
La Provincia di Viterbo in un dipinto di Felice Ludovisi del 1951 (Collezione Mauro Galeotti)
Francesco Mattioli, sociologo
Fabio Marco Fabbri cita l’interessante contributo di Bonaventura Tecchi sull’individuazione di una Regione Tuscia coincidente con gran parte dell’ attuale provincia di Viterbo, le frange meridionali delle province di Grosseto e Siena e l’Orvietano.
Questo sincretismo storico e culturale tra territori appartenenti a regioni differenti in Italia non è nuovo, anzi è quasi la regola, a dimostrazione di due cose: intanto, che le relazioni territoriali tra le popolazioni seguono vocazioni socioeconomiche, abitudini e costumi sedimentati nella Storia (ad esempio non ne sono estranee la transumanza, la condivisione di valli e di acque, la comunanza di radici etnoantropologiche), tal che anche il dialetto appare abbastanza condiviso; e poi che le divisioni amministrative seguono logiche politiche di altro tipo, forse non meno vincolanti, ma a volte in contrasto con l’omogeneità socioterritoriale.
Ne sanno qualcosa, più di noi, gli altoatesini, i friulani, i valdostani.
D’altronde, quando Tecchi lamenta la cesura amministrativa che affetta l’omogeneità culturale tra le popolazioni del nord del Lazio e della bassa Toscana forse dimentica che quella cesura non risale all’Unità d’Italia, non è solo la mera conseguenza di fornire alla Capitale una regione affastellando accanto ai romani i tusci umbro-toscani (Viterbo), i sabino-abruzzesi (Rieti), i molisani (Frosinone) e i campani (Latina), ma risale al medioevo, alla cesura tra l’ampio e interregionale Stato Pontificio e il Granducato di Toscana. Certificando semmai che i confini amministrativi non resistono ai flussi socioantropologici. Personalmente, negli anni Settanta, all’interno di movimenti politico-culturali viterbesi, anche il sottoscritto vagheggiò la costituzione di una Regione Tuscia che da un lato riunisse culture comuni, dall’altra contrastasse l’abnorme preponderanza di Roma. Ma poi si ragiona e ci si accorge che le cose non stanno proprio come uno se le immagina, o le sogna.
Sorgono infatti almeno due obiezioni.
La prima, che la frammentazione amministrativa non giova alla competitività socioeconomica e politica di un territorio su scala nazionale, per cui una Regione Tuscia sarebbe rimasta un vaso di coccio tra vasi di ferro tutt’altro che disposti a concedere spazio, territorio, risorse e potere. Accade oggi al Molise. Ci sono altre strategie per valorizzare le omogeneità territoriali, come gli accordi di programma interregionali, i coordinamenti interprovinciali, ecc. Senza contare che sì, Roma può essere soffocante per le province laziali, ma a sentire amici senesi e aretini, anche in Toscana ci si lamenta della eccessiva centralità di Firenze.
La seconda obiezione sorge dalla considerazione che i confini amministrativi sono in ogni caso inevitabili e - su questo mi permetto di essere in netto contrasto con Fabbri – la dislocazione territoriale dei provvedimenti anti-Covid serve a contrastare la diffusione della pandemia, che segue soprattutto linee di collegamento e di densificazione infrastrutturale.
Se poi a Fabbri dispiace che il Paese e la gente si preoccupino di tutelare la propria salute, scambiando una strategia di contrasto adottata in tutto il mondo civile per un “nauseabondo e martellante terrorismo mediatico pro Covid, che martoria economie e divide società” o, peggio, per una ”schizofrenica e forse studiata dittatura da pseudo-pandemia o Covidittatura, posso solo far notare che è vero che un confine regionale non costituisce una barriera a un virus, ma un virus si muove solo attraverso le persone, non vola come una farfalla, e se cominciamo a distanziare le persone secondo un qualche criterio, magari quello territoriale e infrastrutturale - tra i più facili da applicare - forse possiamo vincere la battaglia.
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L'articolo di Fabio Massimo Fabbri
La Regione Tuscia, una occasione mancata






















