
Il fantasma di Olimpia
Vincenzo Ceniti
Il Giubileo del 1650 ha dell’incredibile, non solo perché ebbe una donna alla cabina di regia, ma per le fibrillazioni di Innocenzo X (Giovan Battista Pamphili 1644-1655) che qualche mese prima di aprire la Porta Santa a San Pietro, decise di farla finita coi Farnese mettendo a ferro e fuoco la loro città di Castro, facendola radere al suolo senza pietà.
La distruzione avvenne nell’estate del 1649, con le truppe pontificie mobilitate ad abbattere chiese, conventi, il palazzo Ducale, la zecca, gli edifici disegnati da Sangallo il Giovane, le stalle, le case. Gli abitanti di Castro vennero dispersi nelle campagne dei dintorni e costretti a rifugiarsi dov’era possibile, anche nelle grotte. Come se niente fosse stato, la vigilia di Natale di quello stesso anno il pontefice dette l’avvio alla celebrazioni giubilari che lo videro impegnato in prima persona ad accogliere umili, pellegrini e poveri.
Si dirà che quello del Seicentocinquanta fu il primo Giubileo-business della storia con 700mila arrivi. Ce lo conferma l’allestimento di varie accoglienze, tra cui un ospizio per ricevere vescovi e sacerdoti e un grandioso asilo-spedale, il “Trinità dei Pellegrini”, dotato di mensa e duemila posti letto, affidato alla gestione della priora Olimpia Pamphilj da Viterbo cognata del pontefice, star di quel Giubileo e tristemente nota per la sua avidità.
Fu lei a reggere le sorti dell’evento, sorvegliare su incontri, assistenze, feste e liturgie, predisporre gli inviti ed altro. In veste di madrina dell’ospitalità, scelse una quarantina di dame (tre nobildonne per ognuno dei 14 rioni di Roma) per raccogliere fondi e mercanzie utili alla gestione della struttura: biancheria, candele, stoviglie generi commestibili ed altro. E ci riuscì alla grande con risultati soddisfacenti, facendo leva sul suo carisma.
Molti raggiunsero Roma appositamente per conoscerla e ossequiarla, dal momento che la sua nomea di “Papessa” (una delle tante pasquinate) aveva già fatto il giro di tutte le corti europee come controfigura di Innocenzo X. Il suo ruolo di dama della carità fece notizia e le procurò incassi provvidenziali, a fronte di grazie, raccomandazioni e indulgenze da lei stessa promesse. Voci maligne sostennero che la cassetta di monete d’oro del precedente Anno Santo (recuperata a San Giovanni in Laterano) se la fosse presa lei, regalatale “in segno di devozione”.
Tra i volontari dell’ospitalità si contavano molti esponenti della nobiltà romana che facevano a gara per servire, accompagnare, assistere ed accogliere. Roma si fece bella soprattutto nei paraggi di piazza Navona quartier generale di Olimpia, con il palazzo di rappresentanza donatole dal papa (stupenda la Galleria del Borromini affrescata da Pietro da Cortona), sempre attrezzato per sfarzosi ricevimenti e la chiesa di “corte” dirimpetto alla fontana dei Quattro Fiumi, dedicata a Sant’Agnese.
Da raccontare l’arrivo a Roma in quell’anno giubilare di re, principi, duchi, marchesi e ambasciatori tra cui quello con le insegne di Filippo IV di Spagna che fece notizia per l’imponente seguito di 300 carrozze capace di mandare in tilt il traffico di allora.
Piazza Navona fece da insuperabile scenario al rito della Messa Pasquale officiata da Innocenzo X la sera del Sabato Santo. L’architetto Carlo Rainaldi aveva trasformato l’antico stadio di Diocleziano in una grandiosa cattedrale con al centro l’altare pontificio. Il papa non si fece scappare l’occasione (su suggerimento di Olimpia?) di celebrare il Venerdì Santo nello Spedale della Trinità il rito della lavanda dei piedi ai pellegrini, servendoli anche a tavola.
Nella Tuscia Viterbese ci fu una corsa ai pellegrinaggi organizzati soprattutto dalle Confraternite. Affollato quello in partenza da Acquapendente (paese di origine del padre di Olimpia Sforza Maidalchini) alla fine di maggio del 1650 cui parteciparono non meno di 400 fratelli guidati dalla Confraternita della SS. Trinità. Ci misero tre giorni, attraverso Viterbo e Monterosi, per raggiungere la città eterna.
Roma era un viavai di cortei con varie Confraternite (ne arrivarono un centinaio, molte dal Lazio), tutte inquadrate in rigidi protocolli, dotate di colorite divise, insegne e stendardi processionali, alcuni di pregio artistico come quello della Compagnia del SS. Sacramento di San Martino al Cimino, che grazie a donna Olimpia venne dipinto in douple face da Mattia Preti (1613-1699) ed oggi conservato nel piccolo Museo dell’Abate accanto alla chiesa abbaziale di San Martino. Nel recto è raffigurato San Martino a cavallo che dona il mantello al povero e nel verso il Salvator mundi.
Le cronache sono ricche di episodi di disordini e violenze a seguito di risse per occupare i posti migliori alla benedizione papale. Seguivano poi atti di pentimento collettivo e di riti riparatori. Alcuni tra i più facinorosi si recarono successivamente dal papa a piedi scalzi o con una corda intorno al collo per ottenere perdono.
Olimpia morì di peste a San Martino al Cimino sola, perduta, abbandonata il 27 Settembre del 1657.
Senza il cognato-papa scomparso due anni prima non era più nessuno. Sembra che non avesse neppure i soldi per il funerale. Ci avrebbe pensato Alessandro VII successore di papa Pamphilj ad assicurarle una degna sepoltura. Oggi sta lì, come suo desiderio, nel coro della chiesa abbaziale, sotto un lapide in marmo che ne ricorda il nome e il ruolo.
Qualcuno dice di vedere nelle notti di plenilunio il suo fantasma aggirarsi sui tetti del palazzo. Noi ci crediamo.






















