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Viterbo RACCONTO  I due non si sono mai visti prima, sono perfettamente estranei l’uno all’altra, però si trovano così vicini...
di Agostino G. Pasquali

     17 aprile 2015, primo pomeriggio. Un uomo e una donna in una corsia del cimitero San Lazzaro a Viterbo, zona Cimitero Nuovo.

     Nel ‘Cimitero Nuovo’ le tombe sono costituite da lunghe serie di loculi sovrapposti e affiancati, come un gigantesco obitorio ma con i cassetti non apribili.

    E’ tutto ordinato, moderno, efficiente e ben organizzato, tanto che sembrerebbe un magazzino di vendite all’ingrosso, non un cimitero, se non fosse per i vasi con i fiori, per le fotografie dei defunti e le lucine elettriche accese anche di giorno.

     I visitatori di questa città che è abitata soltanto dai morti, ma di giorno è frequentata anche dai vivi, possono chiedersi se sia più sereno o più triste giacere qui piuttosto che sotto terra o in un sarcofago monumentale.

Quei visitatori probabilmente pensano che questa necropoli sia piuttosto squallida e opprimente, ma che è peraltro più egualitaria del cimitero monumentale perché realizza in morte quella giustizia sociale che manca in vita. Si può dire che realizza la ‘livella di Totò’ e dovrebbe essere un monito per chi viene in visita, e in vita c’è ancora, ma solo provvisoriamente.

     Dunque in quel triste luogo, immersi in questi pensieri, si trovano in visita ai loro defunti…

     un uomo, statura media, capelli grigi quasi bianchi, che indossa un vestito serio con giacca e pantaloni grigi, età piuttosto avanzata, verso i settanta anni. Tipico pensionato ex… qualche cosa. Sta cambiando i fiori, crisantemi gialli, in un vaso appeso davanti ad un loculo contrassegnato da un nome e due date:  ‘Maria Sennini, nata Valetto   n. 8.1.1952  +19.4.2013’

     e una donna, età indefinibile, potrebbe avere quaranta anni portati male oppure settanta portati bene, che è vestita con una giacca a vento aperta su un maglione bianco e pantaloni jeans, scarpe sneaker, capelli neri a caschetto, aspetto sportivo. Anche lei sta cambiando i fiori, crisantemi gialli uguali a quelli dell’uomo, davanti al loculo contrassegnato: ‘Elio D’Elia  n. 7.12.1957  +19.4.2013’.

     I due non si sono mai visti prima, sono perfettamente estranei l’uno all’altra, però si trovano così vicini, distanziati di appena due loculi, che non possono fare a meno di notarsi e scambiarsi un cenno di saluto con un sorriso, solo un sorriso formale e un po’ mesto. L’uomo finisce per primo, recita in silenzio una preghiera, si fa il segno della croce e si avvia. Mentre sta superando la donna che sta ancora sistemando i crisantemi, l’uomo sente un improvviso impulso di rivolgersi a lei. Si ferma e le chiede: “E’ suo marito?”

     Si pente subito di aver domandato, si rende conto di essere stato indiscreto, ma la signora risponde senza dimostrare fastidio:

“Si… era mio marito. E lei?... Chi ha visitato?”

“La mia povera moglie.”

     L’uomo ora è un po’ imbarazzato, non sa più che dire e non sa come salutare e andarsene. Se non dice più nulla fa la figura dell’impiccione scioccamente curioso e pure maleducato, ma se dice qualche parola gentile (e come dovrebbe essere se non gentile?) teme di sembrare uno che vuole ‘provarci’. Provarci in un cimitero? figurarsi! 

     Guarda la lapide e nota la data di morte: 19.4.2013, uguale a quella di sua moglie. Gli sembra un segno del destino e fa notare la strana coincidenza alla donna. Lei, che ora ha finito con i fiori, gli risponde:

“Sì, è strano davvero, proprio una combinazione da prenderci i numeri per il lotto, se uno ci crede a queste stupidaggini… ma ora devo andare, se no perdo il bus per tornare in città.”

     La donna si avvia verso l’uscita. L’uomo resta indietro, ancora imbarazzato per averla infastidita con la sua osservazione e pensa che il bus sia una scusa per allontanarsi da lui. Ha notato infatti che lei si è avviata frettolosamente senza neppure farsi un segno di croce. Sente il dovere di scusarsi, accelera il passo, la raggiunge fuori del cancello d’uscita e le dice:

“Mi perdoni. Non volevo disturbarla. Ho notato che è andata via precipitosamente senza neppure un… saluto a… suo marito, senza farsi un segno di croce… L’ho fatta scappare io? Mi scusi…” e mentre parla si rende conto di essere di nuovo invadente e maldestro: più parla e più commette gaffe.

     Lei si ferma, sorride e gli risponde:

“No, non si scusi e non si preoccupi. Devo davvero prendere il bus. Anzi, dovevo… guardi è già partito, eccolo, è laggiù e se ne va. Pazienza, prenderò il prossimo.”

     L’uomo adesso si sente doppiamente a disagio perché pensa di averle anche fatto perdere l’autobus e il minimo che potrebbe fare è accompagnarla dato che lui è venuto in auto, ma teme che lei, se la invita, si offenda e lo giudichi un ‘vecchio pappagallo’. Lo toglie lei dall’imbarazzo:

“Non è che ha l’auto? … Sì?...  Potrei approfittare? … Sa? aspettare mezz’ora non è divertente, e poi in questo luogo così deprimente…”

      Entrati in auto, prima di avviarsi verso la città, si presentano:

“Permette? Attilio Sennini.”

“Ardita D’Elia. Ma non mi chiami Ardita, quel nome non mi piace. Sa? Mio padre era un militare ammiratore di D’Annunzio e dei suoi arditi, e me ne ha lasciato il segno. Elio, il mio povero marito, provò a chiamarmi con il diminutivo Arditina, ma era troppo lungo e pure ridicolo, quindi lo ridusse a Tina. Parenti e amici mi chiamano Tina. Perciò anche lei mi chiami: Tina.”

     E’ bastato quell’invito a farsi chiamare ‘Tina’ per eliminare quel poco di imbarazzo che ancora rendeva impacciato l’uomo. Lei si dimostra così semplice e spontanea, così disponibile ad un rapporto amichevole… Attilio pensa:

     “Ma sì, questo incontro sembra guidato dal destino, dalla Provvidenza, può essere l’inizio di un’amicizia.  Non può essere stato un caso a farci incontrare e a farci provare - mi sembra - una reciproca simpatia. Ci sono state troppe coincidenze e quel mio strano impulso a parlarle… strano davvero per uno come me, che sono sempre discreto, un po’ timido con le donne, e non faccio mai il primo passo… e lei è proprio simpatica.”

     Attilio e Tina passano subito al ‘tu’ e si scambiano qualche notizia personale. Sono vedovi da due anni, non hanno al momento legami personali, hanno figli adulti che stanno per conto loro e si ricordano dei genitori solo a Natale, oppure quando gli serve qualche ‘aiutino’ (come dicono i giovani quando gli serve un ‘aiutone’). Hanno tentato entrambi qualche esperienza di compagnia, ma con esito negativo. Questo incontro può essere quello buono?

     Attilio pensa, come ho già detto, che ci sia la mano della Provvidenza.

     Tina invece non è credente in Qualcuno che vede gli eventi e provvede per il meglio, ma accetta quello che le succede senza prevenzioni e senza cercarvi una logica o una causa .

     Viaggiano fino al centro città, dove abita lei. Arrivati. Non c’è posto per parcheggiare, ci si può appena fermare un attimo per scambiarsi il numero di telefono.

*     *     *

     E’ finito il TG serale. Attilio, che appena ha lasciato Tina ha sentito subito il desiderio di parlarle ancora, toglie l’audio al televisore, non aspetta oltre e la chiama con il telefono:

“Pronto Tina? Sono Attilio. Ti disturbo? Stai cenando? Vedi la TV?”

“No, nessun disturbo. Cena finita. TG visto, che strazio! La solita sequenza di cattive notizie. Mi fa piacere parlare con te…”

“ Lo sai che oggi è venerdì 17?”

“Ma va? Non mi dire che sei superstizioso.”

“Noo! Beh… forse un pochino, tipo: non è vero, ma fare uno scongiuro non costa niente, quindi… ma no, davvero. Però volevo dire che ci siamo conosciuti proprio oggi venerdì 17, giorno che dicono infausto, e mi pare, invece, che ci abbia portato bene.”

“Giustissimo. Ma, dato che hai chiamato, che altro mi vuoi dire?”

     Attilio è preso in contropiede dalla domanda. Tina, semplice e diretta, con quella domanda lo ha spiazzato. Non aveva preparato non dico un discorso, ma nemmeno previsto un argomento. Di entrare subito in confidenza gli sembra prematuro. E’ di nuovo in imbarazzo come gli è successo al cimitero, ma questa volta Tina non lo salva. Attilio supera l’attimo di disorientamento, apre un argomento a caso, ed il più inopportuno che potesse trovare:

 “Pensavo che… ci siamo conosciuti al cimitero, davanti alle tombe… e non ti ho neppure chiesto qualcosa del tuo povero marito… come è successo che…”

     Attilio si morde la lingua. Che cavolo di argomento ha trovato? Ma Tina risponde come sempre, semplice e diretta:

 “Vuoi sapere com’è morto? Infortunio sul lavoro, in cantiere, ha ceduto un ponteggio e… morto sul colpo… Sai? A quell’età, aveva solo 55 anni, si muore o per tumore o per incidente.”

“Almeno non avrà sofferto… ma tu? Immagino che tu…dolore e problemi senza fine.”

“Proprio così. Tua moglie invece?”

“Ecco hai detto bene prima: oggi si muore per tumore o incidente! Per lei è stato un tumore, uno di quelli inguaribili… non immagini però quanto vorrei non parlarne…”

“Avrai sofferto tanto anche tu per la morte…”

“Si e no... Cioè, non mi fraintendere: ho sofferto per la morte, e molto, ma di più durante la malattia. La morte è stata una liberazione per lei e per me. Una malattia durata due anni d’inferno, tra interventi chirurgici, terapie pesanti e inutili, piccoli apparenti miglioramenti e subito dopo peggioramenti gravi… ma non voglio rattristarti con questi discorsi… se posso, evito di parlarne.”

“Sai, Attilio? Dal modo come parlavi adesso, mi pare di capire che invece hai bisogno di parlare e di sfogarti. L’hai mai fatto?... dimmi pure, se vuoi.”

     E’ incredibile l’intuito di certe persone, specialmente donne. Tina l’ha appena conosciuto e ha già penetrato la psiche di Attilio. Ha intuito che lui desiderava qualcuno con cui parlare liberamente della malattia della moglie perché fin’ora non lo ha mai fatto.

    Attilio inizia a raccontare. E’ un torrente di parole alimentato dalla rottura della diga del riserbo che per due anni ha retto il peso di quello sfogo trattenuto a fatica.

    Non riferisco il lungo discorso che divaga parecchio prima di arrivare al nocciolo della sofferenza di Attilio, che alla fine confessa di avere un rimorso: è convinto di non aver saputo aiutare la moglie, non ha saputo o voluto abbreviarle la sofferenza.
Ecco come Attilio finisce lo sfogo: “Quando lei si rese conto che il male era ormai alla fase terminale e le restavano solo giorni di dolore, desiderò di morire e cercò di farmelo capire. Non poteva più parlare, ma riusciva a farsi capire. Intuii quel desiderio, ma non le chiesi, non ebbi il coraggio di chiederle se voleva l’eutanasia; temevo che lei avrebbe potuto rispondermi con un cenno affermativo. Proprio questo temevo, perché sapevo che non gliela avrei data l’eutanasia, sia perché vietata dalla legge civile, sia perché vietata dalla legge religiosa, ma soprattutto perché sospettavo di non avere il coraggio necessario”.

     Spesso, per pudore, è difficile sfogarsi con parenti e amici che hanno condiviso l’esperienza dolorosa di una grave malattia e della morte. Una volta sola Attilio aveva provato a parlarne con il suo confessore abituale, ma quello aveva interrotto bruscamente la confessione, come infastidito, gli aveva  detto che non c’era peccato, che lui si era comportato da buon cristiano, anzi da perfetto cristiano osservante i principi della Chiesa, e gli aveva consigliato di rivolgersi ad uno psicologo.

     Dato che è più facile sfogarsi con chi è stato estraneo, ma gode della nostra fiducia, Attilio ha intuito che Tina è forse la persona giusta. E pure Tina l’ha capito, lo lascia sfogare e dopo commenta:

“Hai fatto la cosa che ritenevi giusta. Perché ti tormenti?”

“Perché non l’ho aiutata. L’ho lasciata soffrire per giorni e giorni. Non era in grado di parlare, ma urlava e urlava per il dolore… finché non le facevano un’iniezione di morfina. E anche per avere quell’iniezione dovevo chiedere io ai medici; eravamo in ‘hospice’ e a volte non chiedevo con la necessaria insistenza. Tu che avresti fatto?”

“Se vuoi che te lo dica, ma forse non ti farò un piacere, ti dico che io le avrei procurato l’eutanasia. Però capisco che per me è facile dirlo, è solo un’ipotesi. E poi io non…- un attimo di esitazione - non sono religiosa, non sono credente, e quindi non ho i tuoi condizionamenti religiosi.”

“Ma qui da noi, in Italia, l’eutanasia non si fa, non è legale…”

 “Si fa, si fa anche in Italia… basta dire: sospendiamo l’accanimento terapeutico e pratichiamo solo la terapia palliativa... tu sai di che si tratta… le cure palliative sono ammesse. Ma vai a vedere dove finisce l’accanimento terapeutico e dove, passando per le cure palliative, si è già nell’eutanasia. E’ un sotterfugio tipicamente italiano, un necessario compromesso tra la troppa permissività del laicismo e la rigida opposizione del fondamentalismo cattolico. Piuttosto, dato che lei non poteva più parlare, come fai ad essere sicuro che tua moglie voleva essere aiutata a morire?”

“E’ stata un’intuizione. Tra moglie e marito ci si capisce senza bisogno di parlare. Ti voglio dire un’ultima cosa. Sono in vena di confidenze e mi fa bene parlare con te. Ieri, avvicinandosi l’anniversario della morte, ripensavo a questo mio rimorso e ho scritto una poesia a nome di mia moglie proprio per dire le parole che lei voleva dire, ma non poté dirmi.

Non avevo mai scritto poesie, non ne sono capace, ma è stato come se mi avesse guidato lei, sotto  dettatura, come in telepatia. Tu a queste cose non ci credi, ma io ho sentito la sua presenza spirituale. Come dici?... vuoi leggere la poesia?... Hai detto: si? Te la mando per mail. Mi dai il tuo indirizzo?”

 

Agostino G. Pasquali

 

   Domani?

Sarà soltanto dolore.

Ho paura del domani.

Non lo voglio il domani.

 

    Non mi serve

il tuo inutile amore,

mi serve il tuo aiuto:

non voglio il domani.

Aiutami:

 non far nascere il mio domani!

 

    Mi dici parole,

belle parole,suggestive,

di falsa speranza,

cercate con cura

in un copione senza data,

studiate e meditate in te,

recitate da te

per dovere cristiano,

per annebbiarmi la paura,

per evitarti, a te,

il rimorso di essere inutile.

    Non lo voglio il domani.

 

(Maria per Attilio)

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