
Foto Ezio Cardinali

Mauro Galeotti dal libro "L'illustrissima Città di Viterbo", Viterbo 2002

Ezio Cardinali, fotografo
Le foto in galleria alla fine dell'articolo sono di Ezio Cardinali che ringrazio ancora una volta per la sua professionalità.
Per Ezio e per me è un atto d'amore inchinarsi dinanzi a questa porta delle mura, in legno, antica, incardinata come prigioniera che non parla, non si muove, ferita a morte, ma è presente anche se ormai nessuno si è accorto esista.
Porta San Pietro è la porta di casa vostra signori amministratori del Comune di Viterbo, porta di casa nostra, ma cade a pezzi, eppure la sua storia è carica di avvenimenti e merita un energico restauro e maggiore attenzione da parte dell'amministrazione comunale, troppo "distratta".
Porta san Pietro
All’anno 1095 il cronista Niccolò della Tuccia riporta che «fu fatto il muro dalla Porta di Sonza sino alla Porta Fiorita».
La spesa fu sostenuta dalla popolazione. Il muro «girava attorno cinque miglia e quattrocentocinquantaquattro passi» e molti cittadini, grazie alla loro buona volontà e disponibilità finanziaria, fecero «murare un passo, cioè una canna per uno, alto sino alli merli».
Il nome antico di Porta san Pietro era Salicicchia, poi i Viterbesi la rinominarono popolarmente e più facilmente modificandone il nome in Salciccia. Francesco Cristofori e Pietro Egidi affermano invece che fu così chiamata perché conduceva al Castello di Salci o di Salce, ma la porta ebbe anche altri appellativi, Salcicla, Salicicula, Salicula, Salsicchia, Salcicchia.
Per qualche studioso tutti questi nomi hanno una sola radice silices, dai selci che lastricavano la strada su cui si apriva la porta. Ma per Attilio Carosi ciò non può essere perché sostiene che la radice Sal non può mutarsi in Sil.
L’attuale nome di san Pietro lo assunse quando il cardinale Raniero Capocci, verso il 1220, fece costruire la Chiesa di san Pietro del Castagno che sta di fronte.
Nel 1199 i Viterbesi dettero una non indifferente sconfitta ai Romani i quali avevano posto d’assedio Viterbo, ma il 6 Gennaio 1200 «Li viterbesi stavano con le porte serrate, nè volevano che persona uscisse dalla città» perché erano venuti i Romani a rivendicare l’onta subita. Vinsero i Romani e allora «li Viterbesi tractaro con loro la pace con questi patti che li dierno la Campana del Comune, la quale loro portorno ad Roma poserla nel Campidoglio et poserli nome la Patarina de Viterbo. Anco se portaro via la catena et la chiave de la porta de Salciccia le quali attaccorno all’Archo de S.to Vito in Roma et anco li merli furno scarcati nell’anno 1233», così afferma il cronista Francesco d’Andrea.
L’arco di san Vito è quello di Gallieno; delle catene si poteva ancora vedere, nel 1806, «una porzione pendente».
C’è comunque chi afferma, tra questi Ignazio Ciampi, che fino al 1825, quel residuo di catena e quelle chiavi, si vedevano ancora pendenti dall’arco di cui sopra.
Nell’assedio a Viterbo da parte di Federico II nel 1243, tra le altre varie precauzioni, anche Porta san Pietro fu chiusa per garantire una maggiore difesa alla città.
Nello Statuto di Viterbo del 1251, sezione terza, si trova che la città è divisa in quattro settori, come ho già scritto, a Porta san Pietro facevano capo le Chiese di san Silvestro, di santa Maria Nova, di san Vito, di sant’Antonino, di san Giovanni in Pietra, di san Leonardo in Colle, di san Bartolomeo, di san Fortunato, di sant’Erasmo, di san Pellegrino e di san Pietro dell’Olmo (Statuto 1237) dalla quale derivò il nome della porta.
Sempre nello Statuto è disposto che le carbonare esistenti presso Porta san Pietro detta pure portam Salciccle fino a Porta di san Sisto, dovevano essere mantenute della stessa ampiezza. Inoltre era previsto che dovevano essere collocate catene alla porta per un migliore controllo dei passanti, per evitare l’uscita o l’ingresso dalla città di animali rubati e per proteggere i beni in essa conservati.
Più tardi la porta fu oggetto di uno scontro armato, infatti sembra che i Colonna, per rendere più evidente la loro potenza, verso il 1290, decisero di sottomettere Viterbo. Ma i Viterbesi si armarono in tal maniera che erano pronti a qualsiasi attacco e quando ci fu lo scontro, che avvenne alla Porta san Pietro, i Colonna ed i Romani si videro costretti a desistere all’offesa sfogando la loro ira nelle campagne limitrofe.
Nel 1328 difendevano la porta ben dieci soldati. Il 14 Aprile 1380, certi nemici non bene individuati, dettero fuoco alla porta, la notizia è riportata da Francesco d’Andrea.
Nel 1413, la notte di san Tommaso, Paolo Orsini con i suoi armati e amici, tra i quali l’abate di san Martino del Monte, «ruppe il muro del palazzo appresso la porta di Salciccia, ed entrò dentro, e pigliò detta porta e quella di S. Sisto» a seguito di ciò Giovanni Gatti mise in piedi un gruppo di armati e «li cacciorno via in fretta».
La porta nel 1457 fu chiusa e due anni dopo, il rettore del Patrimonio, Bartolomeo Rovarelli, fece murare tre porte della città, tra cui Porta san Pietro. Ciò avvenne dopo un Breve papale, che gli intimava di controllare i vari movimenti di fazioni nemiche che potevano avvenire in città, con particolare attenzione verso i Maganzesi.
Poi, il 1° Ottobre dell’anno seguente, su ordine di papa Pio II fu riaperta al transito. Fu anche costruita una guardiola a difesa della porta, come riferisce il cronista Niccolò della Tuccia. La porta, chiusa di nuovo, fu riaperta nel 1471.
In quell’anno papa Sisto IV, con Breve al popolo viterbese del 3 Settembre, abbonò per un anno il pagamento della terza parte del contributo che i Viterbesi dovevano elargire alla Camera apostolica al fine di impegnare quella somma per la riparazione delle mura.
Il 12 Giugno 1473 di passaggio a Viterbo, entrò da Porta san Pietro, la figlia del re Ferdinando di Napoli, chiamata Eleonora, come ho già riferito nel descrivere Porta di santa Lucia. Nello stesso anno i priori ordinarono che fossero eletti, quali componenti del Consiglio della Comunità, quaranta cittadini, dieci per porta. Porta san Pietro faceva parte di una delle quattro.
Nel 1486 le imposte della porta furono restaurate assieme alla sua guardiola e dopo quasi un secolo trovo che, il 13 Novembre 1579, la porta risulta chiusa per la peste.
Nel Marzo del 1612 si ricorda di far accomodare a mastro Maffio il selciato fuori della porta. La Congregazione di Sanità, il 30 Luglio 1624, per prevenire la peste ordinò che la porta restasse «sempre serrata tanto di giorno, come di notte» e nel Consiglio comunale del 1° Luglio 1630, la porta è detta murata per il timore del contagio.
La Congregazione, il 22 Ottobre 1630 ordinò «Che si fissi la prima porta di legno di S. Pietro che al p(rese)nte sta aperta», da ciò si deduce che questa aveva un’antiporta presso il torrente, come è intuibile oggi. Ne sono prova le foto degli inizi del secolo, nelle quali l’antiporta ha l’arco.
La Congregazione lo stesso giorno ordinò:
«Che si rivedino tutti li barbacani che sono contigui alle muraglie della Città di dentro et di fuori, et trovandosi luogo alcuno per il quale si possa entrare et riuscire dalla Città et altro mancamento alle muraglie si restaurino et riparino».
Il 27 Marzo 1632 la Congregazione di Sanità, per paura del contagio, fece togliere alla porta il muro già innalzato e, il 7 Aprile 1632, il cardinale Barberini avvertì la Congregazione di Sanità di usare prudenza contro la peste e, per precauzione, ordinò la chiusura totale della porta.
I conservatori della Città, scoppiata la guerra tra papato e Castro, il 24 Settembre 1642, per sicurezza ordinarono «Che si serri e terrapieni la Porta della Città detta di S. Pietro, o’ Salcicchia».
Il 29 Maggio 1656, su disposizione della Congregazione di Sanità, la porta fu chiusa per sospetto della peste. Lo stesso avvenne nel Gennaio 1713 quando fu chiusa per sospetto di contagio e il mese appresso, il 18 Febbraio, venne pagato il falegname «per aver aggiustato la porta». A seguito di ciò, in data 23 Gennaio 1714, si portò a conoscenza del Consiglio comunale, la seguente lettera:
«S’è rappresentato a nome del Priore e frati del Convento di S. Pietro esistente fuori di codesta Città il grave pregiudizio, che da loro, e da molti altri si riceve per esser stata serrata [la Porta san Pietro] intesi i correnti sospetti di mal contaggioso. La Porta detta di Salciccia corrispondente al detto Convento, onde la S. Consulta rimette all’arbitrio di V.S. il far riaprire detta Porta, e Dio la prosperi. Roma 20 gennaio 1714. Di V.S. come fratello per il Card. Paolucci / A. Banchieri segretario».
Si ordinò subito di riaprire la porta ponendovi però a guardia della stessa Francesco Armellini e Antonio Mattelli, i quali avevano l’ordine di far entrare in città solo i Viterbesi da loro conosciuti.
Nel quarto trimestre 1780 i priori ricordano ai loro successori:
«Avendo il Sig. Prada costrutto una torretta dirimpetto alla Porta S. Pietro, la quale è preggiudiziale alla veduta di detta Porta come molti Particolari ci hanno asserito; ne avendo possuto noi in questi giorni parlare con detto Signor Prada per vedere di rimoverla da tal sito procureranno le Eccellenze Vostre di porre riparo a un tal disordine».
Il 24 Febbraio 1823 il cursore Antonio Minervini riferì al Consiglio di aver affisso alcune notifiche relative all’invito per far eseguire lavori di restauro alla porta. Ma al 23 Marzo nessuno fece offerte, forse per il compenso inadeguato, visto che al muratore dovevano essere pagati scudi 48,40, compreso anche il restauro della Porta del Carmine. La perizia era stata eseguita dall’architetto Tommaso Giusti e una offerta fu avanzata; infatti, il lavoro fu eseguito per quella somma da Onofrio Gagni.
Nel Maggio 1831 la porta, ad opera di mastro Giacomo Zei, fu chiusa per miglior difesa della città «con travicelloni in piedi, traversi, e piane, con riempimento di fascine, lumi per lavorare la notte» e nel 1846 venne restaurata da mastro Vincenzo Dobbici.
Carlo Antonio Morini, nelle sue Memorie, ricorda che il 24 Ottobre 1867 fu fatta murare Porta san Pietro.
La porta si presenta bassa e stretta e reca murato sull’alto dell’arco, scolpito in bassorilievo, lo stemma della città, il leone con la picca anziché la palma, aggiunta dopo il 1172.
Perché ritenuta in pericolo di crollo, verso il 1970 è stata puntellata e murata in buona parte con mattoni di terracotta, lasciando il solo passo pedonale, fu riaperta dopo poco tempo. Nel Febbraio del 1973 gli affreschi sono stati sottoposti a restauro. All’interno, ai lati della volta, erano affrescate due figure di angeli, quella sulla sinistra di chi esce dalla porta, su un nastro, ha la scritta Urbem protege tuam, quella a destra è stata distrutta ed aveva la scritta […] illi matrem. Sulla parte più alta della volta è affrescata l’immagine di Dio con il braccio destro teso e con la mano sinistra che sostiene una sfera recante la scritta F.A.V.L.
L’affresco della lunetta di Porta san Pietro è stato restaurato nel 1981, è andato parzialmente distrutto a causa dell’urto causato da un autocarro. Dal 2001 la lunetta non presenta alcun affresco.
Verso il 1983 le ante in legno furono spiccate dal loro sito e portate, per restauri, nella Chiesa di san Giovanni Decollato, allora abbandonata e ridotta a magazzino del Comune. In seguito furono ricollocate al loro posto.
Le foto sono di Ezio Cardinali
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