
A fine articolo uno scritto di Bonaventura Tecchi sulla Provincia di Viterbo
Umberto Laurenti
L’articolo di F.M. Fabbri: “La Regione Tuscia, una occasione mancata” e la pronta risposta di F. Mattioli: “Regione Tuscia sarebbe rimasta un vaso di coccio tra vasi di ferro” hanno attratto la mia attenzione, poiché dell’argomento mi sono occupato anch’io, sui giornali viterbesi, negli anni ’90.
Dico subito che concordo con quanto scritto da Mattioli, anche in merito all’improprio tentativo di attualizzare il tema con l’introduzione dell’argomento Covid.
Ho cercato di capire meglio il “pensiero” di Fabbri, apparentemente fondato su documenti inoppugnabili. Ed ho scoperto che in realtà, l’articolo in questione ripropone esattamente, salvo l’aggiunta sul Covid, quanto già scritto dall’autore nel 2012.
Tutto partiva dalla riscoperta di un pamphlet intitolato “Tuscia” pubblicato nel maggio 1947 dal Comitato viterbese pro Regione Tuscia, che in apertura della prima pagina riportava un articolo a firma Bonaventura Tecchi: “Aspetti della nostra Regione”.
Una firma così prestigiosa richiede indubbiamente attenzione e rispetto da parte di tutti, soprattutto di noi viterbesi.
E prestando attenzione, si scopre che l’articolo di Bonaventura Tecchi non era stato scritto per quella occasione e quella causa, ma era la riproposizione di uno scritto dello stesso autore, pubblicato nel 1943 in un volume della Consociazione Turistica Italiana.
L’articolo originario (vedi foto) di Tecchi era titolato: “La Provincia di Viterbo”, ed iniziava con la frase: “Che distingue questa regione dalle altre vicine?” continuando poi con tutti i contenuti riportati dal Fabbri, contenuti ammirevoli per lo stile e per l’attaccamento alla propria terra di origine che denotano.
Al pari delle mirabili pagine dedicate alla propria terra dal tarquiniese Vincenzo Cardarelli nel suo “Il cielo sulle città” del 1949; ambedue gli scrittori insistono sulle connotazioni sociali e caratteriali degli abitanti della Tuscia, quale lascito socio-culturale dell’antica civiltà etrusca.
E’ fin troppo evidente che Tecchi usa il termine “regione” non nella accezione che il Vocabolario della Lingua Italiana riporta come seconda: “divisione amministrativa di uno Stato, con vario grado di autonomia”, ma in quella che riporta come prima accezione: “parte di un Paese o territorio, che ha caratteri fisici ed etnici propri, e anche proprie tradizioni”.
Alla seconda miravano indubbiamente invece i promotori del Comitato viterbese pro Regione Tuscia del 1947, che senza esitazioni utilizzarono il testo dello scrittore bagnorese di 4 anni prima…adattandolo ai loro fini.
Il discorso potrebbe finire qui, ma vale la pena invece approfondirlo ancora. Scopriamo quindi che in effetti i nostri rappresentanti si dettero da fare per portare avanti il loro progetto, tant’è che negli Atti della Assemblea Costituente si trova citato l’argomento, anche se non proprio in termini positivi.
In particolare ne parlò il deputato liberale Antonio Cifaldi dicendo: “Abbiamo assistito alla aspirazione della Regione Tuscia per la quale io confesso la mia ignoranza e la mia meraviglia perché non avevo mai saputo che Orvieto non volesse stare con l’Umbria e potesse affermare di dover stare con Viterbo per poter formare la Tuscia la quale, secondo un giornale locale, è una delle più antiche, delle più note e delle più ricche regioni d’Italia.
Ora, che sia antica e che sia nota, può non esservi dubbio, ma che sia una delle più ricche d’Italia non lo credo. Per la Tuscia non ho rossore a dichiarare che ne ignoravo l’esistenza. E ho visto anche le richieste di altre regioni e le proposte le più varie al riguardo.”
Così, poco simpaticamente la Regione Tuscia viene liquidata dall’on. Cifaldi, il quale biasima in sostanza la pressione delle istanze localistiche. Per completezza occorre aggiungere che lo stesso parlamentare, originario di Benevento, si batté a lungo a favore di una regione del Sannio!
E ne parlò pure l’on. Francesco Saverio Nitti, grande statista ma strenuo oppositore delle autonomie locali, presentando un ordine del giorno in merito al Titolo V della Costituzione, dove affermava: “Io non ho osato raccogliere le innumerevoli pubblicazioni che mi sono venute da ogni parte. Voi ricordate che si parlò perfino della Tuscia e della Sabinia da costituirsi in Regioni.
Niente pareva più piacevole che elevarsi a Regione autonoma. Vi riferirò in proposito in una prossima occasione, quale guazzabuglio si va oggi creando nella finanza locale. Pensate cosa sarà con le Regioni autonome….Io vedo che si ritorna ai contrasti locali, alle cattive tradizioni del passato, che avvelenarono la vita italiana per secoli, alle piccole repubbliche del quattrocento. Mi pare di rileggere Dante, le contese fra i Comuni, nello stesso Comune, l’odio fra le varie città. Intanto si va contro la logica, contro la scienza.”
Questo si diceva all’Assemblea Costituente il 6 giugno 1947, dieci giorni prima che nascesse il sottoscritto. Nel frattempo molti temi e punti di vista sono rimasti intatti, ma molti cambiamenti si sono avuti, tant’è che oggi si pone la necessità, in linea con quanto avviene nel resto d’Europa, di ridurre il numero delle Regioni italiane, raggruppando in macroregioni le attuali 20, con la nostra Tuscia collocata dentro la Regione Tirrenica formata dalle attuali regioni Toscana ed Umbria più la provincia di Viterbo.
Non è questa la sede per approfondire un tema peraltro ampiamente analizzato nello studio fatto dall’Università della Tuscia nel 2008: “Regioni e Regionalismo nel secondo dopoguerra”. Né voglio tornare su una proposta che peraltro mi vede favorevole, quella della creazione di una provincia raggruppante l’attuale viterbese con il circondario di Civitavecchia.
Forse i nostri figli potranno vedere il cambiamento in questo campo così restio ad abbracciare il nuovo; meglio sarà immaginare modalità più moderne e meno burocratizzate, quali una glocal community della Tuscia di cui facciano parte i nostri 100 Borghi ed anche Viterbo e Civitavecchia che sono solo borghi un po’ più grandi.
Essi si salvano e si valorizzano se non pretendono di assomigliare alle città e men che meno alle megalopoli, e per di più penso che, anche a causa del cambio di comportamenti che seguirà la pandemia in corso, con una tendenza già in atto ad abbandonare le città per andare a vivere in contesti più a misura d’uomo, il futuro della Tuscia sarà legato alla capacità di salvaguardare radici, cultura, prodotti di qualità, bellezze naturali e monumentali, favorendo però l’ammodernamento delle infrastrutture e lo sviluppo tecnologico e digitale, che metta la nostra comunità in grado di rapportarsi direttamente e velocemente con il mondo intero, in epoca di globalizzazione.
I nostri amministratori locali sanno di sicuro che il futuro della Tuscia risiede sostanzialmente nella capacità di salvaguardare ambiente, beni culturali, prodotti di qualità, dotando il territorio di moderne infrastrutture sia fisiche che digitali, per attrarre nuovi flussi turistici di qualità. In una logica di neverending tourism che prevede una dilatazione dell’esperienza turistica, attraverso la fruizione pre e post soggiorno turistico di contenuti digitali e di prodotti locali, anche in e-commerce.
Tutto questo si può favorire con l’attivazione concreta di strumenti già attivati o attivabili, quali i distretti agro-alimentari ed il Distretto Turistico dell’Etruria Meridionale già costituito con Decreto Ministeriale nel 2016 ai sensi della Legge 106/2011, strumento che la legge definisce “a burocrazia zero”. Superando l’inveterata tendenza al municipalismo, con una innovativa collaborazione tra Enti pubblici ed operatori privati.
Bonaventura Tecchi sulla rivista Attraverso l'Italia "Lazio" del 1943




Gli articoli a cui fa riferimento Umberto Laurenti
Mattioli: Regione Tuscia sarebbe rimasta un vaso di coccio tra vasi di ferro
Fabbri: La Regione Tuscia, una occasione mancata






















