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Viterbo IL RACCONTO Le castagne, pregiati marroni di Canepina, sono pronte. Dino sfila il cilindro dallo spiedo, ne versa il contenuto su un panno umido e lo avvolge con cura
Agostino G. Pasquali

 

Angelo guida la sua Panda nell’ultima curva, lascia il viale ed entra in una traversa. Sta arrivando a destinazione. Rallenta, ferma, parcheggia con attenzione e rispetto delle regole, poi scende.

     È pomeriggio, sul tardi. Cioè sembra tardi, ma non sono ancora le cinque, o meglio le diciassette, però con l’ora solare è già scuro sia per l’autunno avanzato (siamo ai primi di dicembre) sia per il cielo nuvoloso.

     Le luci stradali, precocemente accese, si rifrangono nelle rade gocce di pioggia creando effimeri puntini luminosi giallastri, illusione di calore. Ma l’aria è fredda, umida, quasi invernale. Non c’è più l’allegria d’inizio autunno, è finito il tepore residuo dell’estate. Gli alberi che ornavano frondosi la strada, appaiono ora come inutili scheletri. La città vive questo periodo, grigio triste soporoso, quasi come un tempo sospeso in attesa di risvegliarsi con la vitalità rumorosa e artificiosa delle feste natalizie.

     Angelo lascia malvolentieri il calduccio dell’auto per immergersi in quest’atmosfera sgradevole, però confida che sarà piacevole entrare in una casa, accolto dal tepore del fuoco acceso nel caminetto.

     Suona brevemente il campanello di un amico che lo ha invitato per fare quattro chiacchiere e assaggiare il vino novello, con la promessa di una sorpresa.

     L’amico si fa chiamare Dino, però in realtà si chiama Bernardo. Ma questo nome è troppo solenne per uno come lui. Non ha certo l’aspetto ieratico di un San Bernardo (il santo) e neppure il fisico massiccio di un San Bernardo (il cane). È invece piuttosto modesto nella figura e nel portamento, è un tipo tranquillo e riservato, alquanto insolito dalle nostre parti, il viterbese, dove la gente è un po’ romanesca, cioè, come si dice comunemente, ‘caciarona’.

     In lui si nota invece un miscuglio d’altre regioni: un po’ di  piemontese (infatti è nato a Torino e vi ha vissuto da giovane) e un po’ di toscano (ha lavorato a Firenze prima di trasferirsi qui nel Lazio). Nonostante che risieda da diversi anni a Viterbo, non ha mai preso l’accento locale, ma nel parlare mantiene una certa inflessione toscana, con la ‘esse dolce’ e la ‘ci dura’ aspirata; però il suo discorrere non ha l’irriverenza e l’impeto dei toscani, ma parla invece con la cortesia riservata, riflessiva e pure seriosa, tipica dei piemontesi, e dal Piemonte ha preso anche una certa freddezza emotiva, che però è solo apparente.

     Dino fa accomodare Angelo nel tinello dove c’è un bel fuoco che si vede baluginare attraverso lo sportello di vetro del termocamino. L’ambiente è proprio allegro e accogliente: comode poltroncine, luci soffuse, tendine ricamate un po’ retrò, quadri moderni e vivaci moderatamente astratti, e soprammobili a profusione: ninnoli di vetro, di metallo e di ceramica. I ricordi di una vita passata lavorando, in giro per l’Italia.

     Si presenta anche Tiziana, la moglie, molto cortese e sorridente.

     Angelo nota però che Dino non è sereno come di solito. Appare pensieroso, ascolta distrattamente quello che gli si dice. È vero che si tratta di chiacchiere senza importanza, sul tempo uggioso e sull’inverno che sta per arrivare. I soliti argomenti per avviare la conversazione. Però i due sono amici da tempo e pure in confidenza, per cui Angelo chiede senza complimenti:

    “Dino, c’è qualche cosa che non va? Ti disturbo? Ho sbagliato giorno?... magari preferisci che me ne vado e torno domani?”

     “No, no, Angelo. Stai tranquillo. Sì, è vero, sono un po’ giù d’umore. Ma tu non c’entri, anzi la tua presenza mi fa bene, mi distrae. Ora mi passa. Anzi è già passato…”

     E  mostra un bel sorriso, però un po’ forzato. Angelo guarda  interrogativamente Tiziana, che è romana e perciò più aperta alla confidenza. Lei  capisce e spiega:

     “Lo sai? Cioè non puoi saperlo, perché non c’eri, ma poco fa piangeva come un bambino. Lui, che di solito è tutt’altro che tenero e non si scompone nemmeno se casca il mondo, quando vede un film commovente, piange. Glielo dico sempre che se muoio io, lui… manco una lacrima, ma, se muore l’eroina di un film romantico, mi consuma un pacchetto di scottex.”

     Angelo sorride e commenta:

     “Ma Tiziana! Succede pure a me come a Dino. Gli uomini seri sono spesso pronti a commuoversi per un film e a farci su qualche lacrima, ma è una cosa superficiale, quasi piacevole in vista del… come si dice?... dell’happy end liberatorio. Invece quando si soffre veramente ci si controlla e si resta impassibili perché si soffre dentro. Vero, Dino?”

     Dino annuisce e, dimenticando la sua consueta avarizia di parole, diventa improvvisamente logorroico:

    “Proprio così. Infatti io e Tiziana abbiamo appena visto in TV ‘Beyond Borders’ che, tradotto malamente nel titolo italiano, è ‘Amore senza confini’. È un film. Non è granché come film, cioè come storia, ma è molto commovente quando ti fa vedere la vita in un ospedale di fortuna in Etiopia. Un ospedale? Macché ospedale, un rozzo accampamento che ospita gente disperata, malata e affamata, assistita da un medico e da infermieri di un’associazione umanitaria, che lavorano in povere tende, senza attrezzature, senza medicine, senza cibo, cercando di curare ammalati, feriti e bambini morenti di fame”.

     Una brevissima pausa per prendere fiato, poi Dino continua:

     “Si vede un bambino di due o tre anni, denutrito… sai quelli con una grossa testa, il ventre gonfio, ma gli si contano le costole, e le braccia e le gambe sono come quelle di uno scheletro… sta abbandonato in un campo vicino alla madre ferita e morente. Viene raccolto e portato a questa specie di ospedale da una signora inglese, che passa di lì portando una colonna di camion di aiuti. Il bambino è morente, inerte, tanto indebolito che non è neppure in grado di bere il latte. Il dottore dice che morirà, non c’è più niente da fare… ma la signora che l’ha portato insiste per curarlo e tenerlo in vita. Avresti dovuto vedere! È una scena straziante. Come fai a non piangere? Prima sono lacrime di compassione, e poi, quando il bimbo comincia a riprendere vita, sono lacrime di commozione, liberatorie. Tu, Angelo, non avresti pianto?”

     “Sì, mi pare di averlo visto quel film o un altro simile… oppure era uno spot di Save the children o dell’Unicef?  Hai ragione: la scena è veramente toccante.”

     “E pensa che mi ha commosso così tanto che, per trattenere le lacrime, ho cercato di stropicciarmi gli occhi. Ho alzato di scatto una mano… gli occhiali mi sono saltati via e guarda che cosa è successo…”

     Dino si toglie gli occhiali e li fa vedere. L’articolazione della stanghetta sinistra è rotta ed è stata precariamente riattaccata con del nastro adesivo.

     “Vedi? Si sono rotti qui. Un bel danno. Mi costerà qualche centinaio di euro… perché lo so che, se vado dall’ottico, che pure è un amico, lui mi dice che sono difficili da riparare, che è un metallo speciale della tecnica aerospaziale, che non ci sono pezzi di ricambio, che la riparazione non reggerebbe, che gli occhiali sono vecchi, che è ora di cambiarli… e allora devo buttar via tutto, anche le lenti. Pazienza!”

     Si è sfogato, sorride e cambia discorso:

     “Oh! ma non ti ho mica invitato per parlare di cose tristi. Ora ti offro una bevuta di vino novello, speciale. Ma prima, ecco la sorpresa: le caldarroste, che col novello ci stanno proprio bene. Te lo immaginavi che so fare le caldarroste? senza bruciarle e senza fare fumo? Ti faccio vedere.”

     Negli anni giovanili, vissuti a Torino, Dino ha ricevuto un imprinting tipicamente nordico che consiste in una notevole abilità manuale, cioè nella capacità di risolvere problemi pratici e di costruire all’occorrenza congegni incredibili. Qualsiasi problema di meccanica, di elettricità, di idraulica, lui lo risolve rapidamente e meglio di uno specialista, e pure gratis. Volete sapere il suo numero di telefono? Eh no! Quello lo tengo per me.

     Dunque! Nel piccolo focolare del termocamino non ci sarebbe spazio per la padella da caldarroste, ma lui s’è inventato un marchingegno: ha montato sullo spiedo-girarrosto un cilindro traforato che contiene le castagne e le arrostisce perfettamente senza bruciature e senza il fastidio di doverle muovere continuamente. Ci pensa il motorino del girarrosto.

*     *     *

     Le castagne, pregiati marroni di Canepina, sono pronte. Dino sfila il cilindro dallo spiedo, ne versa il contenuto su un panno umido e lo avvolge con cura.

     “Le caldarroste - dice - devono stufare qualche minuto. Nell’attesa metto a cuocere sullo spiedo delle salsicce …queste saranno per dopo, con un’insalatina. Tanto vale che facciamo una merenda come si deve. Ti va l’idea?”

     La bottiglia è stappata e il vino viene versato nei bicchieri, dove ferve delicatamente emanando un aroma di frutti autunnali.  Alla salute!

     Pochi minuti dopo Dino svolge il panno ed emergono le caldarroste. Nei tagli semiaperti delle bucce si vede la polpa ambrata che esala un leggero vapore caldo e profumato. Buon appetito!

     Alla fine del pasto, semplice rustico molto gradevole e gradito, i tre amici si sentono proprio bene, in pace tra loro e con il mondo.

     Però, dopo un po’ di discorsi scherzosi, barzellette e reciproche prese in giro, Dino riprende un’aria triste. Sarà forse l’effetto del vino bevuto con troppa disinvoltura, però a lui torna in mente l’ospedale da campo in Etiopia, quello del film. E diventa improvvisamente problematico:

     “Sapete? Ci pensate? Noi stiamo qui sereni e beati. Al caldo e con cibo buono. Quelli… capite a chi mi riferisco? a quei poveracci in Etiopia, che muoiono di fame e di malattia. E magari fosse solo in Etiopia… è così in tante parti del mondo… e anche a un chilometro da qui, nella nostra periferia… E ci sono guerre, attentati, con morti e feriti e profughi…”

     Lo interrompe Tiziana:

     “Oh, basta! Ecco il piccolo missionario ‘in pectore’! Ma che discorso fai? Non puoi mica, non possiamo mica, prenderci su di noi tutti i mali del mondo. Le paghi le tasse? Glielo dai l’8 per mille? e il 5 per mille? e ogni tanto la fai la telefonata per donare due euro o cinque euro a questa e quella organizzazione onlus? Che vuoi fare di più?

     Vorresti fare come la signora del film? Che va in Etiopia e salva, sì, un bimbo, ma poi crea un sacco di casini, si trova immischiata nel contrabbando di armi in Cecenia, mette pure le corna al marito e alla fine muore per lo scoppio di una mina. Vuoi fare il missionario e lasciarmi vedova? O vuoi mettermi le corna con una bella infermiera? Non ci provare, sai. Che allora le corna te le metto prima io… magari con Angelo, che è qui disponibile perché si è separato da poco e forse sta in crisi di astinenza.”

      Tiziana ride. E ride Angelo, e  pure Dino rasserenato.

*     *     *

     Più tardi, quando sta per andare a letto, Dino va in bagno come sempre, ma questa volta si guarda attentamente allo specchio, fa una smorfia di insoddisfazione e chiede a se stesso:

     “Ma tu, veramente, fai abbastanza per chi soffre? No, eh? Sei egoista? Allora decidi se devi fare qualche cosa in più... Ci penserai domani?”

     Poi nota, nella sua immagine riflessa, gli occhiali rotti e rappezzati provvisoriamente col nastro adesivo, e ci ripensa:

     “Eh, no! Domani no! Ho una cosa più importante da fare: gli occhiali nuovi. Ci penserò, forse, dopodomani, oppure, dato che fra poco è Natale e ho un sacco di cose da fare… ci penserò dopo le feste.”

     Anche Angelo, tornando a casa, si pone la domanda che ha tormentato Dino:

     “Io faccio qualcosa per risolvere i grandi problemi che assillano il nostro mondo? Fame, guerra, emigrazione, odi e incomprensioni?”

     E, senza farsene un dramma, si risponde:

     “Beh, faccio il mio dovere e pure oltre. Non è abbastanza? Però questi problemi sono enormi e un mio contributo in più sarebbe comunque piccolo, insignificante. Ma se tutti…?”

 

Riflessione (dell’autore)

      Sì, buona notte, Dino e Angelo!

     Riflettete: da quando esiste l’umanità le cose vanno così, cioè male. L’uomo singolo può essere buono. Voi accontentatevi di essere buoni. Se tutti… (come dice Angelo)... magari, un giorno…

     Ma è l’umanità, o meglio è ogni formazione sociale che, per natura, diviene egoista e aggressiva. C’è la guerra e, se non c’è la guerra, c’è rivalità, concorrenza, litigiosità. Non c’è riuscito Gesù a cambiarla l’umanità… e c’è venuto sulla terra apposta per questo.

     Fra qualche giorno Gesù rinascerà simbolicamente e io mi sento un pochino sentimentale. Chi legge le mie storie sa bene che sono razionale e quindi negato a far poesia. Però qualche verso lo so fare, magari quattro versettacci ermetici per un ‘epigramma impertinente’, adatto alle prossime feste:

Auguriamo

“Buon Natale”

ma pensiamo

al Carnevale.

Agostino G. Pasquali

 

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