
La statua in legno di santa Rosa (Foto Ezio Cardinali)

Mauro Galeotti dal libro "L'illustrissima Città di Viterbo", Viterbo 2002

Ezio Cardinali, fotografo
La casa di santa Rosa appartenne dal 20 Aprile 1661 al Monastero di santa Rosa avendola, il monastero stesso, acquistata per 130 scudi dalla famiglia Gnazza, come scrive il 9 Ottobre 1904, Francesco Cristofori sul suo giornale "Viterbo", traendo le notizie da padre Giannelli.
Più propriamente apparteneva a Laura Caterina Bielli sposata con Adriano Gnazza l'acquisto aveva per fine l'ampliamento della clausura del monastero.
La prima stanza era di proprietà di un certo Ficoni, cerusico, il quale in un primo momento non la voleva cedere alle monache. L’esterno è assai semplice e vi si aprono due finestre.
Nel 1672 fu demolito un arco, verso la parte della strada, che si appoggiava alla casa, ciò provocò la rovina di metà della celletta, che fu poi restaurata. Su di essa fu poi fabbricato l’oratorio.
L’interno consta di una stanza, una cucina e un ritiro ove la Santa soleva pregare, al piano superiore una scala in legno porta alla sala già adibita a granaio.
Vi si conserva, tra le altre cose, un’urna che contenne il corpo della Santa; fu decorata, dal viterbese Francesco di Antonio detto il Balletta, nella metà del XV secolo, ma secondo Mazzaroni, forse è dell’inizio del secolo XVII quando il Balletta era morto da un pezzo.
L’urna, che conservò il corpo di Rosa dalla sua morte, fu distrutta dall’incendio del 1357 e secondo Ernesto Piacentini, poteva riportare qualche pittura sullo sportello anteriore, che si apriva con due chiavi tenute dalla abbadessa e dalla sacrestana. Questo per consentire ai fedeli di baciare la mano o i piedi della Santa e per facilitare il lavaggio di quegli arti da parte delle monache, che raccoglievano quell’acqua, «aqua luturae manus», per poi farla bere ai malati.
L’urna alla Santa fu rifatta nel 1358 a spese del Tesoriere Angelo Tavernini e del Castellano della Rocca, con un’iscrizione apposta sulla stessa, come scriverò appresso. Per lo storico Giovanni Mazzaroni l’urna, conservata nella Casa di santa Rosa e giunta sino a noi, non è stata dipinta dal Balletta, perché, secondo lui, questa risale agli inizi del XVII secolo, ossia quando il pittore era ormai morto da tempo.
Pure Ernesto Piacentini, avanza perplessità, infatti non ritiene che l’urna conservata nella Casa di santa Rosa sia del 1358. Secondo lui, o è quella data a pitturare al Balletta, tra il 1441 ed il 1457, o è successiva, del ‘500 o addirittura del ‘600. Su di essa vi sono raffigurati tre miracoli: santa Rosa che converte l’eretica con la prova del fuoco; santa Rosa che risuscita Marco Gualdo e santa Rosa che guarisce la cieca.
L’urna del 1358, scrive Piacentini, presentava invece quattro pitture relative ad altrettanti miracoli, con in basso la descrizione degli stessi e riportava chiaramente l’anno millesimo tricentesimo quinquagesimo octavo (1358). Lo conferma il Processo Callistiano del 1457 ove si leggono i quattro miracoli dipinti sull’urna ed erano: Rosa che si getta nel fuoco e converte l’eretica, la guarigione della cieca Illuminata, la liberazione dal carcere di Giovenale, santa Rosa risuscita Marco Gualdo.
Lo stesso processo riferisce anche i committenti dell’urna nelle persone di Rasino Piccardi e Angelo Tavernini e alcuni loro amici, ma ecco quanto ci interessa, tradotto da Ernesto Piacentini: «Alla fine di detti miracoli vi era questa iscrizione: In nome del Signore amen. Nell’anno del Signore 1358 nella dizione undecima, nel mese di agosto.
Questo miracolo fece dipingere a lode e reverenza della Beata Vergine Rosa Ser Rasino Piccardi di Narni primo castellano della rocca della Chiesa in Viterbo, affinché preghi Cristo che conservi totalmente la Chiesa, i pastori, Ser Angelo Tavernini tesoriere, lo stesso Rasino e tutti i benevoli amici dei predetti».
Sembra che i resti dell’urna del 1358 fossero ridotti a pezzettini dalle monache per farci delle croci distribuite per devozione, infatti nel 1803 una di queste croci fu inviata dal nostro vescovo a papa Pio VII, era «una croce del legno della cassa che tanti anni dopo l’incendio contenne il corpo di S.Rosa». Così dalle Memorie storiche nel Monastero di santa Rosa.
L’urna in legno giunta sino a noi, invece secondo Giuseppe Signorelli, fu data a miniare e dorare nel 1462 al pittore viterbese Francesco d’Antonio detto il Balletta. In effetti una memoria senza data, conservata nel Monastero di santa Rosa, riferisce che le monache fecero fare un’urna di legno con dipinti alcuni miracoli e con ornamenti a colori e in oro fino «per mano de mastro Francesco pentore viterbese», il lavoro costò ventiquattro ducati.
Pinzi invece la dice eseguita da quel pittore nel 1452. Trovo anche che l'urna è del 1616 e che conservò il corpo si Rosa fino al 1699 quando si provvide alla sostituzione dell’urna predetta con quella che vediamo, in bronzo dorato, giudicata splendida.
Nel 2004 è stata restaurata grazie alla donazione in memoria di Edvige e Gustavo Torquati, devoti a santa Rosa.
Un quadro con l’Ecce Homo è nominato nel 1697 nella Casa di santa Rosa, è citato ancora nel 1873, nell’oratorio della Casa di santa Rosa, identificato come opera di ottimo pennello, ora è nel monastero.
Nel 1737, papa Clemente XIII concesse un privilegio all’altare della casa di Rosa.
La casa fu restaurata nel 1867 e altri lavori di adattamento sono stati eseguiti negli anni ‘70 del XX secolo. Vi erano qualche anno fa anche alcune palle di cannone che ricordavano l’assalto dei repubblicani francesi alla Città di Viterbo nel 1799 quando Rosa per credenza popolare le fermò con le mani.
Ricordo che qualche decina d’anni fa vi erano affissi, su una parete, numerosi ex-voto, ora trasferiti nel monastero, di essi sono esposte alcune copie fotografiche.
Una statua della Santa, alta due metri, è all’entrata della casa di Rosa vera e propria, risale al XVII secolo e raffigura il miracolo delle rose.
Il disegno dell’altare in peperino nella casa di santa Rosa è dell’ingegner Fernando Moltoni ed è stato eseguito dall’artista Angelo Massetti nel 1949. Sulla parete di fronte all'altare è il vero ingresso della casa.
Il 26 agosto 1966 un manifesto a firma del vescovo di Viterbo Adelchi Albanesi e del Comitato promotore per il riscatto della Casa di santa Rosa, invitava i Viterbesi ad elargire offerte per restituire la casa a santa Rosa.
Al piano superiore, rimasto inaccessibile per lunghi anni, dal 1983 è stato allestito un artistico e permanente presepio.
Sulla facciata della casa è l’iscrizione: In questa casa / nacque visse e morì / la gloriosa Vergine / Santa Rosa.
Sull’architrave dell’ingresso è: Domus Sanctae Rosae.
Nel 1914 papa Pio X proclamò compatrona principale della Città di Viterbo santa Rosa e papa Benedetto XV nominò santa Rosa comprotettrice della Gioventù Cattolica Femminile, insieme a santa Agnese e a santa Giovanna d’Arco.
Nel giardino è una fontana in peperino, lo stemma del cardinale vescovo di Viterbo Tiberio Muti e santa Rosa eseguita nel 1976 dall'artista Roberto Joppolo, inoltre sopra l'ingresso è un tondo in terracotta opera di Giuseppe e Luigi Zucchi su campione eseguito da Pietro Vanni, con la scritta "Madonna Assunta in Cielo di Pietro Vanni XIX sec. Riproduzione in terracotta eseguita da Giuseppe e Luigi Zucchi nel 1970 realizzatori Macchina di santa Rosa "Volo d'Angeli" 1967 - 1978. Opera donata dalla famiglia Zucchi al Monastero delle Clarisse di Santa Rosa di Viterbo il24/04/2009".
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