La Madonna del Latte guarda  e protegge la Valle di Paradosso del 1744

 

Mauro Galeotti

 

Ezio Cardinali

 

Ezio Cardinali, fotografo innamorato dell'immagine, ha sempre buon gusto. Le sue foto si mangiano con gli occhi e si assaporano facilmente perché hanno un odore speciale, quello del clic istantaneo, che immortala per sempre muri, pietre, oggetti, tutti insieme riuniti con la natura che le arricchisce di colori vivaci e sempre eterni.

Ezio, uomo buono e generoso, dalla sua pagina Facebook dona a chiunque le sue foto, le propone, le ama come sue figlie e sue figlie sono.
Ecco qui 28 foto della Valle e Ponte di Paradosso, valle detta anche della Troia, e perché si chiamò così leggilo alla fine dell'articolo.

Via della Discesa, Ponte e Valle di Paradosso

In Via Vallecupa al n° 45, sopra l’architrave, è il sole con IHS, segue al 42 un grande arco murato visibile per metà e sopra all’architrave del n° 46 è lo stemma dei Servi di Maria. 

Al 52, su una pietra in peperino, è inciso A / N° XXXVIII a fianco del quale è uno stemma sgretolato dove è ancora visibile al capo un’aquila con ali spiegate e la testa rivolta alla sua destra; alla sommità del palazzetto è una loggia murata.

Sull’architrave, al n° civico 58, è scolpita una graticola col manico affiancato dalle lettere M e B.

Oltre il n° 70, dove è un grande arco murato ed il n° 74, dove sull’architrave è scritto Mariano del Capato, è il Ponte Paradosso, denominato già Paratosso dal nome del torrente che scorre sotto, detto anche Torrente Mola, ricordato sin dagli inizi dell’XI secolo.

Da questo ponte si ammirano le numerose casupole medioevali accatastate l’una sull’altra e dominate da possenti torri.

Nel muro, che da Ponte Paradosso va verso la Chiesa di sant’Andrea, è una casa con arco gotico; presenta, sul versante verso la valle, una edicola in stucco con affrescata la Madonna del Latte e la scritta «Fatta da benefattore A. D. MDCCXLIV», infatti Maria allatta il Bambino con il seno nudo. 

E’ una rappresentazione della Vergine assai rara e sembra che le donne gestanti, al ritorno dai campi, si fermassero dinanzi a questa immagine per pregare la Madonna di far scendere il latte per i loro bambini.

Via Paradosso, scrive Noris Angeli, nei primi anni del 1700 era detta Vicolo san Rocco, la Contrada Paradosso, è già nominata nel 1310. Al n° civico 3 è lo stemma scolpito in peperino con la T, Tau di sant’Antonio.

La bottega della famiglia Belli, fonditori di campane, era in fondo a Via sant’Antonio, lungo la Valle di Paradosso.

E’ del 1829, ad opera di Giacomo Zei, il ritrovamento di due vecchie bocchette, in sostituzione di una abusiva «nel Muro Castellano entro l’Orto di Giacomo Sgoluppa in Contrada la Palomba per lo scarico dell’acqua del fosso del Ponte Paradosso, ed essendovi in questa delle lastre formanti feritoje trasportando le Acque delle materie specialmente dei così detti Cannavucci erano soggette le feritoje ad otturarsi per cui le acque hanno più volte inondato l’Orto dello Sgoluppa, e portato de’ danni anche all’Orto di Ant(oni)o Parentati contiguo».

Perché Valle Paradosso si è chiamata anche Valle della Troia

Presso l’imbocco di Via della Discesa è la Cappella della Madonna del Soccorso, all’interno è un altare con un affresco raffigurante la Vergine con Bambino, opera ritoccata del secolo XVII.

Andrea Scriattoli vi individua l’immagine della Madonna della Troia o Madonna della Scrofa, e narra la leggenda locale che vuole che i Viterbesi crescessero nei dintorni una scrofa, alla quale ogni anno davano in pasto una bella fanciulla viterbese, estratta a sorte.

Un anno la sorte volle che fosse scelta la Bella Galiana, ma quando fu portata avanti all’animale perché fosse divorata, d’un tratto un grosso leone balzò fuori dalla boscaglia e afferrata la scrofa, l’uccise.

I Viterbesi felici della liberazione di Galiana decisero di scegliere quale stemma della città il leone.

La leggenda è stata costruita dal popolo, grazie anche alla rappresentazione della caccia al cinghiale, divenuto per l’occasione una scrofa, raffigurata sul sarcofago della tomba della Bella Galiana.

La cappella è stata restaurata nel 1991 da Armando Celestini e da Francesco Dominioni.

In Via della Discesa al n° 11, sull’architrave, è lo stemma di Michelangelo Conti, vescovo di Viterbo (1712 - 1719), ove è scolpita un’aquila scaccata ad ali spiegate, con la testa rivolta alla sua destra; sopra allo stemma è il cappello cardinalizio ed i pennacchi cadenti, dietro è un orto.

Sull’architrave del n° 8 è la scritta S. Bernardinus che immette in un orto.

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