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LA MAREMMA CHE FU
(narrazione poesia contrasto poetico)

Alla fine dell'articolo sono elencati i titoli degli articoli precedenti con link per essere letti     

 

La veglia[1]

La vecchia veglia lì, sul focolare,

finiva la giornata di lavoro

e, consumato, il povero mangiare

c’erano le serate del decoro.

 
Il seme raccoglieva le stagioni

come i ricordi dati dalla guerra,

la povertà sposava le illusioni,

“ ma quant’è duro viver nella terra. ”

 
La fiamma crepitava le castagne,

“ un fatto è capitato qui vicino, ”

udivano i bambini senza lagne,

l’arsura richiedeva del buon vino.

 
Batteva il forte vento la finestra,

dentro la luce che forse non regge,[2]

c’era il pensiero pur della minestra:

per me sono frammenti e tante schegge.

 
Il legno del soffitto aveva nodi,

“ho messo dentro il sacco la farina, ”

la vita richiedeva tanti modi

e il pane era già pronto di mattina.

Il caldo trasudava il forte odore

d’un vecchio, che puliva la ginestra;

il bianco seno concedeva amore,

ma c’era il vetro rotto alla finestra.

 
“ Quel giovanotto ieri si è sposato

la vedova di Peppe, per miseria,

deve partìr, ché non fece il soldato,

ve dico che è una cosa poco seria. ”

 
Le storie pei fanciulli raccontate

tingevano la stanza di paura,

sono vicende ormai dimenticate,

“ per noi villani c’è la vita dura. ”

 
Il cotto stava in terra screpolato

e del raccolto poco fu il guadagno,

“quest’anno è proprio un anno disgraziato,

chi può comprar la giacca de fustagno! ”

 
Ora quel vino ha preso dell’amaro,

“il fatto col vicino l’ho risolto, ”

“ho da mettere i ferri al mio’ somaro, ”

“ il fieno nella stalla l’ho raccolto. ”

 
“ Mi danno le mie ulive resa bassa, ”

“ il mio’ maiale cresce proprio bene, ”   

“ mo’ nel Comune c’è una nova tassa[3] ; ”

un buon prosciutto tolse quelle pene.

 
La luce si spegneva all’improvviso,

“ sta la candela sopra il focolare,”

un fatto buffo generava il riso,

“ quest’anno le patate sono rare.”

 
Il vecchio ha già finito la ginestra,

la vecchia inizia col Rosario santo,

“ il vento non ci ha rotto la finestra!

Adesso nel camino sembra un canto”.

 
La luce per fortuna è ritornata,

“ il pane nella madia lento cresce,

“ è dolce e buona la tua marmellata,

“ ma l’ho quasi finita, mi rincresce. ”

 
Lascia l’anziano con la buona notte,

“ la vanga di un bel manico ha bisogno, ”

“ le scarpe, quelle grosse, si son rotte, ”

e nella culla s’avvicina il sogno.

 
“ Sai che le fiamme son l’anime morte?

“ c’è solo pena per il contadino

che ha da sopportar le cose storte,

“ pranzo con i fagioli e un po’ di vino. ”

 
L’acqua corrente fu di troppo lusso

ed era sol per pochi vanteria,

intanto sulla porta un forte busso:

è il figlio che ha lasciato l’osteria.

 

Il buon cotone fece la calzetta,

“ il piede con la vanga ci ha sudore, ”

sferruzza silenziosa la vecchietta,

“ co’ ‘sti lupini,[4] oh!, che gran dolore.

 

Mette la madre un po’ di ceci a bagno,

rattoppa, poi, un calzone lacerato,

“ quest’anno ce l’ho buoni, non mi lagno,

non regge più, l’hai troppo logorato.

 
Mentre il vento soffiava la sua voce

sulla finestra col vetro spezzato

qualcuna si segnava con la croce

per qualcuno in America emigrato.

 
Le scarpe erano lucide pel sego,

“ di giunchi quel canestro ho intrecciato, ”

“ certo che l’hai ben fatto, non lo nego, ”

“ il granturco quest’anno è ben seccato. ”

L’odore di patate sulla brace

s’univa all’acqua calda del paiolo;

sola, la strada nel silenzio tace:

“ di fuori il tempo freddo sta da solo. ”

 
Bolliva l’orzo nella caffettiera,

mangiaste del granturco la farina,

servì la lana per la canottiera,

“ vorrei riposarmi domattina. ”

 
Dormiva il prete[5] caldo dentro il letto

per darvi lentamente il suo calore

buono pel l’uomo, a cui fece diletto,

per regalarvi pure un po’ d’amore.

 
“ Si è fatto tardi, ” l’ultimo bagliore,

“ domani sera rivenite a veglia?, ”

il tempo s’è mangiato un paio d’ore, ”

“ ricordate a portami la mia sveglia.”

 
I vecchi, nei ritratti conservati,

ricordavano vite e sepolture,

con forti chiodi stavano fissati

quei fissi volti su cornici scure.

 
Il fuoco è spento, ma un tizzone resta,

fuggendo le scintille nel camino,

“ domani ti preparo la minestra, ”

“ fatti ridar l’aceto dal vicino. ”

La cenere poi viene accantonata,

“ perché non butta niente il contadino, ”

ché in tanti modi è stata utilizzata,

“ nel bisogno ci vuol cervello fino. ”

 
“ Me sento voglia, fatti un po’ vicino, ”

“ non ci provare, ma vedi di dormir,

mannaggia a te e accidentaccio al vino! ”

“ le donne tutte buffe, valle a capìr! ”

  

Questi ricordi della fanciullezza

propongono le veglie ormai trascorse

e provo dentro tanta tenerezza

per quella vita con poche risorse.

 

[1] Titolo. Era abitudine riunirsi d’inverno in casa di amici e parenti. (Per meglio comprendere i versi scritti in dialetto, in corsivo graficamente, si tenga presente: l’uso del femminile plurale al posto del maschile; le modificazioni di diversi gruppi consonantici, es. nd>nn, gli>j, ng>gn; il raddoppiamento di alcune consonanti, es. z>zz, g>gg etc. Le singole note meglio chiariscono.

[2] Da intendere con forse si spegne.

[3] Si tratta della tassa di mattazione.

[4] Calli dei piedi.

[5] Si tratta di una struttura di legno contenente della brace che veniva posta sotto le coperte per rendere un po’ caldo il letto.

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La Maremma che fu, gli articoli precedenti

La Maremma che fu - Oggetti villani
La Maremma che fu - Gli artigiani

La Maremma che fu - Bozzetti di vita rustica

La Maremma che fu - Villanella maremmana

La Maremma che fu - Ninna nanna villana

La Maremma che fu - Quadretti sognati

La Maremma che fu - Addio alla Maremma

La Maremma che fu - Nel lusco e il brusco

La Maremma che fu - Il meretricio

La Maremma che fu - Un testamento

La Maremma che fu - Una patente un po’ celeste
La Maremma che fu - Scontento

La Maremma che fu - La ballata del pastore

La Maremma che fu - La rivoluzione delle pesche

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La Maremma che fu - L’incendio

La Maremma che fu - L’Etrusco sorridente

La Maremma che fu - C’era una volta

La Maremma che fu - Canto di preghiera

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La Maremma che fu - Canto dell’aratore

La Maremma che fu - Un uomo e una chitarra scordati

La Maremma che fu - Il dilemma professionale

La Maremma che fu - L’Angelo

La Maremma che fu - Il tradimento

La Maremma che fu - Il cantastorie del ricordo

La Maremma che fu - La semina

La Maremma che fu - L’emigrante

La Maremma che fu - Un pomeriggio d’agosto

La Maremma che fu - Il risveglio

La Maremma che fu - Equivoco lessicale

La Maremma che fu - Disputa politica-religiosa
La Maremma che fu - Il banditore
La Maremma che fu - Una grazia poco celeste
La Maremma che fu - Ricordi della scuola elementare

La Maremma che fu - Secondo Contrasto sociale

La Maremma che fu - Primo Contrasto sociale

La Maremma che fu - Una strana processione

La Maremma che fu - Alla villana

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La Maremma che fu - In chiesa

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La Maremma che fu - I nostri giochi

La Maremma che fu - Un venerdì di passione

La Maremma che fu - Il ciocco

La Maremma che fu - Una cristiana abitudine (o dell’Anima)

La Maremma che fu - Il rito
La Maremma che fu - Una vendemmia bisestile
La Maremma che fu - Due ambulanti
La Maremma che fu - Il calendario contadino
La Maremma che fu - Un equivoco canzonettistico
La Maremma che fu - L’origine

La Maremma che fu - Il pecoraro
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La Maremma che fu - La villania

La Maremma che fu - Due poeti
La Maremma che fu - L’iniziazione
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La Maremma che fu - Bracciantato
La Maremma che fu - Una porchetta infelice
La Maremma che fu - Il confine
La Maremma che fu - Questua*
La Maremma che fu - Lupo di macchia
La Maremma che fu - La lupa
La Maremma che fu - La fiera
La Maremma che fu - Al lavatoio II
La Maremma che fu - Serenata maremmana
La Maremma che fu - Dal barbiere
La Maremma che fu - Al forno
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La Maremma che fu - Zazzerone
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La Maremma che fu - Canto del soldato contadino
La Maremma che fu - In vino veritas?
La Maremma che fu - Verso Natale
La Maremma che fu - Il vecchio contadino
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