L’ingresso del Salone di Dante Mainella a piazza delle Erbe 

Vincenzo Ceniti, Console Touring di Viterbo

Negli anni Cinquanta-Sessanta del secolo scorso, Viterbo contava  una sessantina di Saloni da barbiere rigorosamente per uomini, ubicati soprattutto al centro.

Tra piazza del Plebiscito e piazza Verdi - attraverso via Roma, piazza delle Erbe e il Corso Italia - ce n’erano addirittura nove: Cannaò, Gabolini, Mainella, Ruggiero, Piacentini, Pugliesi, Rompietti (Scarciofoletto), Falcioni e Costantini. A mia memoria, il barbiere più storico era don Ciccillo, alias Francesco Ruggiero, il cui volto ironico formato porcellana riscalda ora la lapide di famiglia al cimitero di San Lazzaro, appena oltrepassato il cancello centrale, sulla sinistra. E’ morto ultra ottantenne nel 1953. Il suo Salone  si apriva subito dopo il Bar Minciotti che, a sua volta, occupava i locali oggi del Monte dei Paschi. Si andava da lui non solo per “barba e capelli”, ma anche per conversare, informarsi, spettelogare e passare il pomeriggio. 

Un vero e proprio salotto, come del resto lo erano gli altri Saloni di Viterbo a partire da quello mitico di Dante Mainella, in piazza delle Erbe. Riceveva di regola su appuntamento e un taglio di capelli lo impegnava per oltre un’ora in un lavoro meticoloso a punta di forbice. Una rara foto che ho visto in un volume della Viterbo com’era di Mauro Galeotti mostra   l’ingresso della sua barberia con una scritta che indicava gli accrediti presso personaggi di rango: podestà, prefetti, possidenti. 

La bottega nel 1909-10 del barbiere G. Saveri poi di Dante Mainella (Archivio Mauro Galeotti)

Il Salone di Dante Mainella negli anni '20 (Archivio Mauro Galeotti)

Il Salone di Dante Mainella negli anni '50 (Archivio Mauro Galeotti)

Ricordo meglio il fratello Duilio, repubblicano di ferro, dotato di pennazza bianca, sarcasmo, fiero dialetto viterbese e prorompente verbosità intrisa di bonaria saggezza. Era un uomo pubblico e si divideva tra lo scranno di Palazzo dei Priori, dove è stato anche assessore, e il suo lavoro di marmista. Da suo fratello Dante, che frequentava per le “ultimissime” di giornata, si recavano gli uomini della  Viterbo bene che frequentavano il Salone specialmente il sabato mattina.  

La domenica era invece appannaggio dei contadini che scendevano in città giacca e cravatta per la settimanale rasatura. Facevano prima quattro chiacchiere a piazza delle Erbe con i sensali per vendere o acquistare una vacca, un casale o una partita di fieno. Poi affrontavano il rito del “barba e capelli” che li rimetteva a nuovo. 

Barberia “in” era anche quella di via Matteotti dal nome altisonante “Salone azzurro” di Peppe Buratti. Vi ha lavorato una schiera di figaro, tra cui Pasqualino, oggi attivo in un locale in via del Pavone.

Dal barbiere non si faceva solo salotto. Si approfittava per  le esigenze più disparate. Presso la barberia “Braconcini & Marrazza” (la più longeva fra quelle rimaste, risalendo al 1955) in via dei Magliatori  si potevano acquistare, cacio, olio, vino e uova che i contadini lasciavano in deposito il sabato. Il salone era frequentato dai “leggendari” Schiggino (pagava spesso i servizi con un disegno naif, come faceva Renoir con i quadri a Montmartre per un fiasco di vino), Alfio sovente insieme alla madre “Catterina” e Zicchineno (sassofonista e fisarmonicista, ma non solo)

Al barbiere Nicola a San Faustino, esperto di meccanica ed elettricità, si ricorreva per accomodare una radio, un motorino o una bicicletta. A San Faustino operava anche dal 1959 Fulvio Lucaccioni (vedi foto fornita dal figlio Alfredo oggi attivo in via Igino Garbini). Da Fulvio si parlava solo della Roma, dal figlio si parla oggi solo della Viterbese.

Un giovanissimo Fulvio Lucaccioni alle prese con un taglio

Un’altra barberia storica si trovava in via del Pavone gestita fin dagli anni Trenta da un altro Braconcini, Osvaldo, che ha fatto scuola a molti giovani. 

Fulvio al Pilastro, detto il “gojo”, aveva formato presso il suo Salone un club di amici cui rilasciava la “tessera del gojo”. Per la sua attitudine allo sport (una cinquantina di incontri di box tutti persi per ko) e la buona conoscenza del corpo umano, alternava a “barba e capelli” massaggi, aggiustamenti di ginocchi e clavicole, stiramenti di muscoli, terapie per tendiniti e cervicali, e così via. 

Un altro Salone all’insegna dello sport era quello di Edilio Mecarini, storico presidente del “Pianoscarano Calcio” e affermato poeta dialettale. La sua barberia, dentro Porta del Carmine (trasferita poi in via Garibaldi), era il ritrovo di giovani calciatori per un ingaggio o un consiglio. Un giorno ci capitai anch’io per trovare posto squadra Allivi. Dallo sgabuzzino, adiacente alla bottega,  prese un paio di scarpe coi tacchetti di quarta mano per darmele in affidamento prima degli allenamenti. Quando le portai a casa i miei genitori, per paura che mi attaccassero qualche malattia,  mi costrinsero a restituirle e così finì tutto.  

Edilio Mecarini

I clienti della barberia di Cardinali il “tenore”, in via Monte Asolone, erano in buona parte melomani. Durante il “taglio” o la rasatura ascoltavano la sua voce in romanze d’opera  e canzoni. Ma si cantava anche in altri Saloni, magari stornelli accompagnati dalla chitarra. 

Mecuccio a piazza della Rocca aggiungeva alla “barba e capelli” il servizio di doccia. Il suo Salone era frequentato dai paracadutisti, dai militari della Vam e negli anni della guerra dagli ufficiali tedeschi di stanza nella caserma adiacente alla Rocca Albornoz. E’ da loro che aveva   imparato il “taglio a pelle”, detto alla tedesca. 

Da parte sua Baleani, in via dei Mille, abbinava ai tradizionali servizi di “barba e capelli” quelli di podologo per pedicure e manicure. Mentre Saverio (detto il Calabrese) in via Bruno Buozzi, che si vantava di essere il cugino di Dalida (alias Jolanda Gigliotti), faceva ascoltare ai clienti i dischi  dell’illustre parente.  

Topolino, in via San Pietro, non elargiva servizi accessori, ma si fa ancor oggi apprezzare per le stigliature anni Settanta del suo locale. Praticamente non li ha mai cambiate.. 

Ma vediamo come si svolgeva il lavoro del barbiere. Regola numero uno camice d’ordinanza (celeste, bianco, verde o avana) dotato di ampio taschino per contenere il pettine d’osso bianco, agile e affusolato. Altra regola, ancora oggi in uso: prima i capelli, poi la barba per evitare che i peli usciti dal taglio si appiccicassero sul volto umido del cliente. 

La comoda poltrona girevole da barbiere doveva portare la griffe della ditta “Pietra Nera”. Alcune barberie disponevano anche di un seggiolone a testa di cavallo per i bambini. Altra raccomandazione: forbici affusolate e taglienti dal suono scoppiettante, come un cinguettio. Il barbiere doveva essere ironico, sarcastico, ben informato e discreto con i clienti sconosciuti..    

Il rasoio veniva affilato sulla “striscia”(o “coramella”), una sorta di bacchetta di cuoio su cui si spalmava l’insetticida “Caudano”. Per la barba si passava prima un velo di pro-raso e quindi col pennello un’abbondante crema all’apparenza dura e collosa dal vago profumo di mandorla che si ammorbidiva con l’acqua calda nell’apposita tazza. . L’insaponatura era il momento più piacevole e rilassante. Durava molto poiché non ci si radeva tutti i giorni e pertanto i peli erano spesso ispidi e duri. “Barba ben insaponata – si diceva  - è mezza tagliata”. 

Il rasoio veniva pulito in una vaschetta di gomma di color rosso chiamata “caucciù”, ma si poteva anche provvedere con le comode schedine della Sisal. Dopo la rasatura si passava sul viso un panno caldo-umido e  l’allume di Rocca (un astringente). Quindi un’abbondante spruzzata di Floid dal profumo inconfondibile. Piccole ed eventuali abrasioni della pelle venivano tamponate con una matita emostatica detta “causticche”.  

I capelli venivano tagliati con forbici affusolate e la macchinetta azionata a mano (“tosatrice”). Per la tonsura dei chierici si usava uno strumento particolare che definiva il tondo su cui poi si lavorava col rasoio. 

Il rito del lavaggio dei capelli partiva da una ciambella di gomma che veniva posta sulla testa all’altezza delle orecchie. Il cliente veniva fatto piegare in avanti con il capo riverso nel lavabo. Con il “docciatore”, una sorta di caffettiera dal tappo bucherellato, si irrorava la testa con acqua calda  prima dello shampoo e della frizione. Gran finale con la spalmata di brillantina che ungeva i capelli, li tratteneva e li faceva brillare, soprattutto se tirati alla “mascagna”.       

Infine il ferro caldo per i boccoli e  l’”arricciabaffi” che serviva ad indirizzare i mustache nelle direzioni volute dal cliente: alla Vittorio Emanuele II, alla Zapata, alla Stalin, alla Poirot, alla Salvador Dali. 

Tocco finale.“Ragazzo, spazzola!”. Il ragazzo, potenziale barbiere (ma non sempre), si prodigava nel migliore dei modi a far girare il “piumino” spazza capelli sulle spalle del cliente, sul collo e sui calzoni fino all’altezza delle tasche (baipassando l’area centrale), onde favorire l’eventuale tintinnio delle monete per la doverosa mancia. Nel periodo natalizio il barbiere distribuiva ai clienti il “porno” calendarietto profumato, con le foto a colori di ragazze discinte. Per i gusti di oggi roba da prima Comunione. In omaggio anche un pettinino da taschino con la custodia su cui era riportata la pubblicità della ditta.    

 

Salva

Salva

Salva

Salva

Salva

Salva

Salva

Salva

Salva

chi è on line

Abbiamo 913 visitatori online

 

 I libri

di Mauro Galeotti

 

Cartonato - pag. 246 - euro 25,00
in esaurimento, per l'acquisto
scrivere alla email spvit@tin.it

Cartonato - pag. 808, a colori
da euro 120,00 a euro 80,00
in esaurimento, per l'acquisto
scrivere alla email spvit@tin.it