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Viterbo RACCONTO Il primo della classe risulta sempre antipatico e nessuno gli dà amicizia…

    

E’ il periodo natalizio.

A casa Rossi i frequenti giorni di festa permettono l’esercizio di una particolare attività: la famiglia Rossi passa le serate prefestive a giocare a scacchi, perché i Rossi (Giovanni  il padre, Rita la madre, i figli Aldo e Gabriele) sono tutti appassionati di scacchi.

Spesso partecipano a queste serate alcuni parenti e amici, anche loro scacchisti, e in queste occasioni si fanno veri e propri tornei che finiscono tardissimo… tanto domani si riposa. S’intende che tra una partita e l’altra ci si concede qualche extra: un caffè,un dolcetto natalizio, un’aranciata e, massima trasgressione, un vin brulé… perché gli scacchi sono una cosa seria e bisogna restare sobri!

     Il giocatore più bravo è Gabriele (tredici anni), il quale in quanto più bravo partecipa già a tornei organizzati dalla FSI, Federazione Scacchistica Italiana . E’ più abile del fratello Aldo (sedici anni) e del padre, e anche della madre, ma lei conta poco perché non è proprio appassionata e partecipa alle partite per solidarietà familiare, per riempire un posto vuoto davanti ad una scacchiera, ma senza l’impegno e senza la passione necessaria per vincere.

     Definire ‘gioco’ gli scacchi è alquanto improprio. Si tratta in realtà di un esercizio d’intelligenza di alto livello, uno sport mentale molto difficile e molto agonistico, come ben sanno gli appassionati, mentre invece non lo capiranno mai i refrattari, come sono io, che considerano (ingiustamente, s’intende) gli scacchi una insopportabile tortura e stortura mentale: se vinci sei un po’sadico;  se perdi, e sei contento lo stesso, sei un po’masochista.

     Negli scacchi è particolarmente importante la concentrazione che non deve mai mancare dalla prima all’ultima mossa. E qui sta il punto debole di Gabriele che è il più bravo, come ho detto, ma spesso si deconcentra proprio quando è ad un passo dalla vittoria, e perde. Sarà forse per l’età giovanile?

*     *     *

     A fine febbraio.

     La signora Rita Rossi è in attesa di incontrare la professoressa Dasti, insegnante di lettere del figlio Gabriele.  Ha ricevuto un invito della professoressa per le ore 11,30, ma lei è arrivata alle 11 e attende pazientemente nel corridoio dove c’è la sala degli insegnanti.

     E’ un po’ in apprensione anche se sa che il figlio è bravo, non ha insufficienze ed è un ragazzo disciplinato che non ha mai dato problemi né in famiglia né a scuola. Ma lei pensa che oggi con i figli non si può stare mai tranquilli: se ne sentono tante di stranezze! Per un ragazzino di 13 anni è facile traviarsi, avere un comportamento ambiguo, a casa buono e a scuola cattivo, è facile  prendere brutte inclinazioni, frequentare cattive compagnie, anche  drogarsi. E i genitori sono sempre gli ultimi a sapere.

    Mentre aspetta, angustiata da questi pensieri, la signora Rita non può fare a meno di sentire, di aspirare il caratteristico odore delle scuole: un misto di vernice fresca, disinfettante e carta vecchia.  Quell’odore le è familiare e la riporta indietro ai suoi anni giovanili, da studentessa prima e poi da insegnante supplente all’istituto tecnico, con incarichi saltuari durati tre anni fino alla rinuncia all’insegnamento per dedicarsi alla famiglia.

     Era stata una rinuncia fatta senza rimpianti perché non si sentiva vocata a quel lavoro; temeva soprattutto di non essere in grado di ‘domare i selvaggi’. Bisogna tener conto che in quel periodo,  verso la fine degli anni novanta, la società accettava stupidamente che la scuola fosse un caos senza controllo, con impotenza degli insegnanti di fronte alle turbolenze degli studenti, turbolenze che duravano già da tre decenni e divenivano ogni anno più aggressive. D’altra parte il marito le aveva fatto notare che il magro stipendio da insegnante, comunque aleatorio in mancanza dell’immissione in ruolo, avrebbe compensato appena la spesa di una colf che per loro era necessaria non avendo familiari in aiuto per gestire la casa. Presto era nato Aldo, il primo figlio, e questo aveva pesato decisamente sulla opportunità di fare solo la casalinga. Dunque niente rimpianti, ma forse un po’ di nostalgia risvegliata ora da quell’odore, ma non tanto nostalgia dell’ambiente in sé quanto della gioventù ormai passata.

     La professoressa Dasti arriva, la fa accomodare e inizia il discorso in modo spiccio:

     “Signora Rossi, l’ho invitata per parlarle di un problema di suo figlio Gabriele…”

     Rita Rossi impallidisce e ha un sobbalzo come se avesse ricevuto uno schiaffo. La professoressa se ne accorge e comprende di essere stata troppo brusca; quindi riprende il discorso con un sorriso conciliante:

     “No, non mi fraintenda. Non si spaventi. E’ tutto a posto, va tutto bene. Scusi il mio modo diretto, anche brusco, di parlare, ma è una deformazione professionale. Sa? Con gli studenti, se una non parla francamente, bruscamente, senza giri di parole, perde subito il controllo su di loro.

Dunque: suo figlio è bravo, educato e studioso. Si capisce che viene da un ottimo ambiente familiare. Ma, ecco… potrebbe essere migliore… come rendimento scolastico, voglio dire. Come comportamento è ineccepibile. Il suo difetto è una specie di rinuncia ad essere ‘ottimo’, sembra che si accontenti di un ‘buono’ quando potrebbe essere ‘eccellente’.

Mi spiego meglio. Quando scrive un tema inizia molto bene, espone idee intelligenti e originali, ma verso la fine scade in osservazioni banali, addirittura senza senso. Quando lo interrogo si comporta allo stesso modo: risponde bene, ma all’ultima domanda che gli faccio si ingarbuglia, dice una cosa per un’altra, oppure confessa di non sapere la risposta.

Si direbbe che ad un certo punto perda la concentrazione oppure che intenda volontariamente  rovinare un po’ la buona figura che sta facendo. Ho sentito gli altri insegnanti e tutti mi hanno detto la stessa cosa. Pensi che l’insegnante di educazione fisica mi ha riferito che Gabriele stava facendo una corsa campestre, era primo, ma negli ultimi cento metri, ha rallentato incomprensibilmente ed è stato superato da due compagni.”

     Rita Rossi resta in silenzio, non sa che dire, e quel silenzio è per la professoressa un invito a proseguire:

     “Per concludere le direi che non c’è da preoccuparsi per la scuola. Non dubito che Gabriele sarà promosso, ma io, come genitore, mi preoccuperei di questa stranezza comportamentale. L’anno prossimo Gabriele inizierà la media superiore e allora quello che ora è un difetto trascurabile potrebbe diventare… come dire?... un freno, un impedimento serio…”

     “Che cosa dovrei fare? Lei, che cosa suggerisce?”

     “Mi pare ovvio: sentire uno psicologo.”

*     *     *

     A casa Rita si consulta con il marito. Convengono che la professoressa ha ragione dato che anche in famiglia, per esempio negli scacchi, Gabriele ha di tanto in tanto quell’atteggiamento di distrazione, di disimpegno per cui compromette partite già praticamente vinte. Però prima di andare dallo psicologo, con il rischio di turbare Gabriele, decidono di chiarire con lui la questione.

     “Fai tu…”  dice Giovanni alla moglie “…vedi tu, che ci sei più in confidenza, che lo segui nello studio…”

     Così, come succede spesso, il così detto ‘capo famiglia’ delega, o meglio scarica sulla moglie qualsiasi problema che implichi i rapporti umani. Gli uomini di solito sono bravissimi a riparare un rubinetto che perde, una lampada che non si accende, una tapparella che si è bloccata sghemba, ma  capiscono poco dei problemi sentimentali o psicologici dei figli. Anzi non capiscono nemmeno i propri problemi, infatti li rimuovono, cioè li trascurano. Quindi tocca alle mogli…

     Non che le donne siano particolarmente preparate e abili ad affrontare questi problemi, anzi spesso affrontano il male e lo trasformano in peggio, ma non sono abbastanza riflessive da capire il gioco a scaricabarile dei mariti e quindi non reagiscono dicendo un fermo : “No! pensaci tu che sei il padre, il capo della famiglia.”

     Ovviamente non è sempre così, ci sono anche padri e madri che fanno eccezione e si fanno carico giustamente ognuno delle proprie responsabilità; però papà Giovanni non è un’eccezione, e perciò nel pomeriggio mamma Rita si avvicina a Gabriele che sta studiando e, con la scusa di offrirgli il suo  aiuto, comincia delicatamente a trattare l’argomento che l’angustia, prendendolo però così alla larga che Gabriele ascolta con interesse, ma senza capire dove la madre voglia arrivare. Poi intuisce tutto e il suo sguardo, che all’inizio era sorpreso e interrogativo, diventa pian piano furbetto e ironico. Quando l’espressione di Gabriele vira decisamente verso l’ilarità, Rita fa l’offesa ed esclama:

    “C’è poco da ridere. E’ una cosa preoccupante questa tua tendenza a finire male ciò che cominci bene. Anche i tuoi insegnanti l’hanno notata. Me ne ha parlato la professoressa Dasti…”

    “Allora ve ne siete accorti tutti. Evidentemente sono stato esagerato e imprudente.”

    “Come? Spiegati!”

    “Vedi mamma? Mi avete scoperto e allora ti spiego.

In passato facevo tutto bene. Vincevo le partite a scacchi, andavo molto bene a scuola, ma… Prendiamo gli scacchi: la sera giocavamo a scacchi e io vincevo con papà, e lui s’arrabbiava, andava a letto di cattivo umore e spesso, vi sentivo, litigava con te perché aveva perso con me. Vincevo con Aldo e lui si offendeva perché essendo il fratello maggiore non accettava di essere battuto. Solo tu non ti ci arrabbiavi, ma io l’ho capito che a te degli scacchi non t’importa niente, anzi prima perdi e prima ti levi il fastidio.

A scuola è lo stesso. Il primo della classe risulta sempre antipatico e nessuno gli dà amicizia…

Per questo io non voglio vincere troppo né essere il più bravo. A me sta bene essere considerato bravino, essere secondo o terzo. Capito ora?”

     Quando Rita riferisce al marito la conversazione che ha avuto con Gabriele, Giovanni commenta:

     “Però che ‘paraculo’ che è!... Questo figlio potrà fare il diplomatico, oppure il politico. No, il politico no, perché non è disonesto. Anzi lo vedrei bene nella carriera ecclesiastica: bravo, furbo e diplomatico com’è, come minimo diventa vescovo e magari cardinale e, perché no? pure papa. No, papa non ce lo vedo, perché sarebbe un ‘primo’ e questo non gli piacerebbe.”

Fine

Agostino G. Pasquali

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