
Ezio Cardinali, fotografo
24 foto dei particolari della fontana
Mauro Galeotti
Notizia storiche sulla Fontana di Piazza delle Erbe
dal libro L'illustrissima Città di Viterbo, Viterbo, 2002
Fontana di Piazza delle Erbe
Una fontana a fuso, per alcuni studiosi, esisteva su questa piazza fin dal 1335, Pinzi invece cita l’anno 1446, allorquando fu fatto un selciato intorno alla fontana. In merito alla pavimentazione della piazza leggo sulle Riforme in data 16 Dicembre 1446:
«Promitte esso Ungaretto salizare bene intorno a la dicta fontana [di santo Stefano], cioè da mezo la Strada che va ad Roma […] fino a la resechata dell’uscio di Sancto Stephano».
Il 17 Giugno 1462 il cronista Niccolò della Tuccia, ricorda la Festa del Corpo di Cristo, Corpus Domini, per la quale era venuto nella nostra città papa Pio II ed in suo onore, tra le altre cose, fu ornata la fontana con «dodici archetti, tutta coperta di panni dipinti [...]. Gionto [il Papa] alla fontana di santo Stefano, trovò in piazza, intorno detta fonte dodici omini vestiti d’erba a modo di omini selvatici, e come leoni e orsi; nel qual luogo fu fatta gran festa».
Il papa due anni dopo concesse 546 ducati per ampliare ed ornare la piazza.
A tanto fasto successe la decadenza della fonte; infatti, il 28 Ottobre 1493, questa apparve a papa Alessandro VI, in mezzo ad una moltitudine di baracche costruite da straccioni senza fissa dimora. Subito, il vicario di Cristo, provvide ad eliminare simile indecenza per dar modo alla fonte a fuso, che nel 1494 fu restaurata, e alla piazza di svolgere le funzioni per le quali in origine erano state costruite.
Malgrado la buona volontà del pontefice, la fontana fu efficiente solo per poco più di un secolo, infatti, con l’inizio del secolo XVII, era ridotta in uno stato deplorevole.
Così, il 3 Dicembre 1621, il Comune decise di ripararla, almeno in parte, escludendo la vasca grande. Artefici furono gli scalpellini mastro Antonio di Michelangelo da Cortona, dimorante a Viterbo, e i viterbesi Desiderio e Antonio Pieruzzi. Il disegno fu opera del pittore viterbese Filippo Caparozzi (1588 ? - 1644), allievo del Cavalier d’Arpino e del Guercino.
Con il rifacimento della fonte, che doveva terminare nell’Aprile del 1622 dietro compenso di sessanta scudi, si venne a perdere l’originale fattura medievale, sostituita dallo stile barocco caratteristico di quest’epoca.
Però solo il 5 Giugno del 1625 si decise di rifare anche la vasca grande ancora per mano dello scalpellino Antonio Pieruzzi. Questa doveva essere larga sedici palmi e alta quattro palmi tra vasca e scalino che la circonda; fu pattuito un compenso di quaranta scudi. Consegna dell’opera a fine Luglio.
Lo scalpellino si obbligò inoltre di fare all’esterno della vasca quattro stemmi, ossia: quello del vicelegato Girolamo Grimaldi, quello del Comune con la sola scritta S.P.Q.V. e altri due secondo gli ordini che lo scalpellino avrebbe ricevuto in seguito.
Però questi ordini non pervennero al Pieruzzi, il quale vi scolpì in loro luogo due mascheroni, essendo ormai vicino la fine di Luglio, tempo massimo per il compimento del suo lavoro.
Il pietrame che formava l’antica vasca grande fu chiesto il 27 Luglio 1625 dai frati di san Francesco della Rocca, che lo usarono per fare il pavimento del refettorio.
Duecento anni dopo, gli scalpellini Domenico Covati e fratello, collocarono due cannelle alla fontana e il 3 Luglio 1826 riscossero il compenso per aver messo una cannella e quattro grappe di ferro alla pila. In una relazione del 1836 dell’architetto Francesco Lucchi, risulta che il ricasco della fonte «si divide fra il Convento dei PP. Carmelitani di S. Giovanni ed il Macelgattesco, ove si suddivide con il Palazzo Franzero una volta Sacchi».
Giuseppe Marocco nella sua opera sui Monumenti dello Stato pontificio del 1837 scrive:
«La fontana chiamata dell’erbe situata quasi nel centro della città sulla piazza, detta dell’erba, perchè ivi sono le ortaglie vendibili, resta isolata, e dal suo fusto nel centro del bacino sporgono fuori quattro mensole su cui stanno quattro leoni di peperino, che poggiano una zampa su globi quadripartiti, simbolo, che forma la parte più necessaria dello stemma Viterbese.
Le acque cadono ben disposte in vaga conca, e fù disegno del Vignola».
Con notificazione del 1° Gennaio 1843, il gonfaloniere Lazzaro Arcangioli, tra l’altro, dichiara che Giovanni Massarelli, appaltatore per un triennio della pulizia della città, dovrà pulire e spurgare tutte le fontane «esclusa quella della Piazza dell’Erbe, lo spurgo della quale spetta al Piazzarolo, e mancando si fara tutto a sue spese».
Un restauro alla fontana venne eseguito nel 1854 dal fontanaro Settimio Piacentini, che l’8 Novembre, poté riscuotere quanto gli spettava. Eseguì:
«Stuccature in colla e scaglie in tutte le giunzioni del pietrame alla pila della Fontana di piazza dell’Erbe scudi 1,500; Costo del mastice spalmato sopra le sud(ette) giunzioni con olio di lino, biacca, minio come al conto Folchi scudi 1,905; Per una cannella di ferro mancante posta in opera scudi 0,250; Stuccatura a mastice in tutte le giunzioni legatura a sego e stuccatura esserne scudi 1,100; Remozione dei leoni e tazze le quali erano sostenute da uno sterpone di quercia e muratura dei med(esim)i scudi 0,900».
Ma, quei lavori furono solamente una momentanea sistemazione della fontana; per mantenerla attiva ed efficiente, bisognava far fronte più radicalmente alla rovina in cui la struttura in peperino era caduta ormai da tempo.
Infatti, nel 1874, il Consiglio deliberò di apportare i restauri più urgenti, tra cui la sostituzione di tre leoni dei quattro esistenti assai logori. Quest’ultimi, essendo stati eseguiti in peperino, avevano subìto notevoli danni sia dagli agenti atmosferici, che dall’acqua lasciata cadere dalla stessa fonte.
Si dovette cercare uno scultore di prestigio e così l’appaltatore decise di recarsi a Firenze per assoldare un allievo dello scultore viterbese Pio Fedi (1815 - 1892). Ma quest’ultimo venutolo a sapere manifestò spontaneamente la volontà di scolpire di sua mano quei leoni, realizzandoli però su marmo, più bello e resistente, facendone dono alla sua città.
Pio Fedi si recò a Viterbo dove era stato assente fin dall’infanzia e fu accolto con entusiasmo e ammirazione, poiché egli, con la sua nobile arte, aveva portato alto il nome di Viterbo. Dello scultore, infatti, è da ricordare il gruppo marmoreo Ratto di Polissena (1866) collocato nella Loggia dei Lanzi in Firenze.
Il Consiglio allora decise che l’opera del Fedi doveva essere messa in maggior risalto e approvò altri restauri e la fattura del quarto leone. A lavoro ultimato (1877) si constatò che la fonte non era ben stabile, che correva il rischio di possibili frantumazioni e così fu rinnovata anche nelle parti che si credevano solide. Il costo totale del restauro ammontò a novemila lire.
A seguito dell’importante lavoro, il Consiglio pensò bene di riparare la fontana in qualche modo. Allora cinse la fonte, in un primo momento, con una ringhiera di barre di ferro fissate a colonnine di peperino per evitare che vi si attingesse acqua e che gli animali vi bevessero. Poi, constatato che la barriera poteva essere superata con facilità, stabilì la realizzazione di una artistica ringhiera di ferro, alta oltre il metro, sostenuta da colonnine di ghisa.
Solo così si poteva avere la sicurezza che l’accesso alla fonte fosse impedito a chiunque. Il Consiglio decise pure che si fosse collocata, al di fuori di questa, una piccola vasca di peperino per attingere l’acqua potabile ed «abbeverare i quadrupedi».
La vasca, verso la fine del primo decennio del ‘900, fu sostituita con una fontanella in ghisa e fu collocata fuori Porta Romana, dove sta ancora. La fontanella in ghisa invece restò in opera fino agli inizi degli anni ‘30.
L’inferriata fu rimossa nel 1911, su sollecitazione del 1907 della Società per la conservazione dei monumenti, perché in effetti quel riparo rovinava la bellezza della fontana.
In seguito un lato di quella ringhiera è stato riutilizzato come cancello d’ingresso e riparo del Chiostro di santa Maria Nova, il rimanente è sul muro di cinta di Prato Giardino, subito a destra dell’ingresso principale, verso Via della Palazzina.
Il nome della fonte è stato sempre legato a quello della piazza, infatti si disse nei secoli XIII - XIV Flajana, dalla famiglia che contribuì alle spese di erezione della Chiesa di santo Stefano. Nel secolo XV di santo Stefano, dalla chiesa eretta verso il 1082 e diruta nel 1655 per la caduta di una torre dell’antistante Palazzo Gatti.
Nel 1493, in onore della visita di papa Alessandro VI, si disse Alessandrina, poi verso il 1472 prese il nome delle Erbe per il mercato giornaliero di erbaggi e frutta che si teneva fino ai primi decenni del nostro secolo. In seguito, nel 1872, fu dedicata a Vittorio Emanuele, dal 1876 qualcuno la chiamò popolarmente Fontana dei leoni, dal dopoguerra è ritornato il vecchio popolare nome delle Erbe.
Si sale alla fontana per due gradini che la circondano, il primo ad ottagono ed il secondo come il perimetro della vasca a mistilinea. Un incasso anche esso ottagonale sta all’intorno per raccogliere il ricasco dell’acqua.
Sulla vasca si possono ammirare gli stemmi già descritti. Sotto le mensole sostenenti i leoni, guardano lo specchio d’acqua altri stemmi, quello del cardinale Odoardo Farnese, allora legato del Patrimonio e quello del Comune.
Magnifici i quattro marmorei leoni, i quali con fare superbo seggono sulle mensole alternati da quattro piccole coppe baccellate.
I felini tengono con la zampa anteriore un globo ciascuno con inciso il motto FaVl. Infatti insieme formano il simbolo di Viterbo, e FAVL ricorda che la città ebbe origine leggendaria dall’unione di quattro castelli Fanum, Arbanum, Vetulonia e Longola.
Fanum doveva comprendere il Quartiere di san Faustino e la Contrada del Cunicchio.
Arbanum doveva comprendere il Colle del Duomo.
Vetulonia era da ricercare nella Parrocchia di san Sisto e Longola invece a Pianoscarano.
Sotto la zampa anteriore sinistra del leone, posto verso Via della Rimessa, si può leggere sul bordo della mensola, anche se assai corroso, Pio Fedi Viter[bese fece].
Sopra sono altre due coppe quadrilobate sovrapposte, sostenute da una colonnina eseguita riproducendo un tronco di palma che, come si sa, fa parte del simbolo di Viterbo.
Al culmine è un robusto giglio, simbolo dei Farnese, che dà libertà all’acqua proveniente dalla Fontana Grande.
Il concittadino Agide Gottardi in una sua poesia la ricorda così:
«E lasciandosi nel sole, / come stocco sguainato,- e sfioccandosi nel vento lo zampillo d’altra fonte / di sottil pioggia d’argento / lieto imperla la criniera / ai leoni di Pio Fedi / che la viva testa fiera / volgon quasi con stupore / a mirar l’assidua ronda / o la sosta inoperosa / delle macchine veloci / e rispondono col muto- ringhio delle fauci aperte / agli scoppi dei motori».
Il popolo viterbese, nei suoi simpatici modi di dire, ad essa ha dedicato l’espressione: Le leone co’ la barba. Ciò sta a significare un gran freddo. Infatti, d’Inverno l’intensità del gelo ricopre i leoni della fontana d’una gualdrappa assai spessa di ghiaccio.
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