Ferrari, Gli Stili, 1925- Viterbo, Chiesa Madonna della salute, 1925 

 

Viterbo STORIA
Mauro Galeotti dal libro L'illustrissima Città di Viterbo, Viterbo, 2002

Dopo aver scritto la storia della Chiesa di santa Maria della Peste a Viterbo ecco la storia della Chiesa di santa Maria della Salute, salute così ricercata in questo incredibile Coronavirus che ci sta ammazzando inesorabilmente.

Ma ce la faremo!

Chiesa di santa Maria della Salute

Fu edificata verso il 1320 grazie a mastro Fardo d’Ugolino, ricco notaio e filantropo viterbese, dell’Arte dei Notari, morì nel 1348 e ivi fu sepolto, per sua volontà.

E’ Giuseppe Signorelli ad affermare che Fardo muore nel 1348, ma per Pinzi il decesso avvenne nel 1350, errano entrambi scrive Corrado Buzzi, infatti, come appresso riferisco, il suo testamento è del 1353. Sulla sua pietra tombale è scritto: † Sepulchrum / magistri Fardi, con scolpita rozzamente la sua figura distesa con le mani incrociate e con sulla spalla destra uno stemma con la doppia croce, forse simbolo dei notai.

Nei pressi aveva restaurato alcune casette che adibì a ricovero di quelle repentite che avessero abbandonato la malavita, infatti, fu mastro Fardo che nel 1313 ottenne dall’inquisitore Giacomo, la facoltà di aprire un Ospizio ospedale per le convertite. Ma avutone un insuccesso, Fardo vi unì, verso il 1322, l’Opera Pia per la conversione degli Ebrei al cattolicesimo e nel 1322, papa Giovanni XXII concesse l’indulgenza a chi avesse aiutato economicamente Fardo e stabilì che gli uomini e le donne ricoverati dovevano restare divisi in luoghi diversi.

Però risultò negativa anche questa esperienza.

Fardo decise di lasciare l’Ospedale di santa Maria della Salute, posto sul retro del Palazzo dei priori, «iuxta et retro Palatium Communis», e se ne andò da Viterbo a fondare, nel 1324, un altro Ospedale di poveri e pellegrini sul Monte Cimino, precisamente nella località detta Posta vecchia, al culmine della Strada Romana, detta della Montagna, quando discende per il Lago di Vico.

Vi unì una chiesa detta santa Maria del Monte o di Boccabove o Voccavove, dal titolo della contrada, che a sua volta prende il nome di un torrente che scende dai Cimini. Mastro Fardo, nel nuovo sito, pare che ebbe miglior riuscita.

Alla sua morte, nel testamento del 1353, donò tutto all’Ospedale di san Sisto.

Nel 1369 si adunava nella Chiesa di santa Maria della Salute, l’Arte degli Speziali, in seguito nel 1420, altri 1416, la chiesa fu sede degli Avvocati, Procuratori, Notari e Letterati, tanto che Martino V, il 14 Marzo 1428, concesse l’Ospedale di mastro Fardo e la chiesa a quel collegio.

Nel 1469 l’ospedale ebbe un contributo dal Comune e prima del 1473, venne ceduto l’Ospedale delle Convertite all’Ospedale di san Sisto tenuto dall’Arte degli Speziali.

E’ del 1481 la convenzione tra gli Avvocati e l’Arte degli Speziali per la conduzione dell’Ospedale di santa Maria della Salute. Intanto il Collegio degli Avvocati, nel 1482, anno del proprio Statuto, teneva le adunanze in chiesa «ove si conservavano anche i libri e le scritture e si diceva la messa nella prima domenica del mese».

Gli Speziali nel ‘400 si trasferirono nella Chiesa di santa Croce dei Mercanti, poi dal 1501 al 1562 ripresero sede alla Salute. Nel contempo l’ospedale nel 1538 fu venduto a Rosato del patriarca di Canepina, il quale vi aprì un’osteria detta poi della Porchetta.

Altre sedi degli Speziali furono, nel 1564, la Casa di Luca di Petruccio di Colao, in Contrada santo Stefano, all’angolo di Via Sacchi con il Corso Italia verso Piazza delle Erbe, riedificata nel 1522 a cura dell’Arte degli Speziali, poi nel 1577 si riunivano nella Sala del consiglio del Palazzo dei priori e nel 1744 nella Chiesa di san Matteo in Sonsa.

Il 1° Agosto 1595 la Confraternita di san Leonardo ricevette l’uso della chiesa per assistere i detenuti che si trovavano nel Carcere in Piazza del Comune, la fratellanza aveva manifestato anche la volontà di togliere il sovrastante terrapieno, ma gli Avvocati non autorizzarono tale opera. Poi, il 4 Marzo 1613, venne riconsegnata all’Arte dei Notai e i confratelli ritornarono nella primitiva sede in Via sant’Antonio.

Nel 1690 il Collegio degli avvocati e dei notai decise di restaurare la Chiesa della Salute affidando l’appalto dei lavori a Giulio Spinedi per scudi centoventicinque, il quale aveva eseguito il progetto dei lavori stessi.

Si diceva di ornare gli altari come quello della Madonna di Loreto nella Chiesa dei santi Teresa e Giuseppe; i busti in chiaroscuro, nei colori verde ed oro, doveva eseguirli il pittore Francesco Maria Bonifazi (1637 - 1722 c.). Era anche prevista la rimozione delle statue di pietra degli evangelisti, esistenti nelle quattro cantonate della chiesa.

Constatata la necessità di abbellire la chiesa con due quadri da porsi ai lati della stessa, nel 1728 Ignazio Serpieri ne offrì uno raffigurante sant’Ignazio con la Madonna, da porsi nella nicchia a destra.

Nel 1851 è nominato il quadro della Presentazione di Bartolomeo Cavarozzi, viterbese (1590 c. - Roma 1625), già riportato su una guida del 1824; ivi esistente nel 1873, come riferisce il giornale Gazzetta di Viterbo, lo è ancora due anni dopo. Infatti, in un elenco di quadri, redatto da anonimo nel 1875, leggo:

«In questa chiesa nell’altar maggiore trovasi un quadro rap(presentante) la Presentazione opera di Bartolomeo Cavarozzi. Questo trovasi in tale stato di rovina, che non ha più nessun valore».

Bartolomeo Cavarozzi, passata la prima fase manieristica, fu influenzato dalla pittura di Giovanni Battista Crescenzi (1577 - 1635) a tal punto da essere chiamato Bartolomeo del Crescenzi e di Caravaggio.

Feliciano Bussi nel manoscritto sugli uomini illustri di Viterbo, conservato nella Biblioteca degli Ardenti, errando, divide in due persone Bartolomeo Cavarozzi e Bartolomeo del Crescenzi.

Nel 1857 il Governo offrì cento scudi per restaurare la porta della chiesa.

Il portale marmoreo, di grande valore artistico fu eseguito dai senesi Giovanni d’Agostino e suo figlio, nel 1337, su disegno di Lorenzo Maitani, quando erano impegnati alla costruzione del Duomo di Orvieto.

Il portale ad arco gotico evoca in bassorilievo le 14 opere di Misericordia. A sinistra la raffigurazione inizia dalla Discesa di Cristo al Limbo e giunge sino alla Sepoltura dei morti; a destra dalla Preghiera dei fedeli alla Vergine si svolge sino all’Insegnamento degli ignoranti.

Sopra alla porta, nella lunetta restaurata nel 1911, era un affresco con raffigurati al centro la Madonna assisa in trono col Bambino, affiancati da due santi eretti e altri due, quelli verso le estremità, in ginocchio. Pochi resti dell’affresco sono ora conservati all’interno della chiesa sulla parete destra.

Possiedo un acquerello, eseguito il 3 Settembre 1872 da B. Sohnirch, nel quale sono ben riprese le figure ormai scomparse. Nel 1934 sono stati eseguiti pesanti restauri che hanno cancellato le strutture barocche. La facciata, in basso in peperino, assume più in alto la forma a scacchiera con la pietra rossa di Monterazzano ed il travertino, sulla sommità a sinistra è il campanile a vela.

Sulla parete, a sinistra di chi guarda la chiesa, è un tabernacolo in peperino, con archi a sesto acuto, magistralmente lavorato entro cui è un affresco del XV secolo in rovina, con due figure di santi.

Nell’alto del tabernacolo è uno stemma o distintivo, a forma di triangolo acuto, contenente una croce doppia, che secondo alcuni è lo stemma dell’Arte dei Notari, come ho già scritto. Questo stemma lo trovo sul portale ed è anche sulla spalla destra della figura di mastro Fardo, scolpita sopra alla sua pietra tombale.

E’ interessante questo simbolo che trovo scolpito nel capitello delle colonne, del Palazzo di Vico in Via san Lorenzo al civico 57.

All’interno, scrive Andrea Scriattoli nel 1920, era una mediocrissima tela raffigurante sant’Ivone (Ivo) detto l’avvocato dei poveri. Il quadro, centinato, opera del 1683 di Giovanni Ventura Borghesi, nel 2000-2001, è stato restaurato, mantenendo l’assetto originale su struttura concava, dal Laboratorio di restauro della Provincia.

Avanti a questa era sant’Ignazio che scrive il libro dei suoi esercizi spirituali donato nel 1746 dall’avvocato Serpieri. L’opera, centinata e concava, è attribuita a Ludovico Mazzanti (sec. XVII) ed è stata restaurata nel 2000-2001 dal Laboratorio di restauro della Provincia che l’ha titolata Visione di sant’Ignazio.

Sull’altare maggiore, sempre secondo Scriattoli, non era un buon quadro, anzi lo definisce di nessun valore, questo quadro raffigura la Presentazione di Maria al tempio, che non è, sempre secondo il medesimo storico, quella Presentazione di Bartolomeo Cavarozzi (Viterbo 1590 c. - Roma 1625), già citata.

Intorno alla cupola era scritto:

«In templo colitur tua praesentatio Virgo / unde optata salus languenti prodiit urbi / inde tibi nomen spes nostra Maria Salutis / salva et praesenta supremo corda tonanti».

Sul pavimento in mattoni di cotto è, ancora oggi, una epigrafe scolpita sulla pietra tombale in peperino del giureconsulto Alberto Mastrio morto nel 1644, il quale fu luogotenente del rettore del Patrimonio, «iuris utriusque doctor», con la scritta:

Alberto Mastrio / I.V.D. [iuris utriusque doctor] / locum.tî / integerrimo / collegium / posuit / obiit an. D.ni / MDCXLIIII.

Pietre tombali di Alberto Mastrio e Mastro Fardo

Sopra alla scritta è uno stemma nobiliare raffigurante un’aquila coronata con le ali spiegate, poggiata sul trimonzio, che guarda a sinistra.

Subito a destra è la pietra tombale di mastro Fardo, già descritta.

A sinistra, prima della porta che conduce alla scala lignea del campanile, è murata sulla parete una epigrafe dal tono:

Liberata dalle soprastrutture / e restaurata a cura della Società / per la Conservazione dei monumenti / ad opera del Comune / e del Collegio degli Avvocati / Procuratori e Notari di Viterbo / A.D. MCMXXXVII XV E.F.

Ancora a sinistra, sempre sulla parete, era un quadro, raffigurante San Liborio vescovo in gloria, opera eseguita per alcuni studiosi nel 1680 da Francesco Maria Bonifazi, già nella Chiesa di sant’Angelo per l’omonimo altare. Oggi [2002] è in attesa di restauro nello studio del parroco della Chiesa di sant’Angelo. 

L’anno di esecuzione, per Sabina De Fazi e Simonetta Angeli, non è il 1680 ma dopo il 1691, anno in cui fu eletto papa Innocenzo XII. Infatti il pontefice è nominato sul testamento (1699) del canonico di sant’Angelo, Filippo Bonifazi, fratello di Francesco Maria e di Anton Angelo, come istitutore dell’Altare di san Liborio scelto quale erede universale e come sepoltura dallo stesso Filippo.

Nel 1695 il quadro era stato già eseguito perché oggetto di discussione tra il pittore e il fratello Filippo.

Sopra alla porta d’ingresso sono conservati i frammenti del finestrone originario dell’abside rinvenuto nel 1934 e sostituito da una copia.

L’altare maggiore in peperino è privo di quadro e presenta a destra, sulla parete, un tabernacolo in peperino con fregio trilobato ornato da un calice scalpellato.

 

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