I Domenicani reggevano il convento di Santa Maria di Gradi, foto del 1911, e quello di Santa Maria della Quercia, foto del 1901 (Archivio Mauro Galeotti)

Carlo Bordini, Fabrizio Dal Passo, Pamela Ferri

LA VIA CASSIA-FRANCIGENA E L’ALTO LAZIO NELLA SECONDA META’ DEL XVIII SECOLO (1) (2) (3) (4) (5) (6) (7)

13. Viterbo, Montefiascone, Bolsena.

La città di Viterbo era tappa obbligata per i viaggiatori che dalla Toscana dovevano raggiungere Roma attraverso quella che veniva indicata come "la via di Siena".

Vi passano tra gli altri il Conte di Caylus nel 1715, il Reverendo Alban Butler nel 1745, Bergeret de Grancourt col pittore Honoré Fragonard, che vi sostano anche per una notte nel 1773 e un non meglio identificato M. de L. M.

La presenza a Viterbo di numerosi conventi, monasteri, ospedali e luoghi di ospitalità è testimoniata in una Relazione inviata a Benedetto XIV nel 1738 e nella Storia di Viterbo che Padre Bussi compilò tra il 1732 e il 1742. Esisteva nel XVIII secolo l'ospedale di S. Sisto, generato dall'unione di tutti i piccoli ospedali della città, e almeno due ospedali destinati esclusivamente all'accoglienza dei pellegrini.

Le confraternite che nel nel XVIII secolo si occupavano degli infermi erano a Viterbo, secondo quanto ha scritto Padre Bussi nella sua Storia di Viterbo, principalmente tre: quella di San Rocco alla quale spettava il trasporto degli infermi negli ospedali, quella dei Sacchi che offriva la propria assistenza ai malati negli ospedali e quella del Nome di Dio che raccoglieva le elemosine per i poveri infermi.

Gli ordini religiosi erano numerosi alla metà del XVIII secolo e possedevano anche più di un convento. I Domenicani reggevano il convento di Santa Maria di Gradi e quello di Santa Maria della Quercia, con 45 e 40 frati rispettivamente, i Cappuccini quello di San Paolo e di Sant'Antonio alla Palanzana, con 45 e 27 frati, i Carmelitani quelli di Santa Maria del Carmine, San Giovanni Battista e Santa Teresa, con 8, 12 e 20 frati, i Gesuiti quello di Sant'Ignazio che ospitava 12 frati, gli Agostiniani quello della Santissima Trinità con 30 frati, i Minori Osservanti Francescani quello di Santa Maria del Paradiso con ben 60 frati e i Minori Conventuali Francescani quello di San Francesco con 35 frati.

Altri ordini religiosi presenti a Viterbo erano i Serviti, nel convento di Santa Maria della verità, i Paolotti in Santa Maria delle Fortezze, i Chierici Regolari Ministri degli Infermi in Santa Maria in Poggio. L'ospedale di Santa Maria in Gradi, detto Domus Dei, in decadenza nel XVI secolo, soprattutto a seguito del sacco dei Lanzichenecchi nel 1527, fu utilizzato esclusivamente come ricovero per i pellegrini. Il Nobili nella sua Cronaca di Gradi scritta nel 1616, spiega come «essendo col tempo mancate le entrate nondimeno ha mantenuto il convento l'uso di fare ogni giorno elemosine ai pellegrini tramontani».

Ancora nel XVII secolo e fino al 1810 l'ospedale accoglieva i pellegrini che percorrevano la via Cassia. Un altro ospedale dei Pellegrini, fondato tra il 1150 e il 1200, era presso il Ponte del Duomo. A partire dal 1301 passa sotto la protezione dell'Arte dei Calzolai e si impegna a dare ospitalità ai pellegrini per tre giorni.

E’ evidente che proprio la presenza a Viterbo di numerosi ordini assistenziali ha stimolato la fondazione, durante l’età medievale e moderna, di ospedali e ospizi per i pellegrini romei. Nel 1514 gli ospedali di San Giovanni in Valle, di Sant'Elena e di Santa Apollonia si fusero con quello di San Sisto che nel corso del XVI secolo tramuta il suo nome in ospedale della Misericordia e accoglie anche gli ospedali di Sant'Angelo, di San Tommaso, e dei Pellegrini. Nel 1528 fu trasferito a Faulle. Solo nel 1576 si decide di costruire un nuovo complesso ospedaliero nei pressi del Duomo di Viterbo.

L'attività del nuovo Spedale nel XVIII secolo è documentata nei libri dell'Archivio dello Spedale che riportano l'obbligo della duplice visita giornaliera per il medico, l'aggiunta di un assistente oltre al medico e una lezione giornaliera del chirurgo agli infermieri. Nel 1776 le lezioni di chirurgia erano tenute da Prospero Selli, noto medico romano. Sono note anche le diete imposte ai malati, che comprendevano uova e vino, delle «zuppe di pane condite con uva passerina», delle minestre di riso e farro dal 1738, e la carne per alcuni ammalati, dispensata a tutti solo a partire dal 1793. Diamo ora, un limitato elenco delle più importanti opere d’arte che possiede Viterbo39, che è stata, a più riprese, la dimora dei Papi, e la capitale del Patrimonio della Chiesa. Citiamo in ordine di tempo: la Chiesa di S. Sisto, la Cattedrale di S. Lorenzo, S. Giovanni in Zoccoli, S. Maria della Grazie, la Fontana Grande, il Palazzo dei Papi con la fantastica loggia e la grande Sala dei Conclavi, il Palazzo del Comune del XIII secolo, S. Francesco con i sepolcri di Adriano V, di Pietro di Vico, di Clemente IV e di alcuni cardinali; la madonna della Salute, il Quartiere di S. Pellegrino ecc. 

Lasciammo la via Cassia antica al di là del Piano dei Bagni di Viterbo; dopo aver attraversato la vasta regione delle antiche terme, tra le stazioni di Forum Cassii e di Aquas Passaris, si ricongiunge con la via moderna, poco lungi dalla colonnetta che segna il LV miglio da Roma, o sette chilometri dalla Porta Fiorentina di Viterbo40. A circa un chilometro da questa porta si trova la chiesetta di S. Croce, ove era l’arengo suburbano. Qui si facevano le giostre ed i tornei, e di solito vi si portava la magistratura della città ad incontrare i sovrani ed i pontefici che venivano dalla Toscana.

Sotto il Monte Jugo (m. 434) s’incontrano le due strade, l’antica e la nuova Cassia. Sulla cima di quel monte al tempo dei giubilei, o anni santi, i rettori del Patrimonio facevano erigere le forche, bene in vista dei viandanti, come monito ai ladroni che si azzardavano a depredare i pellegrini diretti a Roma. Al miglio 56, la via Cassia passa sul ponte di S. Maria il fosso Vezzarello (337 metri), lungo il quale a destra un incomodo sentiero conduce alle rovine di Ferento. Passato il ponte, la Via Cassia dei pellegrini non seguiva il tracciato dell’odierna statale, ma passava per il Pian di Monetto e di là seguiva dove oggi è il Borgo di S. Flaviano.

Nel medioevo il percorso Viterbo-Montefiascone era ancora in gran parte sulla vecchia strada; solo che ad un certo punto, detto oggi strada-croce in contrada Pian de Santi, a un chilometro circa dalla città, se ne distaccava a sinistra per dirigersi verso la porta superiore, da cui traversava l’abitato, per tutta la sua lunghezza, fino alla porta inferiore, dove è oggi il borgo. Gli statuti di Montefiascone ordinarono quel tracciato a vantaggio degli abitanti dell’interno41.

Per tutto il XVIII secolo l'Ospedale dei Poveri fu annesso al Seminario di Montefiascone per volere del Cardinale Marco Antonio Barbarigo, fondatore del Seminario, che ne decretò l'unione nel 1690. Deve il suo nome al fatto che all'ospedale era annesso un ospizio per poveri vecchi, a partire dal 1667, per volere testamentario del Capitano Falisco Falisci. L'ospedale, secondo delle memorie esistenti nell'archivio Comunale, veniva amministrato dai Signori Priori pro tempore della città, sotto la sorveglianza del Consiglio.

Nel Borgo di S. Flaviano la chiesa dedicata a questo martire, prefetto di Roma sotto Costantino, è stata costruita sopra delle terme, o meglio sopra un antico tempio pagano, nel 1030; fu restaurata nel 1262. La primitiva chiesa sotterranea è interessantissima per le sculture di tipo Romanico già tendente al gotico, per le colonne ed i pilastri, per le pitture parietali e specialmente per un sepolcro antichissimo di un personaggio della nobile famiglia Fugger di Augusta, che morì in Montefiascone, circa il 1113, in seguito ad una grande sbornia di vino moscatello del luogo, che per una leggenda che vi si annette ancora oggi si chiama Est Est Est.

Di remotissima antichità è ugualmente la chiesa della Natività di Maria della Valle, presso la strada che va a Marta sul lago di Bolsena (Km. 10) e che anticamente era un diverticolo della via Cassia che portava a Bisenzio e più oltre ancora. Seguendo il tracciato dell’antica Cassia, tra Montefiascone e Bolsena, osserviamo come la via moderna si mantenga a poca distanza dall’antica e più in basso verso il lago.

Oggi se ne trova ancora qualche antico tratto selciato seguendo una via di campagna che passa sotto Poggio Pidocchio per la contrada Montegallo e Selciatella, probabilmente così denominata dai selci della strada Romana, e scendeva sulle rive del lago dopo aver passato il fosso di Arlena al miglio 66. Prima di giungere a Bolsena, conviene soffermarsi ad ammirare la veduta del lago, delle due isole che sorgono dalle sue acque, dei pittoreschi castelli che lo circondano42.

Il lacus Vulsiniensis che così si chiamava anticamente dalla città di Vulsinio che vi si specchiava, ha 38 chilometri di circonferenza, 164 ettari di superficie, 163 m. di massima profondità, e si trova a 305 metri sul livello del mare. Il lago è ricco di pesci, specialmente di anguille e capitoni, che, come ci narra la storia, formavano la delizia di vari papi tra i quali Martino IV che: purgava per digiuno l’anguille di Bolsena in la vernaccia43.

Il fiume Marta, che qui ha origine, dopo un percorso di settanta chilometri si getta nel Tirreno sotto Corneto Tarquinia, presso le rovine dell’antica Gravisca. Il lago si disse anche di Santa Cristina, perché gli abitanti di Bolsena hanno sempre creduto che vi fosse stata annegata la vergine Cristina figlia del prefetto Urbano, in odio alla fede cristiana. Lungo il percorso della Cassia adiacente al lago, Petrarca fu ferito da un cavallo mentre si recava pellegrinando a Roma in compagnia di un prelato, come riporta in una lettera a Boccaccio datata 2 Novembre 1350. Passato il fosso Caditore al 69o miglio, si entra in Bolsena44. La stazione di Volsinio si trovava al di sopra della strada moderna, dov’è la località detta Mercatello. La via Cassia traversava la città romana dirigendosi al Nord sull’Altipiano d’Alfina, ove entrava nel territorio umbro, e proseguiva verso Chiusi senza toccare Orvieto.

Subito fuori Bolsena, sopra un poggio detto la Madonna dei Cacciatori, si trova l’altura detta Mercatello, ove era il punto più popoloso dell’antica città Romana. Dal piano d’Alfina, la Cassia scendeva nella valle del fiume Paglia e traversava quel corso d’acqua sopra un ponte che venne chiamato prima Cassio e poi Giulio, perché restaurato da Giulio II. L’abate Andrea ADAMI nella sua Storia di Volseno (1737) dice che la via Cassia, lasciando a sinistra la Toscana marittima, si levava sui monti e passando il Paglia sopra il ponte Giulio, giungeva a Chiusi e poi a Firenze.

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39 La prima menzione di un castrum Viterbium la troviamo nel regesto Amiantino ed in quello Farfense degli anni 768-882. All’avvento dei Franchi la città rimase inclusa nel vecchio ducato longobardo di Spoleto. A scopo di difesa, nel medio evo gli abitanti di molti piccoli vici longobardici sparsi nell’agro viterbese si ridussero tra le mura di Viterbo, che nel 1095 furono inclusi nelle mura urbane. Poi, nel 1215, si aggiunse alla cerchia urbana il Piano della Trinità ed altre località, fino a chiudere la città entro le mura attuali, compiute nel 1268, e poi sformate da rifacimenti e rinforzate a scopo di difesa nel corso dei tempi. Viterbo si levò a municipio indipendente circa nel 1095. Cominciarono allora il periodo delle conquiste, le baruffe con i nobili, i dissidi con i pontefici e con i romani. Ma i papi cominciarono, per primi, a cercare scampo fra le mura di Viterbo nel 1145, provocando le ire di Roma, che mai perdonò quell’aiuto dato ai capi espulsi e che generò eterne gelosie, guerre e inimicizie, durate oltre tre secoli.

Federico Barbarossa venuto a Viterbo nel 1155, mentre vi dimorava Adriano IV, lasciò gran seme di simpatie tra la fazione ghibellina. Nel 1167 ritornatovi, diretto contro Roma, volle decorare la terra col titolo di città. Nel 1172, i viterbesi rasero al suolo l’antica Ferento che rivaleggiava nel predominio della contrada. Tutte le terre e le rocche vicine si diedero alla città divenuta potente e le giurarono fedeltà. Celestino III, nel 1193, innalzò la primitiva chiesa di S. Lorenzo a cattedrale episcopale ed Innocenzo III, nel 1207, vi celebrò un solenne concilio, nel quale, per la prima volta, furono poste le basi della costituzione politica dello stato papale. Sul principio del XIII secolo, la città formicolò di Paterini, ed Innocenzo III s’indusse a scomunicare la città che dava asilo a quella setta. I Romani ne profittarono per muovere guerra ai viterbesi e tolsero loro una campana, che portarono in Campidoglio, e che, per disprezzo, chiamarono la paterina, ed appesero le catene e le chiavi all’arco di Gallieno quali trofei di vittoria. Nel 1210 le armi viterbesi si fecero onore rompendo l’esercito di Ottone I presso Montefiascone.

Per tre secoli durarono le lotte intestine fra due fazioni cittadine, quella dei Gatti e quella dei Tignosi, che straziarono la città e l’insanguinarono in modo miserando. A sedare le inimicizie con i Romani s’adoperarono potentemente Federico II e Gregorio IX, ed ottennero una tregua di armi e poi la pace. Ma Federico II s’inimicò ben presto col pontefice, e l’imperatore, scomunicato, venuto a Viterbo nel 1240, gli ribellò la città e vi lasciò, con sue milizie, un governatore imperiale. I viterbesi si stancarono ben presto del nuovo giogo, e si ribellarono contro i tedeschi che, in una sanguinosa battaglia, combattuta per le vie della città, furono sconfitti e ricacciati nel castello di San Lorenzo. Federico, avuta notizia di questa ribellione, venne personalmente su Viterbo per riconquistare la città, nel novembre del 1243, e l’assediò per circa tre mesi, ma i viterbesi si seppero difendere e costrinsero il nemico a ritirarsi. Nel 1251 furono dettati i nuovi statuti e, in un periodo di tranquillità, la città si diede a sviluppare i suoi ordinamenti interni, ed a decorarsi di importanti monumenti ed edifici.

La corte romana per molti anni vi pose la sua sede. Così vi si stabilì Alessandro IV, che nel 1261 vi morì e fu tumulato nella cattedrale. Urbano IV, suo successore, fu eletto e coronato nel tempio di Santa Maria di Gradi. Clemente IV riparò in Viterbo nel 1266, e pose stanza in un palazzo che il Comune aveva fatto costruire espressamente per residenza pontificia. Il papa vi morì nel 1268 e fu sepolto in Santa Maria di Gradi. Gregorio V fu eletto in Viterbo, dopo tre anni di conclave, ma coronato in Roma nel 1272. Adriano V vi trasferì di nuovo la Curia papale e, dopo pochi giorni passò di vita, e fu tumulato in un prezioso mausoleo in S. Francesco (1276). Tempestoso fu il conclave seguente, per la rivolta degli ufficiali della Curia, che suscitarono tumulti nella città. Giovanni XXI, che ne uscì eletto, fu coronato nel duomo, ma avendo fatto costruire per sé una nuova stanza, nell’ala estrema del palazzo pontificio, per godere della vista della campagna sottostante, in una notte gli si sprofondò sotto i piedi, e dopo 6 giorni morì per le ferite ricevute. E’ sepolto nella cattedrale (1277).

Gli successe Nicola III, che alternava la sua dimora viterbese con quella del castello di Soriano, ove ricevette segretamente Giovanni da Procida, il confidente, prima di Federico II e poi di Manfredi, col quale s’intese circa la congiura in Sicilia contro i Francesi. Colpito da apoplessia, morì nel 1280. Nel palazzo dell’episcopio si celebrò il conclave, non senza violenze da parte dei cittadini, che assalirono quei congregati, tre presero a forza, e tre cacciarono in prigione in odio agli Orsini. Risultò eletto un francese, ligio a Carlo d’Angiò, che prese il nome di Martino IV (1281). La città fu scomunicata e condannata ad ammende gravissime. Per 86 anni i papi non posero piede a Viterbo; la città cadde d’importanza e la sua autonomia fu compromessa. Si riaccesero le antiche discordie tra nobili e popolani; si combatterono battaglie nelle piazze e nelle vie della città; si distrussero castelli ecc. Avendo il Senato romano imposto ai Viterbesi di inviare giocatori alle feste del Testaccio, in seguito a rifiuto ed altri segni di ribellione, fu spedito da Roma un 

esercito che pose a ruba le campagne. Gli azzuffamenti riuscirono vantaggiosi ai Viterbesi, i quali, abusando della vittoria, uccisero undici nobili romani. Questo eccidio, oltre a suscitare le ire del Senato e del popolo di Roma, indusse papa Niccolò IV ad intervenire, minacciando anatemi ed imponendo enormi taglie, sicché la città di Viterbo, premuta da ogni parte, dovette sottomettersi e giurare fedeltà e vassallaggio alla sua eterna rivale (3 maggio 1291). Questo giuramento segnò la definitiva decadenza del Comune, che finì in balìa di due delle più potenti sue famiglie: i Gatti ed i De Vico. Nel 1315, mentre vacava la S. Sede in Avignone, per la morte di Clemente V, gli Orvietani si sollevarono contro il rettore del Patrimonio e lo assediarono in Montefiascone.

I Viterbesi lo liberarono, e fu allora che ebbero in dono dal rettore il vessillo pontificio, croce bianca in campo rosso, con le chiavi e con il privilegio di poterne fregiare il Leone con la palma, emblema del Comune. Nel 1325 la famiglia Gatti usurpò la signoria di Viterbo ed il partito ghibellino si diede in mano a Ludovico il Bavaro. Ma, assediato dal rettore del Patrimonio, Silvestro Gatti, malvisto dai Viterbesi, fu vinto, preso ed ucciso da Faziolo di sua mano nell’aprile del 1338. La potenza dei De Vico andò sempre più crescendo e diede l’ultimo crollo al potere dei papi nelle terre del Patrimonio, soffocando la egemonia della città. Aspre battaglie si combatterono tra i prefetteschi e le milizie del Senato e della Chiesa, fino a che, venuto in Italia il cardinale Albornoz, la stella dei De Vico cominciò a declinare.

Il 14 luglio 1354, il tiranno dovette cedere Viterbo ed andarsene in esilio con i suoi fratelli. Urbano V, tornato in Italia da Avignone, si trattenne, nel 1367, più mesi in Viterbo, ma ebbe subito un saggio della mansuetudine della plebe viterbese, che, per un futile motivo, accese una sanguinosa mischia con i cortigiani e familiari dei cardinali che seguivano il pontefice. La lotta durò qualche giorno e mise in pericolo anche la vita di quei porporati e del papa stesso. Il perdono per quegli eccessi venne molto tardi e dopo molte impiccagioni ed altre condanne, inflitte ai presunti promotori di quei disordini. In seguito alle malversazioni ed angherie dei rettori e tesorieri della Provincia, i Viterbesi si diedero di nuovo in mano ai De Vico che, nel 1375, al grido di “Viva il popolo”, si impadronirono della rocca e la rasero al suolo bruciando gli statuti e le costituzioni papali, riuscendo a far sollevare quasi tutte le terre del patrimonio. Ma i Viterbesi si stancarono ben presto di questa nuova tirannia, ed il giorno della festa di S. Michele Arcangelo nel 1387, riuscirono ad assalire e far prigioniero Francesco De Vico che, defenestrato, anche dopo morto dovette subire le più atroci ignominie. Da quel tempo Viterbo piegò il collo sotto il giogo papale, con brevi intervalli di rivolte e defezioni, fino a che dovette, rifinita di forze, e stanca di lotte e di discordie, fare sacrificio della propria autonomia e permettere che si riedificasse la rocca che doveva tenerla in soggezione.

Ritornò così ad essere il rifugio dei pontefici, prima di Innocenzo VII (1405), poi Gregorio XII (1407) e di Giovanni XXIII (1412). Presso le mura di Viterbo avvenne lo scontro tra Braccio di Montone e Sforza Attendolo, che fu sconfitto pienamente il 14 giugno 1419. Nel 1428 si accesero le fazioni dei Gatteschi e dei Maganzesi e le persecuzioni contro gli ebrei, che si protrassero per molti anni. Di poi Viterbo si eclissò nell’ombra di Roma; tralasciamo perciò di tesserne ulteriormente la storia. Da notarsi la data del 1657, per la peste che ne decimò la popolazione, e quella del 1798-99 quando la città riuscì a respingere tre assalti dei Francesi, per intercessione dell’Arcangelo Michele e di Santa Rosa, come dice un’incisione del tempo che riproduciamo. Tra i passaggi di sovrani e di personaggi importanti notiamo, nel 1433 quello dell’imperatore Sigismondo; nel 1449-50 delle numerose compagnie di pellegrini che furono una grande risorsa per gli osti e gli albergatori e per la città. Si calcolarono alla somma di 5000 ducati le sole offerte a Santa Rosa. Nelle riformanze di quell’anno si trovano comminate severe pene ai negozianti che adoperavano pesi e misure false. Nel marzo 1425 venne in Viterbo Federico III con la sua fidanzata Eleonora di Portogallo. I Viterbesi cercarono di portar via il cavallo e di impossessarsi del baldacchino sotto il quale procedeva quel sovrano.

“VITERBO.- Si sale per arrivare in questa città una montagna molto alta. Non è grande, non mal costruita, non vi ho notato che 7 o 8 torri che si elevano in diversi luoghi; erano state fatte per difesa nelle sommosse d'Italia. Si sostiene che l'intemperie non si fa sentire a Viterbo e che l'aria sia buona. Mi è sembrato vero.
A una posta da lì abbiamo trovato la cittadina di Montefiascone in cui io non conosco che il vino di rimarchevole. Lo si chiama d'Est e si narra lassù una storia che io non ho approfondito. All'uscita di questa cittadina si trova il grande lago che porta il nome di Bolsena, luogo della posta seguente. Conta ben cinquanta miglia di circonferenza e due isole: si seguono le sue coste. La regione più avanti è brutta e le terre del papa finiscono un poco oltre Centino, un buco a 9 poste da Roma.” Tratto da Comte de Caylus, Voyage d'Italie 1714- 1715, première édition du code autographe annotée et précédée d'un essai sur le comte de Caylus par Amilda-A. Pons, Librairie Fischbacher, Paris 1914.

“Viterbo è una città abbastanza bella, e c'è qualche segno di commercio, e parecchi artigiani e mercanti. Ci sono bellissime fontane, e specialmente una; case abbastanza ben costruite, e d'un gusto architettonico abbastannza buono. C'è soprattutto una fontana, quando si entra nella piazza provenendo dalla Toscana, che mi è molto piaciuta. Ci sono parecchie vasche, l'una sull'altra. Quella superiore è alta 15 piedi circa da terra, e l'acqua vi è portata da un tubo che attraversa tutte le vasche; in modo che l'acqua è innalzata a quell'altezza. La tazza superiore, getta acqua da tre o quattro mascheroni, o la lascia cadere in una tazza inferiore, più grande, anch'essa rotonda; e la seconda la riversa in una vasca a cinque o sei facce, che è sotto. Ogni faccia ha dei gradini, e ad ogni angolo, al di sotto, ci sono tre vasche quadrate, che scendono l'una nell'altra, lungo i gradini dlle facce. Ogni vasca è formata da una poetra quadrata, davanti alla quale c'è un mascherone che getta acqua. È semplice e bella, molto. Le tre vasche sono sostenute da una specie di base rotonda, e la sua figura, che si allarga e si restringe in modo proporzionato, è fatta con arte”.

“Da Viterbo a Roma ci sono 40 miglia.
S'incontrano dei tratti della via Appia, ancora integri. Si vede un borgo o margo, che resiste ancora, e credo che abbia più di tuttto contribuito a conservare questa strada per duemila anni; ha sostenuto le lastre dei due lati ed ha impedito che cedessero lì, come fanno tutte le nostre lastre di Francia, che non hanno alcun sostegno sui bordi. Si aggiunga che queste lastre sono grandissime, molto lunghe e molto larghe, e molto bene incastrate le une nelle altre; inoltre questo lastricato (credo) poggia su un altro lastricato, che gli serve da base.
Le strade dell'Imperatore sono fatte con ghiaia messa su una base lastricata, ben stretta e compressa. Dopo, vi hanno messo 1 piede o 2 di ghiaia. Questo renderà la strada eterna.
C'è da stupirsi che in Francia non si sia pensato a costruire strade più resistenti. Gl'imprenditori sono felici di avere un affare del genere ogni cinque anni.
Quando il Papa attuale andò a Viterbo, furono aggiustati parecchi tratti di questa strada Appia, e molto male; l'hanno aggiustata a modo nostro e senza metterci margo, perciò in cinque o sei anni sarà distrutta, ed è già parecchio rovinata.” Tratto da Montesquieu, Viaggio in Italia (1728) Le note dei viaggi di Montesquieu sono state pubblicate da Albert de Montesquieu, Voyages, Bordeaux, 1894-96, 2 voll.. La prima trad. it. (ed.cons.) è Montesquieu, Viaggio in Italia, a cura di Giovanni MACCHIA e Massimo COLESANTI, Laterza, Bari 1995.

40 Questa porta corrisponde all’antica Porta di Santa Lucia. La nuova porta fu edificata nel 1768 essendo papa Clemente XIII.

41 Al Sud-Ovest della stazione ferroviaria di Montefiascone un colle chiamato Monte Arminio era detto, nel 1300, Podium furcarum, perché anche sopra quello furono erette le forche. Ai piedi del poggio, presso la chiesa di S. Egidio di Montanello, vi era un’Osteria (Hospitium), che apparteneva alla Collegiata di S. Stefano di Viterbo. Vi erano anche due ospedali, uno a Borgolungo e l’altro a S. Simone. Molte di queste notizie ci sono state fornite da M. ANTONELLI, lo storico delle Vicende del Patrimonio.

Montefiascone (m. 613), Mons Faliscorum, Mons Physcon, Mons Faliscus, Mons Flascon e Mons Flasconius sono tutte denominazioni che troviamo negli antichi scrittori ed anche nei documenti per indicare questa antica città situata in amena posizione, sull’orlo del grande cratere Vulsiniese. Le date più memorande di questo castello sono le seguenti. Nel 1188 i Viterbesi arsero e distrussero il Borgo di S. Flaviano. Innocenzo III e, secondo altri Celestino III, recuperarono da Enrico VI il castello (1198) e, nel 1207, Innocenzo III vi si recò per ricevere il giuramento di fedeltà del palatino conte Ildebrandino. Più tardi Ottone IV, appena coronato imperatore in Roma, occupò il paese della Tuscia già retaggio della contessa Matilde e prese d’assalto Viterbo e Montefiascone, impadronendosi di altre terre sulla via Cassia (1209-1210).

Federico II nel 1240 sguinzagliò le sue milizie da Viterbo per ridurre Montefiascone a soggezione. Urbano IV, eletto papa in Viterbo nel 1261, fece fabbricare sull’alto del paese un palazzo con torre di difesa, per potervi andare a passare i mesi di caldura, e nelle lettere che il papa scriveva al re di Francia si compiaceva del soggiorno di Montefiascone che chiamava Castello speciale della Chiesa. Vi passò Clemente IV nel 1266 quando, da Perugia, si portò a Viterbo per porvi la sede papale. Nel 1267 il paese cadde nelle mani dei ghibellini imperiali, ma venne subito liberato da Carlo I d’Angiò. Speciali cure del castello ebbe il pontefice Martino IV, che ridusse a rocca il palazzo papale, e vi si rifugiò, come in sicuro asilo, nelle continue e tumultuose vicende del suo regno (1281-1285). Quell’arce venne chiamata, in un documento del tempo di Clemente V (1305-1316), arx Physconia munitissima, e Giovanni XXII, in una bolla del 1325, chiamò Montefiascone peculiare demanium Romanae ecclesia. Durante la residenza della sede papale in Avignone, vi risiedettero i rettori del Patrimonio del B. Pietro in Tuscia.

I viterbesi nel 1315 presero il castello e lo saccheggiarono. In Montefiascone, nel 1354, Cola di Rienzo si presentò, con forte seguito di armati, al legato del papa Innocenzo VI e si fece nominare senatore prima di fare ritorno in Roma. In quel tempo la città era piena di curiali, di giudici, di scrivani e di amministratori; un capitano militare comandava un esercito composto dell’eribanno della città e di soldatesche mercenarie, per lo più di lanzi tedeschi. Vi si tenevano parlamenti generali del Patrimonio e vi fu persino aperta una zecca ove si coniava una moneta detta paparina per solo uso del Patrimonio. L’11 maggio del 1368 Montefiascone ebbe, dopo circa 80 anni, la visita di un papa.

Urbano V da Avignone si recò a Roma e di qui a Montefiascone, attratto dall’aria balsamica e dalla devozione degli abitanti. Decorò il castello del titolo di città, e prese alloggio nella rocca che ampliò e munì di comodità, e vi fece costruire un’ampia terrazza verso il lago. Nel 1385 il Prefetto De Vico prese la rocca di Montefiascone, ma Tommaso Orsini presto la recuperò alla Chiesa. Del 1409 abbiamo documenti di Luigi II d’Angiò datati del 7 aprile di quell’anno prope Montem Flasconum. A Montefiascone fu condotta prigioniera la bella Giulia Farnese dai Francesi di Carlo VIII (1494), ma poi rimessa subito in libertà, in seguito alle rimostranze di Alessandro VI. Vi passarono successivamente i pontefici Giulio II (1506), Leone X (1515), Clemente VII (1527) e Paolo III, che fin da quando era vescovo della città, nel 1504, cercò di farla passare in dominio della famiglia Farnese per farne la capitale del futuro ducato. Ebbe poca deferenza per questi abitanti che si erano opposti ai suoi disegni e fece quasi smantellare la rocca, a vantaggio di quella di Perugia che stava erigendo.

Ciononostante, il pontefice frequentò spesso la città e le isole del lago. Al passaggio di Carlo V, reduce della spedizione di Tunisi, i cittadini di Montefiascone gli offrirono nella piazza di S. Andrea, il giocondo spettacolo di una fontana che gettava vino moscatello. Anche Giulio III venne a ricrearsi su questa elevata posizione. Nel 1637 Montefiascone fu desolata dalla peste e nel 1625 da un forte terremoto. Sulla porta urbica, dal bugnato settecentesco, si vede lo stemma di Benedetto XIV. L’epigrafe marmorea ci dice che fu aperto quel fornice, nel 1744, in quello svolto di vie concorrenti che, mediante la costruzione di un ponte, rese più agevoli ai passeggeri. Era vescovo della città il cardinale Pompeo Aldrovandi. Nell’invasione dei francesi del 1798, fu manomesso il giardino dell’episcopio, ove furono mutilate ben cento statue di marmo, delle quali l’aveva adornato il cardinale Aldrovandi. Le statue furono poi restaurate dal vescovo, il card. De Angelis.

“Da Bolsena a Montefiascone ci sono circa otto miglia. Montefiascone si trova su un'altura e, come ho già detto prima, la città è rinomata per il vino, una specie di moscato abbastanza buono. Vi è una strada che sale assai ripida, ma è dritta e ben fatta. A sinistra, al di là di un'arcata, si arriva in una piccola piazza sulla quale vi è la cattedrale e la residenza del vescovo, l'una e l'altra abbastanza mediocri. Avanzando su questa seconda strada si vede a sinistra un convento di monache abbastanza bello e, oltre questa porta, una superba vallata ricca di vigne, ulivi e di altri alberi da frutta che termina sul lago, fiancheggiato sulla destra da una foresta di alberi bellissimi. Il tutto forma, dall'alto della città e al di qua della porta, il più bel panorama del mondo. Si vedono due isole in mezzo al lago ma nelle quali non sembra vi siano delle costruzioni. si tratta delle isole di Martana e Biscutina, che si vedono percorrendo la strada da Bolsena a Montefiascone.

Nella prima vi era la prigione di Amalasunta, madre di Atalarico, re dei Goti, condannata a morte per ordine di Teodato. La donna vi è sepolta con tutti gli abiti e le ricchezze”.

“Da Montefiascone passai la notte a Viterbo. Si tratta di una città abbastanza grande con qualche bel palazzo. La strada che si percorre per arrivarci è bella, dritta, situata in una pianura molto vasta ma quasi tutta adibita al pascolo o incolta. È un peccato vedere luoghi così belli ridotti in questo stato: coltivati creerebbero una campagna rigogliosa. Qual è dunque la causa di questa noncuranza? La 

catena dell'Appennino forma una cortina di fronte e anche un po' a sinistra che termina a Viterbo. La parte bassa di questa cortina è ricca di una prodigiosa quantità di case di campagna molto simpatiche, che si dice siano al riparo dall'aria cattiva in virtù della loro favorevole posizione.” Tratto da Donatien-Alphonse-François de Sade, Voyage d'Italie..., ; ed. it. cons. Viaggio in Italia ovvero dissertazioni critiche, storiche, politiche e filosofiche sulle città di Firenze, Roma e Napoli, 1775/1776, a cura di Bruno Cagli, Roma 1993, pp.101-102. «[Montefiascone] È una piccola città, ma ha buoni alloggi per i viaggiatori, e produce un vino eccellente. Tutti quelli che passano sentono la storia del viaggiatore tedesco che aveva ordinato al suo servo di segnare tutti i posti famosi per il buon vino con un Est, o un bere is, sulla porta. Il servo segnò lì tre volte Est; il padrone si fermò e si attaccò per tanti giorni alla sua bottiglia che si uccise su di quella. Il suo servo, che era un giovane di spirito, pose sulla sua tomba il seguente epitaffio:

Est, est, est; et propter nimium est, Joannes de Fuc Dominus meus mortus est.

Il duomo è bello ma la città non incuriosisce.»
[Travels through France & Italy, and Part of Austrian, French, & Dutch Netherlands, during the years 1745 and 1746, by the Late Rev. Alban Butler author of the Lives of Saints, John Moir, Edinburgh 1803, p.206.]

42 Due isole abbelliscono il lago di Bolsena: la più grande si chiama Bisentina dal nome dell’antica Bisenzio, che si trovava sulla riva del lago, a ponente. L’isola è montuosa e boscosa ed ha un circuito di circa quattro chilometri e mezzo. Nel bosco si trovano sette piccole cappelle ed un tempietto elegante, opera del Sangallo. La chiesa è opera del Vignola e fu ordinata dalla famiglia Farnese e decorata dal Caracci. Un sarcofago racchiude le ossa di Ranuccio e Pierluigi Farnese. In un altro piccolo tempio vi sono pitture della scuola degli Zuccari. C’è anche un porticciolo ed un edificio dove alloggiò Pio II con la sua corte, ospite di Gabriele Farnese.

Al tempo di Urbano VIII prese il nome, che non mantenne di isola Urbana. Infatti in una bolla di quel papa si legge: “...Insula quae olim Bisentina nunc Urbana nuncupatur”. La visitarono egualmente Eugenio IV, Leone X e Paolo III. Il monte che si eleva 60 metri sul livello del lago, è composto di strati vulcanici decomposti. L’isola Martana è più piccola della Bisentina, non avendo che un chilometro appena di giro. Ha l’aspetto di uno scoglio inaccessibile e prende il nome dal paese di Marta che gli sta incontro a Sud-Ovest. Vi esistono ruderi di un castello dove è tradizione fosse stata relegata la regina Amalasunta per ordine di Teodato suo cugino da lei associato al trono, che la fece strangolare nel 534 d. C. Fu, come la Bisentina, abitata e costituiva una parrocchia con la chiesa dedicata a S. Stefano Protomartire. Appartenne l’isola nella prima metà del secolo XIII ai signori di Bisenzio, che nel 1259 la cedettero alla città di Orvieto. I PP. Agostiniani vi fondarono un convento e la parte superiore dell’isola era dominata da una torre detta di S. Cristina.

43 DANTE, Purgatorio, XXIV, 24.

44 Bolsena, Felsuna etrusca, Vulsinium Romano, poi Volseno dei bassi tempi, fu la metropoli del popolo vulsiniese, uno dei più forti dell’Etruria. Nel II secolo divenne sede vescovile, e fu governata dai propri vescovi fino al VII secolo, quando, essendo decaduta per le varie invasioni barbariche, la sua diocesi fu riunita a quella di Orvieto. Passò, a vicenda, nel dominio dei papi e sotto le signorie dei De Vico, dei conti della Cervara, dei Monaldeschi ecc. Leone XII nel 1828 la insignì del titolo di città. Sono memorande le seguenti date.

Nel 1263, mentre Urbano IV dimorava ad Orvieto, un sacerdote tedesco pellegrinando verso Roma, si fermò a dire la messa in Bolsena nella grotta di santa Cristina, antica catacomba; ebbe dei dubbi sulla transustanzazione del pane e del vino; quando, improvvisamente, spezzando l’ostia sacra vide uscire il sangue che bagnò il corporale. Questo prodigio è quello che va con il nome Miracolo di Bolsena; il corporale fu portato in processione in Orvieto ed Urbano IV istituì in memoria la festa del Corpus Domini.

Nel 1377 i Bolsenesi, aizzati da Francesco di Vico, si ribellarono alla Chiesa e posero nella rocca un presidio fiorentino. Le milizie mandate dal papa da Corneto, furono sconfitte, ma, ad un nuovo invio di brettoni, il castello fu assaltato e preso, la città incendiata dopo il saccheggio e 500 paesani furono passati a fil di spada. Nel 1462 Pio II vi fece dimora proveniente da Viterbo. Nel 1468 quando le fazioni laceravano l’Italia, Bolsena si sottomise definitivamente al dominio della Santa Sede, che vi spediva illustri governatori, ed anche cardinali legati, fra i quali Giovanni de’Medici (Leone X).

 

 

 

 

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