
Manoscritto del XV secolo del De remediis utriusque fortunae di Francesco Petrarca

Micaela Merlino, giornalista, archeologa STORIA
Le epidemie hanno segnato nel corso dei secoli la storia dell’Italia e dell’Europa, è stato fondamentale tramandarne la memoria per costruire un sapere condiviso, fondamento culturale necessario per affrontare anche nel presente questa emergenza con maggiore consapevolezza.
James Howard Smith, ormai vecchio, vive a San Francisco ma non può dimenticare: sessant’anni prima, nel 2003, una gravissima pestilenza su scala mondiale aveva decimato l’umanità, lui è tra i pochi sopravvissuti. Ormai la civiltà umana è regredita allo stadio dell’Età della Pietra, e chi è riuscito a sopravvivere ha messo al mondo dei figli che vivono quasi come animali e sono all’oscuro di tutto. James è convinto che l’unico modo per far sì che l’umanità possa di nuovo progredire è raccontare la pestilenza, costruire una memoria storica affinché la nuova generazione prenda coscienza attraverso la conoscenza.
Questa è la trama di un romanzo visionario, e allora futuristico, dal titolo “The scarlett plague” (“La peste scarlatta”) scritto da Jack London (1876-1916) nel 1912 sul giornale “The London Magazine”. Il messaggio è chiaro: nemmeno la progredita umanità del 2003 potrà avere il controllo su alcuni aspetti della realtà (simboleggiati dall’epidemia). Ciò che invece dipenderà ancora dagli esseri umani sarà costruire e tramandare la memoria degli eventi, perché solo il progredire della conoscenza renderà l’umanità capace di affrontare le incognite della vita, i disastri, le malattie e altre calamità con consapevolezza e preparazione.
In effetti molti storici hanno tramandato il ricordo di epidemie realmente accadute nella storia, e molti scrittori hanno preso spunto da esse per costruire le trame dei loro racconti. Questo non fa altro che confermare l’importanza del ricordo quale mezzo fondamentale di conoscenza e di riflessione, ma anche come fondamento della ricerca di soluzioni nuove ai problemi che le generazioni passate hanno già sperimentato. Lo storico greco Tucidide (460 - 400 circa a.C.) nell’opera “La guerra del Peloponneso” narrò l’epidemia di peste (in realtà forse tifo) che nel 430-429 a.C. colpì Atene durante il conflitto che la opponeva alla rivale Sparta.
Secondo lo storico il morbo proveniva dall’Etiopia, quindi passò in Egitto e di qui arrivò fino in Grecia, probabilmente attraverso i commerci che univano i due paesi, basti pensare all’emporium di Naukratis sul delta del Nilo, frequentato da moltissimi mercanti greci. Fu un morbo violentissimo che uccise circa i due terzi della popolazione ateniese, e che portò prematuramente alla tomba anche lo stratego Pericle (495-429 a.C. circa). Il biografo greco Plutarco (46-125 d.C. circa) narrò che durante la peste il medico agrigentino Acrone curò i malati con un farmaco di cui era venuto a conoscenza in Egitto, e fece accendere roghi per le strade della città con lo scopo di purificare l’aria.
Anche nell’impero romano si verificarono, a più riprese, numerose pestilenze (peste bubbonica, vaiolo, tifo ecc.). Quella del 65 d.C., che nella sola Roma causò la morte di 30.000 persone, fu narrata dallo storico Publio Cornelio Tacito (55 -120 d.C. circa), mentre la “peste antonina” del 160-165 d.C. (forse vaiolo) portata dalle truppe romane di ritorno dalla campagna militare contro i Parti in Mesopotamia, fu descritta da storici come Ammiano Marcellino (330-397 d.C. circa) e fu citata anche dal medico Galeno (129-201 d.C. circa). Durante la guerra Greco-Gotica (534-553 d.C.) che si combatté in Italia tra gli Ostrogoti e i Bizantini, lo storico Procopio (490-560 circa d.C.) segretario del generale bizantino Belisario e testimone oculare dei fatti, narrò nella sua opera “La Guerra Gotica” la gravissima epidemia di peste bubbonica che, giunta da Costantinopoli, imperversò nel 543 riducendo allo stremo la penisola.
Per non parlare, poi, della famosa Peste Nera del 1347-1348, una pandemia di peste bubbonica forse proveniente dall’estremo Oriente, che ebbe un tasso di letalità addirittura del 60% causando in Europa la morte di un terzo della popolazione. Come dimenticare che questa pestilenza rapì anche l’ancor giovane vita di Laura, la donna amata da Francesco Petrarca (1304-1374), forse da identificare con Laura de Noves, incontrata nel 1327 ad Avignone?
Nella seconda parte del “Canzoniere” il poeta ha cantato il suo dolore per la morte dell’amata, della quale segnò la data (forse simbolica) del 6 aprile 1348: “Quasi un dolce dormir ne’ suoi belli occhi,/ sendo lo spirto già da lei diviso,/era quel che morir chiaman gli sciocchi: /Morte bella parea nel suo bel viso”. La Peste Nera suggerì a Giovanni Boccaccio (1313-1375) l’espediente per raccogliere in un libro una serie di novelle, il “Decameron”.
Sette ragazze e tre ragazzi in fuga da Firenze si rifugiano in una dimora rurale, e per trascorrere il tempo in attesa che il contagio finisca, ogni giorno per dieci giorni, a turno, raccontano una novella di vario argomento, umoristico, tragico, buffo, a volte persino scandaloso. Gli effetti psicologici di episodi così traumatici come l’epidemia di peste, si possono forse intravedere in un’opera che Francesco Petrarca finì di scrivere a Milano presso la corte dei Visconti negli anni ‘50 del XIV secolo, cioè appunto dopo la pandemia del 1347-1348.
E’ il trattato morale in latino “De remediis utriusque fortunae” (“I rimedi per la buona e la cattiva sorte”), un manuale di tono moralistico che nel Rinascimento conobbe un successo grandissimo. In esso la Ragione personificata dialoga dapprima con la Gioia e la Speranza, poi con il Dolore e il Timore, per insegnare ad affrontare con saggezza ed equilibrio sia i casi felici della vita, che devono essere vissuti serenamente ma senza eccessiva euforia, sia i problemi e le avversità che inevitabilmente ogni essere umano incontra sul suo cammino, che devono essere affrontati con fortezza d’animo, senza farsi travolgere dalla paura e dallo sconforto. Insomma l’antidoto ai bizzarri colpi della fortuna sembra risiedere nella padronanza di sé, nel controllo delle proprie emozioni, nel saper essere saggi per poter prendere le giuste decisioni in ogni occasione.
Non è la filosofia del “pensiero positivo” ad ogni costo, che sembra essere invece un’aspirazione psicologica del nostro tempo, quanto un disincantato realismo che mirava ad allenare la razionalità e la virtù, per essere pronti ad affrontare le incognite della vita. Il tema dell’“imperturbabilità del saggio” ha attraversato per lungo tempo la filosofia occidentale antica, basti pensare alla dottrina stoica. Quanto questa via fosse poco praticabile per il Petrarca stesso, lo dimostrano in realtà i “Salmi penitentiales” che egli scrisse proprio nel 1347-1348 in piena peste: il poeta confessa di essere smarrito di fronte a una simile devastazione, è addolorato per la morte di tanti amici, si pente dei suoi peccati perché l’epidemia è una punizione divina ma confida nella misericordia di Dio.
A muovere la mano del poeta fu dunque il profluvio di emozioni scatenate dalla paura e dall’ansia che si erano impossessate del suo cuore, non certo l’imperturbabilità che anche per lui rimase un’aspirazione irraggiungibile.






















