Viterbo Lo sposalizio della Vergine Chiesa di santa Maria della Verità nel 1880 (Foto Leonardo Primi Archivio Mauro Galeotti)

La storia di Viterbo per Pietro Egidi - prima parte
La storia di Viterbo per Pietro Egidi - seconda parte

La storia di Viterbo per Pietro Egidi - terza parte
La storia di Viterbo per Pietro Egidi - quarta parte
La storia di Viterbo per Pietro Egidi - quinta parte
La storia di Viterbo per Pietro Egidi - sesta parte
La storia di Viterbo per Pietro Egidi - settima parte
La storia di Viterbo per Pietro Egidi - ottava parte

Le pitture di Corneto, compite nel 1508 e pagate 450 ducati per arbitrato di Luca Signorelli, se furono l’opera di maggior mole e difficoltà da lui compita, non sono forse la migliore. Il colore è poco vario e ricco, le figure sono disegnate senza ricerca di vita nè di movimento, i panneggiamenti per lo più triti e convenzionali, la esecuzione un pò grossolana e trascurata.

Assai migliore, a mio giudizio, la tempera rappresentante il presepio, conservata nel Museo Comunale di di Viterbo. Qui la tecnica, forse anche per la diversità della dipintura, è molto più fine; la scena é meglio composta, vario ‘e vivace è il colore, bellissima la luce del fondo.

Antonio ha una caratteristica visione e rappresentazione delle carni; le tinge di color caldo e le fa lisce e lucenti come se fossero di metallo brunito a furia di stropicciarlo fortemente. Queste caratteristiche ha una lunetta, che i nostri antichi, ammirati, attribuirono a molti dei più grandi dipintori d’Italia, dallo Spagna al divino Leonardo, ma che senza dubbio deve esser data al Pastura, anzi ne è forse la cosa più bella.

È dipinta a fresco nella parete esterna del convento del Paradiso e rappresenta la Vergine col putto benedicente, tra S. Francesco e S. Girolamo: in alto due angeli e tre serafini. Basta ricordare gli angeli e i serafini della incoronazione di Corneto e del Presepio, basta osservare la fattura delle carni, per giudicare che tutte e tre le opere son del medesimo autore. Ma la lunetta è più accurata, più fine, più delicata; e poi ha conservato una freschezza di colore mirabile. Senza dubbio é una delle migliori cose prodotte da pittore viterbese.

Intendiamoci, non si creda che io voglia esaltare troppo il Pastura. Egli fu sempre uno scolaro, anche nella virilità. Le sue opere paiono sempre, o nell’insieme o in qualche speciale figura, lievi varianti di quadri di altri pittori e sopratutto del Pinturicchio o dello Spagna.

Antonio dovette essere un artista facilone. Nessuna gestazione faticosa e dolorosa nella sua arte. La sua è una pittura gradevole, ma superficiale: il capolavoro costa sforzo e fatica. Egli invece a poco a poco dovè diventare un po’ mestierante, e il mestiere insegnare a buon numero di scolari che riempiono la città e i dintorni di molteplici dipinti. Poichè, contro quanto credette lo Steinmann, parecchio rimane a: Viterbo di mano di Antonio, moltissimo. di mano dei suoi discepoli. Oltre l’Orazione all’orto nella chiesa della Verità, ora quasi perduta, debbono esser del maestro la Madonnina del palazzo Chigi, quella sulla porta della sala maggiore del Comune, quella di S. Clemente, ora al Museo, il bellissimo fregio della sagrestia di S. Giovanni dei frati, la madonna di S. Maria del Piano a Soriano, finissima, quella dei SS. Filippo e Giacomo di Vetralla; dei suoi discepoli i Ss. Sebastiano e Francesco della Verità, le pitture dell’ interno del Palazzo — Gentili, quelle del tempietto di S. Maria della Peste, quelli di S. Maria delle Fortezze, quella di S. Maria delle monache a Vitorchiano ed altre ed altre ancora, che vengono giti giù sino oltre la metà del secolo XVI.

È una vera scuola, accanto alla quale in Viterbo ne vive un’altra, meno ricca e meno feconda, quella di Pietro Paolo Avanzarano e di suo figlio Giov. Franc. mediocrissimo il padre, un po’ migliore il figlio. Superiore fosse ad Antonio nel disegno, gli è inferiore nella composizione e soprattutto nel colorito. I suoi quadri (de’ quali la Madonna tra S. Marco e S. Ber
nardo, conservato in S. Marco è il migliore), almeno come appariscono a noi, sono scuri, monotoni, anneriti, le carni sbiaccate senza modellature. Resta poco di lui a Viterbo; oltre quello di S. Marco, un quadro a S. Maria Nuova, uno irriconoscibile per ridipinture vergognose alla Trinità. Giovane ancora si ritirò a Montefiascone, forse per non poter lottare con la moda, che preferiva la maniera del Pastura. Appena due
o tre opere si potrebbero indicare come dovute a suoi discepoli.

Appartato, quasi sdegnoso, tra la stentata ingenuità senese Francesco d’Antonio, peggiorata dal mediocrinismo figlio Gabriele e la facile fecondità umbra del Pastura, sta Lorenzo di Giacomo, unico vero grandissimo artista viterbese. Era bambino, quando il Balletta dipingeva i polittici di S. Rosa e di S. Giovanni; era già morto quando il Pastura faceva l'ingresso nell'accademia di S. Luca. Sta in mezzo a loro per l'età; ma da loro profondamente si distacca per arte, dominandoli come aquila reale. Visse poco più di trenta anni; lasciò, per quel che si sappia, un’opera sola; ma i suoi brevi giorni valgon dieci volte i lunghi decenni dell’attività bottegaia di Francesco e di Antonio; la sua unica opera gli assegna uno dei primi posti nella storia dell’arte quattrocentesca e gli assicura l’immortalità.

Quel Nardo Mazzatosta da Viterbo, della cui casa ammirammo il «caposcala con palco il più bello e onorevole e il porticale in modo di loggia;.. fe fare », per dirla col cronista della Tuccia... <una onorevole cappella nella chiesa di S. Maria della Verità, ove sta la imagine di Nostra Donna, e pinta e ornata per mano di Lorenzo figliolo di Jacopo di Pietro Paulo da Viterbo.» E Lorenzo su ogni parte della cappella: pareti volte, costoloni, prodigò signorilmente l’arte sua. Anche oggi, sebbene il tempo e più l’incuria non abbian risparmiato interamente neppur questa mirabile opera, anche oggi graditissima è l’impressione che desta, e apparisce opera in ogni parte completa.

Non però in ogni parte perfetta ed uguale. Chi abbia occhi che veggano, subito è colpito dalla varietà di forza e di bellezza delle diverse pareti. Non è qui possibile un esame minuto: chi voglia può leggerlo nel bello studio che all'opera di Lorenzo dedicò Corrado Ricci; basterà porre a confronto le quattro vele della volta con la parete sinistra. Nelle vele sono raffigurati i quattro evangelisti, accompagnati dai dottori della Chiesa e sormontati ciascuno dal proprio simbolo e da un profeta.

In queste figure, sebbene sia notevole la ricerca del panneggiamento, con ragionevoli partiti di pieghe nei manti e nelle toghe, ne offende però il tritume. « Le teste senili dei santi e dei profeti sono in gran parte convenzionali. I muscoli della faccia ricercati, marcati, non sempre a posto. I capelli e le barbe consistono in un’antipatica e simmetrica serie di lucignoli serpeggianti e tosati in tondo.»

Si può dire col Ricci. che in questa parte dell’affresco, compaiono più i difetti che i pregi dell’artista. Fa eccezione quasi solo la figura di S. Bernardo, la cui faccia profilata in chiaro risulta di molta evidenza e di molto effetto.
«Discendendo alle pareti convien tosto notare un sensibile progresso, cui non è aliena la maggior facilità di lavorare che di soffo in su per le volte. Molto probabilmente Lorenzo cominciò col dipingere la parete a dritta ov’é la finestra, perchè di minore impegno essendo all’oscuro». Ivi effigiò ’Annunciazione della Vergine e il Presepio. Passò poi al fondo della cappella ove intorno e sopra l’edicola dipinse la Vergine seduta con le mani giunte e intorno due schiere sovrapposte di angeli.

Ma la parete che fa fede della grandezza del pittore, e ci fa intravedere quella assai maggiore cui sarebbe giunto, se la morte non l'avesse reciso così immaturo, è quella a sinistra. In alto è la Presentazione al tempio, in basso lo Sposalizio della Vergine. Questo è il capolavoro. Non si badi troppo alle figure principali: il sacerdote, S. Giuseppe, la Vergine sono figure convenzionali, e nelle pieghe delle vesti e nelle barbe conservano molti dei difetti già notati nelle figure dei profeti; le donne che seguon la Vergine sono tutt'altro che belle. «Se tali, dice il Ricci da buon cavaliere, erano allora le donne di Viterbo, le signore viterbesi di oggi posson esser liete dei quasi incredibili. progressi! »

Ma le figure maschili che si accalcano dalle due parti del gruppo centrale che... cosa diversa ! Vedi in essi la verità e la vita! Se anche non ne avessimo testimonianza coeva, dovremmo ritenere che la maggior parte fossero tratte dal vero. Ma non fa bisogno congetturare, il cronista Niccolò della Tuccia, contemporaneo del pittore e del committente, ci dice chiaramente che in questa pittura «sono molti giovani cavati di naturale» e si compiace indicarci con precisione la figura sua propria in quell'uomo « antico di età e di anni sessanta otto e mezzo o circa vestito, di pagonazzo, col mantello adosso e una berretta tonda in testa e calze nere, chi sta dietro alla donna «vestita di negro in forma di vedova. E l’altre figure, aggiunge, sono fatte a similitudine di altri».

E difatto dietro al ritratto di Nicola ve ne sono altri assai belli: mirabile il giovine con una catenella sul berretto: testa piena di forza e di espressione. E dal- l’altra parte il gruppo che animatamente discute, (certo sulla miracolosa designazione di S. Giuseppe) e le due figure che parlano chetamente tra loro, sono tra le più belle della pittura italiana di quel tempo. Dice la tradizione che questi due siano il pittore e il committerite, nè c’è ragione di non crederle.

Qui panneggi larghi, sicuri, sapienti; qui disegno impeccabile delle persone, qui soprattutto naturalezza e vivacità tale da credersi trasportati per incantamento su di una piazza del quattrocento in giorno di folla.
Par quasi ad ogni istante tu debba sentire le voci e veder le persone muoversi e. partire. Ben a ragione chi scrisse i distici segnati sotto il quadro meraviglioso, diceva: se a lui fosse stata tanto favorevole la. sorte quanto meritava così insigne lavoro, vi sarebbe forse alcun altro pari in quest'arte?
Si ricordi che Lorenzo aveva 25 anni nel 1469, quando compì questo affresco, e che forse sopravvisse solo due o tre anni!!

Dopo di lui non mancarono in Viterbo pittori abili e di qualche valore: il Pastura e il Fantastico di cui parlammo e il Truffetta e lo Zelli nel secolo XVI; nel seguente il Cavarozzi di cui la Visita di Maria ad Elisabetta è bell’ornamento del Museo comunale; nel XVIII Domenico Corvi, e soprattutto Giovan Francesco Romanelli, coloritore caratteristico, disegnatore corretto, dotato di feconda fantasia, ma poco originale, e piuttosto accademico, le cui buone qualità è agevole vedere nel S. Lorenzo, posto sull’altare maggiore della cattedrale, e meglio nella Madonna dell’ultimo altare a sinistra nella medesima chiesa.

Come anche nel XIX il Costa e quel signore del colore che fu Pietro Vanni, nei cui quadri la bellezza delle luci e la ricchezza del la tavolozza fan perdonare il disegno talvolta scorretto. Ma nessuno si avvicinò a Lorenzo. Solo a lui nella nostra patria era toccata la scintilla divina, capace di creare il capolavoro.
Sulla genesi del quale molto si discusse. Chi vi ritrovò gli elementi dell’arte umbra, chi l'influenza di Piero della Francesca, chi quella di Masaccio, chi quella di Benozzo Gozzoli. E certo a sviluppare e completare l’arte di Lorenzo non lieve influsso dovettero avere gli affreschi di cui Benozzo 15 anni prima aveva ornato la chiesa viterbese di Santa Rosa, affreschi per vergogna dei nostri avi distrutti nel 1632; ma soprattutto sgorgò dall’animo suo. Poichè in pittura come in poesia, come in ogni arte, solo chi, come detta dentro amore nota, fa opera d’arte. Solo chi la vita esterna sa fa entrar nell'animo suo, e poi i fantasmi che in questo si agitano, sa fermare e riprodurre vivacemente nelle tele, nei marmi, nelle carte.

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