

Pietro Angelone Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
LA MAREMMA CHE FU
(narrazione poesia contrasto poetico)
Alla fine dell'articolo sono elencati i titoli degli articoli precedenti con link per essere letti
Il cantastorie del ricordo
Mi ricordo, era dopo la guerra,
c’era ancora la fame di terra,
c’era la fiamma nella cucina,
l’anima accesa di contadina.
Mi ricordo le monache in nero
e le preghiere senza pensiero
ed i tanti racconti del nonno,
la camomilla per il mio sonno.
Mi ricordo le veglie d’inverno
ed i Rosari contro l’inferno
in un latino “dialettizzato”
e, come lagna, quasi cantato.
Mi ricordo le storie d’estate
prendendo il fresco nelle serate,
le combattute guerre per strade,
conflitti accesi per le contrade.
E, per radio, del Papa la voce,
dentro la casa il segno di croce,
poi mi ricordo l’invocazione
fatta per l’Angelo, a protezione.
E la divisa, come soldato,
col giuramento, da cresimato,
ed il pallone vecchio, sdrucito,
in uno spazio d’erba ingiallito.
E la farfalla del fiocco bianco,
come scolaro dal viso stanco
dentro una stanza con il camino
con la sua fiamma, da contadino.
Mi ricordo i pennini e l’inchiostro
nella mattina. col padre nostro,
e le rane nell’acqua stagnante
col corpo nudo, come bagnante.
Mi ricordo il rispetto all’anziano
ed il toscano fumato pian piano,
dentro la bocca la parte accesa
perché fumare fu troppa spesa.
Poi mi ricordo le processioni,
piene di gente, le rogazioni
e le catene sopra il selciato
il Venerdì del Cristo ammazzato.
Mi ricordo il paziente somaro
con il suo sguardo dolce ed amaro
e la figura, goffa e sgraziata,
per la sua soma, bene portata.
Dentro il recinto il grosso maiale
con il suo corpo mai speso male
nelle stalle, tante galline,
chiocce preziose di contadine.
Mi ricordo le toppe ai calzoni
e i giochi fatti con i bottoni,
poi la fionda di legno indurito
ed il bersaglio sempre colpito.
Le filastrocche,gl’indovinelli,
le ninne-nanne più gli stornelli,
i matrimoni, le bianche spose,
le serenate sempre gioiose.
Le tante feste durante l’anno,
il vino caldo contro il malanno,
Santi e Madonne nelle pareti,
i giorni tristi e quelli lieti.
Mi ricordo del pane mercato.
il cotto in terra assai screpolato
ed i soffitti, a travi di legno,
per le famiglie vecchio sostegno.
Mi ricordo la gialla polenta
e la maestra sempre scontenta
per l’uso antico del dialetto
contro la lingua, senza rispetto.
Mi ricordo le ottave cantate,
le canzonette con le ballate,
il Carnevale con i suoi stracci
e l’allegria con tanti abbracci.
Tanti i lamenti nel funerale,
ultimo giorno di bene e male,
i crocefissi di bronzo antico
e la ragione del benedico.
E mi ricordo il forte fustagno,
fiere, mercati e il poco guadagno,
pecore e capre, vacche e cavalli,
i volti scuri e mani con calli.
Le scarpe grosse, con le bullette,
ed il buon vino con le porchette,
pane con l’olio allora mangiato,
antico pasto già consumato.
Poi mi ricordo l’uva pigiata
sopra il suo tino, tanto sudata;
in superficie ricordo il segno:
era una croce fatta a disegno.
I tanti arnesi per la campagna
perché la terra fosse compagna,
i panni stesi presso il ruscello,
il canto in gabbia di un nero merlo.
Le transumanze con tanti armenti
per i tratturi, allora esistenti,
coi tanti suoni degli animali,
concerti al cielo assai naturali.
I soldi falsi e le figurine,
le lunghe trecce delle bambine,
le scure vesti di vecchie nonne,
le litanie per le Madonne.
Ed i fioretti con le astinenze,
con i digiuni e le penitenze,
le cantilene, le nenie antiche,
i fiori freschi, i mazzi di spiche.
E l’ombrellaio con l’arrotino,
il robivecchi col carrettino:
le loro voci lungo il paese
erano voci da tempo attese.
Il banditore, con la trombetta,
suono ed annuncio fatti in diretta,
ed in campagna bestemmie e canti,
mare, Maremma, e tanti braccianti.
Il ciabattino, col suo deschetto,
che canticchiava sempre in dialetto
lì, nella strada, fuor di bottega,
e il falegname, con pialla e sega.
Mi ricordo il teatro ambulante
e le gesta del nostro Brigante*,
i polpettoni e le brevi farse,
le belle favole, oggi scomparse.
I films in piazza con tanta gente,
sedie da casa, biglietto niente,
per un commento fatto di poco:
è bello o brutto, come per gioco.
Aggiungo ancora le marionette,
i suonatori e le canzonette,
prestigiatori con giocolieri
e gl’indovini, sempre ciarlieri.
I poveracci con gli accattoni
con tante toppe sopra i calzoni
e con il corpo, sempre segnato
dalla miseria, reso angosciato.
Dentro le case le poche cose,
le tante spine, le poche rose,
nicchie nei muri con tanti Santi,
segni di croce e tanti braccianti.
Mi ricordo, la luce era fioca
e per la gente la terra poca
ancora, quando la fanciullezza
non conosceva mai la stanchezza.
Sì, mi ricordo quella cultura
e la Maremma viva, in natura,
il cantastorie con la sua voce
e la Maremma con la sua croce.
*Domenico Tiburzi (1836-1896)
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La Maremma che fu, gli articoli precedenti
La Maremma che fu - La semina
La Maremma che fu - L’emigrante
La Maremma che fu - Un pomeriggio d’agosto
La Maremma che fu - Il risveglio
La Maremma che fu - Equivoco lessicale
La Maremma che fu - Disputa politica-religiosa
La Maremma che fu - Il banditore
La Maremma che fu - Una grazia poco celeste
La Maremma che fu - Ricordi della scuola elementare
La Maremma che fu - Secondo Contrasto sociale
La Maremma che fu - Primo Contrasto sociale
La Maremma che fu - Una strana processione
La Maremma che fu - Alla villana
La Maremma che fu - L’investitura
La Maremma che fu - Cultura e fede
La Maremma che fu - Il Carnevale
La Maremma che fu - Un piangente vignaiolo
La Maremma che fu - Una cosa buffa
La Maremma che fu - La nostra scuola
La Maremma che fu - In chiesa
La Maremma che fu - Menu villano
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La Maremma che fu - Una vendemmia bisestile
La Maremma che fu - Due ambulanti
La Maremma che fu - Il calendario contadino
La Maremma che fu - Un equivoco canzonettistico
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La Maremma che fu - Il pecoraroLa Maremma che fu - La Trinità
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