Viterbo CRONACA
Mauro Galeotti

Orlando Orlandi, grande artista, grande pittore, grande scultore, grande ultimo "cocciaro" di Bassanello, oggi Vasanello, è volato via così, in silenzio, per continuare lassù nell'azzurro dei cieli quel movimento che lo ha accompagnato per tutta la vita, sì, girare e girare il tornio, anima di sapienti lavori con la creta a lui, da generazioni, tanto familiare.

Un colpo di piede e via... se ne va l'esperienza, la bravura, la pratica, l'ingegno, la manualità, l'amore per il contatto vivo con l'argilla, per realizzare quel pezzo prezioso di coccio che useranno gli altri, quelli che amano la terra, l'acqua e il fuoco, le materie prime del cocciaro... di Orlando.

Tre deliziose terrecotte prodotte da Orlando Orlandi sono illustrate in foto, nell’articolo di Luciano Marziano Le ceramiche di Vasanello, pubblicato sul n° 46 del dicembre 2001 della rivista trimestrale D’A, a pagina 13. A sinistra è un vaso a due manici contrapposti con decoro a foglie lanceolate e fascia sul collo. Al centro un pignatto con decoro a foglie lanceolate e a destra un boccale con decoro a tralci. 

Era sempre pronto ad insegnare ai giovani i primi rudimenti delle tecniche di lavorazione dell’argilla e molti i suoi incontri nelle scuole.

Ma lascio la parola a lui, per dare vita a chi non morirà mai:

Che me ricordo io, subito dopo la guerra c’erano 7 botteghe. 4 erano concentrate proprio quaggiù, in questa parte del paese. Poi c’era un’altra verso l’Ortaccio e 2 alle Predicare.”

Facevano i cocciari mio padre Alverio, e Ovidio - che era mio zio. Poi c’era Linceo Orlandi e Bruno, che eravamo cugini. Facevano questo mestiere nonno Giovanni e anche nonno Lanno, che era il mio bisnonno.“ 

“Eravamo io, mio fratello e 3 sorelle. E da ragazzetti lavoravamo tutti in bottega. Perché nelle famiglie artigiane aiutavano tutti, ognuno con quello che poteva fare. Donne comprese.” 

“La nostra bottega stava proprio dentro al tufo, è scavata tutta nel tufo. Era umido e ci accendevamo un po’ de fuoco. Babbo poi s’era fatto una stufetta de terracotta. La bottega di Zio invece no, era costruita.”

“Questa era la parte dove si lavorava proprio. Qui c’era il tornio. Questa è la tavola che ce se metteva a sede’ il torniante, e la ruota si girava proprio col piede. Lì ce stipavamo l’argilla dentro. Qui c’erano…noi li chiamavamo i catenieri. Sarebbero gli scaffali per appoggiare i pezzi, che erano in legno. Qui c’era una pietra che girava pe’ macinare il piombo. Vedi, questo è il bariletto dove ci tenevamo il piombo, il minio. Infatti vedi: è rosso. Gli oggetti poi se portavano lì alla fornace per cuocerli. Quello era un pozzetto pe’ la calce. Qui era un deposito per la legna, e ci mettevamo pure gli oggetti. Quando era estate mettevamo qui fori gli oggetti ad asciugare.”

"Nella zona c’è terra rossa, questo tipo di argilla. Si prendeva verso Orte, c’erano delle cave di argilla e si cavava lì. Non erano nostre le cave, però c’avevamo il diritto di cavare l’argilla e poi dovevamo ripristinare il terreno.

Per cavare l’argilla si usava il cavaciocco, un attrezzo che si teneva in bottega. Era una zappa un po’ più stretta della zappa quella normale. Lo facevamo l’estate, il mese di agosto. Bisognava togliere la parte sopra, il cappellaccio. Poi bisognava cavarla e trasportarla. Si portava a casa  con gli asini, da li saranno tre chilometri. C’erano delle persone che avevano gli asini e facevano proprio questo lavoro. Coi sacchi portavano la creta e si stipava dentro la bottega.”

“Poi bisognava lasciarla asciugare, perché sotto era un po’ fresca l’argilla. E allora si spandeva sul terreno e si lasciava asciugare sul posto per qualche giorno.”

“Questa argilla asciugata si metteva dentro una vasca e si bagnava di nuovo. Poi si passava dentro a questi due rulli che girano per schiacciarla, per renderla più fine. Poi si metteva su un banco, si batteva con un paletto di ferro, sempre per affinarla di più. E poi si lavorava al tornio. Si faceva un mucchio grande e si prendeva man mano che serviva. Il rullo già un innovazione, in un certo senso. Perché anticamente la impastavano coi piedi.”

Qui c’era la porta del paese. Era la porta occidentale che andava giù alla fontana per prendere l’acqua. Prima non c’era l’acqua in paese e mio Padre e mio Nonno la prendevano laggiù. Poi dopo nel ‘35 hanno fatto l’acquedotto.

Queste tubazioni erano pe’ raccoglie l’acqua. Siccome non c’era l’acqua qui, allora quando pioveva qui sopra si raccoglieva l’acqua in questa vaschetta. Le tubazioni so’ di terracotta, queste le faceva pure mio Padre.”

“Nella fornace nostra, mio Padre, generalmente faceva la stoviglieria più domestica: i pignatti, le casseruole, tegami per forno. Si andava dal pignattello piccolo piccolo - che generalmente si usava per scalda’ il vino - fino alla pignatta grande, con due manici. E quelle generalmente le usavano le famiglie numerose, nei casali, nelle campagne.”

 “Facevamo anche dei grandi contenitori, qui in dialetto le chiamano le bettine. Generalmente le usavano per l’olio, ma ci mettevano pure i legumi. Quelle più grandi arrivavano a 60, 70, 80 litri. Le facevano con il tornio in 2 pezzi e poi li accoppiavano. Sul bordo si faceva una canalina per incastrarli insieme, erano maschio e femmina, diciamo. Poi si incollava bene e in quel punto ci facevano una fascia sempre in terracotta. Era una fascia a rilievo che poi ci facevano qualche decorazione sopra: o con le ditate oppure col pettine.”

“Lo scaldino si  faceva al tornio e poi si traforava. E con questi stampi di gesso si facevano le decorazioni. Erano lavori che li facevano la sera in casa, perché ci voleva molto tempo e le botteghe erano senza luce. Allora durante il giorno lavoravano in bottega fino a una cert’ora, poi la sera a casa facevano questi lavori che ci voleva più tempo.

Ci facevamo anche i mattoni qui, quelli di terracotta per i forni, per le costruzioni. La produzione era limitata perché era tutta fatta a mano. Questo ad esempio era lo stampo de un mattone.

Se faceva tutto, anche i tubi pe’ i gabinetti de allora.”

“Qui sopra ce mettevamo le tavole con i pignatti ad asciugare. Dalla bottega si portavano qui e si mettevano ad asciugare. Ogni tanto se giravano un pochino. Se pioveva toccava corre! Tante volte magari si andava a pranzo, si annuvolava, pioveva, e noi giù di corsa a metterli dentro. Se no la pioggia li squagliava tutti!”

“Quella piccola di fornace, quella l’ho costruita proprio io. E questa era quella grande di mio Padre. C’è la data di quando l’ha restaurata: 1935.”

“La nostra fornace era aperta, si scendevano 2-3 scalini. Si entrava proprio dentro a caricare la legna, e anche a caricare l’oggetti. I pezzi più grandi si mettevano intorno intorno, e quelli piccoli dentro. Tutto a incastro, la fornace doveva essere tutta piena. Se impilavano tutti i pignatti della stessa misura. Generalmente da crudi non se mettevano proprio impilati uno sull’altro, ma leggermente sfalsati. Invece per la seconda cottura se impilavano proprio.

L’accortezza dell’artigiano era mettere certi oggetti che erano delicati al centro della fornace, o sopra, in modo che non stavano a contatto diretto con la fiamma. E altri oggetti li mettevano sotto: i mattoni, queste cose un po’ più grezze diciamo, anche se andavano a contatto con la fiamma non succedeva nulla. Anche questi oggetti  più grandi li mettevano attorno attorno alla fornace.”

“Per mettere gli oggetti noi sfruttavamo pure la parte di sotto, dove c’era il fuoco. I pezzi si proteggevano dalla legna facendo una specie di muro con i mattoni o con i pignatti rotti. Quindi gli oggetti non stavano a contatto proprio con la brace. Si sfruttava al massimo lo spazio, e venivano cotti bene anche quelli.”

“Il problema qui era per portare giù la legna per fare il fuoco. Solo l’argilla la portavano giù i muli, perché con i sacchi passavano e scaricavano. Ma con le ceste di legna neanche ci passava di qui il mulo. C’era uno stradello che veniva giù de qui, ma qui mica era così: era tutto dissestato, sterrato. Bisognava portare tutto a braccia, con la barella. Poi bisognava riportare su in piazza i pezzi per venderli.”

“Si chiudeva davanti con i pignatti rotti oppure con i mattoni. Si murava bene con la terra, con l’argilla grezza. Sopra si lasciava una finestra, un buco così che si chiudeva con un pignatto davanti. E poi c’era un altro sfiatatoio dietro, un altro tiraggio. Capivi che era cotto a occhio, dal colore, dal rossore. E poi ci mettevano dentro delle spie: ci si mettevano dentro dei pignattelli piccoli piccoli, che quando pensavano che aveva raggiunto la temperatura ne tiravano fuori uno da là sopra.”

“Qui sotto c’era la bottega di uno che lavorava e c’aveva la fornace proprio sopra lo strapiombo. Si racconta che mentre stava a tene’ fuoco gli si è scaricata la fornace, è franato tutto.”

 “Le donne erano specializzate nella decorazione. O meglio ancora nella riempitura, nella campitura: riempivano il fiore che era stato disegnato dall’artigiano. Lo facevano di getto, così. Bisognava fare veloci perché erano tanti gli oggetti.”

“Li faceva mio Padre i colori, al tempo li faceva ancora lui. Il giallo lo facevano loro con l’antimonio, ci mettevano dentro un pochino di calce e il piombo. Il verde lo facevano con il ramato, quello che si usa anche per la vigna. Lo mettevano a bagno e poi anche lì ci mettevano un po’ di calce. La calce serviva per fissare il colore, per non farlo spolverare. E il piombo naturalmente per renderlo un po’ più fusibile. Prima c’erano in alcune botteghe i forni di calcinazione. Io mi ricordo che c’erano dei fornetti piccolini a fianco alla fornace e calcinavano ‘sto piombo.”

“Generalmente c’erano proprio quelli che prendevano, compravano le cose da noi e poi andavano a fa’ le fiere. Allora li chiamavamo i carrettieri, quelli che andavano con i carretti ai mercati. Arrivavano addirittura ai Castelli o in Umbria, quando c’erano le fiere più importanti. Caricavano con i carretti, e stavano fuori pure qualche giorno quando andavano lontano.”

“Questi oggetti venivano venduti ai carrettieri a conti. Praticamente stabilivano un prezzo a conto - per esempio 500 lire. Il conto era un unità di misura: per esempio 2 conche erano un conto e anche 20 pignattelli piccoli era un conto. Poi c’erano pignatti di varie misure, da 10, da 15, da 12. Quelli da 8 li chiamavano gli ottaioli, che cominciavano a esse grandi.”

“Si vendeva anche direttamente: era il cosiddetto mercato del baratto. Si vendeva così, al minuto, a chi serviva una bocchetta, a chi una casseruola da fuoco…”.

“Da quando io andavo alle elementari, quando uscivo da scuola andavo giù alla bottega di mio Padre e mi mettevo lì sul tornio. Poi a 15 anni sono andato a lavorare giù alla ceramica del marchese Pisantelli.”

“Generalmente qui facevano il cavalluccio, sempre col cavaliere. E’ associato a San Lanno perché San Lanno era un cavaliere romano, un cavaliere di Cristo. E allora dicevano: è il cavalluccio di San Lanno - forse anche per una questione di devozione. C’era la festa del Santo il 5 maggio. C’era sempre questo cappuccetto: boh, sarà l’elmo del guerriero, non lo so.

E questa è la famosa patalocca. Era per i cacciatori, per il richiamo delle tortore. Ha questo buco per modulare il suono.”

Il ciufoletto lo facevano, però non è che ne facevano proprio tanti. A me ricordo che me l’aveva fatta una Babbo, quando ero piccolino. Era a forma di trombetta con i buchetti sopra. Il suono lo potevi modulare attraverso i buchi, come l’ocarina.”

“Mio Padre il cavalluccio lo faceva al tornio. Tirava al tornio un cilindro così, in modo che già con questo gli modellava il collo del cavallo e la testa. Il cavaliere se faceva a mano e poi si incollava sopra.”

“Per cuocerli li mettevano nei pignatti grandi. Per sfruttare gli spazi, nei pignatti grandi ci mettevano dentro un pignattello piccolo, poi qualche coperchio e 2 o 3 cavallucci.”

“Alcuni li facevano grezzi così, e alcuni lucidi con la vetrina. Oppure gli davano una schizzata col giallo e col verde.”

“Che poi praticamente era il giocattolo dei bambini questo. Più che altro era il giocattolo della befana.”

“Generalmente le famiglie compravano il cavalluccio di San Lanno qui alla bottega. Perché non è ne  facevano tanti. Li prendevano pure quelli che andavano a fa’ i mercati, che vendevano la robba di stoviglieria. Li portavano nei mercati, nelle fiere, e li vendevano così.”

“Giù alla bottega non potevano sta’ a perde tempo a fare i fischietti, e allora le facevano in casa queste cose, generalmente la sera. E non è che ne facevano tanti.”

“Ai tempi di mio Padre li facevano durante il periodo invernale, li facevano.”

“Riproducevano gli oggetti per la cucina, che erano il giocattolino per le bambine. Le miniature si facevano il periodo per le feste dell’Epifania.

Facevano qualche presepe. Mio padre ad esempio faceva i pupazzetti per il presepe quando eravamo ragazzini.”

Nel giro degli anni ‘50 e inizi ’60 erano finite parecchie botteghe. In poco tempo erano rimasti solo mio Padre, mio Zio, e Vitaliano - che era un cugino de mio Padre, sempre un Orlandi.”

da http://geniuslocimatera.blogspot.com/2014/11/cocci-e-fischietti-della-tuscia-le.html
L'intervista è di Massimiliano Trulli

 

Orlando Orlandi e i suoi tesori

 

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