Fortunato Del Tavano, a destra, con Felice Ludovisi a Viterbo in Piazza delle Erbe (circa 1950, foto di L. Zucchi)

Tuscia in pillole

Vincenzo Ceniti Console Touring

Nei primi decenni del dopoguerra era attiva a Viterbo un folta schiera di pittori di varie età, scuole e tendenze artistiche.

Per citarne alcuni: Fortunato Del Tavano, Pirro Meacci, Felice Ludovisi,  Alessio Paternesi, Gavino Polo, Carlo Vincenti, Romano Liviabella, Publio Muratore.

Novelli bohemien di un’Italia in ripresa, animati da “sogni e castelli in aria” in una città ancora ferita dai bombardamenti e ambiziosa di riscatto.

Di loro restano opere artistiche in ricordi, collezioni private, uffici pubblici e gallerie che aiutano a sostenere l’identità della città. 

Alcuni erano riuniti dal 1959 nell’Associazione artistico culturale Città di Viterbo e della Tuscia, tra le prime di quegli anni, con sede iniziale a palazzo Santoro, di cui Ludovisi era presidente e Del Tavano vice.

Si incontravano sovente al Caffè Schenardi di Viterbo dove alcuni di loro erano di casa fino a tarda notte ad ascoltare storie e pettegolezzi e vagheggiare “chimere” intorno al patron del locale Renzo Javarone.  

Lo zoom di oggi è su Fortunato Del Tavano (1902-1970) che alcuni ricorderanno per la retrospettiva a Viterbo di circa vent’anni fa, nel 2002, promossa dalla Provincia presso la Sala Anselmi nel centenario della nascita.                                                            

Il suo amico di tavolozza Felice Ludovisi ne ricorda nel catalogo i solidi fondamentali, appresi dalla vita quotidiana e da  frequentazioni presso lo studio romano di Antonio Mancini (1852-1930) in via di Ripetta. Ma  anche, aggiungiamo noi, dalle atmosfere di palazzo Calabresi di Viterbo - dove Del Tavano era nato agli inizi del Novecento e vissuto per molti anni - permeate dai ricordi e dalle opere di Pietro Vanni (1845-1905) che l’abitò alcuni decenni prima. Altrettanti  stimoli gli vennero trasmessi dai vincoli di sangue con la terra di Tuscia, ruvida e gentile, sempre presente a vivificarne il talento, dettandogli  emozioni, volti e colori. 

Lo chiamavano con riverenza il “professore”, non tanto per il ruolo, peraltro mai ostentato, di  docente  presso le Accademie di Belle Arti di Roma e Venezia e nel suo studio con giovani allievi di allora - come Luigi Zucchi ultimo negli anni Sessanta di una nidiata di giovani  promesse tra cui Clori Anselmi, Annarita Caroli e Giorgio Pulselli -  ma soprattutto per quel titolo di  “Maestro di vita” che tutti gli riconoscevano e che lo gratificava di più. 

Pittura, la sua, prevalentemente figurativa, ad olio, più rara in acquerello come i vivaci paesaggi del lago di Vico o dei monti Cimini. Ed anche qualche episodio di affresco, ad esempio la raffigurazione di Tiche (dea greca della Fortuna) di cui dovrebbe rimanere traccia nel soffitto di un locale  in via Sacchi a Viterbo.

Ancora paesaggi, velati di quel giallo nebbia tra il reale e  l’astratto, con pennellate a volte precise, quasi fotografiche, a volte meno definite che lasciano libertà di pensiero a chi li osserva. Le inquadrature vagano nella campagna viterbese, con spezzoni di casolari,  considerata a  quei tempi “l’aurora e la speranza per il futuro”. Ma anche tra le marine e gli scorci di paese: Tuscania, Orte, San Martino e la stessa Viterbo con le antiche pietre di San Pellegrino. 

E poi i ritratti, sempre insidiosi a definirsi dal cavalletto, che Del Tavano ci lascia in formato  galleria di famiglia: il padre Giacomo, la sorella Angela, lo zio Giorgio, fino all’acceso Autoritratto. Ma anche soggetti “estranei” ed  altrettanto cari,  a partire da quello della modella Raffaella raffigurata seduta al tavolo con una  bretella del corpetto bianco vezzosamente calata sul braccio sinistro. In ognuno dei volti è fissato l’attimo eterno che esprime umori e stati d’animo.  

Particolare insolito. Per pulire i pennelli Del Tavano li metteva in bocca poiché la saliva, diceva lui, rinvigoriva la setola.

Cattiva abitudine che col tempo gli sarebbe costata una intossicazione portandolo alla tomba anzitempo, nel 1970 a 68 anni, dopo un lunga degenza all’Ospedale Grande degli Infermi.

Molte esposizioni, non solo in Italia. Una a Viterbo, negli anni Sessanta, vide anche la presenza di Aldo Moro.

Il Comune gli ha intestato una via a Bagnaia.    

Fortunto Del Tavano nello Studio di Antonio Mancini in via Ripetta a Roma (circa 1920, foto di  L. Zucchi)

Fortunato Del Tavano, Autoritratto (1951)

 

 

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