Viterbo Chiesa di san Giovanni in Zoccoli nel 1880 (Archivio Mauro Galeotti)

La storia di Viterbo per Pietro Egidi - prima parte
La storia di Viterbo per Pietro Egidi - seconda parte

La storia di Viterbo per Pietro Egidi - terza parte
La storia di Viterbo per Pietro Egidi - quarta parte
La storia di Viterbo per Pietro Egidi - quinta parte
La storia di Viterbo per Pietro Egidi - sesta parte
La storia di Viterbo per Pietro Egidi - settima parte

 
Migliore giudizio forse deve farsi della pittura. Finora non fu esaminata di proposito. Gli studiosi, attratti dai grandi centri dell’arte, hanno sdegnato il nostro appena mediocre. Solo le individualità più spiccate, Lorenzo di Giacomo e Antonio del Massaro, riuscirono ad eccitare la curiosità di alcuni pochissimi: di Corrado Ricci, di Ernesto Steinmann.
 
Ma oggi che sulle grandi scuole si è indagato con una certa larghezza, e che le ricerche archivistiche dell’ infaticabile nostro concittadino Cesare Pinzi han portato luce su punti già oscuri, è venuta alfine anche la nostra volta, e v'a un valoroso, Enrico Brunelli, che s’è proposto di studiare a pieno il complesso svolgimento della pittura presso di noi.
 
Affrettando coi voti il momento che ci sarà dato conoscere per intero il risultato dei suoi studi, diremo qui brevemente il nostro pensiero, a formare il quale non poco giovarono le ripetute conversazioni con l’amico carissimo.
Fino a poco tempo fa si poteva dire che la storia pittorica viterbese cominciasse alla fine del 300. Ma alcune fortunate scoperte degli ultimi anni permettono oggi di risalire indietro di un secolo e più.

Forse le più antiche opere pittoriche nostrane sono le decorazioni della cripta di S. Andrea a Pianoscarano e quelle del sepolcro Landriani: ma ne: restano così misere tracce che se l'esame è possibile a stento sugli originali, è però impossibile trarre da questi soddisfacente riproduzione fotografica.
Meglio conservata la pittura testè ritrovata in S. Maria Nuova. È anch’essa sopra una tomba, quella di Monaldo di Fortiguerra, morto il 10 di agosto del 1293, come ancora ci dice l'iscrizione che le è sottoposta.
 
Il Redentore pende dalla croce: ma la divinità sua non appare, è la sua umanità che si torce negli ultimi spasimi! Le gambe si accasciano inerti sotto il peso del busto, la bocca si contrae per l immensità del dolore. Le figure ai lati o sono fatte più tardi o per lo meno largamente ridipinte, specialmente le due estreme (la S. Barbara e il S. Nicola Vescovo) che paiono di circa cent'anni posteriori.

Queste pitture, sebbene rozze ed ingenue, non mancano di verità, e ad ogni modo ci permettono di stabilire con sicurezza la persistenza a Viterbo delle tra- dizioni della scuola che altri disse tornata a noi da Bizanzio nel secolo undecimo, altri credette e crede aver avuto continuità di vita a Roma dall’età delle catacombe al principio del secolo XIV; l’arte di cui ultimo e più grande rappresentante fu Pietro Cavallini.
 
Certo lunga è la distanza tra le povere pitture viterbesi e le possenti figure di apostoli che Pietro segnò  sulle pareti di S. Cecilia in Trastevere; ma non tanto lunga che non si debba riconoscer tra i due una, benchè lontana, parentela.
Nel secolo XIV invece Viterbo non si sottrae all’ influsso dell’arte toscana, cui non resistette nessuna scuola pittorica italiana. E delle due correnti principali che dalla Toscana s’allargarono per tutta la penisola, la senese e la fiorentina, fu la prima che pre- valse tra noi. Siena era più vicina, di accesso più facile e congiunta con Viterbo da amichevoli rapporti.
 
Di codesto influsso senese il più grande rappresentante fra noi fu certo quel Matteo di Giovannetto da Viterbo, allievo del senese Simone Martini, che a metà del trecento fu a dipingere nel palazzo pontificio d’Avignone e poi in quello del cardinale Orsini a Villeneuve. Fu così caro al pontefice Clemente VI che S'ebbe il titolo di piffore del papa; profittò tanto de- gli insegnamenti del maestro, che per secoli i pochi resti dell’opera sua conservati in Avignone furono attribuiti al Martini.
 
Disgraziatamente di lui nulla sopravvive in patria, nè mi fu possibile procurarmi riproduzione del poco che resta in Francia; ma evidentemente da lui o almeno dall’arte che egli aveva abbracciato dipende l’altro viterbese, Antonio da Viterbo, fiorito nella seconda metà del trecento e nei primissimi del quattrocento. Ne resta, firzzato, solo un quadro a Leprignano, ma con probabilità a lui o a qualche suo strettissimo affine si deve la Madonna ritrovata testè a S. Maria Nuova nella seconda cappella di sinistra; come fors’anche quella, assai più perfetta, da pochi anni ricomparsa nella absidiola sinistra del Duomo. Pittore mediocre, disegnatore corretto nelle figure, impacciato e convenzionale nei panneggiamenti e nelle capigliature, senza alcuna originalità, riuscì talora a dar qualche vita alle figure come ad esempio al Bambino nel fresco del Duomo.

Trasmise l’arte al figlio Francesco, per soprannome detto il Balletta, a lui notevolmente superiore nella abilità. tecnica e dipintore di una certa fecondità. A Viterbo ne abbiamo due grandi polittici firmati e datati; uno a S. Giovanni in Zoccoli, uno a S. Rosa. Quest'ultimo, il più grande, rappresenta la Vergine col bambino, seduta in una bella cattedra cosmatesca, che col suo disegno schiettamente romanico contrasta col gotico delle cornici e dei riquadri di tutta la tavola.
 
Nei pannelli laterali S. Rosa e S. Caterina, sopra nel mezzo la Vergine della misericordia che accoglie i devoti sotto il mantello e ai lati l'Annunciazione; nei pilastrini esterni santi e sante, nella predella la Pietà, S. Lorenzo, S. Francesco, S. Pietro, S. Paolo, S. Lucia. Sebbene danneggiata da cattivi restauri, la tavola € di grande effetto e di notevole valore. Quella di S. Giovanni, qua e là scrostata e in più luoghi scolorita, ha il vantaggio di aver subito minore ritocco.

L’esame delle due tavole ci permette di attribuire a Francesco, senza esitazione, come la Madonna' in affresco conservata nel Museo così le tavole che si trovano in S. Angelo e in S. Maria in Poggio. Quest’ultima anzi é forse la migliore per finezza di tocco e per bontà di conservazione. Francesco non é un gran pittore, tutt'altro; le sue figure hanno atteggiamenti convenzionali, hanno facce senza espressione senza carattere, ma da esse spira una grande aria di ingenuità; le sue tavole sono composte in una gamma di colori, se non ricca, vivace e di gradite tonalità.

L’influsso dell’arte senese che in Francesco si sente ancor forte, sebbene non esclusivo, si perde quasi completamente nelle opere del mediocrissimo suo figlio Gabriele e dei pittori viterbesi della fine del secolo decimoquinto. Esso cedette ad altra influenza, quella dell’arte umbra che con lo Spagna col Sodoma, col Perugino col Pinturicchio dilagò per tutta Italia centrale.
 
Massimi rappresentanti di questo indirizzo fra noi furono un altro Antonio, Antonio del Massaro, detto i! Pastura, e Giovanni Francesco di Avanzarano, detto il Fanfastico, i quali fiorirono nell’ ultimo quarto del secolo XV e nel primo del seguente. Antonio, di venti o venticinque anni più vecchio, fu allievo del Pinturicchio e con lui lavorò nel Duomo d’Orvieto, nelle sale Borgia del Vaticano e forse in Araceli.
 
Fu dei fondatori dell’ accademia di S. Luca, dipinse a S. Cosimato e nell'ospedale di S. Spirito. Tanto bene s’impadronì della maniera del maestro, pur rimanendogli di molto inferiore, che le sue opere andarono spesso attribuite a quello come talora lo furono, con tanto minor ragione, allo Spagna e al Sodoma.
 
Solo di recente, dopo che Cesare Pinzi ne ebbe scoperto la prova documentale, gli fu restituita la paternità dei grandi affreschi del Duomo di Corneto, prima creduti di Masolino da Panicale.
 
Segue