Mauro Galeotti

 

Ezio Cardinali

 

 

Via san Pellegrino a Viterbo
Mauro Galeotti dal libro L'illustrissima Città di Viterbo, Viterbo, 2002

In Via san Pellegrino, che conduce all’omonimo quartiere medioevale, era fino a qualche tempo fa, al n° civico 116, a destra di chi guarda l’architrave della porta d’ingresso, una pietra con inciso A / N / VIII, segue al 110, sulla chiave dell’arco d’ingresso, uno stemma così descrivibile: una V con al centro una croce, più in basso sono le lettere T e V.

Al n° civico 108, sempre sulla chiave dell’arco d’ingresso, è un altro stemma di recente realizzazione (1975 - 1980), a testa di cavallo ove in capo è un muro con scolpite più in basso le lettere F. e P. e la lettera S, in punta, che stanno a significare Francesco Pietrella scolpì. A sinistra e una porta murata con inciso sull’architrave P. S. Leo, ossia Parrocchia di san Leonardo. Presso il n° 104 sopra l’architrave della finestra è scritto: Lo. SI.

Vicino al n° 96, è una pietra con inciso A / N° / VII, ivi era un arco con abitazione sovrastante la via stessa con finestra bifora trilobata, andato distrutto dai bombardamenti dell’ultimo conflitto mondiale.

Fontana in Via san Pellegrino

La fontana in Via san Pellegrino risale al periodo fascista ed ha sostituito una fonte medioevale che aveva a fianco un lavatoio, che ancora si vede nelle foto d’epoca. Ha la vasca rettangolare con testata mistilinea che poggia sul muro, con al centro un fascio littorio scalpellato. Sotto è un cannello, inserito in una semisfera, da cui esce l’acqua. La vecchia fontana era costituita da una grande vasca rettangolare con un cubo per testata, posto verso il muro.

In esso si aprivano tre semisfere dotate di bocchettone che lasciavano cadere l’acqua. In una relazione dell’architetto Francesco Lucchi sulle fontane, stilata nel 1836, lo stesso scrive: «Dalla pila di questa fontana una porzione di acqua mette nell’orto della Casa Parrocchiale, e da questo alle Conce dei Sig.i Giovanni Torquati ed Angelo Carletti, ed il residuo al pubblico Lavatore».

Nel 1841, per ampliare il lavatoio, la fontana fu spostata un po’ più avanti e la vasca fu ricavata da un unico blocco di peperino. Il 16 Giugno 1924 l’ingegnere Giuseppe Mainardi presentò i progetti di demolizione del vecchio e antiestetico lavatoio, prossimo alla bella Piazza di san Pellegrino, e quello di costruzione di uno nuovo in Via san Gemini, dove è ancora oggi, anche se in rovina.

Piazza san Pellegrino

In Piazza san Pellegrino, che lo storico Domenico Bianchi chiama Piazza Consalva, al n° 62 è un profferlo con tettoia, ha inciso sull’architrave dell’ingresso un cerchio entro al quale è una S, una corda penzolante che sostiene un anello e una P, forse sta a significare san Pellegrino.

Ricorda Pio Semeria (1825 c.) che ivi era la «casa Polliona [della famiglia Pollioni] a S. Pellegrino dalla banda sopra verso il fossato.  In questa casa sulla parete laterale interna di antico camino si legge: † R. Pollion. Sulle due pile di marmo d’acqua santa della chiesa di Gradi si legge, in una † Raphael Pollionus [Raffaele Pollioni] Ord. Praed. Viterb. […] sull’altra, F. Gabriel Pollionus [Gabriele Pollioni] Ord. Praed. Viterb. 1610 e vi si vede l’arma che si vede sulla casa in molti luoghi». La casa col profferlo al n° civico 60, restaurata nel 1982, è la sede del Sodalizio dei Facchini di santa Rosa, con all’interno una gradevole raccolta di testimonianze che ricordano santa Rosa, i Facchini e la Macchina.

Interessante è poi la lunetta dipinta in affresco sulla parete della Chiesa di san Pellegrino avanti alla sede dei Facchini di santa Rosa, dove si può notare la Madonna affiancata da santa Rosa e da san Giovanni Battista.

Osservando i conci che formano il fianco della predetta chiesa, si notano la sua originale dimensione, assai ridotta, e due finestre, una monofora e l’altra con apertura a forma di croce. Al n° 58 è una formella con l’immagine di sant’Orsola con due fedeli e le lettere S - O scolpite sotto i piedi della santa.

Seguono parte dei casamenti degli Alessandri, restaurati nel 1940 - 1941.

Palazzo Alessandri

Desta ammirazione la casa sugli archi a tutto sesto, che poggiano su colonne monolitiche. Questo complesso si ritiene edificato nella prima metà del secolo XIII, o comunque non di molto oltre il 1252, come riferisce Costantino Zei, e sicuramente doveva essere composto da due piani.

Cesare Pinzi, nell’opuscolo Roma - Viterbo ricordo 29 Aprile 1894, scrive: «Nessun monumento della città ha al pari di questo l’impronta della grandiosa severità dell’architettura medievale. Lo stile tra il Longobardo e quello derivato dalla classica romanità, presenta in una mirabile fusione la gravità e l’arditezza delle curve del primo, contemperate dalla snellezza e dall’armoniosa orizzontalità di linee del secondo.

E’ una costruzione tra la fine del secolo XII e il principio del XIII. […] il palazzo colle case adiacenti passò verso la fine del secolo XV alla pur nobile famiglia Pollioni. Ora è la dimora di pacifici e inconsapevoli agricoltori, attoniti di vederla di continuo ritratta in mille guise e caldamente ammirata da quanti paesisti o curiosi visitano la città».

Secondo Mario Signorelli, l’edificio fu venduto, nel 1451, ad Angelo di Francesco di Monte Casoli. Il palazzo fu restaurato, nel 1907, a cura della Società per la conservazione dei monumenti, con l’apertura delle tre finestre che danno sulla piazza stessa, le quali erano state chiuse e manomesse intorno al 1855 per l’ignoranza di un prete. Così riferisce una Relazione sullo stato degli Edifici Medioevali del 1876, presentata al Ministero della Pubblica Istruzione e riportata da Cristina Crisari.

Il 1° Giugno 1926, in una camera, la cui finestra è quella centrale, delle tre prospicienti la piazza, vi nacque mio padre, Vinicio, da Giuseppe e da Carlotta Gentili. Sul retro sono la Torre Alessandri, a pianta rettangolare e l’alta Torre Scacciaricci che Cesare Pinzi afferma essere già detta Torre dei Montecasuli. Il Palazzo Alessandri, sotto il grande arco prossimo al n° civico 47, ha inciso un cuore barrato da una linea con in capo una croce e all’interno C. S. / T; al 48, sull’architrave, è inciso l’anno 1739. Sulla facciata del palazzo al n° civico 4 è IHS nel sole, mentre sull’architrave del n° 6 è scolpito M° exper.

Verso il 1928 fu abbassato il livello stradale della piazza.

Piazza della Cappella

Sul fianco destro della Chiesa di san Pellegrino è Piazza della Cappella, così detta per una sporgenza della chiesa stessa dovuta appunto ad una cappella aggiunta nel 1555 dalla Confraternita del ss. Sacramento, vestita di sacco bianco, la quale era in san Pellegrino sin dal 1507. Oggi è rimasto solo un grande arco a tutto sesto murato.

Al n° 9, è scolpita una rosa affiancata dalle lettere S. R. che indicano: Santa Rosa; in un tondo sono la S, una corda pendente con anello e una P. Elegante è il profferlo al n° 14 restaurato nel 1955; al n° 3 è una pietra abrasa che aveva incise le lettere IHS, con i chiodi della passione, e nella parte bassa la M.

Piazza Scacciaricci

In Piazza Scacciaricci è l’alta e possente torre omonima. Vi sono due profferli di cui uno è stato restaurato nel 1953, con la torre anzidetta, a cura dell’Associazione Amici dei monumenti.

I lavori, su progetto di Angelo Paccosi, sotto la direzione tecnica dell’ingegnere Cristofari, furono eseguiti dallo scalpellino Angelo Massetti. Gli Scacciaricci, famiglia dedita al commercio e all’industria del pellame, seguirono gli Alessandri nei loro beni, circa il 1570.

In questa piazza aveva l’ingresso al suo studio il pittore Pirro Meacci, nato ad Orvieto il 7 Aprile 1903 e morto l’11 Luglio 1982. Le sue opere ritraggono scorci di Viterbo, Orvieto e Spoleto, inoltre è ricorrente il lavoro dei contadini e degli operai. Presso la targa con la denominazione della piazza è una pietra con tre monti i quali in cima hanno altrettante croci.

Via Scacciaricci

In Via Scacciaricci, sopra all’architrave dell’ingresso al n° 3, è una formella in peperino riproducente sant’Orsola fra due fedeli dei quali quello a destra di chi guarda, porta un’asta con bandiera, sotto è scritto S. Orsola.

In Via san Pellegrino sull’architrave della porta al n° 45 è uno strano stemma a testa di cavallo. Oltre ai nn° 35 - 41 è il fronte di un bel balcone arricchito di eleganti modanature. All’interno è un bel cortile con profferlo di fronte e la base della Torre Scacciaricci a sinistra.

Al n° 28 è un grande arco a sesto ribassato, murato. Presso il n° 33 è murata una pietra quadrata e scalpellata, infatti, nel tondo si notano solo colpi di scalpello, dati per cancellare ciò che vi era raffigurato; infine, sugli angoli in basso, sono visibili dei fregi.

In Via san Pellegrino oltre l’arco con abitazione che sovrasta la via stessa, al n° 6, è Palazzo Faerni, della fine del ‘500; sulle finestre è inciso Angelus Faernus, Angelo Faerni, sulla chiave dell’arco della porta è lo stemma: castello merlato a due torri anche esse merlate accompagnato in capo da un crescente rovesciato e sopra tre stelle di sei raggi poste in fascia.

A sinistra di Via san Pellegrino è Via delle Piaggiarelle che conduce direttamente al Ponte Paradosso.

In Via san Pellegrino, sull’architrave delle finestre del palazzo posto al n° 2, è uno stemma che presenta la banda accostata da due stelle di otto raggi. Al n° 1, con il portale bugnato, sulla chiave dell’arco era, almeno sino ai primi decenni del nostro secolo, uno stemma che si è perduto.

Questo palazzo appartenne alla famiglia Perotti e più precisamente a Niccolò (1430 - 1480), governatore di Viterbo del 1468. In seguito nel 1487 fu venduto, dalla vedova di Giovanni Perotti, a Niccola di Bartolomeo Tignosini che già ne possedeva la metà. L’edificio fu concesso all’Ospedale Grande degli Infermi da Giovanni Battista Zazzera, nobile viterbese.

Questi lo aveva lasciato perché ivi si fondasse un Ospizio per i Convalescenti, da intitolare a san Carlo Borromeo, nel quale dovevano essere ricoverati tutti quei malati che, dimessi dall’Ospedale Grande, dovevano raggiungere una perfetta salute.

Eretto l’ospizio fu scolpita anche un’epigrafe a ricordo di tale fondazione, purtroppo oggi è rimasta sulla facciata solo la pietra scalpellata.

Il testo comunque era il seguente, lo traggo da Vitherbo il giornale di Francesco Cristofori, uscito il 20 Marzo 1909, lo storico a sua volta lo copia con qualche variante dal manoscritto di Feliciano Bussi († 1741) sugli uomini illustri, che ho confrontato. «D.O.M. / ad honorem b[ti] Caroli / pauperumque convalescentium / opportunitatem pietate potius quam pompae studens / Io[hannes] Baptista Zazera Viterbien. / ut terrena coelestibus commutaret / domum hanc et bona sua / eorumdem pauperum xenodochio ligavit / quod alibi licet erectum huc tamen translatum / fuit an[no] Dom[ini] MDCXXXIX».

Continua il Bussi: «Il suddetto Spedale dicesi de’ Convalescenti, mercecche gli infermi, i quali sono stati curati nello Spedal grande, dopoche si trovano guariti dalle loro infermità, si mandano colà per tré giorni, acciò possino meglio stabilirsi in salute. Il medesimo era anticamente ove è di presente l’altro Spedale detto di S. Carlo de’ Vecchi».

Giovanni Battista Zazzera, con testamento del 1636, aveva donato il palazzo e l’ospizio, vi prese sede dal 1638 e vi rimase sino al 1738. Fondatrice di questo Ospizio di Convalescenti era stata la Confraternita del Gesù, ma dal 1636 ne fu amministratrice la Confraternita di san Carlo.

Monsignor Martino Innico Caracciolo, il quale, da parte di papa Clemente XII, Corsini, aveva l’incarico di istituire vari brefotrofi nelle provincie intorno a Roma, fondò il 9 Maggio 1738 in questo palazzo, il primo brefotrofio nella nostra città. Furono ospitati in questo luogo gli orfanelli della Diocesi di Viterbo e di altri paesi limitrofi, il titolo imposto fu quello di Ospizio di santa Francesca Romana prescritto dal cardinale Albani.

Questi curò l’eredità della nobile viterbese Margherita Angela Vittori in Franceschini, la quale, morta verso il 1732, aveva disposto, vendendo tutti i suoi beni, di istituire un monastero di vergini nobili sotto il titolo di santa Francesca Romana.  Però il monastero non fu mai costruito e si credette bene destinare il lascito al nuovo brefotrofio, che rimase in questa sede sino a verso la fine dell’Ottobre del 1739, essendo in quell’anno trasferito presso la Rocca Albornoz.

L’ospizio fu trasferito perché qualcuno, per provocazione, era vezzo chiamare le monache di san Bernardino, divise dall’ospizio da un solo piccolo giardino, le monache dei bastardelli.

Le monache protestarono e chiesero al vescovo la rimozione dell’ospizio, ma nulla fu fatto. Allora le stesse, la notte del 23 Agosto 1738, assalirono l’ospizio, cacciarono la madre priora e una balia con due bambini.

L’episodio giunse alle orecchie del papa che, per evitare ulteriori dissidi, con Breve del 1° Aprile 1739, concesse la Rocca Albornoz come nuova sede dell’ospizio.

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