Anno 1657 Manifesto "Voto in occasione della peste" a Viterbo (Archivio Mauro Galeotti)

Viterbo STORIA
Mauro Galeotti
Ho voluto cercare i riferimenti alla Peste e al Colera sul libro "mattone" che ho scritto in 20 anni di ricerche, "L'illustrissima Città di Viterbo", edito nel 2002, con 797 pagine di testo, 64 di indice, 11 di bibliografia, 5 chili di peso, per questo l'ho definito, un "mattone".
Sono molte le descrizioni che ho trovato, troppe purtroppo, ma le voglio riferire a te che mi stai leggendo, perché i viterbesi hanno sofferto tanto a causa di tali malattie infettive, le hanno combattute, temute, sconfitte, come accadrà per il Coronavirus, ne sono certo.
Cimitero di san Lazzaro
Sin dal 1853 era stato deciso, per il seppellimento dei morti di cholera, di utilizzare quest’area, che era di proprietà del Monastero di san Simone. Fu, infatti, destinata a ricevere i cadaveri dei morti di colera diffusosi alla fine del Settembre 1855. In quella triste occasione fu realizzato il nuovo cimitero e furono commissionate al falegname Paolo Ceccarelli: «una Croce co(m)posta di travice(l)loni. Vernic(i)ata nera messa in Opera alle Ca(m)posanto detto S. Lazero».
E ancora, «n° 10 Croci no meno di palmi 3 alte Verniciate nere», «Avere fatto una litichetta [lettighetta] nuova Con piedi tornite e suo Coperchio Sopra in Archato Sue Corde alle fondo», «Per avere fatto un Cataletto nuovo per trasportare li morte verniciato nero con suo Archo Sopra per Coprire Con sua tela tirata in torno sua Retata di Corda».
Il lavoro gli fu liquidato il 10 Novembre 1855, come risulta da un documento che possiedo. Fu anche innalzata nel perimetro una staccionata, per proteggere il cimitero dagli animali.
In un primo momento non fu sufficiente il terreno occupato, quindi fu utilizzato quello attiguo di tale Bottaccioli, detto Saltafratte. Da allora, scrive Giuseppe Signorelli, quando un individuo moriva fra il popolino si diceva «è andato a trovare Saltafratte».

Tomba De Parri, l'angelo opera di Giulio Monteverde (Foto Mauro Galeotti)
Porta Fiorentina
[...] Invece chi non ebbe remore nel sopraggiungere inaspettatamente fu la peste. Per sospetto della imperdonabile malattia, il 12 Novembre 1579, si ordinò la chiusura di tutte le porte della città meno la nostra in questione, a guardia della quale «vi habbino a’ stare di continuo dui cittadini contribuendosi fra di loro l’hore, et che nessuno sia esente per qual si voglia a’ tutti e giri [a turno]».
Deputati a tale servizio, con ogni autorità, furono: Bussotto Bussi, Francesco Tignosini, Valerio Almadiani, Nicola Tignosini, Marc’Antonio Fiorenzoli, Cesare Pollastri, Anselmo Cocco, Nino Nini, Cesare Cordelli.
[...] Il 30 Luglio 1624 la Congregazione di Sanità ordinò, per prevenire la peste, che per «la guardia [alla] porta di S. Lucia […] di continuo vi debbano stare due cittadini», i quali avevano ogni autorità, inoltre, ordinò che si costruisse uno steccato, da tenersi sempre chiuso, ed aprirlo solo se la persona che doveva entrare in città mostrasse sanità corporale.
Si proibì, pure, di aprire la porta di notte. La stessa Congregazione il 12 Giugno 1630 per timore del contagio, dispose «che si faccia uno steccato fuori della porta di S. Lucia sotto l’hosteria di S. Alessio», il quale doveva essere vigilato in continuazione da due soldati.
Ordinò anche di fare una processione generale per «implorare l’aiuto divino». Il 1° Luglio dello stesso anno intimò «Che si venda il cavallo di Politta confiscato per la contravvenzione de’ bandi e s’impieghi il prezzo in due tende alle porte di S. Lucia e di S. Sisto, per riparare il sole per quelli che assistono alla guardia di quelle». Inoltre, stabilì, per maggiore sicurezza, «Che si facciano altri Cancelli alle due porte di S. Sisto e di S. Lucia dando facultà di farli fare al sig. Pierfrancesco Bussi et al sig. Domenico Sacchi».
Molte furono le attenzioni e le precauzioni prese contro il contagio della peste, tra queste, il 9 Settembre 1632, per paura, furono aumentati il numero degli addetti alla guardia della porta. Ancora la Congregazione di Sanità il 16 Maggio 1633 per prevenire il contagio ordinò che «all’Avemaria si serrino le Porte e non si aprino, […] fino a’ giorno chiaro […]. Che i deputati delle Porte non lascino entrare nella Città infermi di qualsivoglia sorte, ancorchè habbiano bolletta di sanità […]. Che si piantino due forche una alla Porta di S. Lucia e l’altra di S. Sisto per punire i trasgressori».
Il 9 Settembre, la Congregazione dette un giro di vite e stabilì, contro il contagio, nuove norme, tra queste «che le chiavi delle due porte della Città di S. Lucia e di S. Sisto le tenghino giorno e notte i deputati che dormino nelle medesime porte per aprire alli corrieri che passano». Inoltre, «che si taglino tutti gli alberi vicini alle muraglie della Città, acciocchè non possa alcuno salire per quelli» ed entrare in città superando, appunto, le mura castellane. Poi, il 15 Novembre 1633, il pericolo del contagio terminò e fu deciso di aprire le porte, sciogliendo dall’obbligo di custodia i deputati alle porte stesse.
Nel 1656, alla porta, venne collocato un cancello per tenere a bada e sotto controllo, i possibili appestati che si fossero presentati all’ingresso. Nel Consiglio comunale del 29 Maggio di quell’anno fu stabilito che, alle porte rimaste aperte, debbano fare la guardia due cittadini per porta «e per due giorni seguenti ci si mettino i soldati Corsi, e poi i soldati della Città […] che si faccino due sigilletti eguali, e simili, con i quali dalli deputati delle Porte si segnino, e sigillino le fedi, e le bollette, che si portano. Che i custodi de’ Conventi diano la nota delli frati di famiglia, e si tenga alle Porte, e non diano ricetto ad altri frati senza le fedi della Sanità conforme al bando».
Anche il 1837 fu funesto, infatti, una epidemia di colera aveva colpito Roma e dintorni. A Viterbo furono prese le giuste precauzioni e le merci, tra l’altro, prima di portarle in città, venivano poste in isolamento, nella Palazzina di cui sopra avanti a Porta Fiorentina. Ma, nonostante ciò, qualche caso della terribile malattia si sviluppò nel Monastero di santa Rosa; alle cure necessarie provvide il dottor Giovanni Selli.

Porta Fiorentina nel 1900 (Archivio Mauro Galeotti)
Porta Faul
[...] Tre anni dopo, il 13 Novembre 1579, fu chiusa per le necessarie precauzioni contro la peste.
Il timore che la peste fosse portata da qualche forestiero in città, fa sì che il 30 Luglio 1624, per prevenzione, la Congregazione di Sanità ordinò che la porta dovesse restare «sempre serrata tanto di giorno, come di notte». Anche il 1° Luglio 1630 la stessa Congregazione ordinò, per paura del contagio, «Che si muri la porta di faule come sono l’altre tre di Ascarano, di S. Pietro, e di S. Matteo, acciò che non possa aprirsi».
Due anni dopo la peste risultò essere scoppiata a Livorno, così anche il cardinale Barberini, il 7 Aprile 1632, avvertì di essere previdenti e ordinò la chiusura della porta relativamente aperta, inoltre, doveva pubblicarsi un bando dei forestieri «tanto per alloggiare nell’Hosterie tanto nelle case de’ particolari».
Altra chiusura della porta, per paura del contagio della peste, si ebbe dal Maggio del 1656, per ordine della Congregazione di Sanità. Fu proibito, inoltre, di far entrare cani in città e «quando bisogni si prohibisca l’ingresso alli padroni di quelli»; a Novembre si consentì la riapertura solamente per l’accesso dei Viterbesi.
1880 Porta Faul (Foto Leonardo Primi - Archivio Mauro Galeotti)
Chiesa di santa Maria di Valverde (è la chiesa fuori Porta Faul, per chi esce, sulla destra)
Alla fine di Settembre 1855, a causa del colera che aveva colpito pesantemente la città, la chiesa fu destinata a deposito dei cadaveri.

La Chiesa di santa Maria di Valverde nel 1970 circa (Foto Mauro Galeotti)
Porta di Valle (è la porta accanto alla Torre detta della Belle Galiana)
Il 24 Giugno 1576, per sospetto della peste, venne ordinato di fare buona guardia alle porte tanto di giorno quanto di notte e tra l’altro si stabilì «che li macellari tenghino netti li macelli, e le trippe [devono] bottarle fuori la porta di valle», ovviamente ormai inattiva.
Il medesimo giorno fu stabilito «Che le porte che restaranno aperte siano ben guardate, ne vi lassino entrar persona di luoghi sospetti ne altri senza la fede de la sanità […] che a’ le porte non si possi vendere carne di sorte alcuna […] che le porte non si aprino di notte se non per li corrieri». Il 21 Luglio 1579 la porta fu chiusa, infatti, trovo «quel sito dove era la porta di valle […] vicino ala Chiesa dela Palomba».
Il 13 Novembre 1579, il Consiglio comunale, per sospetto della peste, dispose la chiusura di tutte le porte ad eccezione delle due principali. Lasciò che fosse aperta solo per i contadini quella di Valle, «per tutto il presente mese solamente la mattina, solo per uscire et non per entrate rispetto a le semente, e dopo si serri come le altre».

Torre detta della Bella Galiana e Porta di Valle nel 1890 (Foto Giuseppe Polozzi - Archivio Mauro Galeotti)
Porta di Pianoscarano
Il 30 Luglio 1624 per prevenire la peste la Congregazione di Sanità ordinò che la porta doveva restare «sempre serrata tanto di giorno, come di notte». Nella seduta del Consiglio generale del 1° Luglio 1630 la porta è ancora murata per paura del contagio. Di nuovo, in data 9 Settembre 1633, la Congregazione di Sanità, per prevenire il contagio, dispose misure di sicurezza alle porte e per quella di Piano decise «che si apra la porta d’Ascarano purchè vi si tengano deputati a’ spese del Rione, con pato di non lasciare entrare forastieri, ma solamente Cittadini, et habitanti».
I conservatori della Città, in data 24 Settembre 1642, ordinarono «Che si serri e terrapieni la Porta di Ascarano» causa la guerra tra papato e la Città di Castro. Poi di nuovo, il 29 Maggio 1656, si ordina che la porta sia serrata, su disposizione della Congregazione di Sanità, per paura della peste.
I priori nel trimestre Ottobre, Novembre e Dicembre 1698 ricordano ai loro successori: «Facessimo aggiustare la Porta di Pian Ascarano, e perché vi era una serratura grossa con un catenaccio, che stavano per cadere, li facessimo levare, e portare nella stanza contigua alla segreteria, potranno le Signorie Vostre Illustrissime farlo mettere nel inventario».
Il 23 Gennaio 1713 la Sacra Congregazione ordinò la chiusura della porta per paura del contagio e il 18 Febbraio venne pagato il falegname «per aver aggiustato la porta».
Nel 1657 lo stesso Pettirossi lasciò alla chiesa vari scudi, era l’anno in cui, il 17 Luglio, scoppiarono i primi casi di peste, tanto da rendersi necessaria l’apertura di un nuovo lazzaretto nel complesso religioso di Santa Maria del Carmelo.
[...] Ci fu pure chi si arricchì. Infatti all'inizio di Via Sacchi dal Corso Italia sono due stemmi, il primo della famiglia Paci, di cui fece parte lo speziale Isidoro, con in capo la colomba ferma sulla fascia, che reca la scritta Pax, e tenente nel becco un ramo d’ulivo. Il secondo porta un mortaio con pestello, stemma del medesimo speziale che comprò il palazzo dopo essersi arricchito vendendo la teriaca durante il colera del 1657.

Porta di Piano Scarano nel 1900 (Archivio ;Mauro Galeotti)
Porta San Sisto
Di lì a pochi mesi, il 12 Novembre 1579, per sospetto della peste si ordina: «Che domani si serrino le porte de la Città eccetto, le due principali […] et alla custodia […] vi habbino a’ stare di continuo dui cittadini […] contribuendosi fra di loro l’hore, et che nessuno sia esente per qual si voglia privilegio, et non habbino premio alcuno, ma si comandi che tocchi a’ tutti e giri».
I deputati alla porta erano Bussotto Bussi, Francesco Tignosini, Valerio Almadiani, Nicola Tignosini, Marc’Antonio Fiorenzoli, Cesare Pollastri, Anselmo Cocco, Nino Nini, Cesare Cordelli con ogni autorità.
Il 30 Luglio 1624 la Congregazione di Sanità prese provvedimenti per la peste e ordinò «che per la guardia» alla porta vi dovevano stare di continuo due cittadini, ed ordinò la costruzione di uno steccato fuori della porta, da tenere sempre chiuso e da aprire solo quando chi voleva entrare dimostrava la «sanità corporale».
Altra disposizione della Congregazione fu del 12 Giugno 1630 che, sempre per timore del contagio, ordinò l’erezione di uno steccato «fuori del portone di Gradi», ponendovi a guardia, in continuazione, due soldati. Il 1° Luglio di quell’anno, inoltre, fu venduto un cavallo confiscato per acquistare le tende per la porta, al fine di riparare dal sole i portinai e si ordinò di fare il cancello per la porta dando «facultà di farli fare al sig. Pierfrancesco Bussi et al sig. Domenico Sacchi».
Sempre la Congregazione, il 16 Maggio 1633, per prevenire il contagio della peste, ordinò che all’Avemaria fosse chiusa la porta e che non si aprisse fino all’alba, inoltre, proibì l’ingresso agli «infermi di qualsivoglia sorte»; per i trasgressori fu ordinato di piantare una forca per l’impiccagione presso la porta.
Il 9 Settembre 1633 la Congregazione stabilì, sempre per evitare il contagio, che le chiavi della porta fossero in possesso, di giorno e di notte, ai deputati che erano obbligati a dormire nella casa, prossima alla porta, pronti ad «aprire alli corrieri che passano».
[...] La Congregazione di Sanità stabilì nella riunione del 29 Maggio 1656 «Che si serrino per hora quattro Porte cioè S. Pietro, Ascarano, faule, e S. Matteo, et alle due porte che restano aperte [Fiorentina e Romana], vi si mettino le guardie, con dui Cittadini per Porta, e per due giorni seguenti ci si mettino i soldati Corsi e poi i soldati della Città […]. Che si rivedino le muraglie della Città e si faccino accomodare i luoghi per li quali si puole entrare et uscire».
Tutto questo movimento fu dovuto al fatto che la peste incombeva nei luoghi limitrofi, perciò le autorità cittadine cercarono subito di prevenire qualsiasi possibilità di contagio. Inoltre, la stessa Congregazione di Sanità, il 31 Maggio 1656 provvide, per maggiore sicurezza, a «Che si faccino li Cancelli alle due Porte di S. Lucia e di S. Sisto con l’assistenza del sig. cap. Caprini per la Porta di S. Sisto e del sig. Ignatio Bruni per la Porta di S. Lucia, chiamando l’operari necessari per lavorare […]. Che li sopradetti deputati [alle porte] et altri come sopra stiano sempre dentro li Cancelli, e venendo viandanti passeggieri, et altri forastieri, così a’ piedi, come a cavallo per entrare in Viterbo, i Deputati alle Porte, i soldati che stanno in guardia, e tutti gli altri, i quali hanno l’incumbenza, non li lascino entrare nelli Cancelli, ne si avvicinino a’ quelli, e ne meno vi trattino, ma li faccino stare lontani, et alla larga da’ Cancelli almeno venti passi, mettendosi perciò un legno, o’ altro contrassegno a’ parte per detto spatio, senza che si trasgredisca quanto [detto] sotto gravissime pene ad arbitrio e tanto alli detti Deputati, soldati, o’ altri, che si truoveranno colpevoli, quanto alli forastieri e passeggieri stessi.
Item Che di lontano li predetti viandanti, passeggieri e forastieri che interrogati dalli Deputati, o’ dalle Guardie, se hanno fedi, e bollettini di Sanità e non havendoli con le voci e con le minaccie si caccino via, e non si dia loro alcun ricetto. Item se risponderanno di havere la detta fede non sia alcuno che vada a pigliarla, ne trattare con quelli, ma standosene dentro alli Cancelli delle Porte, faccino che i viandanti, e passeggieri stessi senza moversi dal posto designato, gettino la bolletta o fede in terra, e con una canna lunga, o’ altra hasta, con uncinetto, ordegno, o’ altro da poterla raccogliere, e pigliare e farla cadere in un vaso di aceto, o’ altro, le faccino spurgare da ogni sospetto, e passatele per il fuoco si restituischino al passeggiero, avvertendo che le medesime bollette siano vere, e reali con le conferme luogo per luogo, dove saranno passati e non ammettino, ne introduchino forastieri, se non con bolletta da viaggiare».

Porta Romana nel 1910, Porta san Sisto, ancora murata, è sulla destra della porta (Archivio Mauro Galeotti)
Chiesa di santa Maria della Verità
Nel 1566, in tempo di peste, vi furono sepolti gli appestati.
[...] Anni critici furono il 1656 ed il 1657 a causa della pestilenza, che aveva decimato i membri della comunità. Per l’occasione le pareti dell’edificio vennero imbiancate con la calce causando irreparabili danni alle opere d’arte e, come se non bastasse, furono dispersi anche gli antichi registri.
Il 26 Agosto 1657 per i torchi di Girolamo Diotallevi fu stampato un manifesto, con le immagini in xilografia della Madonna assisa col Bambino in braccio e santa Rosa con la croce nella mano destra, contenente la Formola del voto dell’illustrissima città di Viterbo, per occasione della peste. Infatti i Viterbesi il 21 Novembre 1656, per ordine del Consiglio generale del Comune e col consenso del vescovo Francesco Maria Brancaccio, avevano chiesto l’intercessione di santa Rosa verso Dio per «placare l’ira Divina nelle soprastanti Calamità del male pestifero, e contagioso».
Fu anche promesso «in nome di tutto il Popolo di digiunare per sette anni à digiuno ordinario, nella vigilia di S. Rosa Benedetta di ciasche anno alli tre di Settembre, per detto spatio di tempo: con astenersi da giochi, lotte, corse de palij, & altre cose simili, & applicare l’elemosine in servitio della Chiesa della Predetta Santa».
[...] Nel 1837 per l’epidemia di colera il convento fu destinato a lazzaretto degli uomini.

Chiesa di santa Maria della Verità negli anni '40 del 1900 (Archivio Mauro Galeotti)
Chiesa di santa Maria del Paradiso
Nel 1656 - 1657 il convento fu ridotto a lazzaretto per la peste scoppiata l’anno precedente.

Chiostro della Chiesa di santa Maria del Paradiso nel 1910 (Archivio Mauro Galeotti)
Chiesa di santa Rosa
Il 24 Luglio 1476, contro la peste, si effettuò una processione col corpo di santa Rosa.
Per la peste che colpì la Città nel 1657, fu fatto voto a santa Rosa e si stabilì un digiuno, nel giorno della vigilia della festa a lei dedicata, da ripetere per sette anni. Debellato che fu il tremendo male, fu effettuata una processione di ringraziamento.
Il 31 Agosto 1658 il pittore viterbese Giovan Francesco Romanelli, detto Raffaellino (1610 c. - Bagnaia 9 Settembre 1662), eseguì un quadro raffigurante santa Rosa genuflessa che prega la Madonna ed il Bambino in cielo tra gli angeli perché liberi Viterbo dalla peste del 1657. La tela fu donata dal pittore al monastero e fu collocata sull’altare maggiore allorquando fu tolta l’antica tavola, corrosa e pesante, con l’immagine di santa Rosa, che fu portata sopra l’Altare di san Francesco e santa Chiara.
[...] Il 5 Settembre 1837, si sviluppò il colera nel monastero.
Nel 1837 il trasporto della Macchina di santa Rosa è rinviato per l’epidemia di colera che aveva colpito la Capitale e anche la nostra città.
[...] Nel 1884 il trasporto della Macchina di santa Rosa non venne effettuato per lo scoppio di una epidemia.

1921 Chiesa di santa Rosa (Archivio Mauro Galeotti)
Colera nel monastero di santa Rosa
Scrive in merito al colera Giovanni Selli, «colpita da subitaneo deliquio infermossi gravemente con sintomi cholerici una religiosa nel monastero di S. Rosa, e succesivamente nel seguente giorno tre altre monache di morbo conforme, tutte presentanti il ritratto spaventoso del cholera indiano: una di queste infelici morì nello spazio di 12 ore!».
Furono adottate delle misure di sicurezza, infatti, «per tutelare possibilmente i cittadini, [la Deputazione sanitaria] stabilì, che venisse all’istante interdetta ogni pratica tra il monastero infetto e la città; che fosse quindi costruita una barricata a doppj rastelli nella via di S. Rosa, che si chiudessero i due vicoli, uno conducente a S. Marco, e l’altro dietro le mura, e che si appostasse un corpo di granatieri con quattro sentinelle immancabili, per impedire ogni comunicazione sospetta».
Furono prese precauzioni al riguardo disinfettando la sacrestia, il parlatorio, i corridoi, i saloni, le celle, il refettorio, il coro, le cappelle e «Tutti gli oggetti di oro, argento, ed altri metalli furono assoggettati all’immersione nell’aceto. I sacri arredi recamati vennero tutti esposti allo sciorinamento: i pavimenti lavati con forte soluzione di cloruro di calcio; tutti gli ambienti indistintamente riempiti di fumigazioni disinfettanti alla maniera di Guytton Morveau».
Riferisce ancora il medico chirurgo Giovanni Selli: «Nel recinto del monastero esiste una deliziosa vigna con viali, mirteti, casoline, fonti, tempietti, della capacità di circa rub. uno. In altro luogo diametralmente opposto al di là della Sacrestia evvi un orto con lungo pergolato, presso a cui sorge un annoso cipresso simbolo della tristezza. In quella direzione, ma molto più in fondo al N.E. rimane un piccolo locale scoperto quasi rotondo circondato di muro, e segregato affatto dall’orto suddetto. Dopo le necessarie ricerche fu questo locale trascelto ad uso di Cemeterio, ed ivi riposano i corpi delle sette religiose morte di cholera, cioè suor Maria Elena Taddei, suor Teresa Costante Trifogli, suor Candida Rosa Mancinelli, suor Maria Colomba Porta, suor Maria Giacinta Monti, suor Maria Francesca Capalti, e suor Rosa Eletta Porta. Questo Cemeterio fu benedetto solennemente con facoltà Vescovili dall’Ilmo e Rmo sig. Can. D. Andrea Serafini il dì 27 settembre 1837».
Il morbo nel monastero fu sconfitto il 21 Settembre 1837, grazie alla valenza dei medici e chirurghi Bernardino Mencarini, Giovanni Selli, Angelo Giustini, Lorenzo Granati e Francesco Papini.
Pietro Vanni
La peste di Siena fu un vero capolavoro, l’opera fu portata il 21 Gennaio 1883 all’inaugurazione del Palazzo delle Esposizioni di Roma, poi sembra sia andata dispersa. Fu fatta acquistare (1883) da re Umberto I, per ventimila lire per la Galleria di Arte Moderna di Roma, e nel 1885 il quadro fu premiato con medaglia d’oro all’Esposizione delle Belle Arti di Roma.
La tela fu poi regalata e consegnata al Comune di Viterbo che la espose nella Cappella dei conservatori ove restò fino agli anni ‘30 del secolo passato, poi, dopo l’ultima guerra, sembra sia stata trafugata; misurava sette metri per quattro. Così ricorda Scriattoli (1920) «Nel Palazzo Municipale venne poco fa trasportato il quadro di Pietro Vanni, “La Peste di Siena”, […] donato recentemente al Comune, […]. La bella tela ha indiscutibili pregi di invenzione e di colorito».

La Peste di Siena di Pietro Vanni
Palazzo dei Priori
Sulla lunetta, sopra l’ingresso dalle scale, è la Processione delle confraternite alla quercia, con l’immagine miracolosa della Madonna, effettuata domenica 20 Agosto 1467, per ringraziare la Vergine dello scampato pericolo della peste. Il cartiglio è purtroppo privo di scritta non più rintracciabile.

1880 Palazzo dei Priori (Archivio Mauro Galeotti)
In Sala Regia
Sull’architrave è la scritta Ingens in omni virtute gloria, in alto è il cardinale Marco Parentezza da Viterbo, fu eletto nel 1359 ministro generale dei Minori Francescani, assai considerato nelle ambasciate apostoliche, creato cardinale nel 1366, morì di peste a Viterbo nel 1369. La scritta riferisce: Marcus Viterbien. ex Ord. Min. Presb. Cardin. / TT. S. Praxedis ab Urbano Grisant. V Pont / Max. Klen. Ianuarii MCCCCLXVI creatur.

Sala Regia nel 1910 (Archivio Mauro Galeotti)
Chiesa di santa Maria della Ginestra o di san Giovanni decollato, per i più meglio nota come il Lazzaretto
Dal 1525 al 1527 la chiesa fu ridotta a Lazzaretto per lo scoppio della peste avvenuto nel 1524, dove, scrive Feliciano Bussi († 1741), «tutti gli ammorbati erano stati ridotti». In merito Cesare Pinzi scrive che «i Priori, atterriti dallo sterminio che seminava [la peste], doveron più tardi sfrattare alcuni frati francescani dal convento di santa Maria della Ginestra sotto la chiesa della Trinità, per allestir lì uno dei lazzaretti ove ricoverare i tanti miseri pestiferati».
[...] Erano gli ultimi giorni del mese di Settembre dell’anno 1855, quando scoppiò in Viterbo il Cholera-Morbus e tra le numerose cautele adottate dal Comune, per ovviare l’espandersi della tremenda malattia, il 4 Novembre 1855, furono spesi tre scudi e quindici baiocchi «Per disinfettazione fatta due volte nella V. Chiesa di S. Giovanni Decollato, ed aver fatto bagnare tutto il pavimento con il Cloruro di Calce, ed aver fatto scopare, con polire bene anche dove era il deposito della Calce come all’Ordine [dell’eccellentissimo Gonfaloniere]».

Chiesa di san Giovanni decollato
Vescovato
[...] In altre stanze del Vescovato sono le opere: san Carlo Borromeo che intercede presso la Madonna per la cessazione della peste, una tela ad olio opera del viterbese Francesco Maria Bonifazi (1637 - 1722 c.) già posto sull’altare della terza cappella a destra del Duomo. Fu probabilmente eseguita per la peste che colpì Viterbo nell’Estate del 1657.

Palazzo vescovile nel 1910 (Archivio Mauro Galeotti)
Chiesa di san Tommaso
[...] Trovo la notizia che nella chiesa era lo stendardo raffigurante il Trasporto dei morti di peste del pittore Domenico Costa, autore di altre simili opere.

Chiesa di san Tommaso
Chiesa di santa Maria in Gradi
[...] Erano gli ultimi giorni del mese di Settembre dell’anno 1855, quando scoppiò in Viterbo il Cholera-Morbus. Dal 26 Settembre 1855 al 26 Gennaio 1856, i casi di malattia furono 577 dei quali trecentoquattro letali, si stabilì quindi di creare un lazzaretto in Gradi, ove era già la guarnigione francese, in quanto era l’unico luogo custodito, che si trovasse al di fuori delle mura, in un posto sicuro senza tema alcuna.
Vi furono curati duecentosette malati dei quali novantatre persero la vita. Era anche intenzione di mantenerlo in quel luogo per sempre, ma i frati si opposero energicamente, perché avrebbe causato notevoli disagi ai frequentatori del complesso conventuale. Tempi neri però si stavano avvicinando, forse, peggiori dell’epidemia.
[...] A cura del delegato monsignor Pietro Lasagni, poi cardinale, e del gonfaloniere avvocato Luigi Ciofi, nel 1855 fu aperto il lazzaretto nella fioresteria-infermeria per i colpiti dal cholera - morbus, che in quei tempi infestava il Viterbese.

Chiesa santa Maria in Gradi nel 1900 (Archivio Mauro Galeotti)
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2020 il Coronavirus o Covid19 rientra nella storia di Viterbo, nella storia dell'Italia, nella storia del Mondo e gli uomini del mondo lo sconfiggeranno.
La storia insegna.
(Ripropongo questo articolo per chi non l'avesse potuto leggere)






















