Viterbo Santa Maria della Salute nel 1925 (Archivio Mauro Galeotti)
La storia di Viterbo per Pietro Egidi - prima parte
La storia di Viterbo per Pietro Egidi - seconda parte
La storia di Viterbo per Pietro Egidi - terza parte
La storia di Viterbo per Pietro Egidi - quarta parte
La storia di Viterbo per Pietro Egidi - quinta parte
La storia di Viterbo per Pietro Egidi - sesta parte
Il rapido esame al quale sottoponemmo le costruzioni viterbesi, deve aver fatto maturare già nella mente di ognuno un giudizio: Mai forse altrove come a Viterbo la scultura fu ancella dell’architettura! Umilissima ancella !! Scultore viterbese che in Viterbo abbia trattato la figura in modo degno di ricordo, non saprei indicarne pur uno. Invece dovè vivere sempre nella città una maestranza di scultori ornatisti di abilità non ordinaria.
Le cornici, gli archi, i portali, le tazze delle fontane, gli stemmi per ogni dove disseminati, sono condotti con rara perizia. Nei capitelli di S. M. Nuova della fine dell’ undecimo: secolo e meglio in quelli di un secolo appresso della cattedrale, alla maestria tecnica va congiunta una vera genialità. Chi li scolpì, può esser chiamato a buon diritto un artista!
E così pure nel secolo successivo ebbe senso d’arte squisito chi con lo scalpello traforò i leggerissimi merletti del chiostro di S. Maria della Verità o quelli del sepolcro in cui, più tardi, fu composta la salma del cardinale Landriano; nonchè l’altro che svolse in- torno al portale di S. Croce dei Mercanti le spirali della leggiadrissima vite. Ma di figura nulla!
A meno che non si voglia ritenere opera di viterbesi, cosa per me assai improbabile, il portale di S. Maria della Salute, ove tra gli intrecci di due tralci sono scolpite le opere di misericordia corporali e spirituali e alcune scene della vita di Cristo in gruppetti di figure, che sebbene qua e là disgraziatamente erose, sono di una finezza e di una vita straordinarie.
A meno che non si voglia ritenere opera di viterbesi, cosa per me assai improbabile, il portale di S. Maria della Salute, ove tra gli intrecci di due tralci sono scolpite le opere di misericordia corporali e spirituali e alcune scene della vita di Cristo in gruppetti di figure, che sebbene qua e là disgraziatamente erose, sono di una finezza e di una vita straordinarie.
Una vaga tradizione dice che maestro Fardo, il fondatore della chiesa, ne commettesse il lavoro agli artisti che verso il 1320 scolpivano nel duomo d’Orvieto, e forse l'esame stilistico non si oppone alla credenza.
Romano fu frate Pasquale, che nel 1286 scolpì la caratteristica sfinge, dai cavi occhi e dal ghigno misterioso, conservata oggi nel Museo comunale. Non viterbese, non italiano forse, fu l’ignoto scultore dal piccolo bassorilievo tuttora esistente sulla porta della antica Domus Dei, e cioè dell’ ospedale collocato di fronte a S. Maria dei Gradi.
Così pure non di un viterbese, ma di artista romano, Pietro di Oderisio, è il bel mausoleo di papa Clemente IV, trasportato in San Francesco da S. M. di Gradi or sono pochi anni, e oggi restaurato per cura del ministero; come di artista romano sono i due altri, quello di Pietro di Vico, oggi in pessimo stato, e quello di Adriano V, papa per pochi giorni nel 1276.
Questo è un capolavoro di quell’arte cosmatesca che da Roma per secoli s’ irraggiò per tutta Italia e fuori.
Romano fu frate Pasquale, che nel 1286 scolpì la caratteristica sfinge, dai cavi occhi e dal ghigno misterioso, conservata oggi nel Museo comunale. Non viterbese, non italiano forse, fu l’ignoto scultore dal piccolo bassorilievo tuttora esistente sulla porta della antica Domus Dei, e cioè dell’ ospedale collocato di fronte a S. Maria dei Gradi.
Così pure non di un viterbese, ma di artista romano, Pietro di Oderisio, è il bel mausoleo di papa Clemente IV, trasportato in San Francesco da S. M. di Gradi or sono pochi anni, e oggi restaurato per cura del ministero; come di artista romano sono i due altri, quello di Pietro di Vico, oggi in pessimo stato, e quello di Adriano V, papa per pochi giorni nel 1276.
Questo è un capolavoro di quell’arte cosmatesca che da Roma per secoli s’ irraggiò per tutta Italia e fuori.
Scultori e mosaicisti questi marmorari romani allietarono migliaia di chiese con lo scintillio delle tessere dai cento colori, disseminate con sapiente armonia nei pavimenti e nelle facciate, sui plutei degli amboni, nelle colonnine e nelle cupole dei cibori, nei sarcofagi, negli archi e nelle cornici dei chiostri, creando miracolose visioni di bellezza, e dovunque con orgoglio segnando nel marmo il nome di Roma! — I più credono che il mausoleo viterbese uscisse dalle mani di un Vassalletto, della famiglia o della scuola dei mirabili artisti che costruirono a Roma il chiostro di S. Giovanni; un piccolo oliario firmato da lui, infisso in una parete presso la tomba ha dato origine all’attribuzione. Ma non manca negli ultimi tempi chi, dietro l'autorevole giudizio di Adolfo Venturi, lo ritenga opera del fiorentino Arnolfo di Cambio. Certo la statua del papa, la grossa testa barbuta del timpano e le due testine della lobatura, non sono indegne di quel grande maestro; mentre d’altra parte troppo grandi sono le diversità di stile e di finezza tra l’oliario e il sepolcro.
Di scultori toscani sono pure le altre poche opere che restano dal trecento al cinquecento. Toscano almeno ci sembra il sepolcro che un frate Giuliano fece elevare in S. Francesco sopra il corpo del cardinale Marco da Viterbo, generale del suo ordine, morto in patria nel 1350. Lavoro che, sebbene in qualche parte un po’ pesante e grossolano, par quasi precedere la sua età e preludere all'arte quattrocentesca. Toscana, della mano di Isaia di Pisa, della bottega di Mino da Fiesole o di quella di Andrea Bregno, che se non toscano almeno dai toscani molto apprese e con Mino per tanti anni ebbe studio comune, l’ostiario oggi dismembrato tra il museo comunale e la chiesa della Trinità e qui ritratto da una ricomposizione fatta con calchi dal pittore Pietro Vanni.
Di scultori toscani sono pure le altre poche opere che restano dal trecento al cinquecento. Toscano almeno ci sembra il sepolcro che un frate Giuliano fece elevare in S. Francesco sopra il corpo del cardinale Marco da Viterbo, generale del suo ordine, morto in patria nel 1350. Lavoro che, sebbene in qualche parte un po’ pesante e grossolano, par quasi precedere la sua età e preludere all'arte quattrocentesca. Toscana, della mano di Isaia di Pisa, della bottega di Mino da Fiesole o di quella di Andrea Bregno, che se non toscano almeno dai toscani molto apprese e con Mino per tanti anni ebbe studio comune, l’ostiario oggi dismembrato tra il museo comunale e la chiesa della Trinità e qui ritratto da una ricomposizione fatta con calchi dal pittore Pietro Vanni.
Del toscano Andrea della Robbia, la lunetta già in S. Giovanni Battista, oggi nel Museo, con la Vergine e il putto tra gli angeli a- doranti, che pur non essendo tra le migliori cose d’Andrea (assai superiori sono le lunette della Quercia) è sempre di notevole valore ; dello stesso, il busto del medico e umanista viterbese G. B. Almadiani, cui ignoranza di chi credette ripristinarne l'aspetto grattandone lo smalto vitreo, non ha potuto deformare tanto da togliergli i grandi pregi del modellato.
Toscana l'Annunciazione della sagrestia di S. Maria in Poggio; la migliore forse delle sculture esistenti in Viterbo, e pure quasi a tutti ignota per modo da non potersene trovare una fotografia. In complesso nè molto, nè tutto buono.
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