Il Palazzo Gatti in Via card. La Fontaine negli anni '50 del 1900, a destra è un'edicola
(Archivio Mauro Galeotti)

Viterbo STORIA
Mauro Galeotti dal libro L'illustrissima Città di Viterbo, Viterbo, 2002

Palazzo del capitano del popolo, detto Palazzo Gatti e la Fontana di san Moccichello

In Via cardinal La Fontaine nn. 104 - 110 è il Palazzo del capitano del popolo, costruito nel 1275 dalla Comunità di Viterbo a ridosso della Chiesa di san Pietro dell’Olmo.

Per la sua edificazione furono acquistate alcune casette poste in Contrada san Pietro dell’Olmo. In precedenza (1259 - 1261) il capitano del popolo risiedeva nel Palazzo di Nicolai Çucke, nel 1262 era in domus d. Egidii Guirti.

Nel 1266 - 1271 lo trovo residente nel palatium d. Nicolai Frederici, infine, saltuariamente, il capitano del popolo, nel 1278 e nel 1280 è nel palazzo heredum Jannis Petri.

Sulla facciata del palazzo sono gli stemmi delle famiglie Anguillara e Gatti, o meglio dei Brettoni visto che manca il gatto al sommo dello stemma. 

Questo accoppiamento di emblemi è anche sulla Fontana di san Salvatore in Piazza san Carluccio, presso la casa delle Maestre Pie Venerini; stanno a ricordare i Brettoni (Gatti) e il conte Pandolfo degli Anguillara, podestà nel 1274 e nel 1275.

Stranamente non è presente lo stemma degli Alessandri, la croce di sant’Andrea vaiata, appartenuto al capitano del popolo Rollando di Alessandro di Pietro Alessandri, nominato nell’iscrizione relativa alla costruzione del palazzo.

In seguito fu di proprietà di varie famiglie. Nel 1367, infatti, è dimora del Cardinale di san Marco, nel 1375 di Giovanni IV Sciarra di Vico e verso i primi del XV secolo passò alla famiglia Gatti, allorquando Princivalle costruì il grande palazzo che raggiungeva Piazza del Sepale, oggi detta Piazza Fontana Grande.

Nel 1452 Princivalle Gatti ospitò, nel suo palazzo, l’imperatore Federico III e la propria consorte entrati in città il 3 Marzo, dopo aver visitato il Bullicame e con l’intento di recarsi a Roma per coronare il suo capo della corona imperiale.

Il palazzo continuò ad essere di proprietà dei Gatti, anzi nel 1496 era di Giovanni di Princivalle, il quale si vede rimproverare, da papa Alessandro VI, l’occupazione di Celleno, dove era podestà e, per punizione, gli confisca i beni. Giovanni si ribella, ma, il 27 Maggio di quell’anno, fu ucciso a tradimento a Celleno.

Il palazzo, divenuto punto di riferimento dei malviventi, fu fatto demolire da Alessandro VI con Breve del 21 Ottobre 1496. L’area fu ceduta al Comune, perché vi creasse una piazza su cui si aprissero delle botteghe da affittare ed i cui benefici sarebbero dovuti andare alla Camera apostolica.

Papa Alessandro VI fu pressato, perché compisse tale atto, dai Maganzesi, avversi ai Gatti, e sembra che una delle ragioni fosse quella di cercare parte dell’immenso tesoro dei Gatti nascosto nel palazzo.

Il palazzo era a due piani, con un’ampia scala di accesso e con la sala maggiore posta di fronte alla Fontana Grande. La piazza, nel 1517, era ancora detta plateam de gattensibus, infatti, il 7 Novembre di quell’anno, Ippolita Baglioni, vedova di Giovanni Gatti, concesse una sua casa a Lazzaro di Francesco.

Secondo Giuseppe Signorelli, il delizioso palazzetto, che vediamo ancora oggi, sfuggì alla distruzione, perché apparteneva in quel periodo ad un ramo bastardo di quella famiglia.

Galeotto Gatti, pro zio di Marcantonio di Matteo, nel 1509, lo nominò erede della casa in argomento. Marcantonio, nel 1520, la donò ad Ippolita Gatti, la quale ne prese possesso l’anno seguente e nel 1536; la donazione fu revocata dalla madre Giulia.

Presso il Palazzo Gatti, fin dalla fine del 1100, aveva la propria dimora con torre, la famiglia Vicanelli, che, con Iosep, l’aveva rilevata, da Andrea di Sinibaldo Alberti. Questa dimora, dal citato Iosep di Vicanello, nel 1223, fu donata ai suoi parenti, i fratelli Pietro, Accuncia, Rinaldo e Bartolomeo.

I Vicanelli occuparono pubblici incarichi con: Accuncia, che nel 1263 rivestì la carica di giudice dei balivi; Bartolomeo, che nel 1247 era balivo del Comune; infine, ricoprirono l’incarico di sindaci: Guerro Rainaldi nel 1258 e Raynaldus Bartholomei nel 1274. Così leggo da Norbert Kamp.

Afferma Angela Lanconelli (1994), che i Vicanelli, sin dalla metà del Duecento, erano proprietari di notevoli appezzamenti di terreno ad Orchia; con Vicanellus Petri Maccii, la medesima famiglia estese i possessi, fra il 1275 ed il 1285, nelle contrade Peia, Foglianello e san Pietro del Castagno.

Nel 1543 è nominata una casa degli Altobelli, difesa da una torre, presso la Chiesa di san Pietro dell’Olmo confinante con l’orto e Palazzo Gatti, la quale venne venduta a Sebastiano Marozzi.

Nel 1547 la casa risultò in rovina e i Gatti, nel 1557, ne erano in possesso, anche se mezza diruta. La famiglia possedeva anche il Macello Gattesco ed i terreni del Prato Giardino.

Alcune confraternite, per impellenti necessità, portarono nel palazzo gli infermi ricoverati presso santo Spirito, ma la dimora fu di assai breve durata. Dopo il 1608 il palazzo fu ceduto alla famiglia Montani di Barbarano e da questa passò ai Padri Carmelitani scalzi che, nel 1633, vi edificarono la Chiesa e il Convento dei santi Teresa e Giuseppe, dei quali tratto in seguito.

Nel 1684, quando i Carmelitani scalzi demolirono una parte del palazzo per costruire il presbiterio della loro chiesa, furono tolte dal palazzo due lapidi del 1275, per portarle nel Palazzo dei priori.

Dette lapidi furono poste in memoria di Pandolfo degli Anguillara, una in ricordo della costruzione del palazzo stesso e l’altra della rappacificazione tra le fazioni della città. Oggi sono custodite sul loggiato del Museo civico.

Ecco quella relativa alla costruzione del palazzo:

[Pandulfus comes Anguillarie] res bene gestas / [Viterbi cives] monstrat bis vestra potestas / [natus] Alexandro capitaneus hinc memorandum / Rollandus p(o)p(u)lo merito se prebet amandum / hec capitanie fecere palatia muris / inclita reddendi sedem per secula iuris / Autores (com)mendat opus leo signat honorem / Viterbi similemque (con)stat habere vigore(m). / Anno D(omini) M CC LXXV, t(empore) d(omini) G(regorii) p(a)p(e) X, ind(ictione) III, / [e]lecto d(omi)no Rod[ulf]o Rom(anorum) impe[ratore].

La lettura è di Attilio Carosi che corrisponde per lo più ad una trascrizione che possiedo in un documento manoscritto dell’800, in quest’ultima viene omessa, errando, la riga «hec capitanie fecere palatia muris», come fa anche il Bussi.

Tradotta: Cittadini di Viterbo, Pandolfo conte di Anguillara, per due volte vostro podestà [nel 1274 e 1275], mette in mostra belle e buone imprese. Il capitano Rollando, figlio di Alessandro, si presenta al popolo perché giustamente venga ricordato e amato.

Insieme costruirono lo splendido palazzo di questa Capitania, sede per rendere giustizia alle generazioni future.

L'opera rende gloria agli autori, ne conferma il potere il leone di Viterbo, di pari dignità e vigore. Nell'anno del Signore 1275, al tempo di papa Gregorio X, indizione III, Rodolfo imperatore dei Romani per elezione.

In seguito il palazzo ebbe vari proprietari, oggi è della famiglia Cordelli che lo ha acquistato nel 1973 apportando importanti restauri. Infatti, è stato riportato allo stato originale togliendo il tetto a capanna e liberando così i soli due merli guelfi superstiti.

Le finestre a bifora, hanno una certa affinità con quelle del Palazzo papale, infatti, sono a pieno centro con archi trilobi e tre rosoni. 

Gli ingressi a piano terreno sono archiacuti, sul fianco destro è la scala o profferlo che conduce al primo piano. Volevo ricordare che il grande palazzo, quello che raggiungeva la Piazza del Sepale, aveva ben cinque torri, almeno da quanto si può rilevare dalla Pianta di Viterbo del 1596 di Tarquinio Ligustri.

I Gatti hanno per stemma le cinque fasce d’argento montate dal gatto simbolo di indipendenza, vigilanza e destrezza. Lo stemma degli Anguillara invece è:

d’argento a due anguille d’azzurro poste a croce di sant’Andrea, alla bordura cimeata d’argento e di rosso.

All’interno è notevole un camino con lo stemma dei Gatti dei quali è disseminato in più stanze il loro emblema.

Scrive Norbert Kamp che della famiglia Gatti si ha la prima notizia con Rollandus Veralducii (1200 - 1220) dal quale discendeva Bartholomeus Rollandi Veralducii, il cui figlio Rainerius Gattus, morto prima del Maggio 1269, dette il suo nome al ramo della famiglia.

Fontana di san Mocichello

La Fontana di san Mocichello o Moccichello è presso l’angolo del Palazzo del capitano del popolo e risale alla seconda metà del XIII secolo, è caratterizzata da una piccola nicchia a fondo piatto. L’acqua esce da un bocchettone semisferico dotato di cannella.

La vasca quadrangolare in peperino, ha una cornice liscia. Sopra al bocchettone è collocato uno sportello in metallo che protegge la manopola per la regolazione del flusso dell’acqua.

Notizia di un restauro si ha nel Maggio 1802, infatti, furono riattate la vasca, la cannella e fu realizzato un pezzo di selciato, attorno alla fonte stessa.

In una relazione, del 1836, dell’architetto Francesco Lucchi, risulta che il ricasco appartiene a «Bartolomeo Molajoni con casamento in Via del Gonfalone». Nel 1856, l’antistante largo, era detto Piazza di S. Mocichello.

 

Salva

Salva

Salva

Salva

Salva

Salva

Salva

Salva

Salva

chi è on line

Abbiamo 1145 visitatori online

 

 I libri

di Mauro Galeotti

 

Cartonato - pag. 246 - euro 25,00
in esaurimento, per l'acquisto
scrivere alla email spvit@tin.it

Cartonato - pag. 808, a colori
da euro 120,00 a euro 80,00
in esaurimento, per l'acquisto
scrivere alla email spvit@tin.it