John W. O'Malley, S.J.
Presenta l'incontro Padre Mario Mattei
Ripresa Mauro Galeotti
LEZIONE MAGISTRALE DI O'MALLEY - 19 giugno 2016
Diversi decenni fa, il direttore dei miei studi presso l'Università di Harvard mi suggerì di scrivere la mia tesi di dottorato su Egidio da Viterbo.
Quella era la prima volta che sentivo nominare il nome Egidio, ma, volendo accontentare il mio professore, ho subito risposto che mi sembrava una buona idea. Iniziò così un'avventura che ha consumato parecchi anni della mia vita e che oggi mi ha condotto di nuovo nella vostro bella città.
Mentre stavo scrivendo la mia tesi ho visitato più volte Viterbo e poi sono tornato anche in seguito, a volte per lavoro, altre semplicemente per turismo, però l’ultima volta che tornai fu nel 1983. Sono lieto, pertanto, di essere qui oggi, e sono onorato di parlarvi di uno dei figli più affascinanti di Viterbo, Egidio Antonini, meglio conosciuto come Egidio da Viterbo.
Ora ci poniamo la domanda chiave: chi era Egidio da Viterbo, e perché vale la pena ricordarlo e festeggiarlo? Egidio è nato a Viterbo nel 1469 ed è tornato qui nel 1523 come cardinale e vescovo di Viterbo, dove morì nel 1532. Negli anni successivi divenne una figura importante nel mondo religioso e culturale del suo tempo. Nel breve tempo a mia disposizione oggi, posso abbozzare solo alcuni punti salienti della sua straordinaria carriera.
Quando aveva solo 39 anni, fu eletto priore generale dei frati agostiniani, uno dei più grandi e importanti ordini religiosi del sedicesimo secolo. Come priore generale, Egidio fu il più alto superiore di Martin Lutero, a quel tempo ancora membro dell'ordine. Come priore generale intraprese una riforma vigorosa del suo ordine e mentre viveva a Roma si guadagnò la reputazione di essere una delle figure sinceramente più impegnate nella Riforma della Chiesa.
Nel frattempo si guadagnò anche l'attenzione e la stima di Papa Giulio II, il papa che commissionò a Michelangelo di dipingere il soffitto della Cappella Sistina e a Raffaello di dipingere gli appartamenti papali. Papa Giulio lo scelse per indicare la strada in occasioni solenni, la più importante delle quali fu l'orazione di apertura del Concilio Lateranense V nel 1512.
Quel discorso, un invito vigoroso per la riforma della Chiesa, rappresenta uno dei più famosi indirizzi da seguire in tutta la storia dei concili ecumenici e ancora oggi è spesso indicato e citato. Egidio fu anche vicino a papa Leone X, Giovanni de 'Medici, che venne dopo il papato di Giulio. Nel 1517, Leone nominò Egidio cardinale e l'anno successivo lo nominò suo legato alla corte reale di Spagna in una missione diplomatica delicata, in cui Egidio ebbe notevole successo.
Quando Leone X morì nel 1521, Egidio fu tra i primi cardinali ad essere considerati papabili. Aveva molto da trasmettere: un profondo sapere, uno zelo per la riforma della chiesa, e una vita irreprensibile. Ma, come spesso accade, chi entra in conclave come papa ne esce come cardinale, e questo è ciò che è successo a Egidio.
Nel 1523 papa Clemente VII lo nominò vescovo di Viterbo. Al momento del terribile Sacco di Roma nel 1527 operato dalle truppe di Carlo V, Egidio raccolse un esercito di 2.000 mercenari per salvare papa Clemente, che era prigioniero a Castel Sant'Angelo. Non avendo però Egidio alcun controllo sulle truppe, queste si dispersero prima di compiere la loro missione. Egidio ritornò ancora a Viterbo e continuò ad essere attivo fino alla morte, avvenuta a Roma nel 1532. È sepolto nella bella chiesa di Sant’Agostino a Roma, che è la chiesa del suo ordine religioso.
Per mezzo secolo Egidio ha attirato l'attenzione degli studiosi provenienti da quasi tutto il mondo. In questi ultimi anni è stato oggetto di due grandi conferenze internazionali tenutesi a Roma e Viterbo. La prima nel 1983 e la seconda appena pochi anni fa, nel 2012.
Perché tutta questa attenzione? La carriera di Egidio, che ho appena descritto, è certamente impressionante, ma ci furono anche altre figure religiose che ebbero un’altrettanta carriera impressionante. Cosa ci fu di Egidio che ha suscitato l'interesse e il fascino di tanti studiosi, da tanti paesi, e da tante discipline accademiche?
Una risposta generica a questa domanda è semplice. Non solo Egidio fu un personaggio attivo in quel complesso ed emozionante mondo della Roma rinascimentale. Egli ebbe anche un ruolo attivo, inventivo, e intellettualmente forte nella cultura del suo tempo. Come ho scoperto quando scrissi la mia tesi di laurea, studiare Egidio significa entrare in un viaggio che ti porta fino in fondo a quasi ogni aspetto della cultura rinascimentale. Capire Egidio è un primo e fondamentale passo per comprendere l'ambiente religioso e culturale di Roma nei primi anni del Cinquecento.
I suoi interessi erano incredibilmente ampi, ed egli ci ha lasciato una grande quantità di scritti che riflettono ciò che egli era. Ecco perché Egidio ha destato un tale interesse e perché fino ad oggi gli studiosi continuano a interessarsi di lui. Ma questa risposta è comunque generica e astratta. Per andare oltre dobbiamo scendere nei particolari, anche se oggi abbiamo solo il tempo di sfiorare la superficie. Recensendo passo passo gli scritti di Egidio e i suoi incontri intellettuali, penso che saremo in grado di vedere, inoltre, che quando essi vengono studiati nella loro ampiezza, sollevano domande che sono pertinenti oggi come allora, anche se oggi assumono forme diverse e richiedono soluzioni diverse. In questi ultimi dodici anni, per esempio, abbiamo vissuto nella scia della crisi dovuta agli abusi sessuali nella Chiesa, nella scia dello scandalo della vicenda Vatileaks, e nella scia delle questioni sollevate riguardo alla banca vaticana. A partire dall'elezione di Papa Francesco nel 2013, abbiamo sentito dei suoi sforzi per attuare delle riforme circa queste e altre situazioni, tanto che la parola "riforma" ha cominciato a riapparire nel nostro vocabolario. C’è un problema sempre più ampio. Viviamo in un mondo in cui ci troviamo ad affrontare il conflitto religioso avendo a che fare con i suoi sviluppi tragici quasi su base giornaliera. Qual è la nostra risposta? Ha Egidio una soluzione che potrebbe aiutarci? Non ne sono sicuro, ma egli ci fornisce un esempio che funge da ispirazione. Se ci fosse da citare un obiettivo che ha animato la ricerca intellettuale di Egidio da Viterbo, questo fu sicuramente la riconciliazione. Come molti della sua generazione egli voleva trovare una concordia di fondo tra le diverse filosofie e tra le diverse tradizioni religiose. Egidio era ovviamente un cristiano convinto e devoto. La sua fede cristiana non gli ha proibito, però, di indagare con occhio benigno sulle altre religioni. Invece che inibirlo, la sua fede cristiana lo ha spinto a cercare la verità ovunque essa potesse essere trovata. Adesso siamo, finalmente, pronti per iniziare la nostra revisione dei più importanti aspetti del cammino terreno di Egidio. Dopo quella che sembra essere stata un eccellente formazione iniziale qui a Viterbo, entrò nel monastero agostiniano a Viterbo, all'età di diciotto anni. Come giovane frate ha continuato a ricevere una formazione eccellente, che gli ha permesso, all'età di ventiquattro anni di pubblicare a Padova, le prime edizioni a stampa di tre opere di Egidio da Roma, un frate agostiniano di notevole importanza risalente agli inizi del XIV secolo. Queste opere erano essenzialmente commenti o interpretazioni delle opere di Aristotele. Da Padova, Egidio si trasferisce a Firenze per studiare con il grande Marsilio Ficino. Come ricorderete, fino all’opera di Ficino nessuna delle opere di Platone era stata tradotta dal greco in latino e quindi queste erano praticamente sconosciute anche agli studiosi. Cosimo de' Medici decise di porre rimedio a tale carenza e commissionò a Ficino questo compito, che egli svolse in modo esemplare. Il periodo che Egidio ha passato con Ficino ha scatenato in lui un interesse per Platone durato tutta la vita. Avendo già raggiunto una comprensione di Aristotele attraverso le sue pubblicazioni delle opere di Egidio da Roma, ora afferra la filosofia di Platone e, comprensibilmente, comincia a dibattersi sul problema della compatibilità reciproca dei due sistemi aristotelici e platonici. Qualche anno dopo iniziò a scrivere il suo lungo commento alle Sentenze di Pietro Lombardo. Questi, si ricorderà, è stato vescovo di Parigi agli inizi del XIII secolo. Le sue “sentenze” sono diventate il libro di testo comune per la teologia nelle università medievali da quel momento in poi. Ogni studente avanzato della teologia doveva scrivere un commento su Lombardo, e la base filosofica per i loro commenti era sempre e inevitabilmente Aristotele. Il commento di Egidio trasformò il genere in modo radicale. Egli intitolò la sua opera "Le Sentenze secondo la mente di Platone" -secundum mentem Platonis. Sostituendo Aristotele con Platone, Egidio compì qualcosa di audace, nuovo ed intelligente. Ma si trattò di un qualcosa di più di un semplice esercizio intellettuale ed intelligente, poiché egli ha in effetti interpretato Aristotele attraverso Platone. Se inseriamo il commento nella grande prospettiva della sua vita, si vede che conciliare realtà apparentemente incompatibili fece parte della sua incessante ricerca. Concordia era una parola frequente sulle sue labbra. Dopo Firenze, Egidio trascorse un breve periodo a Roma durante il pontificato di Alessandro VI noto, come Rodrigo Borgia. Dagli ultimi scritti di Egidio sappiamo quanto la situazione che trovò lo sconvolse. Descrisse la Roma di quel periodo dicendo che "Tutto era governato da oro, violenza e lussuria". Questa esperienza sicuramente lo aiutò a far scaturire in lui lo zelo per la riforma che segnò la sua vita unitamente ai suoi sforzi per riformare gli Agostiniani mentre era priore generale.
Durante questo periodo Egidio acquisì la fama di un eccellente predicatore. Egli fu chiamato, ad esempio, per predicare anche per papa Alessandro, e nel 1501 re Federico di Napoli lo incaricò di predicare a lui stesso e poi lo incaricò di predicare in alcune parti del suo regno. Quando negli anni che seguirono Egidio fu chiamato a predicare i sermoni quaresimali a Siena, si ritirò per un paio di mesi nel grande monastero degli Agostiniani a Lecceto, a pochi chilometri a ovest di Siena. La visita a Lecceto è stato un punto di svolta nella sua vita. Colpito dalla disciplina dei frati e dalla loro attenta osservanza della Regola dell'Ordine, egli si unì a loro nei loro sforzi intenti a stabilire gli stessi alti ideali nel resto dell'ordine. Egidio era allo stesso tempo in grado di assecondare il suo amore per la preghiera e la contemplazione e di sperimentare la pace e la gioia di una vita di clausura, di studio, e di riflessione. Per i quattro anni che seguirono cercò di proseguire con questo stile di vita, ma la sua fama di predicatore era già troppo grande. La sua beata contemplazione era costantemente interrotta da richieste di predicazione di città in città. Quando nel luglio del 1504 cercò rifugio in un eremo sul Monte Cimino presso Viterbo, subì la stessa sorte. Infine, il 27 giugno 1506 ricevette un messaggio che frantumò per sempre il suo sogno di una vita di ritiro e di preghiera. In quel giorno arrivò un messaggero di papa Giulio II per recapitargli la nomina a vicario generale dell'Ordine degli Agostiniani, passo che poi quasi inevitabilmente portò alla sua elezione a priore generale dell’ordine due anni dopo. Che lo volesse o no, ora era un personaggio pubblico. La sua fama e la sua importanza avrebbero continuato a crescere. Cosa spinse papa Giulio a cercare Egidio per un posto così importante come capo di un ordine religioso i cui membri come numero, al momento, erano quasi allo stesso livello di domenicani e francescani? Sicuramente, la reputazione di Egidio come predicatore ha richiamato l'attenzione del papa verso di lui, ma ciò che più probabilmente lo inclinò a sceglierlo fu l'impegno di Egidio per la riforma. Anche se papa Giulio da parte degli storici non è accreditato di essersi speso molto per essa, egli fece del suo meglio per promuovere la riforma degli ordini religiosi, soprattutto dando il suo sostegno ai programmi già in corso, come quello degli Agostiniani.
Una volta entrato in carica come priore generale, un ufficio che ha ricoperto per dieci anni, Egidio ha fatto del suo meglio per conformare i membri del suo ordine agli ideali vissuti a Lecceto. Nelle lettere ai suoi frati, più volte li richiama ad una fedele osservanza della Regola e alle tradizioni dell'Ordine. I suoi inviti sembravano conservatori perché voleva riprodurre un ideale dal passato. In teoria prese poco in considerazione le mutate condizioni in cui tali tradizioni dovevano essere reali ed operative. Nelle sue decisioni pratiche per l'ordine, tuttavia, ha infatti dovuto effettuare degli aggiustamenti, ma lo fece in modo più o meno indipendente dal suo ideale. Anche al di là dei confini dell'ordine agostiniano, Egidio ha guadagnato una reputazione di riformatore impegnato. La vita esemplare che ha condotto ha fornito la prova della sua sincerità e del suo zelo. Non è una sorpresa, quindi, che papa Giulio lo scelse per l'apertura del Concilio Lateranense V nel 1512. In quella orazione enunciò la sua famosa norma per la riforma: "Gli uomini devono essere cambiati dalla religione, non la religione cambiata dagli uomini". Egli si riferiva a ciò che il Concilio Vaticano II chiese quando basava i suoi gradi su quello che era al tempo definito ressouircement (guarigione). Ressourcement è un termine francese, che significava a quel tempo tornare al passato per scoprire le sue tradizioni genuine per farle funzionare nel presente, regolate naturalmente in accordo con le condizioni del presente. A differenza di Egidio, il Concilio riconobbe esplicitamente che tali adeguamenti dovevano essere fatti, e descrisse quel processo mediante la parola di Papa San Giovanni XXIII, aggiornamento. Nel XVI secolo e nel presente, così come in ogni periodo della storia della Chiesa, queste due dinamiche - ressourcement e aggiornamento - sono state operative in ogni riforma. Anche in precedenza i due termini furono utilizzati per descrivere questa dinamica. Ad esempio, sono certo che Egidio avrebbe gradito quei termini che lo avrebbero aiutato a descrivere quello che stava cercando di fare. Se torniamo al XVI secolo, si nota che la richiesta di riforma è stata unica con Egidio, ma era molto diffusa nella Chiesa. La Riforma fu intesa in modi diversi a seconda dei diversi contesti e delle diverse persone. Di certo, la riforma più famosa fu quella lanciata da Martin Lutero, che, come ho già detto, era egli stesso un frate agostiniano. Dobbiamo supporre che le lettere di Egidio sulla Riforma ebbero un impatto su Lutero, ma non abbiamo prove concrete di un collegamento diretto tra i due. Lutero andò per la sua strada, con grande costernazione di Egidio. Gli obiettivi della Riforma di Egidio erano, tuttavia, da un certo punto di vista vicini a quelli di Lutero. Sia per i frati Agostiniani, che per la Chiesa in generale, Egidio cercò la reformatio morum. Con questo termine egli, così come i suoi contemporanei, non intendeva la riforma della morale nel nostro senso contemporaneo. Intendeva, piuttosto, la riforma del comportamento pubblico che sarebbe servita a stabilire un buon ordine sia in monastero che nella Chiesa su larga scala. Per lui il termine significava conformità al comportamento comune e alla disciplina pubblica della vita cristiana. A volte ciò veniva inteso come un qualcosa di poco più che far rispettare i costumi e le leggi tradizionali. Anche quando era priore generale, Egidio, sebbene fosse impegnato, ha continuato a studiare, per acquisire nuove competenze, ed imparare cose nuove. Riuscì, inoltre, a scrivere una lunga cronaca del mondo, che dedicò a Papa Leone X. Mai pubblicata, la cronaca si srotola in circa 500 pagine a folio nella copia autografa della Biblioteca Nazionale di Napoli. Nella sua cronaca del mondo, traspare la ricerca di Egidio tesa a conciliare diversi aspetti in modo chiaro e forte. Egidio ha un appetito quasi insaziabile per esplorare fonti e tradizioni poco conosciute e poco studiate in Occidente da parte dei cristiani. Nel 1518, per esempio, ricevette una trascrizione fatta espressamente per lui del Corano in arabo originale con una traduzione latina. Esistono testimonianze, inoltre, secondo cui Egidio prese anche in considerazione la possibilità di imparare l'arabo. A tale proposito, egli appare assai moderno davvero! Incomparabilmente più importante, tuttavia, è stato lo studio di Egidio dell’Ebraico. Alla fine del Quindicesimo secolo, i cristiani avevano cominciato a vedere più chiaramente che avevano bisogno di conoscere l’ebraico se volevano comprendere l'Antico Testamento. Anche se nel Medioevo, alcuni teologi avevano già cercato di imparare almeno i rudimenti dell'ebraico da rabbini locali, questi sono stati casi isolati. Solo nel Rinascimento lo studio dell'ebraico comincia a diventare una cosa sistematica tra gli studiosi biblici. Famoso per la sua conoscenza di questa lingua è, naturalmente, Pico della Mirandola, un vecchio contemporaneo di Egidio e uno dei primi e più importanti sostenitori dell’importanza di tale lingua. A mio parere, tuttavia, Egidio conosceva la lingua molto meglio di Pico, e lui fu in grado di fare uso costante di essa nei suoi scritti grossomodo dopo circa 1515. In quell'anno il noto rabbino e autore ebreo Elija Levita arrivò a Roma da Venezia. Egidio divenne subito suo amico ed ospitò per dieci anno lui e la sua famiglia nella sua residenza. Questo fu un gesto davvero notevole per il XVI secolo e, a dire il vero, per quasi tutti i secoli, compreso il nostro. I due uomini svilupparono quello che sembra essere stata una notevole amicizia, che oggi riporta spontaneamente alla mente l'amicizia tra il cardinale Jorge Mario Bergoglio e il rabbino Abraham Skorka a Buenos Aires prima che il cardinale Bergoglio divenisse Papa Francesco. Alla base dell'amicizia tra Egidio e Levita esisteva un accordo serio, anche se informale. Egidio insegnava ad Elija il greco e in cambio Elija insegnava a lui ebraico e aramaico. Egidio aveva prestato ascolto a San Girolamo, il grande biblista del V secolo, che insisteva sul fatto che la comprensione delle Scritture doveva essere basata su ciò che egli chiamava Hebraica Veritas, la verità che solo una comprensione della lingua in cui il testo è stato originariamente scritto poteva portare. Egidio amava l'espressione Hebraica Veritas, ed essa ricorre più volte nei suoi scritti. Oltre ad insegnare l’ebraico ad Egidio, Levita fece anche per lui delle copie di testi talmudici e cabalistici. I testi cabalistici sono stati quelli che ebbero un impatto maggiore su Egidio, come risulta anche nelle pagine della sua cronaca del mondo. Come sapete, la Cabala ha rappresentato un complicato sistema di insegnamenti mistici ed esoterici sviluppati dai rabbini nel Medioevo, come chiave di lettura del Vecchio Testamento. Egidio si prefisse il compito di conciliare l'insegnamento cabalistico con le dottrine del cristianesimo, tra cui la Trinità e l'Incarnazione. Il suo lavoro principale in materia, la Scechina, non fu pubblicata fino alla metà del secolo scorso. Il libro è estremamente difficile da comprendere, e le correlazioni esposte da Egidio tra la dottrina Cristiana e quella cabalistica risultano poco convincenti ed alcune a noi oggi possono sembrare anche assurde. Ciò nonostante, dobbiamo ammirare la profondità della conoscenza di Egidio di quei difficili testi cabalistici e la sua padronanza della lingua ebraica in cui sono stati scritti; inoltre, dobbiamo riconoscere in essi forse l'esempio supremo di approccio benigno e benevolo di Egidio ad altre tradizioni, che abitualmente venivano considerate incompatibili con il Cristianesimo. Egli era un ricercatore incallito di una verità che era più profonda di quella che si trova in superficie. Si è impegnato nella sua ricerca intellettuale con il presupposto che sotto grandi diversità apparenti ci fosse un filo comune di verità che unisce gli esseri umani tra loro.
Dove acquisì questo atteggiamento? In realtà non è possibile dirlo. Forse suo padre o sua madre posero in lui queste basi. Dobbiamo ricordare, però, la sua amicizia con Ficino, che ebbe una simile predisposizione. Ficino espresse bene la sua convinzione che le tradizioni dell'antichità pagana erano in qualche misura compatibili con il Cristianesimo: Una religio sub rituum varietate = Vi è una religione che assume forme diverse. Ficino ed Egidio erano convinti cristiani, ma hanno visto il cristianesimo come il compimento delle aspirazioni della razza umana, compresi quei membri della razza che aveva solo intravisto debolmente ciò che Dio rivela pienamente nelle Scritture. In altre parole, come Ficino e altri del suo tempo, Egidio si impegnò in un dialogo con le altre tradizioni, cercando sempre di arrivare a un qualche tipo di riconciliazione. Se il suo lavoro con la Cabala viene considerato l'esempio più eclatante della dinamica di riconciliazione che ha animato i suoi studi, fu ben lungi dall'essere l'unico. Egli credeva, come molti nel Medioevo e nel Rinascimento, che elementi di rivelazione divina ricevuta, fossero passati da culture al di fuori della Palestina. Fu così che i Cristiani furono in grado di affermare che la "Quarto Egloga" di Virgilio conteneva una previsione velata della venuta di Cristo. Fu così che Michelangelo fu in grado nel soffitto della Sistina di accoppiare i profeti del Vecchio Testamento, come Isaia e Geremia con le Sibille, quelle sacerdotesse mantiche della tradizione pagana. Mentre nel XIX secolo gli storici amavano credere che la rinascita della mitologia pagana nel Rinascimento fosse deliberatamente o indeliberatamente il cercare in essa un’alternativa al Cristianesimo, ora vediamo che quel risveglio, oltre a fornire intrattenimento e a promuovere l’erudizione, non rappresentò nulla di quel genere. La ricerca dei cosiddetti "umanisti pagani" del Rinascimento italiano è quasi vana. Egidio da Viterbo è forse un esempio estremo di come dovremmo capire la mentalità comune, nel Rinascimento, una mentalità che ha visto la verità Cristiana cercare di sfondare nei miti pagani, nella cabala, e in altri luoghi. Egidio vide Virgilio come l’autore in cui soprattutto convergevano queste diverse tradizioni di verità religiosa. Virgilio rappresentò il pensiero di Platone in versi latini, ed era sapientemente informato circa l'apprendimento religioso degli Etruschi. Virgilio fu uno studioso, inoltre, del messaggio della Sibilla, il cui insegnamento fu tratto in un modo che ha del misterioso dai profeti ebraici. Per coloro che veramente lo compresero, Virgilio fu una fonte di vera e profonda illuminazione spirituale, un profeta per i gentili. Ho appena citato gli Etruschi. Anche in mezzo della sua vita frenetica, Egidio non ha mai dimenticato la sua città natale, ed era particolarmente affascinato dalle sue origini etrusche. Purtroppo però, diede pieno credito alle falsità del suo concittadino, Annio da Viterbo, e molte cose che Egidio scrisse sul passato etrusco di Viterbo sono delle sciocchezze. Ciò nonostante, i suoi scritti dimostrano la sua devozione alla sua terra natale, oltre ad essere un'ulteriore prova della sua ricerca della verità, ovunque essa possa essere trovata, e, inoltre, ci forniscono una visione della nascita di una nuova curiosità storica nel Rinascimento. Egidio era come altri italiani di quel periodo. Quegli uomini erano curiosi circa ogni aspetto del passato. Allo stesso modo di come avevano perseguito la loro curiosità, alcuni cominciarono a riflettere sul modo migliore per imprimere su carta ciò che avevano imparato. Cominciarono a riflettere su ciò che fu ritenuto in forma scritta come storia affidabile, sulla base di fonti attendibili. Fondarono così lo studio moderno della storia, vale a dire un risultato straordinario.
In conclusione, cosa possiamo dire di Egidio da Viterbo? Prima di tutto, dobbiamo ammirare la portata dei suoi interessi e delle sue realizzazioni intellettuali. Ahimè, non ho nemmeno menzionato la sua poesia o il ruolo che potrebbe avere giocato nel programma del soffitto della Sistina di Michelangelo o di altre cose. Egidio combinò tali attività con una carriera importante e attiva nella chiesa del suo tempo. Sembra, quindi, soddisfare l'ideale rinascimentale di un uomo universale, un uomo che si produsse in ogni sforzo che valeva la pena di essere compiuto. Poi si può vedere in lui un esempio della ricchezza intellettuale e anche teologica del Rinascimento italiano. Egidio si interessò alla lingua ebraica e alla cabala perché credeva che avrebbero aiutato a comprendere meglio la Bibbia. Ha portato avanti il suo studio degli Etruschi, di Platone e di Virgilio, perché pensava di poter trovare in loro delle scintille di rivelazione divina. La sua era una ricerca teologica. Roma nel Rinascimento, non era il deserto teologico che alcuni storici vogliono farci credere. Al contrario, era teologicamente ricca. Oltre ad Egidio dobbiamo ricordare Tommao de Vio, meglio conosciuto come Gaetano, che scrisse il commento più celebre al mondo delle opere di Tommaso d'Aquino. Dobbiamo ricordare che a Roma, al tempo di Egidio, esiste un nuovo e più efficace stile di sviluppo della predicazione che influenzò profondamente tutte le chiese cristiane quasi fino ad oggi. Infine, dovremmo forse riconoscere come adesso ci risuonino contemporanee alcune delle preoccupazioni di Egidio. Naturalmente, egli vive in un'epoca completamente diversa dalla nostra, e noi dobbiamo stare attenti a fare semplici correlazioni. Ciò nonostante, la sua preoccupazione per la Riforma della Chiesa suona come un campanello per noi oggi, dato che come si vede Papa Francesco è alle prese con essa.
Il suo approccio benigno ad altre tradizioni e religioni e la sua ricerca di riconciliazione non potrebbe essere più pertinente nella nostra difficile situazione di oggi. Lui, naturalmente, non fornisce soluzioni concrete ai problemi concreti che abbiamo di fronte, ma sembra comunque notevolmente in accordo con ciò che Papa Francesco ha detto a febbraio, quando era in Messico, “I Cristiani debbono costruire ponti, non muri”.
da Facebook: Archivio Agostiniani Viterbo






















