
Viterbo casa ponte in via san Pellegrino caduta dopo i bombardamenti a Viterbo nel 1944 (Archivio Mauro Galeotti)
La storia di Viterbo per Pietro Egidi - prima parte - seconda parte - terza parte - quarta parte - quinta parte - sesta parte - settima parte - ottava parte - nona parte - decima parte
Potrà parere a quelli di voi ch’ebbero la pazienza di ascoltarmi, d’aver così conosciuto Viterbo. S'ingannano.
Il carattere della città non è dato da questo o da quel monumento, non è dato neppure da tutte le opere d’arte di cui s'adorna, così come il solo profilo non dà tutta la persona.
Il carattere della città non è dato da questo o da quel monumento, non è dato neppure da tutte le opere d’arte di cui s'adorna, così come il solo profilo non dà tutta la persona.
E il complesso delle costruzioni, delle vie, delle piazze, col loro speciale colore, che forma la vera fisionomia, di cui le opere d’arte sono i lineamenti più salienti.
Perchè questi prendano il loro posto e il loro significato, non basta neppure avere sott'occhio in uno sguardo panoramico tutto l’abitato della città.
Perchè questi prendano il loro posto e il loro significato, non basta neppure avere sott'occhio in uno sguardo panoramico tutto l’abitato della città.
Sulla lunga distesa dei tetti, solo qua e là emergeranno le torri quadrate, qui alte ed intere, lì mozzate e rovinose (furon quasi duecento, sono appena trenta o quaranta!), o il prospetto d’una chiesa o il coronamento d’un palazzo; non le vie, non le piccole case, non le modeste fontane, non le corti nascoste. E allora si potrà forse rievocare qualcuno degli episodi famosi del passato, ma non sorprendere i battiti della intima umile vita che ininterrotta pulsa da secoli nelle più recondite vene della città e ne fa parer presenti la morte generazioni.
Bisogna invece uscir dalle porte, correre lungo le mura e fermarsi pensosi sotto i torrioni che subirono gli assalti di imperiali e di pontifici, di italiani e di stranieri, con- servando quasi intatta la loro forma primitiva: sostare sotto il palazzo ove prima gli abbati di S. Martino lietamente consumavano le sostanze accumulate dalla pietà dei fedeli, e più tardi donna Olimpia Maidalchini, sazia di baci papali, riposò dalle cure del pontificato.
Bisogna andar soli, a zonzo, senza scopo, per le vie secondarie, nei quartieri più miseri, ove la nostra sfacciata e pettegola civiltà non è ancora penetrata. Nel quartiere di S. Pellegrino, per esempio.
A ogni passo, per così dire, una scena nuova, imprevista. Di dietro ciascun canto delle vie strette, buie, chiuse da nere case, tra le quali pare che a stento riescano a passare, piegandosi, spezzandosi, rivolgendosi, balza improvvisa la sorpresa. Ora è una fuga di gradini su cui s'apre una porta in piena aria; ora un grosso arcone che si schiaccia sui passanti, e di là fa travedere altri archi e scalette, balconi, muri grezzi, stipiti scolpiti; ora una nera torre massiccia, senza finestre, senza feritoie; ora la fresca vena di una piccola fonte.
Qua dalla parete ferrigna spunta un modiglione dolato; là dentro una corte erbosa fa capolino un portichetto dagli archi slabbrati. Un proferlo mezzo cadente pare sbarri la strada? è una voltata netta, oltre la quale sulla breve piazzetta sorge una piccola chiesa solitaria.
La quiete delle ore canicolari, il silenzio delle notti lunari convengono sommamente alla città. È in quelle. ore che essa, come bella stanca di ripulse, si manifesta e si concede a chi l’ama.
La quiete delle ore canicolari, il silenzio delle notti lunari convengono sommamente alla città. È in quelle. ore che essa, come bella stanca di ripulse, si manifesta e si concede a chi l’ama.
Chi di sotto gli archi del palazzo comunale non ha visto la piazza deserta, affocata in un meriggio di agosto; chi non è rimasto pensoso a contemplare i meravigliosi giuochi in cui il sole s’attarda tra le colonne e gli archi del palazzo degli Alessandri; chi non sa come sbianchi il peperino sotto il latteo raggio lunare, e quanto paurose le ombre notturne si annidino sotto i portici, e come fantastiche cadano dalle torri e corran per le vie, non conosce.
Viterbo, non può sentirne l’anima, non provarne l’irresistibile fascino.
FINE
