Santa Rosa di Francesco Messina, foto di Ezio Cardinali
le altre foto sono alla fine della storia della chiesa

 

Mauro Galeotti dal libro "L'illustrissima Città di Viterbo", Viterbo 2002

 

Ezio Cardinali

Noi viterbesi, e mi ci metto anche io, diciamo troppo spesso di amare e venerare santa Rosa, ma ciò accade solo la sera del 3 Settembre, quando siamo attratti dal Trasporto della Macchina a Lei dedicata, e il 4, poi Rosa ce la scordiamo tutto l'anno.

Quando vado nella chiesa a lei dedicata, troppo spesso la trovo vuota di persone, non c'è nessuno, eppure Rosa è lì ad aspettarci, immobile, riposata, tranquilla, paziente, addormentata in eterno, una bambina straordinariamente Santa, mai morta, sempre viva, e pronta a ascoltare per proteggerci ad ogni nostra richiesta.

Non è uscita dalla sua Urna per ribellarsi quando il vescovo Lino Fumagalli ha annunciato l'allontanamento da Lei delle suore Clarisse Urbaniste che da secoli erano unite a quel Corpo santo.

Neppure i Viterbesi, i facchini, i membri del Corteo storico, i vescovi, i sacerdoti, i preti, il clero tutto, le altre suore, tra le quali le stesse suore Clarisse Urbaniste, si sono ribellati.

Tutti zitti... zitti, zitti, inesorabilmente zitti, zitti, e... Rosa si è sentita sola e tradita e piange lacrime amare, ma comunque piene zeppe d'amore per tutti noi.

E non mi pento del mio "vergogna" diretto al vescovo Fumagalli quell'incredibile, inaspettato, buio giorno della nostra storia viterbese. 

Ecco perché, qui appresso, propongo la lunga importante storia della chiesa e monastero a Lei dedicati, ciò è il mio chiedere perdono alla Bambina viterbese per la mia poca presenza avanti al suo Corpo, ma sono felice di averLe dedicato un libro: "Rosa piccola... già Santa". Dedicato con la speranza cha quando sarà e se me lo meriterò, mi tenda la mano per provare a salire lassù.


Chiesa e monastero di santa Rosa

Il monastero era nominato della beata Vergine Maria, vi erano le Povere Sorelle di san Damiano d’Assisi, infatti era stato fondato dalle monache di san Damiano.

Il monastero, il 14 Dicembre 1235, venne esentato, da Matteo I vescovo di Viterbo, su ordine di papa Gregorio IX, dalla giurisdizione vescovile «mercé il censo di una libbra di cera l’anno da corrispondersi per l’Assunzione, riservandosi la dedica della chiesa, la benedizione degli altari delle monache e la somministrazione dei Sacramenti», così leggo sul manoscritto sulle Chiese di Viterbo di Giuseppe Signorelli.

Era stato proprio papa Gregorio IX, che fu in Viterbo dal 7 Novembre 1235 al 14 Maggio 1236, a promuovere la costruzione del monastero e a dare una regola alle monache, in seguito anche papa Innocenzo IV confermò la regola e i privilegi concessi da Gregorio.

Nel 1236 il procuratore delle suore acquistò in Contrada san Marco un casalino e il 18 Settembre 1238 papa Gregorio IX concesse l’indulgenza a coloro che elargivano sovvenzioni per la fabbrica della Chiesa di santa Maria, delle rinchiuse dell’Ordine di san Damiano.

Il 17 Dicembre 1245, Innocenzo IV concesse indulgenze ai sovventori della costruzione del monastero; il 7 Giugno 1246, non era ancora stato terminato. Innocenzo cedette anche la vicina area del Palazzo di Federico II.

Francesco Cristofori riporta le varie denominazioni che ebbe il monastero attraverso il tempo:

1236 «Domus Sororum Minorum»; 1251 «Mon.rium pauperum D.narum»; 1257 «Conventus D.narum Monialium Ord. Sci Damiani»; 1266 «Mon.rium et Conventus pauperum religiosarum D.narum Ord. Sce Clare de Viterbio»; 1268 «Mon.rium pauperum d.narum de Viterbio Ord. Sci Damiani»; 1281 «S. Clare, Mon.rium Pauperum D.narum»; 1309 «Mon.rium Sce Rose»; 1344 «Sce Rose, Ord. Sce Clare»; 1402 «Sce Rose, alias Sce Clare»; 1455 «Mon.rium Sce Clare alias Sce Rose»; 1449 - 1452 «Mon.rium Sce Rose».

Alessandro IV, il 27 Febbraio 1255 proibì la costruzione di altri monasteri in un raggio di mille passi da quello delle monache di san Damiano. Poi, il 27 Giugno 1255 lo stesso papa, su sollecitazione delle monache di san Damiano, vietò la riunione di pie donne sotto il nome del Monastero di santa Rosa, progettata da prete Pietro detto Capotosto, sacerdote della Chiesa di santa Maria in Poggio. Ma questi, già nel 1253, aveva manifestato la volontà di innalzare un monastero o oratorio dove poter riunire, scrive Pinzi, «dentro quante femmine devote vivessero con lui l’entusiasmo per la santa», e a lui qualche storico attribuisce la stesura della Vita I di santa Rosa.

Papa Alessandro IV, l’11 Agosto 1255, prese sotto la sua protezione il monastero coi relativi beni e stabilì che le monache osservassero la regola di san Benedetto. Il papa, il 23 Marzo 1256, confermò i privilegi concessi da papa Innocenzo IV, sull’orto del monastero, nel luogo che si dice di san Giovanni in Sonsa, e il privilegio del vescovo Matteo. Subito dopo, il 4 Aprile, accordò l’indulgenza ai visitatori del monastero durante la Festa di santa Chiara. Il 5 Maggio 1257 confermò la concessione fatta da papa Innocenzo IV dell’area occupata dal Palazzo dell’Imperatore.

Seguì l’acquisto di un molino ceduto dai figli di Enrico Landolfo, ubicato presso il Torrente Arcione, e la donazione di una vigna da parte del cardinale Giovanni in Lucina.

Nel 1258 papa Alessandro IV, sognò santa Rosa che espresse il desiderio di entrare nella Chiesa di santa Maria, presso il monastero delle monache di san Damiano. Allora, il 4 Settembre, la fece disseppellire e la condusse, con quattro cardinali, dalla Chiesa di santa Maria in Poggio a quella di santa Maria. Nel 1266 le monache, che si aggiravano intorno alle venticinque unità, appartenevano all’Ordine di santa Chiara, tanto che nel 1281 è nominato il Monastero di santa Chiara. Nel 1268 la costruzione della chiesa era terminata.

Del 1309 è la prima menzione del Monastero di santa Rosa che si alternerà al precedente sino a farlo scomparire completamente.

La chiesa, che aveva sempre avuto lo stesso nome del monastero, dal 1322 per la prima volta è detta di santa Rosa. Da quel momento tutto il complesso religioso fu dedicato alla verginella viterbese. Nel 1345, il cardinale Bertrando di Deaux, su disposizione di Clemente VI, esonerò il monastero dal pagamento delle decime e delle contribuzioni per i legati e i nunzi apostolici.

Nel 1357 un incendio causò ingenti danni tanto che fu necessario ricostruire la chiesa; il corpo di santa Rosa rimase illeso. Un altro incendio, nel 1410, divampato nel dormitorio distrusse buona parte del monastero e le suore furono costrette ad abitare in un angusto fabbricato poco distante, ove rimasero fino al 1418. Come se non bastasse anche le mura della città, perimetro del monastero, caddero in rovina. Vennero iniziati i lavori di ricostruzione grazie anche alle numerose offerte dei pellegrini. Fu riparato il tetto, ampliato il piazzale antistante la chiesa e costruita una gradinata per un più facile accesso.

Per quanto riguarda la consacrazione trovo che la chiesa fu riconsacrata l’8 Dicembre 1450 dal cardinal Ludovico de Varambone dal titolo di sant’Anastasia. In quell’anno giubilare le monache raccolsero dai quattro ai cinquemila ducati, una somma ingente, verso la quale il Comune destò un certo interesse, perché voleva che con essa si desse seriamente seguito alla canonizzazione di Rosa, attesa ormai da due secoli.

In effetti furono vari gli interventi dei fedeli, delle monache, del Comune perché fosse canonizzata santa Rosa. Richieste furono avanzate nel 1457, nel 1460, nel 1476, nel 1509, poi i pontefici seguenti ritennero chiusa la causa.

Comunque le monache in quell’occasione non si lasciarono sottomettere e intimorire, perché non sicure dei buoni propositi dei laici, quindi si ritennero libere di qualsiasi decisione su quella somma, promettendo pieno riconoscimento al loro protettore il cardinale di Fermo, col quale concordarono che col danaro avrebbero abbellito la loro chiesa e il monastero. E così in effetti fu, infatti rinnovarono il dormitorio, la cucina, il forno con le stufe e crearono un loro carcere, fu anche portata l’acqua alla fonte concessa dai frati di san Francesco in cambio di alcune terre a Respampani.

Fecero dipingere, nel 1453, le pareti in affresco, a Benozzo Gozzoli, poi nel 1460, il soffitto della chiesa a Valentino di Gi(ov)anni della Picca, ossia Valentino Pica.

Nel 1453, sempre nella fase di abbellimento della chiesa, su ordine delle monache, furono fatti pitturare gli archi da mastro Mario di Amelia.

Il cardinale spagnolo Alfonso Borgia, divenuto  pontefice nel 1455 col nome di Callisto III, sembra avesse ricevuto la grazia da santa Rosa, che lo guarì da un male incurabile, questi in ricordo e per gratitudine donò al monastero una rosa d’argento.

Il 24 Luglio 1476, contro la peste, si effettuò una processione col corpo di santa Rosa. Poi una importante data doveva essere segnata nella storia del Monastero di santa Rosa, il 15 Maggio 1512 il Consiglio generale di Viterbo istituì la processione del 4 Settembre in festo beate Rose con inizio della stessa dal Comune. 

Il tetto nel 1574, nella Sacra Visita di Alfonso Binnarino, risultava rovinato tanto che le infiltrazioni di acqua misero in pericolo le pitture ed il corpo di santa Rosa. Nel 1579 fu rimossa la cassa col corpo di santa Rosa, perché troppo vicina alle mura castellane, che erano troppo umide e fu costruita una nuova grata di ferro per proteggerla.

Nel 1584 venne presentato un memoriale dalle monache per riparare la Cappella di santa Rosa e per stampare la vita della Santa.

L’anno seguente le monache ringraziarono il Comune per l’elemosina di quaranta scudi concessa per i restauri nella cappella della Santa e per l’abbellimento della chiesa, ma non furono sufficienti né per l’una né per l’altra, perché nel lavoro ancora da eseguire, venne indicato anche l’abbassamento del piano della chiesa.

Nel 1632 fu deciso di ampliare la chiesa, in quanto angusta e poco accogliente, per l’aumentato numero dei pellegrini che venivano a venerare il corpo di santa Rosa; fu terminata nel 1646. In quell’occasione furono distrutti gli affreschi di Benozzo Gozzoli eseguiti, come ho scritto, nel 1453.

Nel 1651 le monache acquistano trentamila mattoni a giuli venticinque e mezzo ogni cento pezzi, da destinare all’ampliamento del monastero. All’interno del medesimo è l’iscrizione del 1656 di monsignore Antonio Gradini; grazie alla sua munificenza fu ampliato e migliorato. Il prelato donò nel 1647, alla nipote Francesca, monaca nel monastero, un dipinto con la Madonna della Pietà del Parma, che poi riprese «quia moniales ignorent qualitatem picturae»:

D.O.M. Antonio Grandino civi. parmen. / prothon. apost. / ob auctum in diuturna et solerti oeconomia / patrimonium S. Rosae / et monasterium / in augustiorem ac meliorem formam redactum / abbatissa et moniales grati animo ergo / A.P.R.M. / P.P. / anno Domini MDCLVI.

Per la peste che colpì la Città nel 1657, fu fatto voto a santa Rosa e si stabilì un digiuno, nel giorno della vigilia della festa a lei dedicata, da ripetere per sette anni. Debellato che fu il tremendo male, fu effettuata una processione di ringraziamento. Poi nel 1659 fu avanzata la richiesta di riportare la festa della Santa nella solennità che le spettava «con organi et musiche et ogni altra cerimonia conveniente», così riferisce Giuseppe Signorelli nel suo manoscritto sulle chiese.

Nel 1686 le suore chiesero il permesso di diroccare due torri cadenti che erano nel recinto del monastero. Due anni dopo, Aurelio Camisani fondò a Roma una Confraternita di santa Rosa dotandola di uno stendardo.

E’ del 1695 una processione in onore di santa Rosa per il terremoto, si fece voto di digiuno da ripetere per sette anni, nella vigilia della Santa.

Il soffitto del coro delle monache per un terremoto cadde nel 1705 e, per miracolo, non ferì alcuna monaca; fu ricostruito con il contributo del Comune. In quell’occasione fu dipinta l’iscrizione posta sulla parete interna nel soffitto del cupolino del presbiterio:

A.P.R.M. / Die XVIII, Dec. MDCCV que incidit in feriam sestam, eo videlicet tempore, / quo Christus pati voluit, atrocissimo casu sponsas suas aplici permisit; nam / inter psallendum, cum ad eum versiculum cantici B: M: Virg: ventum est: / et exultavit & totum fere laquearim hujus odei collapsum est, ac / foeda ruina sanctimoniales oppressit, que dum trabes corruentes, et lapides / excisos in se ruere vident, S: Rosae patrocinium implorant eo successu, qui mi / raculi specimen habere possit, ut nulla e quinque, et quinquaginta, que / consepulta vis ruderibus fuere mortua sit; licet inter eas quaedem octog / esimum jam fere annum agens gravissimum vulnus exciperet. Qua propter / hoc ne casu dixeris evenisse, sed amantissimi numinis providentia, / ad B: Rosae gloriam amplificandam; ut excla / mare libeat: / stantia non poterant tecta probare / deam.

Nel 1731 venne deliberato nel Consiglio generale di rifabbricare la chiesa essendo ormai troppo piccola, ma non si poté esaudire tale desiderio. Fu preventivata una spesa di quattromila o cinquemila scudi, imponendo un quattrino sulla carne per sei anni e stabilendo che la facciata doveva essere rivolta sempre verso La Svolta.

Nel 1796 le suore furono autorizzate alla vendita di parte dell’argenteria, per riparare il tetto e sopperire ad altri piccoli debiti.

Nel 1810 sotto il dominio francese furono soppresse le corporazioni monastiche con l’espulsione dei religiosi che furono fatti ritornare nelle loro case, ma il Monastero di santa Rosa fu risparmiato perché vi furono concentrate le suore di tutti gli ordini, anziane, malate e senza parenti. Poi, il 5 Settembre 1837, si sviluppò il colera nel monastero.

Il morbo nel monastero fu sconfitto il 21 Settembre 1837, grazie alla valenza dei medici e chirurghi Bernardino Mencarini, Giovanni Selli, Angelo Giustini, Lorenzo Granati e Francesco Papini.

Un Lorenzo Granati, nato nel 1876, aveva la farmacia in Via del Melangolo, l’aveva rilevata da Angelini, che a sua volta la ottenne da Filippo Ansuini e questi da Petrucci.

Nel 1844 il cardinale, vescovo di Viterbo, Gaspare Bernardo Pianetti affidò il progetto per la ricostruzione della chiesa all’ingegner Vincenzo Federici. Questi era assistito dai tecnici Crispino Bonagente e da Zei, capomastro era Giovanni Massarelli coadiuvato dal figlio Scipione. Il 26 Marzo 1844 il corpo di santa Rosa fu trasferito nel monastero. Il Comune contribuì alla spesa con seicento scudi

Così il 4 Maggio 1846 il cardinale Pianetti collocò la prima pietra unendovi una cassetta di piombo che conteneva dodici medaglie ed un pergamena con la descrizione della cerimonia. La costruzione si protrasse fino all’Agosto del 1850 e la chiesa fu aperta il 22 dello stesso mese alle ore 9 al suono del campanone e delle altre campane della città, poi, il 24 Agosto 1850, fu riconsacrata. In questa occasione nella nuova cappella venne collocato il corpo di santa Rosa.

Nel coro era la tela del 1850 Madonna in gloria col Bambino tra san Francesco di Sales, santa Giovanna Francesca Fremiot de Chantal, san Bonaventura da Bagnoregio, sant’Antonio da Padova e san Stanislao Kostka, opera del pittore bavarese Giovanni Michele Wittmer, che ora si trova nella navata sinistra.

La pianta della chiesa è a croce greca, ma non piacque ai Viterbesi, tanto che il Comune nel 1863 si rivolse all’architetto Virginio Vespignani perché eseguisse un progetto, ma si ebbe un nulla di fatto. Nel frattempo, per i lavori in corso, il corpo di santa Rosa fu custodito nella cappella detta del Noviziato, all’interno del monastero. Il corpo fu rimosso il 26 Marzo 1845, alla presenza del vescovo di Viterbo, il cardinale Gaspare Bernardo Pianetti.

Il 21 Gennaio 1895, per volontà di Francesco Ragonesi, vicario generale di Viterbo, si costituì un Comitato per la costruzione del Santuario, che riuscì solo in parte a far realizzare il progetto dell’architetto Arnaldo Foschini.

Si bandì così nel 1908 un concorso nazionale per abbellire la chiesa. Nel Settembre dell’anno seguente una commissione tecnica scelse il progetto dell’architetto Foschini e dell’ingegnere Cesare Tamburini. Ma quel progetto fu realizzato solo nella cupola eretta dal 1913, il resto, che prevedeva il rifacimento della chiesa in stile rinascimentale, non fu possibile attuarlo.

Fu decisivo l’interessamento del cardinale Pietro La Fontaine, patriarca di Venezia, per elevare, in data 23 Settembre 1926, il complesso religioso a Monumento nazionale.

Monsignor Alceste Grandori nel 1931 prese l’iniziativa di continuare i lavori, ma non fu possibile realizzare molto; altri restauri furono eseguiti anche nel 1935, quando vennero tinteggiate anche le pareti. Nel 1977 è stato rifatto completamente l’impianto di prevenzione contro i fulmini della cupola e del santuario.

 

Facciata 

La facciata in origine doveva essere a capanna e senz’altro di uno stile semplice e modesto. Di una scala avanti alla chiesa si parla già nel 1462 e nel 1725 si dicono «aggiunti gli scalini».

Verso il 1450 fu innalzato, avanti all’ingresso un portico a colonne che si menziona ancora nel 1462 e nel 1612, in occasione della Visita del vescovo Tiberio Muti, ne fu ordinata la demolizione.

Nel 1585 fu rifatta la porta d’ingresso e «abbassata la chiesa». Nella Visita compiuta nel 1827 dal cardinal Gaspare Bernardo Pianetti, che in quell’anno vide ascrivere la sua famiglia alla nobiltà viterbese, «sulla facciata in peperino era scolpita nella stessa pietra la statua rappresentante la Santa».

La facciata che oggi ammiriamo in pietra di peperino, decorata con pilastri in stile ionico, reca sotto il timpano l’iscrizione:

In hon. S. Rosae. V. Gasp. Bern. Card. Pianetti. Episc. MDCCCIL. 

Sopra alla porta centrale è lo stemma di detto vescovo.

Nel 1913, come ho scritto, fu iniziata la costruzione della cupola, opera dell’architetto romano Arnaldo Foschini vincitore del concorso e fu inaugurata, come scrive Andrea Scriattoli, il 5 Settembre 1917 alla presenza del vescovo Emidio Trenta e di monsignor Enrico Salvadori, presidente del Comitato della fabbrica, che lesse un discorso sui lavori eseguiti.

La copertura della calotta con gli embrici ed i costoloni in terracotta smaltata di color verde, furono opera della Ditta Tedeschi di Viterbo. Le decorazioni della lanterna e del festone girante per tutto il tamburo, furono modellate dallo scultore viterbese Silvio Canevari (27 Gennaio 1893 - Roma 31 Luglio 1931), figlio di Enrico, ed eseguite assieme al professor Arcieri di Roma.

Di fronte alla Cappella di santa Rosa, ai piedi degli scalini rifatti nel 1979, è la statua raffigurante santa Rosa, già posta a ridosso del secondo pilastro.

Fu scolpita nel 1939/1940 dallo scultore siciliano Francesco Messina (1900 - 1995), in marmo bianco, autore del monumento a Pio XII nella Basilica di san Pietro (1963).

Sulla base, sempre in marmo, è scolpito S. Rosa O.P.N. e ancora più in basso sul cubo in marmo di colore grigio scuro leggo:

A la turrita Viterbo / nel cui giardino / germogliò questa rosa / de la Chiesa e de la Patria / l’autore · MCMXL.

Viene appresso in parete la lapide sulla tomba al conte Mario Fani:

Mario Fani / 1845  1869 / La Gioventù italiana di / Azione cattolica / al suo fondatore / celebrando l’LXXXV anno / di vita / 2 Maggio 1953.  

Subito in basso sono le parole di papa Pio XII del seguente tenore:

Nel lontano 1868, in una notte / di preghiera nella chiesa di s. Rosa / a Viterbo spuntò dal cuore di / Mario Fani il primo fra i rami che / oggi potrebbero meglio chiamarsi / la prima radice del robusto tronco / dell’Azione Cattolica Unitaria / S.S. Pio XII.

 

Mario Fani

Il conte Mario Fani (23 Ottobre 1845 - 4 Ottobre 1869), viterbese, fondatore della Gioventù Italiana di Azione Cattolica e del Circolo di santa Rosa, era nato dal conte Vincenzo Fani Ciotti e dalla marchesa Elvira Misciatelli. 

Studiò a Roma dai Padri Benedettini di san Paolo, poi a Viterbo terminò gli studi nel ginnasio diretto dai Padri Gesuiti.

Sempre dell’Azione Cattolica è la lapide di fronte sul pilone, che ricorda il 75° anniversario della fondazione (1943).

Nella chiesa dove pregando / Mario Fani preparò la riscos / sa della giovinezza cristia / na — la Gioventù Italiana di A / zione Cattolica ricorda il pas / sato — ringrazia Dio e lo invo / ca perché benedica al pontefi / ce Pio XII — apra al mondo le vie della pace e diriga i giovani / nei compiti nuovi dell’apostola / to cristiano / II-V-MCMXLIII settantacinque / simo della fondazione.

Sull’ultimo altare a destra, eseguito nel 1945 dalla Ditta Luigi Paccosi e figli, è il quadro di Publio Muratore, nato a Gallese il 26 Gennaio 1918 e morto a Viterbo il 22 Gennaio 1998, rappresenta Un paggio che porge a santa Rosa un mazzo di fiori. In ginocchio è il vescovo di Viterbo, Luigi Boccadoro, in carica dal 1970 al 1987, ed in piedi sono san Francesco e santa Chiara.

Sullo sfondo è la loggia del palazzo dei Papi. In precedenza vi era esposto un quadro, distrutto in un incendio nel 1983, con raffigurati san Francesco d’Assisi che porge la regola a santa Chiara, opera del pesarese Bellisario Sillani; nel 1920 il quadro era posto nella prima cappella a destra di chi entra in chiesa. Sul medesimo altare a destra è scolpito L. Paccosi e figli / fece 1945.

Santa Rosa, da papa Giovanni Paolo II, è stata eletta patrona dei fiorai d’Italia con Bolla inviata, l’8 Febbraio 1983, al vescovo di Viterbo, Luigi Boccadoro.

Al termine della navata, in alto sulla parete che segue, sopra alla porta che conduce al convento, è una lapide che ricorda la consacrazione della chiesa da parte del cardinale Gaspare Bernardo Pianetti del 25 Agosto 1850.

D.O.M. / In honorem Sanctae Virginis Rosae / civis auspicatissimae ignipotentis incorruptae / praestitis tutelaris viterbiensium / Gasp. Bern. Pianetti card. episcopus / aedem ampliori forma a fundamentis eductam / VIII Kal. sept. an. Christ. MDCCCL / in latis altari maximo exuviis hieromartyrum / Bartolomaei ap. Xysti II pontif / et Laurentis patroni / solemni ritu ingenti populi laetitia / consecravit.

In basso sono altre due epigrafi:

La Società / della Gioventù Cattolica Italiana / perché i germi / di preghiera azione e sacrificio / raccolti presso l’urna di Rosa / dal conte Mario Fani / patrizio viterbese / coltivati con alterna cura / dal senno operoso / del conte Giovanni Acquaderni / patrizio bolognese / si sparsero per tutta Italia / fruttando messe insperata / di purificazioni di trionfi di eroismi / a sprone di maggiori vittorie / decreta / solenne riconoscenza / ai suoi ispirati fondatori / plaude / al Circolo S. Rosa / primo tra i consociati / nell’anno cinquantesimo / dalla sua fondazione / 8 Settembre 1921. 

Sulla sinistra:

La Società / della Gioventù Cattolica Italiana / nell’anno XXV dalla sua fondazione / onorando il Circolo S. Rosa / primo fra’ consociati / decreta / perenne riconoscenza / al conte Mario Fani / patrizio viterbese / che nel MDCCCLXVIII / ebbe in Bologna l’ispirazione del sodalizio / cui morendo in giovane età / lasciò in retaggio gli esempi / delle virtù più sublimi / Febbraio MDCCCXCIII.

L’iscrizione è stata eseguita dai famosi marmorai romani Medici, ditta fondata nel 1838. 

La cupola presenta affreschi eseguiti nel 1917 da Giuseppe Cellini (1855 - 1940) che raffigurano nelle vele, o pennacchi, i quattro Evangelisti e nel catino san Francesco, il beato Giacomo, il beato, poi santo, Crispino e santa Giacinta Marescotti, nella calotta è l’Agnello mistico tra Angeli.

Il Cellini fu coadiuvato dallo scultore pittore viterbese Silvio Canevari (1893 - 1931), ma non solo, infatti è anche da considerare che Sabina Gnisci, nella rivista Faul, afferma che gli affreschi nei pennacchi della cupola furono eseguiti dal pittore Fausto Vagnetti, assistente all’Istituto delle Belle Arti.

Si vuole che il lavoro di pittura della volta fosse stato tolto al Cellini da una operazione massonica, tanto che il Vagnetti risulta iscritto alla loggia massonica Giordano Bruno col nome onorario di Trentatré.

Sull’altare maggiore in marmo policromo pregiato, campeggia dal 1873 il quadro Apoteosi di santa Rosa detto anche Glorificazione di santa Rosa, opera di Francesco Podesti di Ancona (1800 - 1895). Magnifica l’elegante cornice in legno dorato.

La riproduzione di questo quadro, attraverso gli anni, è stata utilizzata dalle suore per realizzare i santini da donare ai fedeli, di esso possiedo una stampa in rame con su scritto:

S. Rosa di Viterbo v. / All’Emo e Rmo Principe il Sig. Card. Gaspare Berno Pianetti / Vescovo di Viterbo e Toscanella / Le RR Monache di S. Rosa per benemerenza DDD. 

Incisore fu Luigi Banzo, calcografo romano (1805 - 1877), il disegno fu invece realizzato da Silvestro Bossi. 

Il 6 Marzo 2001, in occasione del 750° anniversario della morte di santa Rosa, le Poste italiane hanno emesso un francobollo del valore di lire ottocento con la riproduzione del quadro del Podesti, che in verità non rende giustizia alla bellezza dei colori dell’opera.

Il monastero delle Clarisse invece ha edito, in una tiratura di trecento copie numerate, una stampa a colori del quadro nella quale, oltre al difetto di cui sopra, l’immagine è anche sfocata.

Colpa dell’anonimo incapace fotografo!

Altare maggiore

Nel 1450 l’altare maggiore fu restaurato e l’8 Dicembre fu riconsacrato dal cardinal Ludovico de Varambone di sant’Anastasia.

Nel 1462 fu adornato con la tavola a polittico opera di Francesco d’Antonio di Viterbo detto il Balletta, oggi la tavola è nel secondo altare a sinistra di chi entra. Nel 1574 si ha notizia che l’altare è in legno ed è spezzato, così il visitatore apostolico Binnarino ordinò di rifarlo in pietra.

Due anni dopo si afferma che l’altare maggiore è avanti alla grata ferrea ove «requiescit cadavere» di santa Rosa.

Il 18 Novembre 1600, per ordine del vescovo Gerolamo Matteucci (1594 - 1609), fu trasferita nella Chiesa di santa Rosa una immagine miracolosa della Madonna ubicata nei pressi della Svolta, oggi individuabile con l’inizio Corso Italia da Piazza Verdi. Forse è la stessa che nel 1639 si trovava in venerazione sull’altare maggiore. Nel 1644 risulta che l’icona della beata Vergine, di grande venerazione, è quasi «omnis humiditate deleta».

Il 31 Agosto 1658 il pittore viterbese Giovan Francesco Romanelli, detto Raffaellino (1610 c. - Bagnaia 9 Settembre 1662), eseguì un quadro raffigurante santa Rosa genuflessa che prega la Madonna ed il Bambino in cielo tra gli angeli perché liberi Viterbo dalla peste del 1657. La tela fu donata dal pittore al monastero e fu collocata sull’altare maggiore allorquando fu tolta l’antica tavola, corrosa e pesante, con l’immagine di santa Rosa, che fu portata sopra l’Altare di san Francesco e santa Chiara.

Nel 1659 l’altare maggiore, che era attaccato alla parete, venne portato più avanti ed ingrandito, ponendolo verso il presbiterio e presso la grata della Cappella di santa Rosa, fu arricchito con colonne, sculture in legno dorato ed un baldacchino.

Nel 1827 l’altare maggiore si dice poco pregiato, in legno intagliato verniciato e dorato, e di «di cattivo disegno».

In seguito, dopo i restauri del 1849, il quadro del Romanelli fu sostituito con la pittura eseguita dal Podesti, e quello del pittore viterbese venne conservato nel monastero, dove lo trovo citato nel 1873, poi, fu trasferito al Museo civico, ivi sembra sia andato distrutto per i bombardamenti dell’ultima guerra. Per qualcuno l’opera, invece, è conservata da un privato; comunque di essa esiste una foto che ho del 1915.

L’altare maggiore è stato donato nel 1937 dal Consiglio Superiore dell’Azione Cattolica Femminile, come testimonia la lapide murata sul lato destro:

A Santa Rosa da Viterbo / inclita Vergine della serafica milizia / dilettissima patrona / della Gioventù Femminile di Azione Cattolica / il Consiglio Superiore di G.F. / consacra nel marmo la riconoscenza imperitura / esprime nell’altare la preghiera fiduciosa / implora per la sua celeste intercessione / ardore di carità e zelo di opere / per la salvezza delle anime / per la gloria di Dio. / Milano 4.9.1937.

Dopo la riforma liturgica è stato installato il contraltare, che richiama le linee di quello maggiore.

Per quanto riguarda l’abside si ha notizia che verso la metà del XV secolo venne fatta l’invetriata della finestra ogivale, opera di un padre benedettino di Napoli.

Sulla parete seguente della navata di sinistra sono quattro lapidi.

In alto sopra alla porta è la lapide:

D.O.M. / Templum hoc / quod piis confluentibus angustum / civiuim pietas diu ampliandum optaverat / Gasp. Bern. Pianetti S.R.E. card. episcopus noster / asperitate temporum superata / votisq. omnium expletis / aere suo publ. monast. et collatit / intra quinquennium / veteri dejecto a solo extruendum / perficiendumque cur. / anno Christ. MDCCCL.

Tradotta: Essendo, questo tempio, insufficiente a contenere l’afflusso dei fedeli, e desiderando, i devoti cittadini, già da lungo tempo, che venisse reso più ampio e capace, il cardinale di S.R.C. Gaspare Bernardo Pianetti, nostro vescovo, superate le difficoltà dei tempi, venendo incontro all’unanime voto, con fondi propri ed offerti altresì dalle pubbliche autorità, dal monastero e dal popolo, nello spazio di cinque anni, ne fece demolire le vecchie strutture e provvide alla sua più adeguata e decorosa ricostruzione - anno 1850. 

In basso sono le scritte sulle tombe di Margherita Ciofi del 1868, Anna Signorelli del 1870 e Adelaide Bianchi del 1866.

Su marmo:

Qui giace / Margherita Ciofi / figlia di Luigi / e di Teresa Mizzelli / nata il dì XI Gennaro / MDCCCLII / rapita il dì / XXIV Settembre MDCCCLXVIII / i genitori l’avola / e i fratelli / che la ebbero carissima / per l’innocente costume / e pei modi soavi / posero con lagrime.

La lapide ad Anna Signorelli, in marmo con fregi in oro:

A PX Ω / Ai XXIX Sett. MDCCCLXX / Pietro e Luisa Signorelli / deposero piangendo / Anna / delizia ahi men che settenne / qui presso alle ceneri / dei cari che la precessero / alle cui gioie degli angeli / l’avean già sui lor vanni in ciel raggiunta.

L’epigrafe della Bianchi su elegante edicola in marmo e stemma della famiglia:

A PX Ω / Qui riposa in pace / Adelaide Bianchi / specchio d’ogni virtù / vissuta anni LII mesi VI / mancata ai XXIII Dec. MDCCCLXVI / Leopoldo Lauri / e Luisa Signorelli / con lagrime posero questa memoria / alla consorte dilettissima / alla madre incomparabile.

Nella terza cappella della navata sinistra, è il quadro La morte di san Giuseppe, attribuito all’orvietano Vincenzo Pontani, dono dell’ingegnere Giuseppe Signorelli del 1850.

Una piccola lapide in marmo alla sinistra del quadro riferisce:

Dono dell’ing. / Giuseppe Signorelli / a S.Rosa / anno 1850.

Sul pilone di fronte, è la tomba di Giuseppe Signorelli, presidente ispettore al Catasto pontificio, del 1865. Vi è il ritratto a colori e un’edicola in marmo con scolpite le parole:

A PX Ω / E’ qui deposto nella pace di Cristo / Giuseppe Signorelli / di Parona presso Vigevano / ingegnere / presiedette ispettore al Catasto pontificio / amò di schietto amore la Chiesa / trasmise un nome onorato ai posteri / morì d’anni LXXXIII il XXI Luglio MDCCCLXV / Pietro e Maria / posero all’ottimo padre / questo marmo.

In basso è lo stemma della famiglia:

partito, al primo una torre illuminata dal sole con i raggi, al secondo con l’aquila coronata.

Accanto, è la statua lignea, proveniente da Ortisei, della Madonna di Loreto, protettrice degli aviatori. Fu donata nel 1986 dell’Associazione dell’Arma Aeronautica, in occasione del sesto raduno.

La statua fu benedetta a Loreto e portata a Viterbo in elicottero, che atterrò in Piazza Martiri d’Ungheria.

Segue in parete la lapide in marmo commemorativa della morte dell’arcivescovo Adelchi Albanesi (1883 - 1970), ivi sepolto, e raffigurato nel medaglione in bronzo, opera dallo scultore viterbese Francesco Nagni (1897 - 1977). Vi è scritto:

Adelchi Albanesi / archiepiscopo / n. 8 VII 1883 · e. 13 XII 1937 / † 21 III 1970 / successor / clerus et populus.

Nel medaglione è: Adelchi Albanesi arcivescovo vescovo di Viterbo e Tuscania - Opus Nagni alba fert lumen MCMLXVII.

Grande valore artistico ha la tavola a tempera che segue sul secondo altare. E’ il polittico del viterbese Francesco d’Antonio Zacchi detto il Balletta (1407? - Viterbo prima del 1476), che ricavò per la sua esecuzione cento ducati.

Una memoria conservata nel monastero ricorda che il legname per tale lavoro fu opera «de mastro Angelo della Iemminicha».

Al centro è raffigurata la Madonna in trono con alla sua destra il Bambino sulle ginocchia, affiancata a destra da santa Rosa e alla sinistra da santa Caterina d’Alessandria. 

Nelle cuspidi da sinistra: l’Annunziata con l’angelo e la Madonna divisi dalla Madonna della Misericordia; nel pilastro laterale sinistro dall’alto in basso san Giovanni Battista, sant’Antonio abate e santa Margherita; sull’altro pilastro santa Maria Maddalena, san Ludovico da Tolosa e santa Chiara; nella predella è il Cristo in Pietà tra la Madonna e san Giovanni Evangelista e ai lati san Paolo, san Lorenzo e santa Lucia, san Biagio e san Francesco, san Bartolomeo.

Sul listello, ai piedi dello scomparto centrale, è la firma: Hoc opus fecit Franciscus Antonii de Viterbio.

E’ la seconda opera firmata conosciuta, questa però è senza data, l’altra è nella Chiesa di san Giovanni in Zoccoli, datata 1441.

Per Italo Faldi e Anna Maria Pedrocchi, la tavola è da ritenersi più tarda di quella in san Giovanni in Zoccoli.

Ho già scritto che nel 1462 il polittico fu collocato sull’altare maggiore, fu venduto senza permesso dalle suore e fu recuperato a cura di Pietro Signorelli, poi lo storico Cesare Pinzi lo fece collocare dov’è oggi. Il polittico, in una visita del vescovo Francesco Maria Brancaccio nel 1659, fu accertato che era ridotto in cattivo stato di conservazione, fu perciò restaurato nei primi anni del secolo XIX, come afferma Scriattoli sulla sua guida.

Alla base del polittico è una lapide marmorea, ornata da due elmi contenuti in altrettante corone d’alloro e quercia, che ricorda i caduti i guerra (1940 - 1945).

Vi leggo:

Questo altare marmoreo ricordi ai fedeli / con l’affettuoso grato rimpianto / per i gloriosi caduti della Guerra 1940 - 45 / della Regione viterbese / la riconoscenza votiva perenne dei reduci / alla purissima Santa concittadina / auspice Maria / Viterbo 6 Giugno 1948.

Nel fondo della parete verso l’ingresso è il primo altare, che si distingue per il raffinato paliotto in marmo policromo intarsiato, fu donato nel 1948 dai Reduci della Guerra 1940 -1945 in ricordo dei caduti.

Sopra l’altare è un quadro del 1850 del pittore bavarese Giovanni Michele Wittmer raffigurante la Madonna in gloria col Bambino tra san Francesco di Sales, santa Giovanna Francesca Fremiot de Chantal, san Bonaventura da Bagnoregio, sant’Antonio da Padova e san Stanislao Kostka.

 

Organo

Nella cantoria, sopra alla bussola della porta d’ingresso con cassa addossata alla parete è l’organo a trasmissione meccanica della Ditta Tamburini di Crema, del 1968. La chiesa, nel 1460, fu dotata di organo eseguito da Prete Nardo di Giacomo da Viterbo, verso un corrispettivo di ventiquattro ducati e, sempre in quel periodo, fu rifatta anche la balconata per lo stesso organo, dipinta da Paolo Romano, fu restaurato nel 1462.

Altra notizia sull’organo la trovo nel 1522, allorquando suor Laura, in esecuzione della volontà di suor Bartolomea, incaricò padre Paolo Martini di costruire l’organo «ad usum ecclesiae quatuor pedum cum quatuor registris et cum princ. cannis de stagno». Il Martini era organista nella Chiesa di santa Maria della Quercia per due ducati l’anno ed era anche il moderatore del famoso orologio di Orvieto.

 

La bussola è dono del 1937 dei Legionari viterbesi reduci dall’Africa orientale, vi leggo:

I legionari reduci dall’A.O. / ed il popolo viterbese / a. D.MCMXXXVII. XV..

Fuori dalla chiesa, sulla sinistra è la porta che conduce in parlatorio ove nella volta è un dipinto che raffigura Il miracolo delle rose, compiuto da un pittore umanista del XVII secolo. Vi sono conservate varie epigrafi riscritte su peperino in questi tempi per non perdere la memoria di quelle originali, già ivi collocate.

La prima a sinistra del 1857:

Pridie nonas septembris / a. MDCCCLVII / Pius IX P.M. / sacro ad altare Beatae Rosae v. Viterbiensis oblato / monasterii septa ingressus virgines franciscales / quae hic S. Clarae nomen et instituta profitentur / quaeque in aedibus SS. Simonis et Iudae apostolorum / nec non dominicanas coenobii S. Catharinae v.m. / et coenobii quod est ad S. Dominici Hilari vultu atque / animo exceptas salutaribus iisdemque iucundissimis / verbis est prosequutus.

Nel monastero è pure:

Prid. nonas septembris MDCCCLVII / quod Pius IX pont. max. / in hac cellula / una cum IV cardinal. et adloquii familiaritate / se jentaculo referi / ne loci decus intercidat / sanctimoniales M.P.

Segue verso destra l’epigrafe del 1804:

Pius VII P.M. / clausuram ingressus / Sanctae Rosae corpus devotissime veneravit [trovo anche «adoravit»] / et in eius sacra domo sacrum peregit / tertio nonas Novembris MDCCCIIII.

Altra originale in marmo del 1727 è sulla porta del monastero:

Benedicto XIII Ordinis Praedicatorum / P.O.M. / quod singulari pietate divae Rosae corpus / iteratis vicibus adoraverit / et clausuram hanc / paterno visitaverit affectu / abbatissa et moniales / hoc grati animi monumentum / posuerunt / die X Novembris MDCCXXVII.

Segue altra epigrafe su peperino del 1798:

Pius VI P.M. / ut sacrum beatae Rosae corpus adoraret [padre Pio Semeria scrive «visitaret», invece oggi leggo «veneraret»] / monasterium ingressus est / VIII Kal. Martii MDCCIIC.

Appresso è l’epigrafe in peperino, rifatta, datata 1841:

Gregorius XVI P.M. / sacro ad altare b. Rosae peracto claustris exceptus / reliquias eiusdem coram veneratus dexteram [oggi leggo «dexsteram»] exosculatus est / et virgines claranas coenobii huius incolas [oggi leggo subito appresso la parola «item»] / claranas quae ad sanctor. Simonis et Iudae apostolorum / et dominacianas quae ad S. Catharinae v. m. hic sibi ad / pedes [oggi leggo «dedes»] provolutas paterno animo adloquioque recreavit / IV id. Oct. MDCCCXLI.

Del 1804 era anche questa epigrafe, che ora non trovo nel parlatorio:

«Honori Pii VII pontificis maximi ad laetissimum diem III non. Novembris posterorum memoriae commendandum, quo sacrum Rosae viterbiensis corpus veneraturus monasterio n. libens successit, et collegium virginum ad osculum pedum admissum adloquio precationibus solatus est M.P. an. MDCCCIIII. Maria Isabella de Vecchis virgine maxima».

Suonando il campanello e chiedendo il permesso alle suore, si può visitare il Corpo di santa Rosa e ammirare il chiostro che presenta sul piancito grandi rose in peperino e al centro una fontana seicentesca.

Nel monastero, al quale si accede da un portone ligneo seicentesco con scolpite le figure di santa Rosa e santa Chiara, nella lunetta di una porta, è una scultura policroma in legno raffigurante santa Rosa, con la Croce tra le mani, nel miracolo del fuoco; è opera del XVII secolo.


Fontane del monastero

La vasca della fontana mistilinea è simile a quella del giardino dei Priori ed ha il parapetto ricco di rotondità. Al centro, da una base a cilindro, si eleva un balaustro decorato a squame. Sopra è la coppa circolare dalla quale esce l’acqua per quattro bocchettoni a mascherone, al centro è un concio tronco-conico sostenente una sfera da cui fuoriesce l’acqua.

Un’altra fontana è nel giardino del monastero e risale al XVII secolo. Ha due coppe sovrapposte circolari, maggiore sotto e più piccola sopra, dotata di quattro bocchettoni a forma di fiore, con il bordo scannellato e unite tra loro da una colonnina rastremata. (Foto 166)

Il tutto poggia su quattro robuste zampe di leone, a loro volta montate su due parallelepipedi digradanti. Intorno è un incasso circolare per la raccolta delle acque, con appositi chiavicotti. La sommità è costituita da un giglio da cui fuoriesce l’acqua.

 

Dormitorio, farmacia e cucina 

In merito al dormitorio si hanno le seguenti notizie. Un incendio divampò nel dormitorio verso la mezzanotte del 20 Ottobre 1410 estendendosi a tutto il monastero. Il 27 Settembre 1451, tra il dormitorio e la Chiesa di san Girolamo, si costruì un fontanile la cui acqua fu concessa dal Capitolo di san Francesco.

Nel 1559 si nomina un dormitorio nuovo da completare e nel 1580 vengono chiesti i sassi da prelevare alla diruta Chiesa di sant’Alessio per costruire un nuovo dormitorio.

Il Comune di Viterbo nel 1597 accordò al monastero cento scudi quale contributo per la fondazione e attrezzatura di una farmacia.


La farmacia è stata ripresa in una foto del 1935 dai fratelli Sorrini, si vede una bella scaffalatura in legno recante in un cartiglio l’anno 1691. Sul soffitto, sempre in legno, sono originali cornici con decorazioni ad ovoli e a foglie. (Foto 31)

Sull’architrave della porta d’ingresso è ancora la scritta Aromataria. I vasi ovoidali in ceramica, che vedo sui ripiani delle scaffalature, portano sul fronte le voci Mandorle, Giugiule, Saparilla, Rabarbaro, Biacca, Manna, Anis. Nel 1961 tutti i mobili della farmacia sono stati venduti ad un privato e “Checchino”, il puttino in legno collocato sul bancone, sembra abbia raggiunto i mercati americani.


La cucina fu rinnovata verso il 1420 - 1425 con forno e stufe e nel 1611 fu creato il refettorio.

Interesse destano gli affreschi di fondo e della strombatura del pulpito per la lettrice. Nel refettorio cinquecentesco è lo stemma del cardinale de Gambara e affreschi di epoca tardo manierista del 1611 e stalli lignei con pulpito, con lo stemma del cardinale Brancaccio. (Foto 165)

Nella sala successiva sono affreschi sulla parete e sul soffitto e sono conservate alcune tele.

 

Campanile

Per quanto riguarda il campanile, trovo menzione di un restauro nel 1462, nel 1612 si ordinò di rifare a calce le finestre che erano sul campanile, già murate a secco. Nel 1827 il campanile è detto che sorge al lato della chiesa ed è a pianta quadrata aperto su ciascun lato e dotato di quattro campane.

In merito alle campane, si sa che nel 1570 l’abbadessa Felicita e le monache, chiesero che fossero concesse al monastero le campane delle chiese abbandonate di sant’Erasmo, san Tommaso e san Vito «necessitando sostituire o aggiungere qualcuna», perché si erano spaccate. Questa sostituzione fu fatta solo quattro anni dopo. In una nota del 1941 dell’abbadessa Celeste Scriattoli leggo che le campane sono quattro «Campana piccola Chg 70 circa Anno 1765 Ditta Belli, Campana media Chg 80 circa Anno 1789 Ditta Belli, Campanaccio Chg 300 circa Anno 1730 Ditta Belli, Campana grande Chg. 350 Anno 1575».

 

Alcune opere pittoriche sparse

Un affresco, risalente ai primi anni del XV secolo, si trova in monastero detto Mater divinae graziae vi è la Madonna con in braccio il Bambino che porta in mano un uccello, a destra sono san Francesco e santa Rosa, a sinistra san Giovanni Battista e san Bonaventura.

In chiesa o nel monastero era un quadro con rappresentata santa Rosa, nel 1645 circa, si stabilì di rifarlo però su tela «per più facile uso», fu anche scartata una tavola con l’immagine della Santa, perché troppo «pesante!!»

Nel 1649 un benefattore, che aveva donato il quadro della Pietà opera di Francesco Fantozzi detto il Parma, attivo a Parma e Ferrara nella metà del XVII secolo, lo riprese poiché «quia moniales ignorant qualitatem picturae».

Su Viterbo segreta di Italo Faldi è un quadro ad olio su tela raffigurante Cristo che appare a santa Rosa, opera di Anton Angelo Bonifazi (1627- 1699) che lo studioso ritiene di particolare interesse poiché è l’unica opera del pittore di privata destinazione finora conosciuta.

Ancora Italo Faldi, sul Bollettino d’arte (1996), in un articolo dedicato al pittore Domenico Corvi, scrive:

«Sempre a Viterbo, è passato fino ad ora inosservato, benché si trovi in uno dei luoghi più frequentati, almeno sotto l’aspetto devozionale, della città, l’affresco nel centro del soffitto nell’ingresso al convento di clausura delle monache di Santa Rosa, rappresentante un episodio relativo alla Santa (che non sono riuscito a riconoscere), per il quale l’attribuzione al Corvi non necessita di particolare dimostrazione nonostante sia pressoché obliterato da pesanti ridipinture. 

La ripida prospettiva dal sottinsù col pellegrino campeggiante in primissimo piano, gli scorci di sguincio degli edifici lo pongono come prodromo delle spericolate scenografie dei soffitti borghesiano e pamphiliano, onde una data verso il 1770 sembra probabile».

Un quadro con l’Ecce Homo è nominato nel 1697 nella Casa di santa Rosa, è citato ancora nel 1873, nell’oratorio della Casa di santa Rosa, identificato come opera di ottimo pennello, ora è nel monastero.

Nel 1827 si ricorda sopra l’altare maggiore un affresco della ss.Trinità. Nel 1834 si nomina l’opera raffigurante santa Rosa di Felice Papini.

 

Altari e cappelle:

Nella Chiesa di santa Rosa esistevano i seguenti altari:

della Pietà nominato nel 1612;

nel 1639 si trova un altare con l’immagine miracolosa della Madonna, che nel 1659 è detto della Madonna;

di san Carlo nel 1646 è fornito di quadro;

dei santi Francesco e Chiara. Sull’Altare di santa Chiara nel 1659 vi fu collocata l’immagine di santa Rosa che era dipinta su antica tavola, già posta sull’altare maggiore.

Nel 1827 vi sono in chiesa quattro altari oltre quello maggiore, erano a stucco con quadri in tela di autori ignoti. Intorno al 1935 aveva sei altari con marmi policromi.

La Cappella di san Girolamo è nominata nel 1417 quando si revoca l’inibizione di celebrarvi la messa e nel 1539 quando la Società dei Forestieri paga al monastero il censo di cera;

Cappella della Purificazione, affrescata nel 1462 dal Balletta. 

Nel monastero sono conservati anche: oltre cinquanta quadri tra cui uno con santa Chiara, ove è riportato il nome di Carlo Filippo di Cordelleos; un calice donato da Giovan Francesco Romanelli; una rosa d’argento offerta da papa Giovanni XXIII; numerosi ex voto su tela e tavola; quaranta disegni di Giambattista Conti; ceramiche medievali e di varie epoche a centinaia, tutto materiale da catalogare pronto per la realizzazione di un museo.

La prima traversa a sinistra di Via santa Rosa a scendere è Via Casa di santa Rosa già detta, almeno sin dagli inizi dell’800, Vicolo della Ficunaccia o Ficonaccia.

La ficuna, in dialetto viterbese, è una grande pianta di fico, quindi il nome deriva dalla presenza di questa pianta, su uno dei giardini della via.

In fondo, con antistante profferlo ricostruito, è la Casa della Verginella viterbese.

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Foto di Ezio Cardinali