
Santa Maria della Peste nel 1900 circa (Archivio Mauro Galeotti)
Mauro Galeotti
Chiesa di santa Maria della Peste
La Chiesa di santa Maria della Peste è a Viterbo in Piazza dei Caduti.
Di pianta ottagonale, fu eretta sin dal Maggio del 1494 dai parrocchiani di san Luca e di san Faustino, grazie anche ad un sussidio del Comune.
Fu costruita dinanzi ad un’immagine dipinta sul muro che ivi esisteva, vicino alle vecchie fornaci e presso il Pontem Tremulum, il Ponte Tremoli.
La costruzione, terminata prima dell’Ottobre del 1499, fu un ringraziamento della popolazione salvata dalla peste che colpì Viterbo nel 1476. Augusto Gargana in un articolo sul Giornale d’Italia del 22 Marzo 1936, ritiene che la costruzione della chiesa sia terminata tra il 1496 ed il 1497, ma certo non prima del 1495, perché sull’iscrizione esterna, che gira intorno alla chiesa, si legge un cinque, V, che suppone essere la terz’ultima o penultima lettera dell’anno di erezione. Invece, Francesco Cristofori, che scrive sul suo giornale Viterbo del 15 Agosto 1905, afferma che la chiesa fu iniziata a costruire nel 1517 e fu terminata nel 1521.
Nel 1519 santa Maria della Peste fu unita da papa Leone X alla chiesa antistante di san Giovanni Battista degli Almadiani, e, nel 1636, ebbe inizio il culto di santa Maria Elisabetta per volere di Giovanni Battista Zazzera, nobile viterbese, il quale lasciò una somma in danaro per tale fine. Ciò verificò la variazione del titolo della chiesa col nome della santa.
Lo stile del tempietto ricorda quello bramantesco, tanto che alcuni lo attribuiscono al Bramante stesso. Tutto in peperino ha ornamenti di un certo interesse sugli stipiti della porta principale, sopra alla quale è scomparsa una epigrafe per le sfaldature della pietra.
La cupola, col tetto che «minaccia ruina et se casca vi anderà troppo gran spesa a rifarla», fu restaurata nel 1604 come ricordano, appunto, le Riforme, in data 19 Marzo di quell’anno. Il tetto fu rifatto nel 1637, è coperto di mattoni embricati in piano, questi assumono un disegno che desta una certa originalità.
Alla sommità una lanterna invia luce all’interno, dove si può ammirare il pavimento, alquanto danneggiato, in mattonelle di terracotta smaltata, con su disegni eseguiti alla fine del secolo XV dal viterbese Paolo di Niccola dietro finanziamento di Paolo Mazzatosta e Martino conciatore di grano. Infatti sullo stesso è scritto con alcune corrosioni:
Pau/lu M/aza/tos/ta / Ma/rtin/u co/ncia/tor /di g/ran/u f./ Pau/lus Ni/co/la/i pin/sit; queste ultime tre parole Francesco Orioli nel 1853 le legge: An/ge/lus/ Co/la/i./ pin/sit., ed afferma che Colai è una famiglia viterbese.
Altre parole lette da Cesare Pinzi sono i motti, «Pax vobis», «Pax vic. domo», quest’ultima Francesco Orioli le legge, «Pax huic domui».
Scrive Otto Mazzucato:
«I soggetti dipinti sono svariati con combinazioni di disegni variegati di colori; ma la prevalenza è del blu-cobalto e dell’arancio.
L’emblema Piccolomini (le cinque lune disposte in croce) presente su una mattonella, ci porterebbe a considerare che il pavimento sia stato eseguito durante il pontificato di Pio III nel 1503, che durò soltanto alcuni mesi. In epoca più tarda il pavimento subì un rifacimento in alcune zone, nelle quali vennero poste in opera mattonelle quadrate leggermente più grandi e con decorazioni più complesse secondo lo stile dell’epoca. [...]
Curioso il profilo maschile privo dei capelli e con una espressione sciocca; le iniziali F e E potrebbero appartenere al nome del personaggio raffigurato e messo alla berlina. Si possono leggere molte altre scritte dipinte su questo pavimento: “Maria”, “Ave”, “pax-vobis”, “pax vic domo”, “ihs”, in maggioranza che sottolineano l’intenzione devozionale nei riguardi di Maria».






















