta bene è così. Se no, non se ne fa niente.”

     Mentre il furgone procedeva, Vittorio rimuginava i fatti che lo avevano messo in questa strana situazione.

*     *     *

     Un mese prima un signore era capitato in visita al ‘Museo degli antichi mestieri e delle tradizioni popolari’ che Vittorio Neri aveva istituito a Sovrana (cfr. il racconto ‘Piccolo mondo a Sovrana’), e si era particolarmente interessato ai piatti, alle scodelle e ai vasi che vi erano esposti, alcuni dei quali risalivano al ‘600 e ‘700.

     Si era presentato come ‘Cavalier Salvatore Sfazio’ di professione antiquario, aveva chiacchierato amabilmente con Vittorio e, dato che Vittorio dava del ‘tu’ a tutti, gli aveva ricambiato il ‘tu’ ed era entrato in confidenza tanto da insistere per essere chiamato ‘Tore’, come per gli amici.

     Tra una chiacchiera e l’altra Tore, che trattava Vittorio con atteggiamento bonario e confidenziale e però manifestava anche un aspetto professorale da antiquario importante, aveva consigliato di arricchire il museo con qualche cosa di veramente antico, per esempio qualche vaso etrusco. Vittorio aveva sorriso e, cercando di usare il dialetto il meno possibile per rispetto di quel visitatore di riguardo, gli aveva risposto:

     “Che c’entra l’etrusco. Qui è robba locale, storia recente. Li etruschi non sò storia di Sovrana che, al tempo di quelli lì, manco esisteva. E poi li vasi etruschi… dove si pijano? Mica li compri al supermercato! È robba impossibile, anzi proibito di averla.”

     Tore, ascoltando questa affermazione tipica di persona molto corretta, aveva capito che Vittorio era un ‘onesto’, una rarità in quei tempi. Infatti in Italia, finito l’entusiasmo un po’ ingenuo della ricostruzione postbellica, c’era piena crisi da diversi anni. Con la prima crisi del 1973 gli italiani avevano imparato a ingegnarsi per sopravvivere e avevano cominciato quell’andazzo privo di scrupoli morali nel quale ci troviamo ancora oggi, anzi oggi più di ieri, quell’andazzo del ‘così fanno tutti’, intendendo: ‘Tutti si arrangiano, cioè fregano; frega tu che frego anch’io’.

     Ma al di là di quella correttezza eccezionale Tore aveva visto, o gli era sembrato di vedere, una luce di desiderio negli occhi di Vittorio. A chi non piacerebbe possedere un reperto antico, magari romano o etrusco? Per cui replicò:

     “Ma a te, personalmente, a parte il museo, cioè per la tua casa, ti piacerebbe avere un oggetto etrusco?”

     “Altroché. Ma è una cosa impensabile.”

     “Per te è impensabile… ma se ci pensassi io?”

     A sentire questa domanda provocatoria Vittorio aveva assunto un atteggiamento sospettoso perché le parole di Tore gli erano suonate strane, e aveva bruscamente replicato:

     “Ma tu chi sei? Che voi? Chi te manna?”

     “Hai ragione a non fidarti, e fai bene. Ma io sono venuto da te, a trovarti, per incarico dell’onorevole Sfazio che ti conosce, ti stima, e vuole farti, tramite la mia attività, un omaggio perché sei stato gentile con lui.”

     Vittorio allora si era ricordato che, un paio di mesi prima, aveva accolto con molta cordialità e con la dovuta deferenza l’onorevole Eulalio Sfazio, gli aveva offerto un pranzo speciale all’Antica Hostaria, e gli aveva pure regalato un vaso e un piatto, roba antica. Non era stato un grosso sacrificio perché di oggetti simili ne aveva diversi in magazzino, ma era comunque roba bella, di grande effetto, e ben conservata. Ora forse l’onorevole intendeva ricambiare la cortesia? Ma perché proprio per mezzo di questo Tore?

     “Sì, me lo ricordo l’onorevole. Ma tu, Tore, che titolo c’hai per venire a famme sta proposta?”

     “Io? Io sono cugino dell’onorevole Sfazio. Stesso cognome, hai notato? Perché siamo cugini, figli di fratelli. L’onorevole m’ha detto di te e m’ha dato l’incarico di omaggiarti. Dato che faccio il commerciante di antichità e conosco…ehm… gli indirizzi giusti per la roba etrusca...”

     “Indirizzi giusti? Vuoi dire… che conosci… li tombaroli? Ce fai l’affari?”

     “Queste cose non si dicono. Ma tu, Vittorio, non mi dirai mica che non hai mai comprato e venduto qualche pezzo, diciamo… anzi non diciamo niente.”

     Poi, continuando a parlare, era risultato evidente che Vittorio, pur rifiutandosi di ricevere reperti etruschi, ché sarebbe stato un reato, aveva una grande curiosità di conoscere l’attività dei tombaroli e, se possibile, di assistere al loro lavoro di ricerca e scavo. E Tore, senza impegnarsi, aveva fatto una vaga promessa:

   “Vedrò… cercherò di accontentarti. Così anche l’onorevole si sdebiterà e io non dovrò dirgli che hai rifiutato il suo omaggio. Ci rimarrebbe proprio male.”

    

     Un mese dopo questa chiacchierata, quando Vittorio se ne era già dimenticato, gli si era ripresentato Tore e gli aveva detto:

     “Allora domani notte, se vuoi, si va e si assiste ad un’apertura. Partiremo a mezzanotte. Ora ti do tutte le istruzioni.”

*     *   *

     Vittorio, chiuso nel furgone, intorpidito per la posizione scomoda e infreddolito nonostante il giaccone, si stava quasi pentendo di aver accettato impulsivamente di partecipare a quest’avventura.

     Si sentiva in colpa anche solo di assistere ad una azione illecita che se avesse potuto avrebbe impedito; inoltre si sentiva combattuto da una parte dalla curiosità eccitante, e dall’altra da un po’ di paura per il rischio di finire in qualche modo coinvolto in un’azione delittuosa.

     Era l’una e mezza di notte quando il furgone si fermò e cessò pure il tormento del viaggiare così scomodo. Dopo alcuni secondi di attesa Tore aprì gli sportelli e fece scendere Vittorio. Si trovavano in aperta campagna, ai margini di un campo arato da qualche tempo, terra smossa e friabile che scricchiolava sotto gli scarponi. La luna, un tenue spicchio da novilunio appena passato, dava una scarsa luce che consentiva appena di vedere la sagoma nera del bosco oltre il campo, e mostrava due forme umane, scure, mobili ma indistinte. Erano quasi completamente immerse nello scavo, se ne vedevano solo le teste e ritmicamente le braccia che alzavano le pale per allontanare la terra. Il lavoro era dunque già a buon punto. Un terzo uomo, seduto e immobile, quasi invisibile, era in turno di riposo, ma stava di vedetta pronto a dare l’allarme in caso di pericolo.

     Tore, che era avanzato con Vittorio fino ad una ventina di metri dallo scavo, parlava a bassa voce e dava spiegazioni:

     “Ci fermiamo qui. Tu non devi vedere i volti dei tombaroli. Non devi poterli riconoscere. È una sicurezza per loro, ma anche per te. Devi sapere che il punto delle scavo è stato individuato alcuni giorni fa con un passaggio in aeroplano. Il terreno, visto dall’alto, può mostrare un colore diverso, una macchia, proprio in corrispondenza della tomba, ovviamente se ce n’è una, perché l’evaporazione dell’umidità della terra lavorata da poco è diversa dove c’è un vuoto sotterraneo. In sostanza una macchia nel terreno è l’indizio che c’è una tomba, ma è un indizio, non una certezza, perché la diversa colorazione può dipendere anche da altre cause naturali. Loro non sono ancora sicuri che la tomba ci sia, ma mi hanno detto che la probabilità è molto alta, almeno il 70%.”

     “Come fanno a dire settanta per cento?”

     “Boh! Forse intendono dire che in casi analoghi hanno trovato la tomba sette volte su dieci.”

     “Sarà…” concluse Vittorio, cui il disagio del viaggio e il freddo umido della notte novembrina procuravano un certo deluso pessimismo

(Continua e finisce domani)

Agostino G. Pasquali

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