Andrea Stefano Marini Balestra

Premettendo essere sempre stato contrario all’istituzione delle regioni italiane, le quali, benché previste dal 1948 nella Costituzione repubblicana, videro la luce solo nel 1970 per l’impulso delle sinistre che in quegli organismi avrebbero governato, mi intrometto di soppiatto nella querelle suscitata dall’articolo di Fabio Marco Fabbri ed ai saggi commenti di Francesco Mattioli e Umberto Laurenti sulle pagine di questo giornale.

L’excursus storico di Fabbri è certamente interessante e rappresenta in sostanza il pensiero del nostro grande conterraneo Bonaventura Tecchi che si espresse nella presentazione del volume “Lazio” edito a suo tempo dal Touring Club Italiano nel 1943.

Infatti, è certo che storicamente e territorialmente i comprensori oggi inseriti in diverse regioni, nella specie: Lazio, Toscana ed Umbria, abbiano un’origine culturale univoca per costumi, tradizioni, arte (un po’ meno nel dialetto), per cui un’unificazione amministrativa, solo in un remoto passato, sarebbe stata possibile.

Oggi, assolutamente no.

Ormai, la regolamentazione dei confini regionali è entrata nella costituzione repubblicana, quindi ogni modifica non è cosa semplice, comunque costosa ed anche foriera di scontro politico.

Non credo quanto siano interessati i “toscani” della bassa provincia di Siena e Grosseto, cosi come gli “umbri” di Orvieto e dintorni, creare un nuovo ente regionale, lasciando il “vecchio”, che comunque, ha certamente dimostrato funzionare meglio della Regione Lazio.

Ci guadagnerebbero certamente gli alto “laziali”, che, incapsulati nella Regione Lazio, da questa regione nulla ricevono, se non danni.
Non è un commento politico, ma realtà.

Nel Lazio, la città di Roma, ha due terzi degli abitanti regionali, il consiglio regionale ha la maggioranza degli eletti nei collegi della città di Roma e nella sua smisurata provincia. Le altre quattro province ci hanno sempre rimesso. Viterbo in primis.

Il dato non può essere contestato. Ma, prima di creare un nuovo ente regionale, meglio sarebbe da ripotenziare le province (via subito la legge Delrio!), che negli ultimi anni sono state spodestate proprio dall’ente regionale, elefantiaco, burocratico e lontano dalle realtà marginali del territorio.

Escluso quindi che i territori della Tuscia dalle falde dell’Amiata, dei monti Amerini, Sabatini alle rive del Tirreno possa diventare un altro centro di spesa per la creazione della 21° regione italiana, il discorso va riportato al pensiero di Tecchi.

In buona sostanza, il grande scrittore bagnorese, sosteneva a ragione che le realtà territoriali interessate, ormai distinte e diversamente inserite in province diverse (ai suoi tempi, beato Lui, le regioni erano solo entità geografiche, non politiche) hanno in comune la cultura, la tradizione ed il costume degli abitanti.

Il discorso va oggi approfondito e pertanto non sarà certo inutile che i territori oggi facenti parte dell’Alto Lazio, bassa Umbria e Toscana, a prescindere i loro confini amministrativi, si fondano per la riscoperta e valorizzazione delle loro bellezze artistiche e cessino farsi piccole guerre per accaparrarsi turismo e locali risorse.

Certo, non sarà semplice, anche proprio per le divisioni amministrative che nelle regioni attuali destinano diverse risorse economiche per turismo e cultura, la creazione di un consorzio culturale comune, ma questa, a parere mio, è la via per la riscoperta della Regione Tuscia.
Un advertising comune tra le città di questa ideale, ma “esistente” regione, va promosso.

Incrementare un’offerta turistica e culturale, cosi come ad Orvieto, a Viterbo, in Val d’Orcia, nonché sul litorale maremmano e sui monti Cimini, assieme all’Amiata, sotto il marchio “Tuscia” (oggi solo esistente per la prov. di Viterbo) è la via per un futuro di conoscenza dei nostri territori sia per italiani e stranieri.

Ritengo dalle righe dello scritto di Bonaventura Tecchi, pubblicato quasi ormai 80 anni fa, lo stimolo perché gli assessori al turismo si uniscono per creare il consorzio “Regione Tuscia”, non ente amministrativo o politico, ma solo culturale.

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Gli articoli a cui fa riferimento Umberto Laurenti

Laurenti: PIU’ CHE LA REGIONE CI VUOLE LA RAGIONE, PER LA TUSCIA

Mattioli: Regione Tuscia sarebbe rimasta un vaso di coccio tra vasi di ferro

Fabbri: La Regione Tuscia, una occasione mancata