Mario Olimpieri

Il 24 ottobre è una data da ricordare per chi conosce la vita e la morte di Domenico Tiburzi. Durante la notte tra il 23 e il 24 ottobre finiva la vita brigantesca di Tiburzi, ucciso dai Carabinieri.
Buona domenica a te e ai lettori. Mario

24 ottobre 1896: uccisione di Domenico Tiburzi.

Il 24 è un numero ricorrente nella vita di Tiburzi: il 24 ottobre 1867 uccise il guardiano Angelo Del Buono, il 24 ottobre 1896 fu il suo ultimo giorno di vita, 24 furono i suoi anni di latitanza, il 24 del giugno 1900, fu ucciso il suo fedele amico Luciano Fioravanti.

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- Domenichì, come ti avevo promesso, sono venuto di nuovo a farti visita, e proprio oggi che è il 24 ottobre, una data che tu ben ricorderai!

- E come faccio a dimenticarla! All’età di sessant’anni, terminava la mia avventura (disavventura) terrena e iniziava quella dell’aldilà.

- Hai detto molto bene, la tua vita è stata tutta un’avventura, ma un’avventura piena di disagi, di fughe e di paure. Però, dimmi, ma perché quella notte fosti così imprudente da porti come facile bersaglio ai carabinieri?

- Eh, qui la storia è un po’ lunga e complicata! Devi sapere che il casale del Franci era già ben conosciuto dal mio amico Luciano Fioravanti, e poi ci si andava anche con passione per incontrare le belle figlie di Nazzareno e di Felicissima, Maria Domenica e Marianna, giovani e piene di vigore. 

 

In una notte piovosa, autunnale,

Tiburzi e Fioravanti in un casale

 

cercarono rifugio a Le Forane.

Per l’abbaiare insolito del cane,

                                                             

aprì la porta Franci Nazzareno,

che certamente avrebbe fatto a meno

 

di offrir la cena e l’ospitalità                                                   

a quelle torbide celebrità,

 

ma, conoscendo bene Fioravanti,

far altro non poté che dire: «Avanti!».

 

- Certamente, un uomo come te, corteggiato più volte dalle donne, non poteva rinunciare a incontrare due belle ragazze.

- Ma pure io, sempre solo e in eterna fuga, avevo la necessità di ricevere un po’ di affetto, non ti pare?

Inoltre, quella sera ci aspettava un’abbondante cena e parecchi litri di buon vino da consumare.

- E quanto mai avrete mangiato e bevuto!

- Ah, un piatto più che abbondante di pastasciutta, che non lo avrebbe saltato nemmeno un capretto, tortelli a volontà, carne, prosciutto, formaggio pecorino, e il tutto annaffiato da quasi dieci litri di vino e, per finire, sigari per tutti.

 

Offrì a Luciano ed a Domenichino

pastasciutta, prosciutto, cacio e vino;

 

quest’ultimo lo bevvero davvero

in grande quantità perché sincero,

 

ma qui Tiburzi agì con imprudenza,

infatti il vino causa sonnolenza,

 

e più è buono, schietto e generoso

e più il cervello rende inoperoso.

 

- Ma in quel casale non poteva esserci tutta questa abbondanza che mi hai elencato; certamente era stato tutto già ben preparato, perciò sapevano del vostro arrivo.

- Mario, non impicciarti su cose che non ti riguardano, e stai al mio racconto.

- Va bene, Domenichì, però fammi rimanere con il mio dubbio e non dubbio.

Ma come vi accorgeste che stavano arrivando i carabinieri?

- Dal fatto che il cane del Franci non smetteva più di abbaiare, e perciò era segno che avvertiva la presenza di alcune persone nelle vicinanze del casale.

 

Avvenne che alle tre di quella notte,

all’improvviso fossero interrotte

 

le chiacchiere festose dei briganti,

che si vantavan d’imprese galanti:

 

era il cane del Franci che abbaiava

perché qualcuno lì s’approssimava.

 

- E quando hai capito che erano i carabinieri, perché non sei fuggito dalla parte opposta del casale, come fece Fioravanti?

 

Luciano Fioravanti, in tutta fretta,

discese e superò la collinetta

 

per ritrovarsi dentro la boscaglia,

protetto dagli spari e dalla taglia

 

che appresso si portava come un peso,

che prima o poi l'avrebbe certo leso

 

(infatti in seguito ad un tradimento

sarà ammazzato per quel pagamento).

 

- Perché… perché non sono fuggito! 

Ma tu mica ti rendi conto di quanti litri di vino tracannai quella sera e dell’effetto che fecero nel mio cervello!

- Allora, scusami, dove era andata a finire tutta quella prudenza avuta per una vita?

- Mica sbagli a fare questa osservazione, ma talvolta tutti possiamo commettere errori.

 

Tiburzi, invece, corse e fu alla porta,

con una decisione poco accorta

 

perché come bersaglio lì si espose;

un colpo col fucile in aria esplose,

 

ma fu colpito dai carabinieri,

che poi quel fatto raccontavan fieri.

 

Morì, però, Tiburzi in quell’istante                                         

o solo fu ferito, e sanguinante

                                                             

si trascinò lì attorno quel leone,

ucciso poi per “alta decisione”?

 

In quella notte buia, a Le Forane

avvennero senz’altro cose strane

 

che qui non è possibile chiarire,

e mancano le prove da fornire.

 

- Domenichì, molti sono gli autori di libri sulla tua vita: Adolfo Rossi - Piero Bargellini - Alfio Cavoli - Angelo La Bella e Rosa Mecarolo, Giuseppe Bellucci e altri ancora). Tra loro, alcuni suppongono che tu ti sia addirittura sparato un colpo in testa per non essere vittima di nessun altro.

- Prima di tutto, voglio dirti che non sapevo affatto di tante persone che si sono interessate alla mia vita!

- Allora ti informo che è stato anche girato un film sulla tua vita da Paolo Benvenuti ed esattamente nel 1996, cento anni dopo la tua morte. Inoltre, a Cellere è stato organizzato un museo del brigantaggio, dove una volta c’era “l’ammazzatoro” e, naturalmente, tu sei il personaggio più illustrato e discusso.

- Mario, tutto ciò mi riempie di orgoglio, ma, per ritornare alla tua domanda circa la mia morte, devo confessarti che, già ferito alle gambe e prima di marcire in galera, dissi forte che preferivo la morte, e così mi sparai un colpo alla gola.

- Mi stai confermando quanto già avevo letto in una intervista tenuta da Carla Vannetti a un contadino (Angelo) che aveva ricevuto queste notizie da suo padre, da te ben conosciuto e presente quella notte a Le Forane, invitato con insistenza da te?

- Proprio così.

- Però non so se dici la verità, perché altri affermano che furono i carabinieri a spararti un colpo alla testa.

- Senti, Mario, a questo punto non ci capisco chiaramente neanche io, perché in quel 24 ottobre fui avvolto da un profondo buio: buia era la notte, buio il mio cervello, come buia fu tutta la mia vita.

- Ora sì che parli con più franchezza; vuol dire che rimarrò ancora nel dubbio e resterò in attesa di eventuali chiarimenti storici. 

Per adesso ti saluto e non ti assicuro di ritornare a farti ulteriori visite.

- Ma sono sicuro che ritornerai; comunque, contraccambio il tuo saluto, ti attendo in altre occasioni e ti prego di salutarmi tutti i celleresi, soprattutto quelli che per cognome hanno TIBURZI.

- Ah, scusami Domenichì, mi ero dimenticato di portarti i saluti di Rita Bianchi…

- Questo cognome non mi è nuovo.

- Sì; infatti, Rita è la nipote di Nazareno Bianchi che tu hai conosciuto molto bene.

- Certamente! Spesso lo andavo a trovare nella sua capanna e venivo ospitato con tanta gentilezza.

- Rita mi ha riferito che suo nonno non approvava il tuo comportamento e cercava di portarti sulla giusta strada, ma tu, benché avessi tanta stima per lui, non ascoltavi i suoi rimproveri. 

- Lo ascoltavo e lo comprendevo bene, ma non potevo fare a meno di continuare la mia vita da fuggiasco per non essere catturato e imprigionato nuovamente.

- Mi ha detto anche che aveva tante capre e, quando andavi a fargli visita, ti preparava l'acquacotta e tu lo ricambiavi con sigari e tanto rispetto.

Purtroppo, nonostante non approvasse il tuo brigantaggio, dovette subire un processo e le carceri, però non ti ha mai portato rancore.

- Mi dispiace davvero, perché Nazareno era un uomo onesto, bravo, gran lavoratore e non meritava il carcere.

Ti prego di contraccambiare a Rita Bianchi il mio saluto.

- Ne sarà molto contenta, soprattutto per le lodi che hai espresso per suo nonno.

Ora, ciao davvero!

 

Il ventiquattro ottobre, a sessant’anni,

dopo una vita in fuga e pien d’affanni,

 

Tiburzi consumò così il suo dramma,

ucciso proprio dai “figli di mamma”

 

(come sempre chiamò i carabinieri,

con toni assai pacati e veritieri).

 

Saper si deve che Domenichino

mai sparò loro, pure se il mirino

 

li avesse ben centrati in testa o al petto;

però il suo dito non spostò il grilletto

 

perché quei giovani ragazzi attivi

eran fedeli, bravi e mai cattivi:

 

servivano la Patria e un ideale,

senza alcuna intenzione a far del male;

 

cattiva, invece, fu la triste sorte

che Tiburzi seguì fino alla morte.

 

La notizia volò, fece scalpore

perch’era morto il gran “Livellatore”.

…………………….

 

A modo suo fu re, e nel suo stemma

si legge che fu “Re della Maremma”,

 

di quella terra definita amara,

ma per noi maremmani sempre cara.