
La Chiesa dei santi Faustino e Giovita a Viterbo
Mauro Galeotti
44 foto in galleria a fine articolo di Ezio Cardinali 
Sulla Piazza san Faustino si affaccia la Chiesa dei santi Faustino e Giovita, esistente già nel 1226 sicuramente in stile romanico e di dimensioni modeste, annessa alla Prioria di san Luca.
Sorge in una caratteristica contrada, ricca di palazzi signorili, un tempo abitati da numerosi cittadini esuli dalla vicina città di Ferento, distrutta dai Viterbesi nel 1170 - 1172 e mai più edificata. (Foto 90, 245)
L’8 Novembre 1290 papa Niccolò IV accordò indulgenze particolari a chi si fosse recato a visitare la chiesa.
Grazie a papa Clemente VII, Filippo Villiers de l’Isle Adam, Gran Maestro dell’Ordine Gerosolimitano ed i suoi Cavalieri, o Cavalieri di Rodi, ebbero l’autorizzazione a risiedere alla vicina Rocca dell’Albornoz. Questi scelse la chiesa intitolata a san Faustino per le funzioni religiose dell’Ordine.
I Cavalieri, il 1° Gennaio 1523, erano sfuggiti all’eccidio dei Turchi nell’Isola di Rodi e nel Febbraio 1524 furono esposte alla venerazione dei Viterbesi le reliquie scampate da Rodi, tra cui l’immagine della Madonna del Filermo o Fileremo. Nel Giugno del 1524 redassero l’atto ufficiale del trasferimento nella chiesa in questione.
Partirono da Viterbo il 15 Giugno 1527 per una nuova residenza e portarono con loro la Madonna del Filermo, successivamente si stabilirono nell’Isola di Malta assumendo pertanto definitivamente la denominazione di Cavalieri di Malta.
Donarono alla chiesa una immagine bizantina della Madonna di Costantinopoli, che ancora si venera e che è stata incoronata di nuovo, il 10 Maggio 1964, dal Sovrano Militare Ordine di Malta. La chiesa conserva le spoglie di alcuni cavalieri, le cui pietre tombali sono alla fine della navata sinistra.
Il 30 Gennaio 1847, il vescovo Gaspare Bernardo Pianetti, eresse nella chiesa la Confraternita di Maria santissima Ausiliatrice Madre della Divina Provvidenza, titolo unito all’immagine della Madonna di Costantinopoli, che qualcuno confonde e accomuna con quella del Filermo. Il fine di quell’unione era «di propagare la divozione a Maria SS., e di apportare maggiore utilità spirituale ai fedeli», lo traggo da un libretto delle preghiere del 1854, in mio possesso, relativo alla Confraternita stessa.
E’ di notevole importanza il completo rifacimento della chiesa a decorrere dal 30 Agosto 1758. Tra i promotori fu il banchiere Filippo Prada, riferito nelle Riforme, che concesse nel 1759 un prestito di 2650 scudi. In quell’occasione il Capitolo di san Faustino, bisognoso di pietrame, chiese il consenso di demolire la torre prossima alle mura, che oltre tutto minacciava di cadere.
Il Comune il 27 Maggio 1759 accordò, la demolizione col patto che la torre rimanesse almeno di altezza pari alle mura stesse e che vi fossero rifatti i merli, come quelle vicine. L’opera di rifacimento della chiesa fu eseguita su disegno dell’architetto viterbese Giuseppe Antolini († 1811), si decretò così la scomparsa della costruzione duecentesca.
Nel 1784 Antonio Maria Coltraro fece stampare un libretto in onore del «glorioso Martire S. Calcedonio» la cui immagine viene venerata nella chiesa «ad uso delle Persone, che bramassero qualche Grazia dal Santo». Da Stanislao Turano gli era stato eretto in chiesa un altare, poiché grande era il culto non solo a Viterbo, ma anche in altre città, e i conservatori avevano eletto il santo a compatrono di Viterbo.
Il 3 Luglio 1824 (Pio Semeria posticipa al 4 Luglio), il vescovo d’Ippona, Gregorio Zelli Jacobuzzi, benedettino, nobile viterbese, riconsacrò la chiesa, fu grande la festa al suono della banda, che si esibì sull’antistante piazza, e allo sparo dei mortai. Ma sul finire del secolo tristi eventi stavano per avvicinarsi, infatti, la chiesa fu chiusa al culto nel 1870, allorquando fu soppressa la collegiata e rimase in questo stato sino a che, nel 1901, si procedette al restauro e nel 1909 fu rifatto il pavimento in marmo.
Nel 1928 il Gran Maestro del SMOM, Galeazzo di Thun und Hohenstein confermò alla chiesa gli stessi privilegi già concessi dai predecessori.
Il 23 Luglio 1937 fu concesso un contributo di lire 2.500 per restaurare la Chiesa e altri restauri sono realizzati nel 1961 per opera di un comitato presieduto dal conte Evaristo Spinucci. In quell’occasione si provvide al consolidamento del tetto e del pavimento, all’imbiancatura delle pareti e alla modernizzazione degli impianti elettrico e acustico. Fu riaperta al culto il 10 Marzo 1962.
Sulla destra della chiesa è il campanile a pianta quadrata con il cupolino bombato, costruito dal 1594 al 1607. Sostituì quello precedente, quasi certamente a vela nel corpo della chiesa stessa. Nel 1622 era dotato di ben quattro campane. Colpito da un fulmine nel 1624, fu necessario riattarlo.
Pio Semeria riferisce l’epigrafe, posta sul fronte del campanile, che si trova più in basso dello stemma della famiglia di Nuto Ceccolini:
D.O.M. / eximiae atque perpetuae muti / liberalitatis / ac universae etiam parochiae / praeclara in hac D. Faustini aedem pietatis et religionis / monumentum / an. sal. MDCXCIV.
La campana maggiore del Trecento fu calata dalla cella campanaria nel 1752 per essere rifusa e per poi essere ricollocata a dimora nel 1760.
Lo ricorda l’iscrizione sulla campana, riferita anche Cesare Pinzi:
O. M. B. M. V. SS. MM. Faustini et Iovitae conflatam anno 1300 sed rimosam, anno 1752 parochiani rifusam et a Iacopo card. Oddi ep. vit. benedictam voluerunt a. 1760, Clemente XIII pont. max.
Porta sei medaglioni con rappresentati lo stemma del Capitolo di san Faustino, i santi Faustino e Giovita, la Madonna, san Lorenzo e l’emblema del cardinale Oddi.
La seconda campana porta scritto:
D.O.M. B.M.Virginis ac Divo Raphaeli Arcangeli sacrum A.D. 1834 † Societas SS.Crucis conflari jussit pro defuntis ex orare. Opus Aloysii Belli Viterbiensis.
La terza campana ha in alto la scritta:
† Tuba sum Deo consacrata † Discripentur inimici eius et fugiant. In honorem SS.MM.Faustini et Jovitae. A.D. 1748. Opus Joannis Belli Viterbiensis.
Reca sette medaglioni con santi e il Crocifisso.
Durante i restauri del 1759 il campanile venne sopraelevato di un piano per proporzionarlo alle nuove dimensioni della chiesa. E’ in fase di restauro nell’Ottobre del 1999, i lavori si sono protratti e conclusi nell’Agosto 2000; l’opera è stata eseguita a cura della Cassa di Risparmio della Provincia di Viterbo.
L’orologio pubblico fu acquistato dal Comune, che aveva l’obbligo di mantenerlo, presso la Ditta C. Fontana di Milano e fu installato sul campanile per volere del nobile Antonio Arcangeli, che aveva lasciato per testamento quattrocento scudi.
Il lavoro di installazione dell’orologio durò dal 15 al 24 Dicembre 1911, come testimonia Francesco Cristofori sul suo giornale Vitherbo che data XV. [Gennaio] MCMXII. Lo storico si lamenta nell’articolo, per la mostra dell’orologio che definisce «un vero isghorbio».
La facciata neoclassica, in origine romanica, rifatta nel 1616 e rimaneggiata nel 1759, è assai deturpata e ha tre porte d’ingresso. La porta centrale di più ampie dimensioni, affiancata da due colonne sovrastate da un semi arco, sorregge lo stemma della famiglia di Nuto Ceccolini ed è ornata con triglifi e bucrani.
Le porte laterali presentano festoni e volti d’angelo e terminano con ornamento a cuspide. Sopra sono tre finestre e un occhio posto al culmine della navata centrale, che è sorretta da contrafforti poggianti sugli spioventi delle navate laterali.
A sinistra è la lapide marmorea in cornice di peperino del 1654 che il Capitolo generale dell’Ordine dei Cavalieri di Rodi appose quale ricordo del loro soggiorno e che riferisce:
D.O.M. / Inclytae Hierosolym: equitum memoriae / qui à Turcis expugnata Rhodo / Clementis papae VII concessione / Viterbii consedere anno MDXXIII / et in hoc templo ad divinos cultus accepto / generalia comitia celebrarunt / quod etiam Melitam discedentes. / B.Virginis Constantinopolitanae imagine / clarisq: sanctorum reliquiis decorarunt / tam insignis rei memoriam / huius templi canonici marmore aeternãdam / curarunt / anno D.ni MDCLIIII.
Tradotta: All’inclita memoria dei Cavalieri Gerosolimitani / i quali espugnata Rodi dai Turchi / ebbero per concessione di Papa Clemente VII residenza in Viterbo nel 1523 ed in questo Tempio destinato ai loro uffici di culto celebrarono il loro capitolo generale decorandolo poi nel partire per Malta / con l’immagine della Beata Vergine detta di Costantinopoli e con reliquie di Santi / i canonici di questa chiesa / vollero eternare nel marmo il ricordo di questo avvenimento / anno del Signore 1654.
Sopra alla lapide è un piccolo stemma del vescovo di Viterbo cardinal Francesco Maria Brancaccio (1638 - 1670), in basso è l’altro dei Ceccolini, con la mano nell’atto di scrivere.
A destra è l’altra lapide commemorativa della reincoronazione della Madonna di Costantinopoli, avvenuta il 10 Maggio 1964, che così recita:
A ricordo della reincoronazione / celebrata dall’e.mo card. datario Paolo Giobbe / della sacra immagine della Vergine di Costantinopoli / prezioso dono dei Cavalieri di S. Giovanni di Gerusalemme / a questa Chiesa dei SS. Faustino e Giovita e alla città / che li accolse esuli da Rodi / a suggello dei rinsaldati vincoli secolari e gloriosi / tra l’inclita Città di Viterbo / e il Sovrano Militare Ordine di Malta / essendone LXXVII Principe Gran Maestro / fra Angelo De Mojana / autorità clero popolo / questa lapide / il 10 Maggio 1964 plaudendo dedicano.
Sulla parete sinistra della chiesa si nota ancora la sagoma di una meridiana che va scomparendo, in essa è ancora lo gnomone e alcuni numeri romani.
L’interno della chiesa è diviso da grandi pilastri architravati, alternati ad archi a tutto sesto, in tre navate con rispettive absidi. Sopra il presbiterio è la cupola e le navate laterali sono divise da archi trasversali in cappelle chiuse da semi cupole, alcune delle quali presentano alla sommità un cupolino. Gli altari sono abbelliti da colonne sovrastate da semi cuspidi.
La Via Crucis, in terracotta, è stata realizzata nel 1965 da Luigi Minciotti, nato ad Assisi nel 1894, che sin da giovane frequentò Viterbo dove morì nel 1983.
A destra è la Madonna con Bambino in affresco, detta la Madonna della Luce, già facente parte di un’opera più ampia, con san Bernardino da Siena e santa Caterina d’Alessandria, come si vede in una vecchia stampa che possiedo.
Fu ivi riscoperta il 24 Novembre 1759 in seguito ai lavori di rinnovo della chiesa stessa. Nella parte bassa della stampa, di cui sopra, leggo:
Imagine prodigiosa di Maria SS.ma della Luce e de’ SS. Bernardino da Siena / e Caterina V. e M. scopertasi nel di 24 Novembre 1759 nella Chiesa Colleg(iat)a / de’ SS. Faustino e Giovita di Viterbo nel rinovarsi la sudetta Chiesa.
E’ detta della Luce perché presso di Lei si celebrava la messa per i contadini che nelle prime ore della giornata si recavano a lavorare nei campi.
Fu ritoccata da un pittore con poca esperienza e si fa risalire al XV secolo. Le figure di san Bernardino e di santa Caterina d’Alessandria dovrebbero essere ancora nascoste dal muro, forse coperte perché giudicate non importanti.
Nel 1889 e nel 1891 furono dati alle stampe due deliziosi santini realizzati a colori a Modena, sul fronte, su fondo in oro tra i fiori, è l’immagine della Madonna e la scritta:
Vera effige di Maria Santissima della Luce che si venera nella Chiesa Parrocchiale dei Santi Faustino e Giovita / Viterbo.
Sul retro è l’orazione e la concessione di quaranta giorni di indulgenza concessa dall’arcivescovo Giovanni Battista Paolucci a chi devotamente e con cuore compunto reciterà questa Orazione.
Nel primo altare è la pregevole opera l’Immacolata Concezione tra i santi Giovanni Evangelista e Nicola da Bari, del viterbese Angelo Pucciati (1610 c. - Giugno 1643).
Sul pilastro di fronte è la lapide con l’immagine in bronzo di Oreste Guerrini e la scritta:
Mons. Oreste Guerrini / parroco / nel centenario / della sua nascita / 1875 1975 / Gli amici di S. Faustino.
Prestigioso il quadro successivo, l’Assunzione con sant’Antonio abate, san Carlo, santa Maria Maddalena e san Francesco, dell’artista viterbese Filippo Caparozzi (1588 ? - 1644), sembra sia stato già sull’altare maggiore della Chiesa dell’Assunta, opera eseguita nel 1640.
Segue la seconda cappella dedicata al Crocifisso in croce, appresso è la pala raffigurante la Madonna sul sepolcro con l’angelo della passione del romano Ludovico Mazzanti (1686 - 1775).
Viene appresso, nell’abside di destra, la Cappella Prada, con il quadro del viterbese Vincenzo Strigelli (1713 - 1769) da lui firmato e datato, raffigurante la Strage degli innocenti.
Sul cartiglio, vicino al puttino a destra, è scritto Vincenzo Strigelli V.P. 1764.
La cappella fu riedificata dall’architetto Filippo Prada (1726 - 1803) come scrivo appresso.
Prendendo lo spunto dal quadro dello Strigelli, voglio ricordare che nel 1490 si nomina una Cappella dei ss. Innocenti, allorquando fu fatta erede da Lorenzo di Pietro Paolo alias Tozone. Nominata ancora nel 1501 e nel 1584, Cesare Paoloni nel 1611 la restaurò sotto il patronato di Vincenzo Cobelluzzi, speziale già nel 1562. E’, infine, nominata ancora nel 1639.
La cappella fu abbattuta, per poi essere ricostruita, dall’architetto Filippo Prada durante i lavori di ammodernamento della chiesa allorquando era di giuspatronato della famiglia dei conti Brugiotti o Brusciotti.
La famiglia, per gratitudine, decise di cederla al Prada, il quale, una volta riedificata la cappella, vi fece dipingere dallo Strigelli il quadro della Strage degli innocenti, di cui sopra, dietro un compenso di scudi cento moneta.
Ai lati della cappella sono gradevoli fregi floreali settecenteschi e due angeli oranti in tondo.
Alcuni disegni allegorici, ai lati dell’entrata della cappella, sono stati eseguiti nel 1899, come riferito sugli stessi in appositi riquadri. Sulla volta è lo stemma dipinto della famiglia Prada e sul pavimento invece è la pietra tombale in marmo della medesima famiglia con stemma.
Sull’altare maggiore è il quadro raffigurante i santi Faustino e Giovita in carcere ai quali appare l’angelo di Dio, opera eseguita nel 1761 firmata e datata da Vincenzo Strigelli, sul foglio di carta, che è infilato tra le pagine del libro del santo, infatti a sinistra è scritto: Vincentius Strigelli pinxit 1761.
Possiedo una stampa della metà dell’800, ricavata da lastra di rame, raffigurante il quadro, incisa da Ca. Sella, Carlo Sella, con la scritta:
MM. Faustino et Jovitae in carcere / Angelus Dei apparuit / Cura J. Can. C.ti Spolverini.
L’altare maggiore nel 1622 è opera di Scipione Giannotti che lo ornò con un quadro raffigurante la Beata Vergine, sant’Antonio e san Carlo. Ai lati sono i quadri del XVII secolo, entrambi di pittore anonimo, a destra è san Faustino e a sinistra san Giovita.
Sul pavimento è lo stemma dell’arcivescovo di Viterbo Adelchi Albanesi (1942 - 1970), realizzato a mosaico, col motto Alba fert lucem.
Per quanto riguarda la tribuna, si ebbero legati per fabbricarla e pitturarla nel 1495, al coro, invece, si fecero dei lavori da scalpellino nel 1499. Quello attuale in legno, con i confessionali, è del XVIII secolo.
Nell’abside di sinistra è la Cappella della Madonna di Costantinopoli, già appartenuta alla famiglia Orioli, col simbolo crociato ripetuto sul pavimento. La cappella, nel 1636, era di giuspatronato della famiglia Franceschini, poi nel 1688 passò a Pietro Polidori.
Sul fondo è la tavola raffigurante la titolare della cappella la Madonna di Costantinopoli, donata dai Gerosolimitani, allorché lasciarono la chiesa. La preziosa tavola di scuola bizantina, di epoca non determinata, è ornata da una gloria con testine di angeli. Sembra sia sfuggita alla distruzione degli iconoclasti d’Oriente e rinvenuta a Filermo.
Già incoronata dal Capitolo Vaticano l’11 Luglio 1695, fu solennemente reincoronata con aurei diademi, offerti dal Rotary Club Viterbese, il 10 Maggio 1965, dal cardinale Paolo Giobbe, Datario di sua Santità, presenti fra’ Angelo de Mojana, Principe e Gran Maestro del S.M.O.M. e l’arcivescovo Adelchi Albanesi.
A destra della cappella sono le epigrafi:
PX / A / Tommaso e Vincenza Marzetti / coniugi e compagni per anni 55 / Giuseppe e Francesco figli / posero / 1847.
In una lapide a forma di edicola in marmo è scolpito:
Qui / nella pace del Signore / riposa / Palma Ludovisi / rapita all’affetto del marito / Cosimo Colesanti / e de’ suoi / a soli 37 anni di età / il 7 Novembre 1870 / alla madre desideratissima / incomparabile / i figli / Francesco Costantino Cristina e Vincenzo / p. q. m. / MCMIX.
Segue la lapide del Gran Maestro Niccolò Cotoner (1665), che rammenta la partecipazione goduta dalla Collegiata delle indulgenze e privilegi della sua Religione, l’epigrafe riferisce:
† / Nicolaus Cotoner / Hierosolimitanae religionis ut magnus magister / in venerando equitum concilio / priorem et canonicos huius ecclesiae / omnium indulgentiarum spiritualiumque privilegiorum / ac operum religionis suae / assidua participatione benigne cumulavit / a. D. MDCLXV.
Altra in marmo:
A ricordo / della solenne reincoronazione della / beata Vergine di Costantinopoli / con i diademi aurei devotamente offerti / dal Rotary Club di Viterbo / addì 10 Maggio 1964.
Sulla parete sinistra dell’abside sono queste altre epigrafi.
† / Equites Hierosoljmitani / insula Rodo a Turcis occupata / beatae Mariae Virginis de Filerno / modo sanctae Mariae Constantino-politanae nuncupatae / in hoc sacro templo / ad publicam venerationem decedentes collocarunt / a. D. MDXXVII.
In basso è a forma di rombo la piccola iscrizione:
† / Joannes Baptista Faure / m. 1779.
La seguente epigrafe riferisce:
D.O.M. / Ioanni Baptista Faure romano / eximio religio[nis] culto[ri] / theologia et sacrarum [literarum] / doctori [praestantissimo] / [decreti regis] Desiderii [absertori] vixit annos LXXVI mense[s VI] / in Societati Iesu [dum stetit an. XXXXV] / obit [VII] kal Mai an. MDCCLXXIX / nom[en sui] doctrina magnum / virtuti [maximum] fecit / de re publica Viterbiensi / optime [meritum]. / S.P.Q.V. / publici funeris imaginis in curia / sepultura honori nobilitatis ordine / donavit.
Le parole tra parentesi quadra le ho tratte dal libro del Faure sul Decreto di re Desiderio.
E’ ricordato, sepolto nella chiesa, il gesuita Giovanni Battista Faure, nato a Roma il 25 Ottobre 1702 e morto a Viterbo il 25 Aprile 1779, sulla epigrafe è detto grande assertore del Decreto di Desiderio e benemerito della Città.
Infatti, aveva accettato dal Comune l’incarico di valutare, attraverso gli scritti di vari studiosi, se il marmo ove è scolpito il ritenuto decreto di re Desiderio, fondatore di Viterbo nel secolo VIII, era autentico o meno.
In una piccola epigrafe in marmo è:
† Famiglia Orioli.
Viene poi un’edicola con stemma del tenore:
Carolus Cacchius / centurio stationarium / qui ob fidem praeliis et vulnerib probatam / a Pio IX p. m. / eques gregorianus renuntiatus / aureo numismate sedis Petri propugnatorum / donatus est / vix an. LIV ob XIII cal Apr. a. MDCCCLXX / pium insignem carissimum virum / Antonia / huc multis cum lacrimis extulit / non adeo serius secutura.
L’ultima iscrizione prima di lasciare la cappella è in marmo con stemma:
Ant. Pasqualiae Fiorettae / quae datis marito lacrimis / VII pignorib. alendis regund / constanter adlaboravit / fecerunt filii / matri optime de se maritae / ad annos LXXV / pientissimam feminam / b. M. Lauretan. patrociniis confidentem / ipsa Virgo die sibi solemni / IV id. Dec. a. MDCCCLXI evocavit.
Nella chiesa sono conservati ben 40 reliquiari, che venivano esposti alla venerazione dei fedeli il 28 Dicembre di ogni anno.
Tra questi sono le reliquie di sant’Antonio da Padova, di san Lorenzo, di san Vito, di san Eleuterio, di san Eutichiano, di san Teodoro, di sant’Anna, di santa Elisabetta, di san Zaccaria, il velo di Maria santissima, il legno della santa Croce, il pallio di san Giuseppe e altre.
Alcune di queste reliquie furono lasciate dai cavalieri dell’Ordine di Malta.
E’ poi la porta della sacrestia che sull’architrave reca scolpita la data MCCCCXXVII, interrotta dopo l’ultima C dallo stemma che si trova sulla porta dell’ingresso principale e che appartiene alla famiglia di ser Nuto Ceccolini con sotto le lettere S - N, le sigle di Ser Nuto. Ivi si trova un pregevole Crocifisso seicentesco in legno, è pure allestito un presepe permanente, poliscenico di stile palestinese con diorami della vita di Gesù, opera di appassionati viterbesi del Presepe.
Leggo, poi in chiesa, l’epigrafe in marmo a Vincenzo Ludovisi:
Heic in pace PX situs est / Vincentius Ludovisius / Aloisi fil. / qui omnes academ. gradus emensus / jurisprudentiae laude floruit / causas integre patrocinatus / judicis etiam munere auctus / vitam hanc cum caelo commutavit / V. Kal. Jun. MDCCCLXV / annos natus L. M. VIII D. XII / Ursula Folchi / et liberi / Faustus Fabius Eugenius / Aloisius Anna / viro concordissimo / patri indulgentissimo / plus merito / quam titulo scribi possit / p. p.
Segue la Cappella di san Giovanni Evangelista, già sepolcro dei Cavalieri di Gerusalemme, con alcune lapidi memori di membri dell’Ordine Gerosolimitano, morti durante la loro permanenza in Viterbo (1525 - 1527).
Sulla sinistra dell’altare è la lapide:
† / Frt. hordinis / sancti Ioannis / F. Petrus Goi / ob. a. D. 1527 / die vero 13 M.J.
e sul lato destro:
† / Sepolcro / dei cavalieri / Gerosolimitani / 1523--1527,
in basso
† / F. Lorll Miles / Hierosolita / frigi bs. insignis / de’ formis / rys. fr. Raimu.
Sull’altare è il quadro con san Giovanni a Patmos, attribuito da Italo Faldi a Urbano Romanelli (1650 - 1682).
Ai fianchi dell’altare sono due stemmi uguali raffiguranti un leone rampante, sovrastato da tre stelle orizzontali.
Una Cappella di san Giovanni si trova nominata nel 1473 e nel 1495 vi era la tomba della famiglia Scardaoni. Dal 1501 è detta di san Giovanni Evangelista di giuspatronato della famiglia anzi detta.
Nominata ancora nel 1584, nel 1622 è ancora della famiglia Scardaoni e si trova ubicata a destra dell’altare maggiore con una immagine dipinta nella parete.
Lungo la parete è la secentesca Decollazione di san Giovanni Battista, del viterbese Anton Angelo Bonifazi (1627- 1699) con la quale, scrive Italo Faldi, «il dipinto segna il massimo grado di avvicinamento di Anton Angelo al fratello Giovanni Francesco». Anton Angelo morì nel 1699 a Roma e fu sepolto nella Chiesa dei santi Quirico e Giulitta.
Presso la porta d’ingresso è un olio su muro rappresentante la Deposizione di Cristo di cui è ignoto l’esecutore riferibile al secolo XVI, è comunque attribuito, da Italo Faldi, a Teodoro Siciliano.
Il fonte battesimale del 1604, finanziato da Cesare Paoloni, è in marmo coperto da una cupola in legno. Sul fondo è raffigurato in affresco del XVIII secolo san Giovanni Battista che battezza il Cristo.
Alla base del fonte, sul piede, sono scolpiti Caesar / Paolon(i) / ann. Dñi / MDCIIII e lo stemma dei Paoloni, la colomba su un ramo che tiene un ramoscello sovrastato da un IHS nel sole, simbolo di san Bernardino.
Attraverso il tempo sono nominate le seguenti altre cappelle.
Di san Cristoforo nel 1427 che, essendo di giuspatronato della famiglia Bussi, fu data nel 1480 a Giovanni Botonti.
Nel 1622 è detta a destra dell’altare maggiore e appartenente all’Arte dei Muratori, nel 1659 fu ceduta all’Arte dei Calzolai, la quale vi appose l’immagine di sant’Ansano, tanto che ancora nel 1702 si nomina un Altare di sant’Ansano dei Calzolai.
Mario Signorelli nel suo libro sulle Famiglie nobili scrive che «nel 1662 si ricorda questa cappella come appartenente alla famiglia Menicozzi».
La Cappella della Concezione di Maria, istituita nel 1429 dal notaio ser Nuto Ceccolini, il quale abitava sin dal 1396 in Contrada san Faustino, nel 1495 venne restaurata.
Nel 1622 appartenne ai Paoloni e nella parete era un quadretto con l’immagine della Madonna.
Altre cappelle:
di Ognissanti presso la porta maggiore nel 1470;
di san Niccolò nel 1477;
dei santi Pietro e Paolo nominata nel 1477 e detta presso la sacrestia nel 1485, poi nel 1503 è detta presso l’altare maggiore, infine si ricorda ancora nel 1639;
di san Vitale nel 1634;
di sant’Angelo nel 1486;
di santa Caterina nel 1491;
dell’Annunziata, presso il coro, nel 1507, poi è nominata, nel 1545, sulla sinistra per chi entra e due anni dopo ne prende possesso Pacifico Bonelli, la trovo ancora nel 1639;
del Crocifisso, amministrata nel 1513 dall’Arte dei Muratori, si nomina ancora nel 1639;
di san Michele nominata nel 1530 e 1584;
di sant’Antonio nel 1554 e detta ubicata a sinistra dell’altare maggiore nel 1622;
di san Bartolomeo nel 1555;
e di santa Maria del Parto nel 1584.
Il 7 Maggio 1950, alla presenza del vescovo di Viterbo, Adelchi Albanesi, e di monsignor Primo Gasbarri, è stato inaugurato l’organo elettrico, opera del 1947 della Ditta Tamburini e Migliorini.
Si trova nel presbiterio sul pavimento, dietro all’altare maggiore, era nella casa privata di don Bruno Venanzi di Grotte di Castro, dove fu collaudato ed inaugurato il 27 Ottobre 1947.
Tra la parte posteriore della chiesa e le mura castellane si trovava, nel 1483, il cimitero di san Faustino. Di un chiostro si parla sin dal 1372 fino al 1508.
La facciata
La facciata
Il fonte battesimale del 1604, sul fondo è raffigurato in affresco del XVIII secolo san Giovanni Battista che battezza il Cristo
Il fonte battesimale del 1604, sul fondo è raffigurato in affresco del XVIII secolo san Giovanni Battista che battezza il Cristo
Deposizione di Cristo ignoto l’esecutore riferibile al secolo XVI, è attribuito, da Italo Faldi, a Teodoro Siciliano
Deposizione di Cristo ignoto l’esecutore riferibile al secolo XVI, è attribuito, da Italo Faldi, a Teodoro Siciliano
Madonna di Costantinopoli
Madonna di Costantinopoli
1901
1901
Spirito Santo
Spirito Santo
Madonna di Costantinopoli
Madonna di Costantinopoli
Navata centrale
Navata centrale
La Madonna della Luce
La Madonna della Luce
Madonna di Costantinopoli
Madonna di Costantinopoli
La Madonna della Luce
La Madonna della Luce
Altare maggiore
Altare maggiore
La Madonna della Luce
La Madonna della Luce
Parte superiore dell'edicola della Madonna della Luce
Parte superiore dell'edicola della Madonna della Luce
Cupola
Cupola
Navata centrale
Navata centrale
1900-1901
1900-1901
Geremia
Geremia
Altare Maggiore
Altare Maggiore
Immagine in bronzo di Oreste Guerrini e la scritta: Mons. Oreste Guerrini / parroco / nel centenario / della sua nascita / 1875 1975 / Gli amici di S. Faustino
Immagine in bronzo di Oreste Guerrini e la scritta: Mons. Oreste Guerrini / parroco / nel centenario / della sua nascita / 1875 1975 / Gli amici di S. Faustino
David
David
Il confessionale
Il confessionale
Isaia
Isaia
In fondo la Madonna della Luce
In fondo la Madonna della Luce
Navate centrale e sinistra
Navate centrale e sinistra
Madonna di Costantinopoli
Madonna di Costantinopoli
Ezechiele
Ezechiele
Deposizione di Cristo ignoto l’esecutore riferibile al secolo XVI, è attribuito, da Italo Faldi, a Teodoro Siciliano
Deposizione di Cristo ignoto l’esecutore riferibile al secolo XVI, è attribuito, da Italo Faldi, a Teodoro Siciliano
Intitolazione della Chiesa ai santi Faustino e Giovita
Intitolazione della Chiesa ai santi Faustino e Giovita
Il fonte battesimale del 1604, sul fondo è raffigurato in affresco del XVIII secolo san Giovanni Battista che battezza il Cristo
Il fonte battesimale del 1604, sul fondo è raffigurato in affresco del XVIII secolo san Giovanni Battista che battezza il Cristo
Navata centrale
Navata centrale
Sacro cuore
Sacro cuore
https://lacitta.eu/storia/53803-la-storia-di-una-chiesa-di-viterbo-nota-ma-tristemente-sconosciuta-la-chiesa-dei-santi-faustino-e-giovita-a-viterbo.html#sigProId6c92a5d640






















