Mauro Galeotti

Ezio Cardinali, fotografo

 

 

 

 
Chiesa di san Paolo ai Cappuccini
Mauro Galeotti dal libro L'illustrissima Città di Viterbo, Viterbo, 2002

Per raggiungere la Chiesa di san Paolo ai Cappuccini si deve percorrere una discreta ripida salita, la quale ha all’inizio sul lato sinistro una Croce e su quello destro la statua di padre Pio con la scritta sulla base:

A P. Pio / nel centenario / della sua nascita /  1887  1987 / il Gruppo di Preghiera / “Gesù Maestro” di Viterbo / 31.5.1987.

Lungo la salita erano alcune graziose edicole erette in onore di san Crispino e della Madonnina degli Esploratori, quest’ultima voluta nel 1955 dai Cavalieri di san Giorgio in ricordo dell’Anno Mariano.

In un Capitolo generale dei Cappuccini, tenutosi a Vetralla il 20 Maggio 1588, fu presa la decisione di costruire un nuovo convento più vicino a Viterbo, essendo quello di sant’Antonio, presso le pendici della Palanzana, troppo lontano dal centro abitato.

Così per raggiungere tale fine, iniziarono a presentarsi fedeli che elargirono offerte. Vanno ricordati tra i maggiori benefattori di quell’anno Evangelista Fabi, che donò cento scudi e il Comune di Viterbo, che ne concesse duecentocinquanta.

La Chiesa di san Paolo dei Padri Cappuccini, assieme ad un edificio con alcune camere per i frati ed il refettorio, dopo l’avvenuto acquisto del terreno, furono eretti in Contrada Poggio Pinzano o Schiavello o Monte Oliveto, e il 13 Maggio 1589 fu innalzata la Croce all’inizio della salita che conduce al convento. (Foto 174)

La benedizione della Croce avvenne il 28 Maggio del 1589 ad opera del vescovo di Viterbo Carlo Montigli. Giuseppe Signorelli dice che la posa della prima pietra è stata eseguita l’11 Novembre del 1589. Il Convento dei Cappuccini vide l’inizio dei lavori il 16 Novembre 1589.

Qualche tempo dopo aprirono una biblioteca e una infermeria e ampliarono il dormitorio. L’infermeria, che già nel XVIII secolo era in funzione per la Provincia dell’Ordine, divenne un vero e proprio ospedaletto che gestiva da solo le necessità occorrenti per l’assistenza dei malati. Infatti era dotata di cucina, refettorio e cappella.

Nella parete di fronte all’ingresso del refettorio dei frati era una Madonna in trono circondata da numerosi angeli e con san Francesco in preghiera ai suoi piedi, dipinta da Pietro Vanni, poi andata distrutta.

Nel 1591, ad opera di un pittore romano, fu dipinta la tavola per l’altare maggiore. L’anno successivo, il 5 Aprile, i frati ebbero un sussidio di cento scudi da parte del Comune per terminare la costruzione della cisterna e portare il convento in uno stato di agibilità tale da poter essere abitato almeno entro il mese di Maggio di quell’anno. Altra sovvenzione di cento scudi venne da Giovanni Battista Casteldensi che provvide anche ad altre spese relative alla chiesa e alla sacrestia.

I Casteldensi, originari di Montalto di Castro, si trasferirono a Viterbo nella prima metà del ‘400, il loro stemma era, spaccato d’oro e di rosso, al leone dell’uno all’altro caricato di una crocetta d’argento.

L’8 Febbraio del 1615 la chiesa fu consacrata dal cardinale Tiberio Muti, come testimonia la lapide posta sopra la bussola della porta d’ingresso:

Tiberius Mutus / Domicellus Romanus / episcopus Viterbiensis et / Tuscanensis in honorem / Conversionis S. Pauli / hanc ecclesiam et altare / maius iuxta ritum S.R.E. / consecravit die VIII / Februarii an. Dom. MDCXV.

Sempre nel 1615 i frati ebbero altro sussidio per costruire il dormitorio.

Del 1664 era una iscrizione sepolcrale del marchese di Sipicciano, Paolo di Luigi Costaguti.

In un inventario dei quadri ed oggetti d’arte appartenuti alla chiesa che leggo sulla Gazzetta di Viterbo, del 1° Novembre 1873, sono elencati un ciborio «incrostato di agate ed altre pietre dure, quindici delle quali incastonate a modo di anello intorno alla porticina», una tavola raffigurante il perdono di Assisi nella prima cappella a destra di chi entra, di fronte a questa è una tela con la Madonna, il Bambino e san Felice.

Possiedo un santino, stampato da una lastra di rame della metà dell’800, realizzato dall’incisore Carlo Sella, ove è raffigurata la Madonna con il Bambino in braccio. 

In basso è scritto:

Spes nostra salve / Si venera nella Chiesa de’ PP. / Cappuccini di S. Paolo in Viterbo.

La Vergine col braccio sinistro sorregge il Bambino, seduto su un cuscino, e con l’altro sostiene un’ancora, in basso a destra è una barca con cinque marinai, in balia delle onde marine, che invocano la Madonna perché dia loro l’ancora della salvezza. Per quanto riguarda le campane si trova menzione di una di esse nel 1591, costata 87,20 scudi, quando appunto fu fusa quella che poi passò in dotazione alla chiesa. La campana attuale riporta due immagini, una è il Sacro Cuore di Gesù e l’altra è la Madonna con la scritta: G. B. Lucenti fece, anno 1896.

Il Governo francese nel 1798 soppresse il convento e, scrive Giuseppe Signorelli, per il seppellimento dei morti fu scelto il bosco del convento stesso. Il progetto fu redatto da Tommaso Giusti, prevedeva duecento sepolcri, tre tombe monumentali per gli uomini illustri e un modesto tempio, ma nel 1812 i lavori non avevano ancora avuto inizio.

I frati vi ritornarono nel 1815 e vi restarono fino alla nuova soppressione dei conventi, verso il 1870, da parte dello Stato italiano. Da allora fu adibito a caserma, scuola, sede della Società per il Carnevale (1874). Addirittura il 7 Maggio 1876, in occasione della venuta del generale Giuseppe Garibaldi, vi fu dato un banchetto nell’unito bosco, per 1272 commensali che consumarono ventitré ettolitri di vino, 7140 metri di maccheroni e centoventi marzapani che formavano tutti insieme una superficie di undici metri quadrati per sette centimetri di altezza. Lo riferisce la Gazzetta di Viterbo del 13 Maggio 1876.

Il generale Garibaldi aveva inviato, al facente funzioni di sindaco, Alessandro Polidori, che lo aveva invitato, la lettera:

«Illustrissimo Sig. Sindaco / Viterbo. Io sarò fortunato nel poter salutare la cara e simpatica popolazione di Viterbo, desiderio che io nutriva da tanto tempo. Grazie a V. S., al Municipio, Società di Mutuo Soccorso [fra gli operai di Viterbo], Società professionale e di belle arti, ed a tutti. Di V. S. / Roma, 30 Aprile 1876 / Devotissimo G. Garibaldi».

Così scrive quello che vide Alberto Mario, giornalista scrittore, presente all’avvenimento:

«Le mense misuravano la lunghezza di mezzo chilometro. Una ad emiciclo al centro e nove a guisa di razzi convergenti a questo centro. Quivi sei aiuole fiorite e un getto d’acqua improvvisati. Un enorme baldacchino di foglie intrecciate appeso ai rami degli alberi proteggeva dal sole; sotto al baldacchino pendevano eleganti canestri di fiori. […].

In capo all’emiciclo sedeva Garibaldi sovra poltrona di velluto. A’ suoi lati il [Pio] Fedi e il Sotto Prefetto, poi la famiglia sua e il comandante delle truppe, e quello dei carabinieri, e il sindaco e gli assessori; e i reporters dei giornali, e i presidenti delle Società. Un battaglione di camerieri [erano 99] serviva l’omerico banchetto; le cucine furono stabilite nel convento; e provocò una risata generale la corsa a precipizio, dall’alto ove sta il convento, al banchetto, di 100 di loro con una piadena solenne di maccheroni, ciascheduno. Frattanto le otto bande musicali debitamente collocate suonavano successivamente pezzi concertati. Guardie municipali a cavallo facevano la ronda intorno al bosco per amore dell’ordine».

Seguirono i discorsi del presidente della Società Operaia che organizzò il banchetto, del generale Garibaldi e del sotto prefetto. Poi Garibaldi, prima che il pranzo fosse terminato, salì in carrozza per recarsi a visitare lo Stabilimento delle terme e, continua Alberto Mario:

«Itosene Garibaldi, rimase interrotto a mezzo il banchetto e tutti i convitati ritornarono in città. Ma in un attimo le mense furono occupate dai non convitati i quali si mangiarono la seconda metà del pranzo; e i camerieri occupati di Garibaldi, non s’accorsero del cambio e continuarono a servire fino alle frutta, notando però più sensibile l’appetito nella seconda metà del pranzo che nella prima, e attribuendone la differenza alla cessata emozione che destava la presenza di Garibaldi».

In una fattura, presentata al Comune, Vincenzo Schenardi e fratello presentarono il Conto delle somministrazioni fatte alla famiglia del generale Garibaldi il 7 e l’8 Maggio 1876. 

Leggo, caffè latte, cioccolato, panini, biscotti, pane, undici consumè, frutta formaggio, otto fiaschi di vino, dodici gelati, rosto di vitella, carciofi, dodici limoni, questo il 7 Maggio. Invece il giorno seguente furono serviti, frittura per sedici, cotolette, rosbif, bocca di dama, frutta, formaggio, dieci fiaschi di vino rosso e dieci bianco, infine il conto viene chiuso con la «rottura d’una bottiglia boemia, di un piatto cristallo di boemia, e d’un bicchiere», il totale della spesa, compresi i danni, fu di lire centoquaranta. 

Nel 1876 il Comune voleva convertire il convento in ricovero di mendicità e fece domanda al Ministero delle Finanze nel 1877 per la cessione gratuita del convento, della chiesa e dei terreni annessi.

Nel «bosco» del convento, durante la Prima guerra mondiale, vi si accamparono i soldati italiani ed i prigionieri austriaci e durante la Seconda guerra mondiale, i frati, tolta la clausura, ospitarono i bisognosi e quelli rimasti senza casa.

In seguito il convento fu messo in vendita all’asta e fu acquistato dai fedeli cittadini viterbesi che lo cedettero ai frati Cappuccini.

Nel secolo XIX vennero eseguiti altri lavori alla chiesa e ai locali annessi come sacrestia e coro.

Dal 1962 al 1964 il convento è stato completamente rifatto demolendo la vecchia costruzione, sono stati risparmiati la chiesa e qualche altro locale. La chiesa e il convento comunque hanno subito notevoli trasformazioni sia sulla facciata che all’interno, anche a seguito dei restauri del 1972, eseguiti sotto la direzione dell’architetto Marcello

Matteini, infatti, è stata abbattuta la divisione tra il coro e la zona riservata ai fedeli. A destra dell’ingresso del convento, ove è la portineria, è murata una lunetta in terracotta con la Madonna tra i fiori, che ricorda tanto la mano di Pietro Vanni.

La venuta del frati Cappuccini a Viterbo è del 1538 e per loro dimora costruirono, su un terreno donato dal cardinale Niccolò Ridolfi, vescovo di Viterbo e Tuscania, un convento con la chiesa dedicati a sant’Antonio posti a tre chilometri da Viterbo, ai piedi del Monte Palanzana, come ho riferito poc’anzi. Vi fece il noviziato il beato Crispino da Viterbo (1693), elevato poi tra i santi. Ora quel complesso religioso non è più dei Cappuccini, che lo hanno venduto, nel 1965, a Tommasa Alfieri la quale nel 1937 fondò l’organizzazione religiosa Familia Christi, che vi dimora.

Il ricavato della vendita fu impiegato dai frati per ricostruire e ammodernare il Convento di san Paolo negli anni che vanno dal 1962 al 1964, come ho scritto.

Dietro alla chiesa è il bosco dei frati un’area alberata per il silenzio della preghiera.

La chiesa all’ingresso ha una bussola, fatta eseguire nel 1993 dalla famiglia Socrate Sensi in memoria del figlio Carlo, presenta sulla volta del soffitto una grande composizione pittorica in affresco eseguita nell'800 ove sono ritratti: Dio attorniato da angeli, con in basso l’esaltazione dell’Immacolata circondata anche lei da angeli e, ai suoi piedi, quattro santi cappuccini Felice da Cantalice, Lorenzo da Brindisi, Fedele da Sigmaringen e Serafino da Montegranaro.

La prima cappella a destra, con colonne in peperino e altare in marmo, è detta della Porziuncola, oggi è dedicata a san Crispino che si vede rappresentato, sulla tela dell’altare, in estasi verso la Madonna col Bambino, opera dipinta nel 1805 dal padre cappuccino Raffaele Minossi (1732 - 1835), romano.

Mentre padre Ugolino da Belluno, artista cappuccino, nel 1982, ha eseguito l’arazzo san Crispino, la Madonna e il Bambino, collocato sul lato destro, nella controfacciata, ed esposto sulla loggia di san Pietro a Roma, in occasione della canonizzazione di san Crispino il 20 Giugno 1982. L’arazzo è stato donato dalla famiglia Socrate Sensi in memoria del loro figlio Carlo.

Il corpo di san Crispino è protetto da una urna in vetro nella prossima cappella per lui allestita nel 1983, su progetto dell’architetto Terracina, allorquando venne traslato dal Convento dei Cappuccini della ss. Concezione, in Via Veneto a Roma. Sulla parete è scritto, ripetuto più volte, dall’alto verso il basso, San Crispino da Viterbo, prega per noi!....

Sotto alla ricca urna è altresì scritto:

S. Crispino da Viterbo (Pietro Fioretti) / nato a Viterbo il 13-XI-1668, † a Roma il 19-V-1750 / beatificato da Pio VII il 7-XI-1806 / canonizzato da Giovanni Paolo II il 20-VI-1982 / traslato a Viterbo da Roma il 28-V-1983.

I lavori di pittura sono stati eseguiti nel 1983 da padre Ugolino da Belluno. Sulle pareti sono custodite alcune memorie del santo, con lettere ed oggetti personali.

Una lapide posta di fronte alla cappella riferisce:

Opera realizzata dai devoti di / S. Crispino di Viterbo / con la collaborazione di: / Amministrazione prov. di Viterbo / Comune di Viterbo / Cassa di Risparmio di Viterbo / Banca del Cimino di Viterbo / 28 Maggio 1983.

Segue la cappella dedicata alla Madonna della Vittoria, eretta nel 1766 a spese di Giuseppe Silvestrelli, avvocato viterbese, e della moglie Mariangela Liberati, in ricordo del venerabile padre Carlo da Motrone il cui corpo vi fu traslato in quell’anno.

Una epigrafe a sinistra dell’altare riferisce:

Heic iacet corpus / ven. p. Caroli a Motrone / cap.ni missionari apostolici / sanctitate miraculisque clari / obiit Viterbii die XXVIII Aprilis / anni MDCCLXIII.

L’altare maggiore è formato da alcuni elementi di peperino che assumono la forma di una catasta di legna in ricordo del sacrificio di Isacco da parte di Abramo.

In fondo al coro è una grande pala, risalente al 1593, e firmata dal pittore fiammingo Francesco di Castello, che raffigura, in alto, la Madonna in gloria con Bambino ed angeli; in basso, un paesaggio con città turrita che potrebbe essere Viterbo, e i santi Paolo apostolo e Lorenzo con la graticola, con i martiri Faustino e Giovita, ancora più in basso sono san Francesco d’Assisi e santa Rosa da Viterbo.

Ai lati dell’abside si affacciano due armonium donati, nel 1990, alla chiesa dalla devota famiglia Socrate Sensi in memoria del figlio Carlo.

Seguono sul lato sinistro la Cappella di san Francesco con la statua del santo seguito da altra cappellina col sacro Cuore e dalla Cappella di san Felice, la prima a sinistra dell’ingresso, che è rappresentato in una tela eseguita nel 1807 da Pietro Papini, viterbese ove è anche la Madonna col Bambino in braccio.

A destra dell’altare maggiore, si accede al locale che un tempo era l’antica sacrestia ed oggi invece è adibito a salone delle riunioni. Sulle pareti sono gli affreschi realizzati nel 1954 - 1955 da padre Ugolino da Belluno, raffiguranti scene della vita di san Francesco, una Crocifissione sulla parete di fondo e vari santi francescani e personaggi che furono vicini all’Ordine Cappuccino, oltre ad Alessandro Manzoni.

Era conservata in convento una pittura eseguita da Arturo Bianchini (1871 - 1931) raffigurante l’Estasi di san Francesco quando riceve le stimmate.

Esiste una bella stampa da lastra di rame settecentesca, raffigurante la Madonna intenta ad allattare il Bambino, con vicino san Giuseppe, sulla quale è inciso:

Vera effige della B(eata) V(ergine) M(aria) che appresso di se riteneva il V. Servo di Dio / F. Crispino da Viterbo Cappuccino, la q(ua)le si venera nella Chiesa dei / P.P. del medesimo Ordine di Tivoli / Ignatius Benedicti et in benevolentiae argumentii R.P. Marino ab Alatrio, D.D.

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