Le Guardie Urbane degli anni '20 del 1900 (Archivio Mauro Galeotti) 

Viterbo STORIA
Mauro Galeotti
a fine articolo le foto del fotoreporter Gianni Uggeri per la festa di San Sebastiano

Lunedì 20 gennaio, con la santa messa celebrata nella Chiesa di Santa Maria della Grotticella, la Polizia Locale ha festeggiato il patrono San Sebastiano.

Presenti il sindaco Arena, il comandante Vinciotti, il questore Macera, il comandante dei Carabinieri Antonazzo, il presidente del Tribunale di Viterbo Covelli e gli agenti di Polizia Locale.

Ora la storia di questo importante Corpo.

Guardie urbane

Le Guardie Urbane o Municipali, poi Vigili Urbani, oggi Polizia Locale, furono istituite nel Maggio del 1867 e vennero presto disciolte con decreto, diffuso con manifesto del 24 Settembre 1870, dal comandante militare della Provincia di Viterbo, Caroelli. 

La motivazione di tale decisione, fu che la pubblica sicurezza era ritenuta sufficientemente garantita dai distaccamenti di truppe e dalla stazione dei Reali Carabinieri.

Furono di nuovo costituite nel 1872 e mi piace ricordare i nomi dei primi uomini che formarono quel corpo.

Agostino Barbetti, capo delle guardie, comandava le nove guardie: Melchisedech Fraticelli, Augusto Garbini, Gaetano Mordecchi, Agosti-no Crivelli, Vincenzo Luchetti, Camillo Mercati, Antonio Belli, Vincenzo Cavarischi e Raffaele Sauli.

Nel 1872 i dieci vigili urbani costavano al Comune 465 lire il mese.

In quell’anno fu redatto anche un regolamento che venne subito criticato dall’articolista della Gazzetta di Viterbo del 10 Agosto 1872, infatti, questi lamentava il fatto che esisteva la Polizia Urbana, esisteva un regolamento, ma nessuno lo faceva rispettare: «Se si fanno le leggi e poi non si fanno osservare, è come non fossero; anzi meglio non farle, si risparmia il disprezzo».

All’articolo 32 di quel regolamento leggo: «Il servizio delle Guardie è permanente dal levare del sole sino a quell’ora che il Sindaco stabilirà con apposito orario secondo le diverse stagioni.

Una pattuglia sarà destinata per la perlustrazione della città in tutte le ore della notte».

Il capo delle Guardie Municipali portava con sé una sciabola che veniva soprannominata lo squatrone, mentre quella delle guardie semplici era detta saraga.

La Gazzetta di Viterbo del 22 Febbraio 1873 lamenta per le feste del Carnevale:
« […] il Giovedì grasso ci spiacque essere spettatori di un fatto.
 Il Capo delle Guardie Municipali prese a percuotere con calci un di quei tanti ragazzi che fan chiasso dietro le maschere; e siccome questi si risentiva di quel brutale trattamento lo agguantò e trascinò per le orecchie.

Questo feroce agire mosse l’indignazione di tutti; e giustamente; perocchè non ci par egli modo cotesto di correggere ed impedire i disordini, ma piuttosto di accrescerli.

E noi preghiamo il Sig. Sindaco ad ammonire le sue guardie di usare quel garbo e quelle civili maniere che si convengono fra gli uomini, che per quanto ineducati e pessimi non sono poi bestie; e a nessuno piace di essere trattato come e peggio delle bestie».

Sono nominate le Guardie Municipali in uno scritto per la venuta di Garibaldi a Viterbo.

Così, infatti, scrive quello che vide Alberto Mario, giornalista scrittore, presente all’avvenimento della venuta di Giuseppe Garibaldi nel 1876, il 7 maggio:

«Le mense misuravano la lunghezza di mezzo chilometro. Una ad emiciclo al centro e nove a guisa di razzi convergenti a questo centro. Quivi sei aiuole fiorite e un getto d’acqua improvvisati. Un enorme baldacchino di foglie intrecciate appeso ai rami degli alberi proteggeva dal sole; sotto al baldacchino pendevano eleganti canestri di fiori. […].

In capo all’emiciclo sedeva Garibaldi sovra poltrona di velluto. A’ suoi lati il [Pio] Fedi e il Sotto Prefetto, poi la famiglia sua e il comandante delle truppe, e quello dei carabinieri, e il sindaco e gli assessori; e i reporters dei giornali, e i presidenti delle Società.

Un battaglione di camerieri [erano 99] serviva l’omerico banchetto; le cucine furono stabilite nel convento; e provocò una risata generale la corsa a precipizio, dall’alto ove sta il convento, al banchetto, di 100 di loro con una piadena solenne di maccheroni, ciascheduno. Frattanto le otto bande musicali debitamente collocate suonavano successivamente pezzi concertati.

Guardie Municipali a cavallo facevano la ronda intorno al bosco per amore dell’ordine».

Il 29 Marzo 1907 fu approvata la modifica della vecchia divisa degli agenti comunali abolendo il medievale elmo.

La divisa nel 1907

Da un disegno ad acquerello, che possiedo, vedo la divisa giornaliera.

Era di colore grigio piombo composta da: pantalone lungo; giacca aderente con spalline con due alamari sagomati a forma di striscia, dal petto fino all’addome; colletto alto e chiuso; maniche con risvolto decorato da un cordoncino azzurro riportato anche sulle spalline e sul colletto; berretto tondo con visiera, piatto nella parte superiore, in stoffa come il vestito, e con l’emblema della città.

Il capo delle guardie aveva un doppio filetto sulle maniche e sul berretto.

Più tardi furono dotati di stivali e di guanti.

Sul fianco pendeva una piccola sciabola. 

Un tempo si diceva che i Vigili Urbani sono il "biglietto da visita" della città ed in effetti il loro comportamento nei confronti di chi chiede informazioni è la presentazione della nostra città, quindi gentilezza, cortesia, professionalità, conoscere la lingua inglese, sapere la storia della città è fondamentale per rappresentare tutti noi viterbesi.

I Vigili Urbani nel tempo (Archivio Mauro Galeotti)

Non posso non ricordare che fecero parte del Corpo dei Vigili Urbani di Viterbo mio padre, Vinicio, con l’incarico anche di Vigile Tributario, e mio zio Vittorio Galeotti, che svolse con dedizione e senso del dovere le funzioni di vigile scelto con l’incarico, per oltre tre anni, di comandante, fu poi nominato vice comandante effettivo.

Nella porta a sinistra di chi entra dal portone del Palazzo dei Priori, prima di arrivare al giardino, fino a verso gli anni ‘70 del secolo XX, era l’accesso al Corpo di guardia delle Guardie Municipali e ricordo quando mio padre Vinicio, faceva il piantone di turno, ossia sorvegliava il Palazzo dei Priori tutta la notte, e doveva lasciare la nostra casa, con sommo dispiacere di mia madre, Bruna Matteacci, e mio.

Ricordo che andavamo a portargli la cena per mangiare insieme; così facendo ci sembrava di stargli più vicino, come poi in effetti era, perché rientravamo a casa molto tardi. Successivamente è stato istituito ed aperto al pubblico, nello stesso locale, l’Ufficio Relazioni Pubbliche.

Ricordo la Befana del Vigile quando nelle Piazze Verdi e del Plebiscito i cittadini portavano i doni ai Vigili quale segno di stima ad un Corpo sempre a contatto con gli automobilisti. 

La Befana del Vigile nel 1967, mio padre Vinicio a sinistra ed Ezio Vivarelli in Piazza Verdi (Archivio Mauro Galeotti)

Ricordo ancora la mia gioia di bambino quando mio padre veniva a casa e mi portava, dentro una grossa busta, la parte che era a lui toccata nella divisione dei doni della Befana. Era un momento per me di soddisfazione tra caramelle, torroni, panettoni, piccoli oggetti che facevano felice anche mia mamma Bruna.

  

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