Chiesa di santa Maria della Peste nel 1900 (Archivio Mauro Galeotti) 

 

Viterbo STORIA
Mauro Galeotti dal libro: L'illustrissima Città di Viterbo, Viterbo, 2002

 

Chiesa di santa Maria della Peste, la storia

 

La Chiesa di santa Maria della Peste è a sinistra di chi sale Via Cairoli.

Di pianta ottagonale, fu eretta sin dal Maggio del 1494 dai parrocchiani di san Luca e di san Faustino, grazie anche ad un sussidio del Comune.

Fu costruita dinanzi ad un’immagine dipinta sul muro che ivi esisteva, vicino alle vecchie fornaci e presso il Pontem Tremulum, il Ponte Tremoli.

La costruzione, terminata prima dell’Ottobre del 1499, fu un ringraziamento della popolazione salvata dalla peste che colpì Viterbo nel 1476.

Augusto Gargana in un articolo sul Giornale d’Italia del 22 Marzo 1936, ritiene che la costruzione della chiesa sia terminata tra il 1496 ed il 1497, ma certo non prima del 1495, perché sull’iscrizione esterna, che gira intorno alla chiesa, si legge un cinque, V, che suppone essere la terz’ultima o penultima lettera dell’anno di erezione.

Invece, Francesco Cristofori, che scrive sul suo giornale Viterbo del 15 Agosto 1905, afferma che la chiesa fu iniziata a costruire nel 1517 e fu terminata nel 1521.

Nel 1519 santa Maria della Peste fu unita da papa Leone X alla chiesa antistante di san Giovanni Battista degli Almadiani, e, nel 1636, ebbe inizio il culto di santa Maria Elisabetta per volere di Giovanni Battista Zazzera, nobile viterbese, il quale lasciò una somma in danaro per tale fine. Ciò verificò la variazione del titolo della chiesa col nome della santa.

Lo stile del tempietto ricorda quello bramantesco, tanto che alcuni lo attribuiscono al Bramante stesso. Tutto in peperino ha ornamenti di un certo interesse sugli stipiti della porta principale, sopra alla quale è scomparsa una epigrafe per le sfaldature della pietra.

La cupola, col tetto che «minaccia ruina et se casca vi anderà troppo gran spesa a rifarla», fu restaurata nel 1604 come ricordano, appunto, le Riforme, in data 19 Marzo di quell’anno. 

Il tetto fu rifatto nel 1637, è coperto di mattoni embricati in piano, questi assumono un disegno che desta una certa originalità. 

Alla sommità una lanterna invia luce all’interno, dove si può ammirare il pavimento, alquanto danneggiato, in mattonelle di terracotta smaltata, con su disegni eseguiti alla fine del secolo XV dal viterbese Paolo di Niccola dietro finanziamento di Paolo Mazzatosta e Martino conciatore di grano. Infatti sullo stesso è scritto con alcune corrosioni:

Pau/lu M/aza/tos/ta / Ma/rtin/u co/ncia/tor /di g/ran/u f./ Pau/lus Ni/co/la/i pin/sit; queste ultime tre parole Francesco Orioli nel 1853 le legge: An/ge/lus/ Co/la/i./ pin/sit., ed afferma che Colai è una famiglia viterbese.

Altre parole lette da Cesare Pinzi sono i motti, «Pax vobis», «Pax vic. domo», quest’ultima Francesco Orioli le legge, «Pax huic domui».

Scrive Otto Mazzucato:

«I soggetti dipinti sono svariati con combinazioni di disegni variegati di colori; ma la prevalenza è del blu-cobalto e dell’arancio.

L’emblema Piccolomini (le cinque lune disposte in croce) presente su una mattonella, ci porterebbe a considerare che il pavimento sia stato eseguito durante il pontificato di Pio III nel 1503, che durò soltanto alcuni mesi. In epoca più tarda il pavimento subì un rifacimento in alcune zone, nelle quali vennero poste in opera mattonelle quadrate leggermente più grandi e con decorazioni più complesse secondo lo stile dell’epoca. [...]

Curioso il profilo maschile privo dei capelli e con una espressione sciocca; le iniziali F e E potrebbero appartenere al nome del personaggio raffigurato e messo alla berlina. Si possono leggere molte altre scritte dipinte su questo pavimento: “Maria”, “Ave”, “pax-vobis”, “pax vic domo”, “ihs”, in maggioranza che sottolineano l’intenzione devozionale nei riguardi di Maria».

Del pavimento, che ricopre per intero l’ottagono della chiesa, ne parlano nel 1922, sulla rivista Faenza, Gino Rosi e Umberto Richiello: 

«sono raffigurati: un elmo, una lumaca, una luna, un delfino, una lepre, una sfinge, una veduta di case, uccelli di varie specie, campane, cornucopie, vari stemmi gentilizi, fra i quali quattro con mezze lune; e inoltre una testa di turco in turbante, un moro e via di seguito. S’incontrano poi parecchi profili grotteschi di gnomi con strani corpicciattoli: ad uno fra gli altri dai lunghi orecchi asinini esce una lingua gialla, forse fuoco oppure oro (Mida?). Non mancano teste di dame e cavalieri quasi sempre in capelli».

Secondo i medesimi scrittori la mano di questo artista, Paolo di Niccola, è ben più abile dell’anonimo che ha eseguito circa trent’anni prima il pavimento della Cappella Mazzatosta in santa Maria della Verità.

A sinistra è un’acquasantiera in marmo con alla base quattro teste di leoni e colonna tortile.

Dalla stessa parte sono l’altare con l’immagine affrescata di san Giovanni Battista, scoperta verso il 1920, e un piccolo Agnus Dei, in alto a sinistra, nelle due colonne è uno stemma che riproduce una zeta alla rovescia, un po’ piegata.

Oltre la finestra, sopra all’altare maggiore, è un ciborio in peperino di scuola toscana in cui è inciso: Monstrate / esse Matrem, all’interno racchiude una graziosa immagine della Vergine, deturpata da mano inesperta.

In una nicchia sono tre santi tra cui è in evidenza al centro san Sebastiano. 

Vi sono due lapidi, una dedicata ai caduti della Guerra 1915 -1918 e una ai caduti della Guerra 1940 - 1945.

Alcuni conci sono vicino alla finestra del portale e, su un architrave, è la scritta: [...]e regin[...] celoru[...].

Gli affreschi sulle pareti sono del 1502 ed illustrano alcuni atti della vita di san Giovanni Battista, sono di autore ignoto.

Una cappellina dedicata a san Giovanni esisteva sin dal 1524, unitamente ad altra dedicata a san Faustino, menzionata un anno dopo. 

Nel 1590 i frati della Chiesa di san Giovanni Battista degli Almadiani, permisero ad un privato di appoggiare la sua casa su un lato della chiesetta, a ciò fecero seguito altri e senz’altro sarebbe stata inghiottita se, nel 1933, non si fosse proceduto all’abbattimento di quelle costruzioni parassite.

Nel 1905, durante alcuni restauri, si scoprirono negli altari laterali le figure di san Sebastiano, a destra, e di san Giovanni Battista, a sinistra, assieme ad alcuni ornati a candeliera. Poi durante i restauri degli anni ‘30 furono aperte le finestre sulle pareti della chiesa.

Dal 1° Novembre 1936 santa Maria della Peste è dedicata a Sacrario dei Caduti in guerra e sul fronte che guarda la piazza vi fu scritto: Viterbo / ai suoi caduti / per la rivoluzione / a. XV e. f., poi subito modificato in Viterbo / ai suoi caduti / per la guerra / e per la rivoluzione / a. XV e. f.

Oggi leggo Viterbo ai suoi caduti.

Il tripode in bronzo avanti alla chiesa fu collocato nel 1937 e il 31 Ottobre dello stesso anno, alla presenza del ministro Cobolli - Gigli, furono inaugurate le lapidi con scolpiti i nomi dei caduti nella guerra del 1915 - 1918.

Santa Maria della Peste nel 1956 al tempo del "nevone" (Archivio Mauro Galeotti)

 

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