Viterbo Museo Civico La Pietà di Sebastiano del Piombo

La storia di Viterbo per Pietro Egidi - prima parte - seconda parte - terza parte - quarta parte - quinta parte - sesta parte - settima parte - ottava parte - nona parte

Vicino alle opere di pittori locali nella città si conservano alcune altre di non cittadini. Eccone le principali. Una madonnina di scuola senese conservata nella sala capitolare del Duomo, dipinta verso la metà del secolo. XV, secondo alcuni probabile opera del Bonfigli. Una cosa assai fine e graziosa.

Una Madonna col bambino seduta in ricco trono tra gli angeli, da un lato S. Sisto, S. Felicita, S. Lorenzo, dall’altro il Battista, S. Girolamo, S.Nicola. Grande tavola, gratissima agli occhi soprattutto pei suoi caldi colori, conservata nella sagrestia di S. Sisto, la quale per gli studiosi fu sempre un problema. Il disegno delle figure fa pensare ad un pittore toscano, il colore invece condurrebbe la mente a un veneto o ad un marchigiano. Sarà realmente opera di Neri di Bicci secondo l'opinione recentemente espressa da Arduino Colasanti?

Problema più difficile forse e certo più interessante, dato il valore del dipinto, presentò sempre un’altra grande tavola, rappresentante Gesù predicante o bene- dicente,. circondato dai due Giovanni, da S. Lorenzo, e S. Tommaso: ai piedi, dal pavimento sporge la testa del committente.

La tradizione l’attribuì al grandissimo Andrea Mantegna: attribuzione certo sbagliata. Per quanto bella, la tavola è troppo inferiore ad ogni cosa uscita dalle mani di quell’artista possente. Però non v'a dubbio che nel modo di trattare i panneggiamenti, così studiati 
così tormentati, nella maniera di colorire, qualche cosa di mantegnesco nel quadro vi sia.

Onde i più oggi (lasciando andare chi si ostina a pensare ad Antoniazzo Romano o a Cristoforo Scacco) ne farebbero autore Pier Liberale da Verona o meglio Girolamo da Cremona, un pittore venuto alla moda appunto dopo che Giorgio Berenson, per confronti con alcune sue miniature, gli attribuì questo nostro Salvatore. E la data che esso porta, 1472, e il fatto che in quel tempo era vescovo di Viterbo Ludovico Visconti Settala lombardo, da cui il quadro potè essere fosse offerto alla chiesa, rendono anche più verosimile codesto pensiero.
Ma ad ogni altro dipinto sovrasta senza dubbio la Pietà di Sebastiano dal Piombo.

In mezzo ad una campagna tenebrosa, nella quale terribili bagliori sanguigni guizzano, rendendo foscamente fantastica la scena, sta il cadavere di Cristo, completamente nudo, meno il ventre, cui copre un brevissimo panno. Il bianco lenzuolo su cui è adagiato, fa risaltare più forte la tinta bruno giallognola, cadaverica, delle belle membra irrigidite già dalla morte, ma splendenti in tutta la loro fiorente robustezza. Sono esse che nel quadro dominano: senza difesa lo sguardo è costretto a concentrarsi su di esse.
 
Nella profonda serenità che dalla ampia fronte della bellissima testa si diffonde per tutta la persona, tu senti la Divinità che aleggia intorno alla spoglia mortale. Il cielo e la terra piangono pel Redentore trapassato. E piange anche la madre! L’atteggiamento è di dolore concentrato e disperato, che si volge a Dio, suo solo conforto. Se la massiccia robustezza delle membra ci par troppo maschia e un po’ volgare nella Vergine, che ci abituammo a immaginare nel mistico tipo evanescente dell’Angelico o in quello morbido e fine di Raffaello, però il virile dolore espresso dalla sua faccia ci mostra la madre e la madre di tal Figlio!
 
Nel quadro è un misto di colorito veneziano e di concezione michelangiolesca che poche volte raggiunsero così completa fusione. Nè fa meraviglia.
È noto che l’arrivo a Roma del giovane Raffaello suscitò tempesta nell’animo di Michelangelo. Ben sa
peva che Bramante l’aveva condotto per contrapporlo a lui; ben sapeva come in corte e nel popolo molti fossero che alla sua terribile anatomia preferivano le delicate figure e l'armonioso pastoso colore dell’Urbinate.

Volle tentar di vincere nella lotta per intermessa persona, e fidando sulla tavolozza ricchissima e calda che Sebastiano aveva ereditato da Giorgione e dal Bellini, lui contrappose al sole nascente. Questo quadro è appunto una delle più grandi battaglie data dai collegati al Sanzio. Dice il Vasari che « sebbene fu con molta diligenza finito da Sebastiano, che vi fece un paese tenebroso molto lodato, l'invenzione però ed il cartone fu di Michelangelo». E chi lo guardi non può non creder probabile la cosa. Specialmente la possente figura della Vergine è schiettamente michelangiolesca: corre il pensiero alle terribili Sibille della cappella Sistina.

La tradizione aggiunge che di Michelangelo siano alcuni disegni a carbonella visibili ancora nel rovescio della tavola, e gli intelligenti non ripugnano dal convenirne.
Il capolavoro, fatto ad istanza di Giovanni Botonti chierico di Camera, non è il solo quadro di Sebastiano a Viterbo. Per lo stesso committente egli dipinse un Cristo alla colonna, ritenuto per lungo tempo semplice variante di quello fatto per S. Pietro in Montorio, ma in realtà anteriore a quello di almeno due mesi, come apparisce da due lettere di Sebastiano a Michelangelo scritte nell’aprile 1525.
 
Esso è immensamente inferiore al terribile Cristo morto. Pure, come è naturale in un piccolo centro quale Viterbo, l’uno e l’altro ebbero tale influsso sui pittori locali che non sarebbe difficile indicare una decina di quadri nello scorciò del secolo XVI e nel seguente dall’uno o dall’altro dipendenti più o meno direttamente.

Ma allo splendore terrificante della Pietà scompaiono o fan trista figura tutti gli altri dipinti posteriori con- servati nella città. Appena appena osiamo accennare alla tela di Salvator Rosa, figurante la incredulità di S. Tommaso, ora conservata nella chiesa della Morte; ma soprattutto per deplorare che l’incuria di quella confraternita l'abbia ridotta in così deplorevole stato da temere che più non vi si possa porre riparo (1).

Chiuderemo con un’opera mediocrissima in sè, ma per alcun lato ammirevole: la decorazione della sala grande del palazzo comunale. È opera di due distinti pittori: il soffitto, veramente mirabile per l’armonico innesto degli stucchi, degli intagli e dei dipinti dai co- lori vivacissimi ma sapientemente intonati, sì da non dare alcuna noia all'occhio meglio educato, fu fatto verso la metà del cinquecento dal viterbese Tarquinio Ligustri; le pareti furono affrescate quaranta anni dopo da Baldassarre Croce, bolognese, allievo indiretto dei Caracci.
 
Qui, come del resto al Gesù e a Santa Susanna di Roma, egli si manifesta pittore un pò grossolano e volgare, ma che ebbe un grande senso della decorazione, e seppe così saggiamente scompartire gli spazi, distribuire con tale accortezza quadri e figure, da fare della sala una delle più belle d’Italia.

(1) Mentre correggo le bozze, vengo a sapere che il quadro è stato restaurato; ma non so dire con quali risultati.
 
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