Lo sposalizio della Vergine nella Cappella Mazzatosta

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IMMAGINI

Avvertenza: per i particolari dello Sposalizio della Vergine della Cappella Mazzatosta si è fatto ricorso di preferenza alla riproduzioni in bianco e nero precedenti il bombardamento del 1944.

Legenda: S=sinistra; D=destra; C=centro

  1. S: Benozzo Gozzoli, Tonsura di santa Rosa (part.), disegno, 1453, Londra, British Museum; D: Lorenzo da Viterbo, Presentazione della Vergine al Tempio (part.), 1469, Viterbo, S. Maria della Verità, Cappella Mazzatosta

  2. S: Piero della Francesca, Incontro di Salomone e della regina di Saba (part.), ante 1458, Arezzo, S. Francesco; D: Lorenzo da Viterbo, Presentazione della Vergine al Tempio (part.), 1469, Viterbo, S. Maria della Verità, Cappella Mazzatosta

  3. S: Piero della Francesca, Annunciazione (part.), ante 1458, Arezzo, S. Francesco; D: Lorenzo da Viterbo, Sposalizio della Vergine (part.), 1469, Viterbo, S. Maria della Verità, Cappella Mazzatosta

  4. S: Piero della Francesca, Annunciazione (2 partt.), ante 1458, Arezzo, S. Francesco; D: Lorenzo da Viterbo, San Luca Evangelista e Isaia Profeta, 1468-69, Viterbo, S. Maria della Verità, Cappella Mazzatosta

  5. Lorenzo da Viterbo, Madonna col Bambino e i santi Michele Arcangelo e Pietro, 1472, Roma, Galleria Nazionale di Palazzo Barberini

  6. Lorenzo da Viterbo (e collaboratore), Madonna col Bambino, santo non identificato e sant’Antonio Abate, 1472 c., Cerveteri, S. Antonio abate

  7. Tavola di confronto tratta da R. Longhi, Primizie di Lorenzo da Viterbo, 1926, ed. 1967, figg. 62a-b

  8. Lorenzo da Viterbo(?), Guerriero a cavallo, già a Tagliacozzo, Palazzo Orsini (da O. Rossi Pinelli, Tagliacozzo, in Storia dell’arte italiana, parte III, vol. 1. Inchieste su centri minori, Torino 1980, fig. 407)

  9. S: Lorenzo da Viterbo(?), Decorazione a finte architetture (part.), Tagliacozzo, Palazzo Orsini; D: Antonio Manetti, tarsie lignee, 1436-45, Firenze, Duomo, Sacrestia delle Messe

  10. S: Maso Finiguerra, Pace niellata con Crocifissione (part.), 1460-64 c., ; D: Lorenzo da Viterbo, Adorazione dei Magi, 1464-65 c., Tagliacozzo, Palazzo Orsini

  11. Sopra: Incisore fiorentino, Natività (part.), 1465 c., Paris, Bibliothèque Nationale de France (Hind 1938, 1, p. 45, n. A.I.49); Sotto: Lorenzo da Viterbo, Natività, 1464-65 c., Tagliacozzo, Palazzo Orsini

  12. S: Incoronazione della Vergine e storie della Vergine, copia ottocentesca di un’incisione fiorentina del 1460-65 c. (da Maso Finiguerra; Hind 1938, 1, p. 30, nn. A.I.12 e A.I.12a); C: Lorenzo da Viterbo, Crocifissione, 1464-65 c., Tagliacozzo, Palazzo Orsini; D: Incisore fiorentino, Crocifissione, 1465-70 c, Boston, Museum of Fine Arts (Hind 1938, 1, p. 56, n. A.I.81)

  13. Lorenzo da Viterbo, Annunciazione, 1464-65 c., Tagliacozzo, Palazzo Orsini

  14. S: Filippo Lippi, Adorazione del Bambino, 1459 c., Berlino, Staatliche Museen, Gemäldegalerie; D: orenzo da Viterbo, Annunciazione (part.), 1464-65 c., Tagliacozzo, Palazzo Orsini

  15. Antoniazzo Romano (qui attr.), Annunciazione, 1463, Roma, S. Saba

  16. Miniatore veneto(?), Annunciazione, in Breviario Barbo, 1467, Città del Vaticano, Archivio Capitolo S. Pietro, B. 81, f. 1r (part.)

  17. Antoniazzo Romano, Gerarchie angeliche (part.), 1464-65, Roma, SS. Apostoli, Cappella Bessarione

  18. Antoniazzo Romano, Annunciazione, 1470-72 c., Roma, S. Maria ad Martyres (Pantheon)

  19. S: Lorenzo da Viterbo, Annunciazione (part.), 1464-65 c., Tagliacozzo, Palazzo Orsini; D: Piero della Francesca e collaboratore (Lorenzo da Viterbo?), San Luca, 1459, Roma, S. Maria Maggiore, Cappella d’Estouteville

  20. S: Lorenzo da Viterbo, Annunciazione (part.), 1464-65 c., Tagliacozzo, Palazzo Orsini; C: Piero della Francesca e collaboratore (Lorenzo da Viterbo?), San Luca, 1459, Roma, S. Maria Maggiore, Cappella d’Estouteville; D: Lorenzo da Viterbo, San Giovanni Battista, 1464-65 c., Tagliacozzo, Palazzo Orsini

  21. S: Lorenzo da Viterbo, Annunciazione (part.), 1464-65 c., Tagliacozzo, Palazzo Orsini; D: Lorenzo da Viterbo, Assunzione della Vergine (part.), 1468-69, Viterbo, S. Maria della Verità, Cappella Mazzatosta

  22. S: Lorenzo da Viterbo, Adorazione dei Magi (part.), 1464-65 c., Tagliacozzo, Palazzo Orsini; D: Lorenzo da Viterbo, Assunzione della Vergine (part.), 1468-69, Viterbo, S. Maria della Verità, Cappella Mazzatosta

  23. Lorenzo da Viterbo, Adorazione dei Magi (part.), 1464-65 c., Tagliacozzo, Palazzo Orsini

  24. S: Napoleone Orsini; D: Roberto Orsini; incisioni in Francesco Sansovino, L’Historia di Casa Orsina, Venezia 1565

  25. Collaboratore di Lorenzo da Viterbo, Redentore benedicente, 1464-65 c., Tagliacozzo, Palazzo Orsini

  26. Ricostruzione grafica della parete ovest della Loggia con gli Uomini Illustri del Palazzo Orsini di Tagliacozzo (da D. Del Pesco, Eroi e Virtù. Due cicli di affreschi per gli Orsini a Tagliacozzo, inTagliacozzo e la Marsica in età angioina e aragonese. Aspetti di vita artistica, civile e religiosa, a cura di F. Salvatori, Roma 2003)

  27. Lorenzo da Viterbo, Ovidio Varrone, 1464-65 c., Celano, Castello Piccolomini, Museo d’Arte Sacra della Marsica (dal Palazzo Orsini di Tagliacozzo)

  28. Lorenzo da Viterbo, Scipione e Flaminio, 1464-65 c., fotografia precedente lo strappo (dal Palazzo Orsini di Tagliacozzo) e il trasferimento al Museo d’Arte Sacra della Marsica (Celano, Castello Piccolomini)

  29. Lorenzo da Viterbo, Pentesilea e Troilo, 1464-65 c., Celano, Castello Piccolomini, Museo d’Arte Sacra della Marsica (dal Palazzo Orsini di Tagliacozzo)

  30. Francesco di Stefano detto il Pesellino, Annibale, 1447-48 c., San Pietroburgo, Hermitage (da un codice dei Punica di Silio Italico)

  31. Arco  di Alfonso d’Aragona (part.), 1453-56 c., Napoli, Castelnuovo

  32. Bottega di Maso Finiguerra, Amazzone, 1460-65 c., in Cronaca figurata fiorentina, Londra, British Museum, Prints and Drawings Collection

  33. Lorenzo da Viterbo, Scipione e Flaminio (part.), 1464-65 c., fotografia precedente lo strappo (dal Palazzo Orsini di Tagliacozzo) e il trasferimento al Museo d’Arte Sacra della Marsica (Celano, Castello Piccolomini)

  34. Lorenzo da Viterbo, Sposalizio della Vergine (part.), 1469, Viterbo, S. Maria della Verità, Cappella Mazzatosta

  35. Lorenzo da Viterbo, Madonna col Bambino e i santi Michele Arcangelo e Pietro (part.), 1472, Roma, Galleria Nazionale di Palazzo Barberini

  36. Lorenzo da Viterbo, Evangelisti, Profeti, Padri e Dottori della Chiesa, 1468-69, Viterbo, S. Maria della Verità, Cappella Mazzatosta

  37. Lorenzo da Viterbo e collaboratore (Pancrazio Jacovetti?), Beato Tommaso da Orvieto, 1468-69, Viterbo, S. Maria della Verità, Cappella Mazzatosta

  38. Lorenzo da Viterbo, San Filippo Benizzi, 1468-69, Viterbo, S. Maria della Verità, Cappella Mazzatosta

  39. Lorenzo da Viterbo, Santi Matteo Evangelista e Bernardo di Chiaravalle, 1468-69, Viterbo, S. Maria della Verità, Cappella Mazzatosta

  40. Lorenzo da Viterbo, Natività (part.), 1468-69, Viterbo, S. Maria della Verità, Cappella Mazzatosta

  41. S: Mino da Fiesole, Sepolcro del cardinale Niccolò Forteguerri (part.), 1474 c., Roma, S. Cecilia in Trastevere; C: Lorenzo da Viterbo, Natività (part.), 1468-69, Viterbo, S. Maria della Verità, Cappella Mazzatosta; Andrea del Verrocchio, Bozzetto per il cenotafio Forteguerri (part.), 1476, Londra, Victoria and Albert Museum

  42. Lorenzo da Viterbo, Sposalizio della Vergine (part.), 1469, Viterbo, S. Maria della Verità, Cappella Mazzatosta

  43. Johann Anton Ramboux, Sposalizio della Vergine di Lorenzo da Viterbo (part.), acquerello, 1835-40 c., Düsseldorf, Museum Kunstpalast, Inv RV-276

  44. Lorenzo da Viterbo, Assunzione della Vergine (part.), 1468-69, Viterbo, S. Maria della Verità, Cappella Mazzatosta

  45. Lorenzo da Viterbo, Assunzione della Vergine (part.), 1468-69, Viterbo, S. Maria della Verità, Cappella Mazzatosta

  46. Lorenzo da Viterbo, Assunzione della Vergine (part.), 1468-69, Viterbo, S. Maria della Verità, Cappella Mazzatosta

  47. Lorenzo da Viterbo, Sposalizio della Vergine (part.), 1469, Viterbo, S. Maria della Verità, Cappella Mazzatosta

  48. Andrea del Castagno, Trinità con i santi Girolamo, Paola ed Eustochia (part.), 1453-54, Firenze, SS. Annunziata

  49. Lorenzo da Viterbo, Sposalizio della Vergine (part.), 1469, Viterbo, S. Maria della Verità, Cappella Mazzatosta

  50. Lorenzo da Viterbo, Natività (part.), 1468-69, Viterbo, S. Maria della Verità, Cappella Mazzatosta

  51. Alesso Baldovinetti, Natività (part.), 1460-62, Firenze, SS. Annunziata, chiostro dei Voti

  52. S: Alesso Baldovinetti, Natività (part.), 1460-62, Firenze, SS. Annunziata, chiostro dei Voti; D: Lorenzo da Viterbo, Sposalizio della Vergine (part.), 1468-69, Viterbo, S. Maria della Verità, Cappella Mazzatosta

  53. S: Antonio del Pollaiolo, Profilo di giovanetto, 1462-64 c., Dublino, National Gallery of Ireland; D: Lorenzo da Viterbo, Sposalizio della Vergine (part.), 1468-69, Viterbo, S. Maria della Verità, Cappella Mazzatosta

  54. Lorenzo da Viterbo, Finto rilievo all’antica (Apollo e Marsia?), 1468-69, Viterbo, S. Maria della Verità, Cappella Mazzatosta

  55. Lorenzo da Viterbo, Finto rilievo all’antica (Due putti che giocano con un’asta), 1468-69, Viterbo, S. Maria della Verità, Cappella Mazzatosta

  56. Maso Finiguerra, Storie della Genesi (part.), 1462-64 c., Francoforte, Städelsches Institut

  57. Lorenzo da Viterbo, Finto rilievo all’antica (Due guerrieri nudi), 1468-69, Viterbo, S. Maria della Verità, Cappella Mazzatosta

  58. Da Antonio del Pollaiolo, Ercole(?) con mazza e scudo, Firenze, Uffizi, Gabinetto Disegni e Stampe, 269E verso

  59. Lorenzo da Viterbo, Finto rilievo all’antica (Due gladiatori), 1468-69, Viterbo, S. Maria della Verità, Cappella Mazzatosta

  60. Antonio del Pollaiolo, Battaglia d’ignudi, 1465 c., incisione, Firenze, Uffizi, Gabinetto Disegni e Stampe

  61. Lorenzo da Viterbo, Sposalizio della Vergine (part.), 1468-69, Viterbo, S. Maria della Verità, Cappella Mazzatosta

  62. Lorenzo da Viterbo, Presentazione della Vergine al Tempio (part.), 1468-69, Viterbo, S. Maria della Verità, Cappella Mazzatosta

  63. Lorenzo da Viterbo, Presentazione della Vergine al Tempio (part.), 1468-69, Viterbo, S. Maria della Verità, Cappella Mazzatosta

  64. S: Lorenzo da Viterbo, San Gregorio Magno, 1468-69, Viterbo, S. Maria della Verità, Cappella Mazzatosta; D: Antonio del Pollaiolo,Maddalena portata in cielo dagli angeli, 1460 c., Staggia, Museo del Pollaiolo

  65. Lorenzo da Viterbo, Natività (part.), 1468-69, Viterbo, S. Maria della Verità, Cappella Mazzatosta

  66. Lorenzo da Viterbo, Presentazione della Vergine al Tempio Sposalizio della Vergine, 1468-69, Viterbo, S. Maria della Verità, Cappella Mazzatosta

  67. Lorenzo da Viterbo, Sposalizio della Vergine (2 partt.), 1468-69, Viterbo, S. Maria della Verità, Cappella Mazzatosta

  68. Francesco Botticini, Sposalizio della Vergine, 1460 c., Firenze, Villa I Tatti, Collezione Berenson

  69. Lippo Vanni, Sposalizio della Vergine (part.), 1360-70 c, Eremo di San Leonardo al Lago (Siena)

  70. Francesco di Giorgio Martini, Pio II consacra cardinale Francesco Todeschini Piccolomini (part.), tavoletta di gabella, 1460, Siena, Archivio di Stato

  71. Benvenuto di Giovanni, Miracolo della mula di sant’Antonio da Padova, 1458-60 c., Monaco, Alte Pinakothek

  72. Lorenzo da Viterbo, Presentazione della Vergine al Tempio (part.), 1468-69, Viterbo, S. Maria della Verità, Cappella Mazzatosta

  73. Bottega di Maso Finiguerra, Sibilla Delfica e Tempio della Pace (part.), 1460-65 c., in Cronaca figurata fiorentina, Londra, British Museum, Prints and Drawings Collection

  74. Ambrogio Lorenzetti, Processione dei Ventiquattro, 1338-40, Siena, Palazzo Pubblico, Sala dei Nove

 

NOTE


*La stesura di questo saggio negli ultimi mesi è stata scandita dalle strilla acute e dai sorrisi meravigliosi di mia figlia Livia, venuta al mondo il 19 ottobre 2011: la dedica pertanto, con tutto il cuore, va a lei, a mia moglie Cristina, senza i cui sacrifici mai sarei riuscito ad arrivare in fondo, e a mio nipote Lorenzo, omonimo del pittore qui celebrato (con la promessa di omaggiare in futuro anche suo fratello Julian).

La gestazione è frutto di lunghe ricerche condotte negli ultimi anni, beneficiando in particolare di una Fellowship presso Villa I Tatti – The Harvard University Center for Italian Renaissance tra il 2010 e il 2011. Per aver discusso con me vari punti e problemi tra i tanti qui trattati, rivolgo un ringraziamento particolarmente sentito ad Alessandro Angelini, Eve Borsook, Gigetta Dalli Regoli, Andrea De Marchi, Vincenzo Farinella, Aldo Galli, Margaret Haines, Fabio Marcelli, Matteo Mazzalupi, Simona Mercuri, Antonio Pinelli.

[1]G.B.L.G. Séroux d’Agincourt, Storia dell’arte dimostrata coi monumenti dalla sua decadenza nel IV secolo fino al suo Risorgimento nel XVI, Prato 1826-29, 6 voll., vol. 4, 1827, pp. 413-415; C.F. von Rumohr, Italienische Forschungen [1827], a cura di J. von Schlosser, Frankfurt am Main 1920, pp. 335-336 e 351; G. Rosini, Storia della pittura italiana esposta coi monumenti, Pisa 18502, vol. 3, pp. 29-30; J.A. Crowe-G.B. Cavalcaselle, A History of Painting in Italy, V. Umbrian and Sienese Masters, a cura di T. Borenius, London 1914, pp. 244-245; G. B. Cavalcaselle-J. A. Crowe, Storia della pittura in Italia dal secolo II al secolo XVI, vol. 9, Firenze 1902, a cura di A. Mazza, pp. 125-126.

[2]C. Ricci, Lorenzo da Viterbo, in “Archivio storico dell’arte”, 1, 1888, pp. 26-34 e 60-67.

[3]A. Venturi, Storia dell’arte italianaVII.2. La pittura del Quattrocento, Milano 1913, pp. 226-254.

[4]R. Longhi, Primizie di Lorenzo da Viterbo, in “Vita Artistica”, 1926, pp. 109-114 (con lo pseudonimo di A. Ronchi), ripubblicato in Edizione delle opere complete di Roberto Longhi, vol. II. Saggi e ricerche 1925-28, Firenze 1967, tomo I, pp. 53-62.

[5]Mostra dei frammenti ricostituiti di Lorenzo da Viterbo, catalogo a cura di C. Brandi, Roma 1946.

[6]F. Zeri. Una pala d’altare di Lorenzo da Viterbo, in “Bollettino d’arte”, 1953, pp. 38-44, ripubblicato in F. Zeri, Giorno per giorno nella pittura, vol. 5. Scritti sull’arte italiana del Sei e Settecento. Recensioni e altri saggi. Aggiunte, Torino 1998, pp. 265-268.

[7]I. Faldi, Pittori viterbesi di cinque secoli, Roma 1970, pp. 31 e sgg.

[8]E. Bentivoglio, S. Valtieri Bentivoglio, Le pitture di Lorenzo da Viterbo nella cappella Mazzatosta a Viterbo, in “Mitteilungen des Kunsthistorisches Institut in Florenz”, 17, 1973, 1, pp. 87-103.

[9]C. Strinati, Lorenzo da Viterbo, in Il Quattrocento a Viterbo, catalogo della mostra (Viterbo 1983), Roma 1983, pp. 179-201.

[10]A. Pinelli, Un affresco di Lorenzo da Viterbo a Cerveteri, in Scritti di storia dell’arte in onore di Federico Zeri, Milano 1984, I, pp. 189-195.

[11]A. Coliva, Lorenzo da Viterbo nella cappella Mazzatosta, in Studi in onore di Giulio Carlo Argan, Firenze 1994, pp. 95-121.

[12]S. Petrocchi, Artisti viterbesi del Quattrocento a Roma: da Antonio a Lorenzo da Viterbo, in “Studi romani”, 55, 2007(2009), 3/4, pp. 355-380; Id., Da Lorenzo da Viterbo a Piermatteo d’Amelia: ipotesi intorno a Nicolaus pictor alias il Maestro del Trittico di Chia, in: “Rivista dell’Istituto Nazionale d’Archeologia e Storia dell’Arte”, serie III, 28 (60), 2005, pp. 175-192.

[13]R. Longhi, Primizie di Lorenzo da Viterbo, cit., ed. 1967, p. 52; tutta filobenozzesca è la lettura del Ricci (Lorenzo da Viterbo…, cit.), cui si oppone quella integralmente pierfrancescana del Venturi (Storia dell’arte italiana…, cit., 1913).

[14]Pittura di luce: Giovanni di Francesco e l’arte fiorentina di metà Quattrocento, catalogo della mostra (Firenze 1990), a cura di L. Bellosi, Milano 1990; N. Rowley, "Pittura di luce" : genèse d'une notion, in “Studiolo”, 5, 2007, pp. 227-248. La rivalutazione della grandezza di Piero spetta a Roberto Longhi, Piero della Francesca (1914 e 1927); sull’operato del pittore a Roma si legga qui il saggio di Alessandro Angelini.

[15]Credo che l’esistenza di due opere laurenziane a Cerveteri, che era feudo Orsini, possa ragionevolmente connettersi con l’attività del pittore per gli Orsini di Tagliacozzo: Cerveteri dipendeva infatti da Bracciano, contea assegnata dal 1470 a Napoleone Orsini, che fino a quell’anno era stato titolare col fratello Roberto della contea di Tagliacozzo (per notizie dettagliate sui due fratelli si veda infra, par. 2).

[16]Di recente Petrocchi (Artisti viterbesi…cit., p. 377) ha attribuito a Lorenzo una interessante Madonna col Bambino in trono in S. Maria di Forcassi a Vetralla, affresco frammentario ma di limpida filiazione pierfrancescana. All’ambito del pittore credo che si potrebbero accostare – il condizionale è d’obbligo, non avendo ancora visionato i dipinti dal vivo – i Santi Lorenzo e Agata affrescati in S. Maria a Vitorchiano, che lo stesso Petrocchi ha pubblicato riferendoli al Maestro di Toscolano (Da Lorenzo da Viterbo…cit., pp. 188-189, fig. 22): nel risentito ed incisivo linearismo mi appaiono affini agli Uomini illustri della loggia del Palazzo Orsini di Tagliacozzo.

[17]Hanno aderito all’attribuzione longhiana a Lorenzo da Viterbo, senza sostanziarla tuttavia di decisive argomentazioni: D. Del Pesco, Eroi e Virtù. Due cicli di affreschi per gli Orsini a Tagliacozzo, in Tagliacozzo e la Marsica in età angioina e aragonese. Aspetti di vita artistica, civile e religiosa, atti del convegno (Tagliacozzo 2002), a cura di F. Salvatori, Roma 2003, pp. 155-173; M.P. Fina, Il Palazzo Orsini di Tagliacozzo e la sua decorazione, Avezzano 2004; A. Angelini, ibidem, pp. 5-7. Hanno invece seguito l’indicazione zeriana in favore di un maestro anonimo: O. Rossi Pinelli, Tagliacozzo, in Storia dell’arte italiana, parte III, vol. 1. Inchieste su centri minori, Torino 1980, pp. 313-340: 329; F. Todini, in F. Todini, B. Zanardi, La Pinacoteca Comunale di Assisi, Firenze 1980, p. 83 (“espressionista gozzolesco”); S. Pasti, Lo scomparso ciclo di affreschi di S. Rosa da Viterbo di Benozzo Gozzoli e la sua influenza nel viterbese: gli affreschi dell’Isola Bisentina, in in Il Quattrocento a Viterbo, catalogo della mostra (Viterbo 1983), Roma 1983, pp. 159-178: 171 (“scuola umbra”); C. Strinati, Lorenzo da Viterboibidem, pp. 179-201: 197 nota 2; R. Torlontano, La pittura in Abruzzo nel Quattrocento, in La pittura in Italia. Il Quattrocento, a cura di F. Zeri, 2 voll., Milano 1987, vol. 2, pp. 437-445: 444-445; Eadem, Maestro degli affreschi di Tagliacozzoibidem, pp. 673-674; G. Benedicenti, Abruzzo, in La pittura murale in Italia. Il Quattrocento, a cura di M. Gregori, Torino 1996, pp. 214-221: 219-220; A. Cavallaro, Il Lazio: i Colonna, gli Orsini e i Caetani, in Corti italiane del Rinascimento. Arti, cultura e politica, 1395-1530, a cura di M. Folin, Milano 2010, pp. 363-375: 368.

[18]F. Gregorovius, Eine Pfingstwoche in der Abruzzen [1871], in Wunderjahre in Italien, Leipzig 1856-1877, trad.it. Viaggio in Abruzzo, a cura di A.Polla, Avezzano 1982, pp. 36-39.

[19]Sulle vicende costruttive del palazzo cfr. C. Conforti, La residenza dei Signori di Tagliacozzo, in Tagliacozzo e la Marsica…, cit., pp. 129-154 (con bibl. prec.); decisamente meno affidabile, e spesso impreciso, il resoconto di R. Mancini, Viaggiare negli Abruzzi. I. La via Valeria. Il Carseolano e i Piani Palentini, L’Aquila 2003, pp. 183-193. Passato ai Colonna nel 1497, il palazzo pervenne ai Corsini nel XIX secolo con le nozze tra l’ultima erede Colonna, Anna Colonna Barberini (1840-1911), e Tommaso Corsini (1835-1918), celebrate nel 1858; per un certo periodo tra fine Otto e primo Novecento Anna vi spostò una parte della quadreria Barberini (con dipinti di Camassei, Gemignani, Guercino, Pietro da Cortona, Romanelli, Vouet, e copie da Raffaello e Reni), cfr. A. Paoluzi, Tagliacozzo. Notizie storiche, le chiese, gli edifici, i personaggi celebri, Avezzano 1929, pp. 45-49. Nel 1936 la vendita allo Stato segnò l’inizio del decadimento: l’utilizzo dapprima come colonia estiva della G.I.L., come ricovero dei soldati tedeschi durante la Guerra, poi come educandato femminile, infine il passaggio alla Regione Abruzzo, ha causato la scialbatura, o peggio la raschiatura di gran parte delle decorazioni interne, la trasformazione e talora la distruzione  di interi ambienti; un disfacimento progressivo e vergognoso, talora peggiorato da inadeguati restauri (O. Rossi Pinelli, Tagliacozzo, cit., pp. 327-328; F. Pasqualone, Tagliacozzo. Guida storico-artistica, Tagliacozzo 1999, pp. 38-47).

[20]Ibid.; M. P. Fina, Il Palazzo Orsini…, cit., pp. 13 e sgg. Sugli Orsini e Tagliacozzo cfr. S. Carocci, Le origini della Signoria Orsini su Tagliacozzo, in Tagliacozzo e la Marsica…, cit., pp. 1-16; L. Saviano, Gli Orsini di Tagliacozzo, ibid., pp. 17-32. La fiorente storiografia orsiniana degli ultimi decenni ha prodotto due studi di ampio respiro storico e documentario che lasciano purtroppo scoperto il periodo, che qui interessa, dal primo Quattrocento fino al papato di Paolo II (F. Allegrezza, Organizzazione del potere e dinamiche familiari: gli Orsimi da Duecento agli inizi del Quattrocento, Roma 1998; C. Shaw, The political role of the Orsini family from Sixtus IV to Clement VII: barons and factions in the Papal States, Roma 2007).

[21]F. Pasqualone, op. cit., p. 30; M.P. Fina, op. cit., pp. 13-15. Sintetizza efficacemente i loro meriti un passo di una lettera del cardinale Jacopo Ammannati Piccolomini a Paolo II (1467): “duo germani fratres Neapolio et Robertus, alter Ecclesiae dux, alter ex ducibus Ferdinandi regis strenue militarent. Napoleo quidem apud Senogalliam potentissimum Sigismundum [Malatesta], a quo anno ante insignem plagam Pius acceperat, proelio superavit. Roberti vero opera, qui primam pugnam commisit, Andegavenses circa Troiae moenia in Apulia ceciderunt” (J. Ammannati Piccolomini, Lettere (1444-1479), a cura di P. Cherubini, 3 voll., Roma 1997, 2, p. 923). Cfr. inoltre Enea Silvio Piccolomini Papa Pio II, I Commentarii, a cura di L. Totaro, Milano 2008, pp. 1014-15, 2388-92 e ad indicem;  Niccolò della Tuccia, in I. Ciampi, Cronache e statuti della città di Viterbo, Firenze 1872, ristampa Bologna 1976, pp. 251, 255, 261; F. Sansovino, L’Historia di Casa Orsina, Venezia 1565, pp. 67-68. Su Bracciano si legga qui il saggio di Gabriele Fattorini.

[22]M.P. Fina, op. cit., pp. 17-19.

[23]Gli Statuti di Avezzano. Aspetti giuridico-economici, trascrizione, traduzione dal testo latino a fronte e commento di M. Di Domenico, Roma 1989, pp. 258-268.

[24]Ibid., p. 255. Cfr. pure P. Nardecchia, Pittori di frontiera. L’affresco quattro-cinquecentesco tra Lazio e Abruzzo, Casamari 2001, pp. 97-98.

[25]I. Ciampi, Cronache…, cit., p. 261; più avanti nello stesso anno “il cavaliero, fratello di Napolione Orsino, ch’era valentissimo di sua persona, ed era fatto conte di Tagliacozzo lui e il fratello” (p. 262); e “il conte Iacovo Piccinino, con 7000 cavalli in circa, andò contro Tagliacozzo, che era di Napolione Orsino, e tolseli Avezzano con molti altri castelli”, per cui “Napolione Orsino si ridusse con le genti sue a Tagliacozzo per poterlo meglio difendere con 600 fanti forestieri e altri suoi cavalli” (p. 263); v. inoltre p. 266.

[26]Cit. in M.P. Fina, op. cit., p. 38.

[27]G. Gattinara, Storia di Tagliacozzo dalla origine ai giorni nostri con brevi cenni sulla regione Marsicana, Città di Castello 1894, ristampa Tagliacozzo 1999, pp. 56-57; G. Marini, La battaglia di Tagliacozzo e le vicende di tre chiese, Casalbordino 1934, pp. 12-14.

[28]F. Pasqualone, op. cit., p. 40.

[29]O. Rossi Pinelli, op. cit., pp. 327-328 e  fig. 407.

[30]L. Valla, In Barptolemeum Facium Ligurem invectivae seu recriminationes, IV, cit. in M. Baxandall, Giotto e gli umanisti. Gli umanisti osservatori della pittura in Italia e la scoperta della composizione pittorica 1350-1450, Milano 1994 (ed. orig. Oxford 1971), pp. 161 e 219: l’umanista romano fu chiamato a comporre i motti latini da abbinare alle quattro Virtù affrescate attorno al sovrano a cavallo. Si ricordi poi il progettato monumento equestre in bronzo di Alfonso a coronamento dell’Arco di Castelnuovo, per il quale era stato contattato Donatello (G. L. Hersey, The Aragonese Arch at Naples 1443-1475, New Haven and London 1973, pp. 53-55). Nel 1494 Antonio Pollaiolo, richiesto da Gentil Virginio Orsini di un busto bronzeo “al naturale”, proporrà al signore di Bracciano di ritrarlo “tuto intero insunun chaval grosso” (lettera del 13 luglio, cit. in Bracciano e gli Orsini. Tramonto di un progetto feudale, catalogo della mostra (Bracciano 1981), a cura di A. Cavallaro, A. Mignosi Tantillo, R. Siligato, Roma 1981, p. 119).

[31]In particolare due documenti, pubblicati dal Filangieri: nel 1471 Agnello dell’Abate di Napoli (lo stesso che nel ‘72 decora la “cambra hou stan les coses adorifferes del Senyor Rey” a Castelnuovo) “armiere e pittore, dipinse e toccò d’oro l’intemplatura della sala grande dell’Ospizio del conte di Tagliacozzo, Roberto Orsini, per 30 ducati”; nel 1472 il legnaiolo Renzo Sangermano e Antonio di Montorio, entrambi napoletani, eseguono “vari lavori d’intemplatura intorno alla terrazza della Corte dell’Ospizio di Roberto Orsini, e in una camera detta del Cancelliere con le chiusure alle finestre ed alle porte” (G. Filangieri, Indice degli artefici delle arti maggiori e minori… da studi e nuovi documenti raccolti e pubblicati per cura di Gaetano Filangieri, Napoli 1891, p. 416). Tali intagliatori e decoratori, intenti a soffittature (“intemplature”) lignee sul tipo di quelle che ancora sopravvivono in alcuni ambienti del Palazzo (come la loggia e la cappella, quest’ultima asportata da un furto nel 2009), furono dunque impiegati per volere di Roberto verisimilmente a completamento della campagna edilizia e decorativa iniziata nel decennio precedente e condotta fino al ’70 con il fratello Napoleone. Nella liaison Tagliacozzo-Napoli, che mi riprometto di approfondire in altra sede, vanno considerati inoltre: il palazzo che Roberto e Napoleone Orsini edificarono a Napoli, in via Tribunali, di cui sopravvive solo il portale (così simile alle architetture dipinte di Tagliacozzo, specie nella cappella), recante un’epigrafe in capitale umanistica (“HEC ROSA MAGNANIMI DEFENDIT AB UNGUIBUS URSI HINC GENUS URS/INUM ROMA VETUSTA TRAIT ANNO DOMINI MCCCCLXX”), oggi ingresso della chiesa di S. Maria del Rifugio; e gli affreschi (AnnunciazioneAngeli e Putti reggistemma) nella cappella Piccolomini in Monteoliveto (1475-90), e commissionati dallo stesso Antonio Todeschini Piccolomini, nipote di Pio II, divenuto conte di Celano nel 1463; legati stilisticamente dalla bibliografia partenopea (P. Leone de Castris, Italia meridionale, in La pittura murale…, cit., pp. 222-243: 233-235, che cita i precedenti accenni di Ferdinando Bologna e Fiorella Sricchia Santoro) agli affreschi di Tagliacozzo, a Lorenzo da Viterbo e all’ambito del Maestro di San Giovanni da Capestrano; ma se ne ricordi già la precoce segnalazione in chiave pierfrancescana di A. Venturi, Storia dell’arte italiana, vol. VII. La pittura del Quattrocento, tomo IV, Milano 1915, pp. 122-124.

[32]Sulla Bibliotheca Graeca cfr. G. de Simone, Melozzo e Roma, in Melozzo da Forlì. L’umana bellezza tra Piero della Francesca e Raffaello, a cura di D. Benati, M. Natale, A. Paolucci, catalogo della mostra (Forlì 2011), Cinisello Balsamo (Milano), 2011, pp. 37-51: 40-41 (con bibl. prec.). Il serto vegetale con nastri svolazzanti che campeggia sulla specchiatura marmorea richiama da vicino quelli che scandiscono la parete nord della Sacrestia delle Messe nel Duomo di Firenze, opera di Antonio di Tuccio Manetti (1436-45, fig. 9; sull’importanza della Sacrestia come fonte per l’artista di Tagliacozzo si veda infra nel testo).

[33]Si veda il resoconto del restauro, eseguito dalla ditta Benelli, Caponi & C. di Pisa, di C. Tropea, Dipinti murali del Palazzo Ducale di Tagliacozzo, 1. Nota sull’attività di conservazione, restauro e valorizzazione promossa dalla Soprintendenza, in Architettura e arte nella Marsica 1984-1985, I. Architettura, catalogo della mostra (Celano 1984), L’Aquila 1985, pp. 207-210.

[34]M. Collareta, Le “arti sorelle”. Teoria e pratica del “paragone”, in La pittura in Italia. Il Cinquecento, a cura di G. Briganti, Milano 1988, vol. 2, pp. 569-580: 570. Il pittore di Tagliacozzo si servì di una stampa, chiaramente invertita, dalla pace niellata di Washington qui illustrata (fig. 10): se ne conservano due esemplari (K. Oberhuber, Maso Finiguerra, in Early Italian Engravings from the National Gallery of Art, catalogo della mostra [Washington 1973], a cura di J.A. Levenson, J. Oberhuber, J.L. Sheehan, Washington 1973, pp. 1-9: 5).

[35]Anche le bordure decorate con tralci stilizzati e tondi con Profeti a mezzo busto e cartigli si apparentano ai marginalia della cappella di Tagliacozzo; cfr. The illustrated Bartsch, vol. 24 (formerly 13.1). Early Italian Masters, a cura di M. J. Zucker, New York 1980; The illustrated Bartsch, vol. 24 (formerly 13.1). Early Italian Masters. Commentary part 1, a cura di M. J. Zucker, New York 1993, cat. 2405.025 (Hind 1938, n. A.1.49), pp. 160-161 (1470 c.).

[36]Per l’incisione cfr. ibidem, cat. 2405.056 (Hind 1938, n. A.1.81), pp. 212-213 (con datazione, decisamente troppo tarda, al 1480-90 c.); sulla Crocifissione pollaiolesca A. Angelini, Considerazioni sull’attività giovanile di Antonio Pollaiolo ‘horafo’ e ‘maestro di disegno’, in “Prospettiva”, 44, 1986, pp. 16-26.

[37]The illustrated Bartsch…[1993], cit., cat. 2405.006 (Hind 1938, n. A.I.12) e 2405.006 C1 (Hind 1938, n. A.I.12a), pp. 123-126. Tra le piccole Storie della Vergine che incorniciano l’Incoronazione al centro, lo schema dell’Adorazione dei Magi è abbastanza simile all’affresco di Tagliacozzo. Si è scelto di illustrare la copia (cat. 2405.006 C1 [Hind 1938, n. A.I.12a]), per la più chiara leggibilità rispetto all’originale, accostato in passato a Baccio Baldini, oggi all’ambito del Maestro della Passione di Vienna.

[38]E. Lunghi, La decorazione della chiesa di Santa Maria in Campis, in Nicolaus Pictor. Nicolò di Liberatore detto l’Alunno. Artisti e botteghe a Foligno nel Quattrocento, catalogo della mostra (Foligno 2004), a cura di G. Benazzi, E. Lunghi, pp. 455-474: fig. a p. 460. Per un'analoga osservazione di Lionello Venturi si veda in questo numero di "Predella" il saggio di E. Pellegrini.

[39]L’iscrizione, frammentaria, riporta la canonica salutatio: “AVE MARIA GRATIA PLENA BENEDICTA TU..”.

[40]H. Saalman, Capital Studies, in "The Art Bulletin", 40, 1958, n. 2, pp. 113-137.

[41]M. Haines, The Sacrestia delle Messe of the Florentine Cathedral, Firenze 1983, pp. 179-183, figg. 74, 97.

[42]Ibidem, pp. 161 e sgg.

[43]Solo in modo più generico e meno stringente l’Annunciata di Tagliacozzo si riallaccia a prototipi angelichiano-benozzeschi quali ad esempio le Natività  dell’Armadio degli argenti o della predella di Montefalco (oggi alla Pinacoteca Vaticana). Il dettaglio abbastanza raro delle mani unite solo dai polpastrelli delle dita si ritrova in altri contesti, ad esempio nel Tura a Ferrara.

[44]Alla base dell’affresco è dipinta la seguente iscrizione, relativa al rifacimento del tetto patrocinato dal cardinale: “Franciscus Cardinalis Senensis Pii Papae II nepos tectum huius sacrae basilicae vetustate consumptum propriis sumptibus restauravit anno domini MCCCCLXIII” (C. La Bella, San Saba, Roma 2003, p. 141.

[45]Per una scheda del Breviario cfr. Liturgia in figura. Codici liturgici rinascimentali della Biblioteca Apostolica Vaticana, catalogo della mostra (Biblioteca Apostolica Vaticana 1995), a cura di G. Morello, S. Maddalo, Roma 1995, pp. 151-155.

[46]L’attribuzione a Antoniazzo fu avanzata da G. Bernardini, Alcune opere di Antonazo Romano, in “Rassegna d’arte”, 9, 1909, n. 3, pp. 43-47, il quale riferiva le figure più deboli e arcaizzanti del Dio Padre e dei Profeti a un assistente; poi confermata da B. Berenson, Italian Pictures of the Renaissance: a list of the principal artists and their works. Central Italian and north Italian schools, London 1932, p. 28; ed. 1968, vol. 1, p. 18; e da R. Van Marle, The development of the Italian Schools of painting, The Hague 1934, vol. 15, p. 280.

[47]R. Bartalini in Pittura di luce…, cit., p. 111; M. Minardi, Benozzo Gozzoli giovane e gli studi recenti, in “Arte cristiana”, 86, 1998, 786, pp. 237-240: nota 35 p. 240; G. de Simone, scheda della Madonna di Rieti di Antoniazzo, in Melozzo da Forlì… [2011], cit., pp. 192-194. Per una scheda dell’affresco dei SS. Domenico e Sisto, forse proveniente da S. Caterina a Magnanapoli e in origine affiancato da santi (di cui si intravedono alcune parti), cfr. D. Cole Ahl, Benozzo Gozzoli, New Haven 1996, cat. 69 pp. 253-254.

[48]Sulla cappella Bessarione cfr. C. Busiri Vici, Un ritrovamento eccezionale relativo all’antica basilica dei SS. Apostoli in Roma, in “Fede e arte”, 8, 1960, pp. 70-83; C. Haas, A proposito degli affreschi nella cappella funeraria del Card. Bessarione ai SS. Apostoli di Roma, in “Ricerche di storia dell’arte”, 13-14, 1981, pp. 131-138; F. Lollini, La cappella di Bessarione ai Santi Apostoli: una riconsiderazione, in “Arte cristiana”, 79, 1991, pp. 7-22; V. Tiberia, Antoniazzo Romano per il Cardinale Bessarione a Roma, Todi 1992; Antoniazzo Romano e gli antoniazzeschi. Una generazione di pittori nella Roma del Quattrocento, Udine 1992, pp. 42-44 e 182-184.

[49]Il confronto si può estendere proficuamente all’Annunciazione della Camera di S. Caterina da Siena (oggi nella sacrestia di S. Maria sopra Minerva, 1478-80 c.), che riflette la successiva svolta melozzesca nello stile di Antoniazzo. Sullo stile e la cronologia delle due Annunciazioni antoniazzesche cfr. G. de Simone, Melozzo e Roma, in Melozzo da Forlì… [2011], cit., pp. 37-51: 44 e 47 (con bibl.).

[50]Ho accennato analoghe argomentazioni in Melozzo e Roma…, cit., ; e nello stesso catalogo, alle pp. 192-194 (scheda della Madonna di Rieti di Antoniazzo).

[51]Ineguagliabili le parole del Longhi nel descrivere il San Luca, ad esempio “la testa […] granitica come quella di un Osiride, e, sul volume del viso, fendono gli occhi e pungono le sopracciglia con la stessa crudeltà astrale di rotazione nello spazio, che Antonello userà più tardi in ritratti come quello che oggi è presso il Trivulzio” (Piero della Francesca… [1927, ed. 1963], cit., pp. 52-53.

[52]A. Pinelli, Esercizi di metodo: Piero e Benozzo a Roma, tra cronologia relativa e cronologia assoluta, in Presenze cancellate. Capolavori perduti della pittura romana di metà ‘400, a cura di A. Pinelli, “Ricerche di Storia dell’arte”, 76, 2002, pp. 7-30: figg. 8 e 21. Tale saggio, fondamentale per la conferma a Piero della volta d’Estouteville, può integrarsi con quello di A. Angelini in questo numero di “Predella”; cfr. pure A.L. Sicurezza, Piero della Francesca a Roma. Indagini sulla documentazione e sulla tecnica esecutiva degli Evangelisti di Santa Maria Maggiore, in “1492. Rivista della Fondazione Piero della Francesca”, II, 2009, n. 2, pp. 85-98, che pubblica due documenti inediti (del 25 settembre 1458 e del 21 ottobre 1458) sui lavori di muratura e allestimento della “camera nuova” del Palazzo Vaticano poi decorata da Piero.

[53]Angelini (saggio cit. alla nota precedente) crede all’intervento di Giovanni di Piamonte; Pinelli (Esercizi di metodo…, cit., cui si rimanda anche per una disamina delle posizioni critiche precedenti), è con Longhi per una piena autografia pierfrancescana; altre posizioni sono riepilogate in A.L. Sicurezza, Piero della Francesca…, cit.

[54]G. Galassi, Appunti sulla scuola pittorica Romana del ‘400, in in “L’Arte”, 1913, pp. 107-112 (“seguace di Pier della Francesca, affine a Lorenzo da Viterbo”); E. Lavagnino, in E. Lavagnino, V. Moschini, Santa Maria Maggiore, Roma s.d. [1925], p. 94.

[55]“Noi riteniamo altamente probabile, data la somiglianza di taluni volti femminili e di taluni ritratti maschili [della Cappella Mazzatosta] con quelli dei registri inferiori di Arezzo, un rapporto di alunnato” (E. Battisti, Piero della Francesca, Milano 1971, p. 247. Sulla data di nascita di Lorenzo si veda infra, nota 77. Si badi che il documento romano del 1462 sul “magistrum Laurentium de Viterbio pictorem de Regione Columne”, associato dubitativamente al nostro “Lorenzo di Jacopo di Pietro Paolo” (il patronimico ci è stato trasmesso dal della Tuccia, in I. Ciampi, Cronache e statuti…cit., p. 97) da C. Grigioni (Un documento romano sul pittore Lorenzo da Viterbo, in “L’Arte”, 31, 1928, pp. 113-115), si riferisce in realtà a “Laurentius Anthonii pictor de Viterbio, regione Columne” (doc. del 23 maggio 1458), come ha chiarito A.M. Corbo (Chiese e artisti viterbesi nella prima metà del XV secolo, in “Commentari”, 28, 1977, pp. 162-171: 165): una notizia ignorata da gran parte della bibliografia su Lorenzo, ben recuperata da Petrocchi (Artisti viterbesi…, cit., pp. 367-368). Al pittore della Mazzatosta si lega invece un altro documento che ne attesta la presenza a Viterbo nel 1471 (C. Pinzi, Gli ospizi medioevali e l'ospedale grande di Viterbo, Viterbo 1893, p. 130).

[56]Su Giovanni di Piamonte si veda qui il citato saggio di Angelini. Anche Anna Coliva (Lorenzo da Viterbo…, cit., pp. 110-111) ha rilanciato l’ipotesi di un’esecuzione laurenziana, collocabile a suo avviso anche in anni successivi al 1459, a partire da un cartone pierfrancescano che sarebbe poi stato riutilizzato per il San Luca Mazzatosta (invero caratterizzato da una assai più evoluta articolazione del panneggio). A supporto di un’esecuzione non direttamente pierfrancescana né del Piamonte – ma senza evocare il nome di Lorenzo – Anna Luce Sicurezza (Piero della Francesca…, cit.) ha notato un dato tecnico (emerso dai restauri del 1979-81): Piero e Giovanni si servono puntualmente dello spolvero negli affreschi di Arezzo (ma anche di Rimini e Sansepolcro), mentre nella cappella d’Estouteville la trasposizione dei volti degli Evangelisti è attuata per il mezzo più rapido dell’incisione indiretta.

[57]La posa del Mago peraltro si riallaccia ad una tradizione iconografica iniziata con Gentile da Fabriano e proseguita fino ad un noto disegno di Antonio Pollaiolo.

[58]D. Del Pesco (Eroie Virtù…,cit., p. 157 nota 6) e M. P. Fina (op. cit., p. 77), pensano che il Mago più anziano e quello più giovane nell’angolo superiore sinistro siano da identificare con i due conti Orsini in quanto vestono un manto rosso foderato di pelliccia di ermellino, che alluderebbe all’investitura dell’Ordine dell’Ermellino di cui fu insignito Roberto (e il nipote Gentil Virginio) dal re aragonese nel 1463; in realta la foggia di tali abiti è ben attestata nella tradizione iconografica dell’Adorazione dei Magi (in particolare si veda la tavola veneziana, riferita all’ambito di Paolo e Lorenzo Veneziano, nel Museo Cristiano di Estergom, Inv. n. 55.137), e d’altra parte l’appartenenza all’Ordine dell’Ermellino si trova sempre espressa con il collare caratteristico (munito di pendaglio), come si vede al collo di Gentil Virginio Orsini nell’affresco di Bracciano (A. Cavallaro, Antoniazzo Romano e gli antoniazzeschi…, cit., fig. p. 157).

[59]I.B. Supino, L’incoronazione di Ferdinando d’Aragona. Gruppo in marmo di Benedetto da Maiano nel Museo nazionale del Bargello, Firenze 1903; A. Paolucci, I musici di Benedetto da Maiano e il monumento di Ferdinando d’Aragona, in “Paragone. Arte”, 26, 1975, 303, pp. 3-11.

[60]La stessa corona si vede anche nel dipinto anonimo, di ascendenza latamente pierfrancescana, oggi al Musée Jacquemart-André (una scheda recente è in El Renacimiento Mediterraneo. Viajes de artistas e itinerarios de obras entre Italia, Francia y España en el siglo XV, a cura di M. Natale, catalogo della mostra (Madrid-Valencia 2001), Madrid 2001, pp. 527-528).

[61]Un’inquadratura del volto di tre quarti analoga al coronato di Tagliacozzo caratterizza un altro ritratto pisanelliano di Alfonso, il disegno inv. 2481r del Louvre (Département des arts graphiques).

[62]Sulle pagine del libro retto dal Redentore si legge “EGO SUM LAUS MUNDI”, curioso hapax in luogo del canonico “Ego sum Lux Mundi” giovanneo (8,12) che potrebbe derivare da una lettura imprecisa dell’incisione fiorentina della Natività sopra ricordata: sul margine superiore essa reca infatti la scritta “EGO SUM LUCS MONDI”, con la scissione della “X” e le “S” invertite (fig. 11).

[63]F. Zeri, Una pala d’altare…, cit., ed. 1998, p. 267 nota 3. Le altre testimonianze affini di ‘espressionismo gozzolesco’ evocate da Zeri in Umbria, la Madonna col Bambino e quattro santi francescani della Pinacoteca di Spoleto e – facendo propria senza menzionarla un’idea cavalcaselliana (Storia della pittura…, cit., p. 126) gli affreschi nelle cappelle di S. Antonio da Padova e di S. Bernardino in S. Francesco a Montefalco, hanno trovato un riferimento documentario certo al pittore spoletino Jacopo Vincioli (B. Toscano, Jacopo Vincioli, in “Prospettiva”, 33-36, 1983-1984 (Studi in onore di Luigi Grassi, Firenze 1985), pp. 62-75; S. Nessi, Jacopo di Vinciolo da Spoleto: un pittore sconosciuto rivelato dai documenti di archivioibidem, pp. 76-83. Quanto alle pitture dei due oratori francescani dell’Isola Bisentina, accostate a Lorenzo dal Brandi (Mostra dei frammenti…, cit., p. ), esse non si devono a un unico autore (come tende a credere S. Pasti, Lo scomparso ciclo…, cit.), la cappella della Crocifissione spettando a Benozzo o alla sua cerchia più stretta (A. Padoa Rizzo, Benozzo Gozzoli. Un pittore insigne, “pratico di grandissima invenzione”, Cinisello Balsamo 2003, pp. 91-97), quello del Tabor, visitato da Pio II nel 1462, ad altra e più evoluta mano, in certi tratti assai prossima al Vincioli, ma distinta.

[64]P. Grassi, Due cicli di Uomini illustri per la famiglia Orsini nel XV secolo, in Temi profani e allegorie nell’Italia centrale, a cura di A. Cavallaro, Roma 1995, pp. 28-34; Eadem, Palazzo Taverna, Roma 2010, pp. 55-60; D. Del Pesco, Eroi e virtù…, cit.

[65]La Cronaca Crespi (Milano, coll. priv.), miniata da Leonardo da Besozzo (ora integralmente illustrata in A. Delle Foglie, La Cappella Caracciolo del Sole a San Giovanni a Carbonara, Milano 2011, figg. 87-96), il cosiddetto Libro di Giusto (Roma, Istituto Nazionale della Grafica), la Cronaca Cockerell, con miniature franco-fiamminghe (oggi riferite all’ambito di Barthélemy d’Eyck, cfr. D. Thiebaut, Barthélemy d’Eyck, in Primitifs français. Découvertes et redécouvertes, catalogo della mostra (Paris 2004), a cura di D. Thiébaut, P. Lorentz, F.-R. Martin, pp. 123-141: 139-140, con bibl. prec.) il codice 102 della Biblioteca Reale di Torino (cfr. P. Grassi, Due cicli…, cit.).

[66]A differenza di quelle sul lato ovest, le nicchie sui lati corti presentano due colonne centrali dietro le figure (oltre alle due laterali) a creare una sorta di esedra.

[67]L'identificazione con Catone Uticense si deve a Lionello Venturi (si veda il saggio di E. Pellegrini in questo numero di "Predella"). In merito al portale 'martiniano' D. Del Pesco, Eroi e virtù..., cit., pp. 162- 163, ha ipotizzato che esso, più elaborato e finemente decorato (a girali di rose orsiniane) degli altri tre, fosse in origine collocato in altro ambiente del palazzo e che sia stato inserito sulla parete della loggia dai Colonna (i quali erasero lo stemma Orsini) dopo il 1497, provocando la resecatura delle due figure ivi dipinte. Il portale fu messo in relazione da Adolfo Venturi con l’ambito di Francesco di Giorgio Martini e con analoghi portali del Palazzo Ducale di Urbino (Storia dell’arte italiana,vol. VIII, parte I, L’architettura del Quattrocento, Milano 1923, p. 836); a partire da questo spunto una implausibile lettura in chiave pan-martiniana del Palazzo di Tagliacozzo è proposta da A. Ghisetti Giavarina, Fonti documentarie e lettura di fabbriche: Francesco di Giorgio Martini in Abruzzo, in Esperienze di storia dell’architettura e di restauro, a cura di G. Spagnesi, Firenze 1987, vol. 1, pp. 99-105: 101-102. Le componenti architettoniche di ispirazione martiniana risalirebbero in ogni caso a interventi più tardi degli affreschi qui esaminati, verisimilmente per iniziativa di Gentil Virginio Orsini, conte di Tagliacozzo dal 1480, che invitò Francesco di Giorgio a Bracciano nel 1490. La questione è ora riesaminata da Gabriele Fattorini in questo numero di “Predella” (cui si rinvia anche per un’immagine del lato nord della loggia prima dello strappo).

[68]D. Del Pesco, Eroi e virtù…, cit., pp. 161-166.

[69]La trattazione più completa e aggiornata su questo codice, risalente ai primi anni del pontificato niccolino (1447-49 c.), è di A. Staderini, “Gentile, et in compositione di cose piccole eccellente”: Francesco di Stefano, detto il Pesellino (1422-1457), tesi di dottorato, Università di Firenze 2008, pp. 42-46 e 182-190.

[70]Non è questa la sede per ricapitolare la vicenda intricata, e tuttora assai discussa, dell’Arco alfonsino, la cui paternità architettonica è contesa tra Pietro di Martino da Milano e Francesco Laurana, mentre alle sculture parteciparono anche altri sei artefici (il catalano Pere Johan, Paolo Romano, Isaia da Pisa, i donatelliani Andrea dall’Aquila e Antonio da Pisa, il brunelleschiano Domenico Gagini); mi limito a ricordare F. Caglioti, Una conferma per Andrea dall’Aquila scultore; la ‘Madonna’ di casa Caffarelli, in “Prospettiva”, 69, 1993, pp. 2-27: 2, 11-15 (con bibl.). Una campata a due nicchie con pavimento e soffitto in prospettiva caratterizza il niello della Flagellazione di Maso Finiguerra, parte di un ciclo di quindici Storie di Cristo oggi diviso tra il Louvre e il British Museum ma in origine composto in tabernacolo nel chiostro di S. Maria degli Angeli a Firenze (A. Blum, Les nielles du Quattrocento, Musée du Louvre. Cabinet d’estampes Edmond de Rothschild, Paris 1950, cat. 3 p. 11).

[71]M. M. Donato, Gli eroi romani tra storia ed «exemplum». I primi cicli umanistici di Uomini Famosi, in Memoria dell’antico nell’arte italianaII. I  generi e i temi ritrovati, a cura di S. Settis, Torino 1985, pp 95-152; A. Cavallaro, Il tema degli uomini illustri dal Medioevo al Rinascimento, in Temi profani…, cit., pp. 5-19.

[72]Confronti interessanti possono istituirsi anche con il disegno n. 15409 F degli Uffizi, assegnato alla cerchia di Andrea del Castagno (A. Angelini, Disegni italiani…, cit., cat. 16 p. 32), la cui iconografia si può dunque meglio precisare come Amazzone (forse collegabile con il ciclo di Villa Carducci?), e con la statuetta bronzea della Giuditta di Antonio del Pollaiolo (Detrot, Institute of Arts, 1470 c.), a documentare la stretta orbita fiorentina della figurazione di Tagliacozzo. Sulla Cronaca figurata fiorentina di Londra cfr. Maso Finiguerra. A Florentine Picture-Chronicle, a cura di S. Colvin, New York 1970 (18981); A. Warburg, La Cornaca illustrata di un orafo fiorentino [ed. orig. 1899], in Id., La rinascita del paganesimo antico e altri scritti (1899-1914), a cura di M. Ghelardi, Torino 2004, pp.  259-265; B. Degenhart-A. Schmitt, Corpus der italienischen Zeichnungen 1300-1450, I. Sud- und Mittelitalien, Berlin 1968, cat. 566-620, pp. 573-621; A. Angelini, Disegni italiani del tempo di Donatello, catalogo della mostra (Firenze 1986), con introduzione di L. Bellosi, Firenze 1986, pp.  72-80 (con bibl. prec.); L. Melli, Maso Finiguerra. I disegni, Firenze 1995, passim (con ulteriore bibliografia). I richiami tra i disegni londinesi e gli affreschi di Tagliacozzo segnano un punto a favore di una elaborazione della Cronaca entro la prima metà degli anni sessanta, contrariamente alla datazione tarda (primi anni settanta) proposta da L. Whitaker (Maso Finiguerra, Baccio Baldini and the Florentine Picture Chronicle, in Florentine Drawing at the time of Lorenzo the Magnificent, a cura di E. Cropper, Firenze 1992, pp. 181-196), che attribuisce l’opera alla cerchia di Baccio Baldini (individuando almeno due mani diverse), seguita da H. Chapman, scheda in Figure memorie spazio. Disegni da Fra’ Angelico a Leonardo, catalogo della mostra (Firenze 2011), a cura di H. Chapman, M. Faietti, Firenze 2011, pp. 166-171.

[73]Cfr. ad es. C. Dalia, Dipinti murali del Palazzo Ducale di Tagliacozzo, 2. Cenni storici e vicende attributive, in Architettura e arte nella Marsica…, cit., pp. 211-215.

[74]M.T. Jackson, Affreschi inediti a Tagliacozzo, in “L’Arte”, 15, 1912, pp. 371-384.

[75]D. Del Pesco, Eroi e virtù…, cit., pp. 156-157; M.P. Fina, op. cit., p. 75; P. Grassi, Due cicli…, cit., p. 27; F. Pasqualone, Tagliacozzo…, cit., p. 43.

[76]Sono profondamente grato a Francesco Caglioti, Matteo Mazzalupi, Simona Mercuri (e tramite lei Francesco Bausi) per avermi confermato la lettura del monogramma, e per gli ulteriori preziosi suggerimenti. Si ricordi il precedente trecentesco della firma-monogramma gotica di Vitale da Bologna, visibile nel San Giorgio e il drago della Pinacoteca Nazionale di Bologna.

[77]La data di nascita di Lorenzo si ricava dai due distici latini centrali alla base dello Sposalizio della Vergine Mazzatosta, della cui traduzione e commento sono debitore a Simona Mercuri: 1. “E REGIONE VIDES SE SE REFERENTIA MIRIS / ORA MODIS PROPRIUM NOMEN ET ARTIFICIS /MCCCCLXVIIII   L V“ (fig. 34):“Vedi di fronte i volti rassomiglianti [che presentano se stessi] in modo mirabile, e il nome proprio dell’artista / 1469 L. V.”; 2. “HACTENUS HAUD LUSTRIS OPUS ISTUD QUINQUE PERACTIS /CONDIDIT: O QUANTI EST PICTOR UTRINQUE VIDE!”: “A venticinque anni non ancora compiuti ha prodotto questa opera. Vedi quanto grande è il valore del pittore per l’una e l’altra cosa [letteralmente “da entrambi i lati”: vale a dire, per aver prodotto un’opera di grande valore in giovane età]”. Che nel primo “e regione” sia da tradurre con “di fronte” e non “direttamente” (o, peggio, “dalla regione”) è provato, oltre che dal senso (l’appello allo spettatore a guardare di fronte a sé), dal ricorrere in ambito poetico, e in identica posizione metrica, ad esempio in Lucrezio, De rerum natura, 6, 742: «e regione ea quod loca cum venere volantes»; la sequenza MIRIS / ORA MODIS richiama Virgilio, Aen., 1, 354: «ora modis attollens pallida miris»; e Aen., 10, 822: «ora modis Anchisiades pallentia miris». Nel secondo distico Il primo verso è ricalcato sull’incipit dell’Ibis ovidiano (v.1: «Tempus ad hoc lustris bis iam mihi quinque peractis»), di cui ripropone sia la clausola (quinque peractis) sia il lustris in identica posizione metrica. Anche nel verso ovidiano il riferimento è all’età dell’autore dell’opera. Si può dunque definitivamente accantonare l’ipotesi avanzata da una parte della critica (F. Lollini, La cappella di Bessarione…, cit., p. 19 nota 17; A. Coliva, Lorenzo da Viterbo…, cit., pp. 119-120, nota 8), che l’indicazione “condidit” possa riferirsi alla fondazione della cappella, avvenuta a seguito di un’apparizione mariana nel 1446 (narrata da Niccolò della Tuccia, in I. Ciampi, Cronache…, cit., p. 203; cfr. pure M. Signorelli, Breve storia di Viterbo, Viterbo 1964, pp. 182-183; nello stesso anno vi fu subito una prima donazione di 50 ducati “in constructione et ornamento capellae Beatae Virginis Mariae in qua noviter multa vota apponuntur”, doc. cit. in G. Signorelli, Viterbo nella storia della Chiesa, Viterbo 1907, p. 275 nota 86), dunque ventitre anni prima della decorazione, in quanto la parola “utrinque” deve riferirsi a due fatti menzionati prima, cioè la giovane età del pittore e il fatto di aver eseguito l’opera ad appena venticinque anni; impossibile è poi il riferimento di “condidit” al fondatore della cappella Nardo Mazzatosta, almeno sessantenne in quanto nel 1423 risiedeva a Roma col padre Tuzio e nel 1434-35 era stato castellano di Civitavecchia (S. Maddalo, I manoscritti Mazzatosta, in Cultura umanistica a Viterbo. Atti della giornata di studio per V centenario della stampa a Viterbo (12 novembre 1988), Viterbo 1991, pp. 47-86: 52 nota 24). Una corretta traduzione del distico è stata proposta di recente da S. Petrocchi (Artisti viterbesi…, cit., pp. 367-368), che ha giustamente evocato il precedente di Benozzo a Montefalco per la solenne autocelebrazione umanistica del pittore (ivi, p. 375; id., Da Lorenzo da Viterbo…cit., p. 175). Anche il quarto distico sotto lo Sposalizio esalta il pittore “senza pari” (SI TAM PERSPICUO SPONDISSENT DIGNA LABORI / MUNERA, NUMQUID IN HAC DUXERIS ARTE PAREM), mentre il primo, sulla sinistra, è andato perduto (si legge solo, all’estremità destra, […]A CREDES / […]UNT”).  Per i distici sotto l’Assunzione e la Natività, che si riferiscono invece ai soggetti ivi dipinti, si veda infra nel testo e note 143 e 138. Ancora misterioso è l’autore di questi distici: il nome spesso evocato di Niccolò Perotti (ad es. da A. Coliva, Lorenzo da Viterbo…cit., pp. 115-116), raffinato umanista e filologo latino, governatore papale di Viterbo dal 1464 al ’69, va escluso per le ragioni indicate più avanti nel testo e nota 97; ma si ricordi che nella cerchia umanistica frequentata a Roma dal Perotti gravitava un colto esponente del casato Mazzatosta, Fabio, giovane membro dell’Accademia di Pomponio Leto (col soprannome di “Fabius Ambustus”), per il quale lo stesso Pomponio ricopiò e commentò sette codici (con opere di Ovidio, Stazio, Lucano, Silio Italico, Tibullo, Properzio, Catullo, Marziale) decorati dal duo calligrafo-miniatore Bartolomeo Sanvito e Gioacchino de’ Gigantibus (1469-1471; cfr. S. Maddalo, I manoscritti Mazzatosta cit.): i bellissimi disegni che illustrano il codice dei Punica di Silio Italico (Vat. Lat. 3302) denotano una cultura figurativa e antiquaria schiettamente padano-mantegnesca, con la quale gli affreschi Mazzatosta non mostrano in verità alcun punto di contatto (a differenza di quanto sostenuto dalla stessa Maddalo); ma certo gli interessi umanistici di Fabio (il cui amore per i codici è lodato dal sodale accademico Filippo Buonaccorsi), dovevano essere ben noti al committente della cappella Nardo. L’intera famiglia Mazzatosta nel Quattrocento ebbe Roma come centro di gravitazione (e di residenza principale): a partire già da Tuccio di Paolo, padre di Bartolomeo e di Nardo, residente nell’Urbe nel rione Ponte; Bartolomeo, che sposò Sabetta de’ Cenci, si spostò in Parione (P. Pontari, Mazzatosta, Fabio, in Dizionario biografico degli italiani, 72, 2008, ad vocem, con notizie sugli altri membri della famiglia).

[78]Almeno un cenno rapido alla questione, da sviluppare in altra sede, delle possibili altre opere avvicinabili a Lorenzo in area marsicana: mi limito per ora a menzionare gli affreschi in S. Maria del Soccorso, sempre a Tagliacozzo, in particolare l’Incontro alla Porta Aurea, che si legge d’un fiato con le pitture del Palazzo Orsini (ill. in F. Pasqualone, Tagliacozzo…, cit., p. 18).

[79]I. Ciampi, Cronache…, cit., p. 97. Anche a non voler tener conto della canonica sospensione dei lavori di frescatura durante i mesi più freddi, è ben difficile credere che una decorazione ampia quanto la cappella (uno pseudoquadrato di sette metri circa di lato) potesse essere iniziata e conclusa nel giro di tre o quattro mesi.

[80]Finora mai identificato (a parte un’insensata indicazione come Antonio da Padova, cfr. I. Faldi, Pittori viterbesi di cinque secoli, Roma 1970, p. 197, ripresa anche da Strinati, Lorenzo da Viterbo…, p. cit., p. 198; S. Santolini, I pittori del sacro. Pancrazio e Rinaldo Iacovetti da Calvi. Una famiglia di pittori umbri tra XV e XVI secolo, Città di Castello 2001, p. 48; e Petrocchi, Da Lorenzo da Viterbo…, cit., p. 177) per l’iscrizione assai lacunosa (da sciogliere in “Thomas de Urbeveteri”); detto “frate del fico” per il ramo carico di frutti caritatevolmente offerto ad una donna gravida che ne aveva fatto richiesta; con la mano sinistra regge invece un libro chiuso (cfr., anche per ulteriori, simili attestazioni iconografiche, www.santiebeati.it, ad vocem).

[81]Nell’ordine in cui sono stati citati: “S[anc]tus Antonius de Biterbio Or[.S.M.]”; “Balaam Profeta; “Samuel P[rofeta]”; “Ieromia Profeta”; “Moises Profeta”; “[He]lise[us] Profeta”; “[Z]acca[ria] Profeta”. L’identità dei personaggi è stata solo di rado, e in modo impreciso, riportata in bibliografia (ad es. I. Faldi, Pittori viterbesi…, cit., pp. 196-200; C. Strinati, Lorenzo da Viterbocit., pp. 197-198 nota 4.

[82]La volta della cappella Bessarione, evocata coma precedente di quella Mazzatosta da Adolfo Venturi (Storia dell’arte italiana…, cit., 1913, p. 230), è ricostruibile dal secondo contratto tra il cardinale e Antoniazzo Romano, datato 23 agosto 1465: “in medio faciet Christum cum quatuor angelis, item in quolibet quatuor angulorum unum Evangelistam, et ex utraque parte unius Evangelistae unum Doctorem graecum at alium latinum, sedentes in studio scribentes…” (cit. in F. Lollini, La cappella di Bessarione..., cit., p. 22).

[83]Sulla cappella Niccolina cfr. G. de Simone, “Velut alter Apelles”. Il decennio romano del Beato Angelico, in Beato Angelico. L’alba del Rinascimento, catalogo della mostra (Roma 2009), a cura di A. Zuccari, G. Morello, G. de Simone, Milano 2009, pp. 129-143.

[84]Un elemento di cui tenere conto per la scelta dei personaggi può essere anche che “sia Pier Damiani che Bernardo di Chiaravalle riconoscono al papa un ruolo superiore a quello che gli era stato attribuito fino ad allora, esaltando la sua missione salvifica sia in campo religioso che politico” (S. Piccolo Paci, Storia delle vesti liturgiche, Milano 2008, p. 112).

[85]Il palazzo Mazzatosta, tuttora conservato in via dell’Orologio Vecchio e ripristinato nell’aspetto originario a inizio Novecento, è descritto dal della Tuccia: “nella contrada di santo Simeone, in quella casa a piè di detta contrada nella quale sta un caposcala con palco il più bello e onorevole e uno porticale in modo di loggia” (in I. Ciampi, Cronache e statuti…cit., p. 97); anche il Pinzi loda il tipico profferlo viterbese: “il più ornato ed elegante di tutti i balconi medievali” (I principali monumenti…cit., pp. 122-123).

[86]Tuccio di Paolo, padre di Bartolomeo e di Nardo, risiedeva nel rione Ponte; Bartolomeo, che sposò Sabetta de’ Cenci, si spostò in Parione (P. Pontari, Mazzatosta, Fabio, cit., con notizie sugli altri membri della famiglia); cfr. pure I. Ciampi, Cronache e Statuti…, cit., p. 131, e S. Maddalo, I manoscritti Mazzatosta cit., pp. 50-53. Domenico Mazzatosta, della generazione di Tuccio, era stato conte palatino sotto Martino V, godendo di libero accesso alla corte papale; a Viterbo fu priore di S. Maria in Gradi, dove nel 1451 una Maria Mazzatosta, vedova di Giovanni Capranis, detiene il patronato di una cappella (C. Haas, Beiträge zu Lorenzo da Viterbo, Universität Wien 1978, pp. 23-24 e 35, con bibl. – ringrazio Renato Busich per avermi cortesemente fornito una copia di questa utile tesi di laurea).

[87]A partire dal 1444 Nardo sovraintese al rifacimento dell’ex palazzo del Podestà, destinato al Governatore papale, sulla piazza del Comune (M. L. Madonna, Momenti della politica edilizia e urbanistica dello Stato pontificio nel ‘400. L’exemplum della piazza del Comune a Viterbo, in Il Quattrocento a Viterbo…, cit., pp. 23-77: 27 e note 17-18 p. 71; S. Maddalo, I manoscritti Mazzatosta…, cit., p. 51 nota 19), incarico che nel 1460 risulta condiviso con Niccolò della Tuccia e Iacopo Mastroddi (I. Ciampi, Cronache e Statuti…, cit., p. 82).

[88]Purtroppo è caduto in basso l’intonaco su cui era vergato il distico latino che avrebbe probabilmente fornito indicazioni sui due personaggi: gli altri tre distici alla base della Natività si riferiscono infatti a singoli personaggi e elementi raffigurati al di sopra (rispettivamente la capanna, Maria, Giuseppe; cfr. infra, nota 138).

[89]Per ricoprire la carica di castellano di Civitavecchia nel 1434 Nardo doveva presumibilmente essere almeno ventenne: se ne deduce un’età di 55/60 anni al tempo della decorazione della cappella.

[90]Il lungo abito purpureo è inconfondibilmente cardinalizio – la figura così stagliata prelude al Giuliano della Rovere dell’affresco melozzesco con Sisto IV e il Platina –, il copricapo non è il galero ufficiale a tesa larga ma quello più piccolo e informale che si vede ad esempio indossato da Francesco Gonzaga nella Camera degli Sposi (http://www.iagi.info/araldica/ecclesiastica/ecclesiastica_07.html).

[91]Sul Forteguerri, protagonista di primo piano della storia politica, militare e religiosa del suo tempo, cfr. A. Esposito, ad vocem, in Dizionario Biografico degli italiani, vol. 49, 1997, http://www.treccani.it/enciclopedia/niccolo-forteguerri_(Dizionario-Biografico)/; sul suo palazzo viterbese E. Bentivoglio, Il Palazzo di S. Sisto, in Il Quattrocento a Viterbo…, cit., pp. 95-97; I. Ciampi, Cronache e Statuti…, cit., pp. 103, 105, 106.

[92]“[1467] Era questo signore tutto benevolo de’ Viterbesi” (I. Ciampi, Cronache e Statuti…, cit., p. 91); “[1470] Nel mese di luglio vene in Viterbo il cardinale di Tiano chiamato messer Niccolò, quale per la benevolenza e continua pratica aveva nella nostra città, fece fare per suo uso un magnifico palazzo a canto la chiesa di S. Sisto, con un bel giardino; e così smontò nel suo onorevole palazzo con tutta sua famiglia. Era benevolo e grazioso di tutti li cittadini di Viterbo, ed era omo umile di natura e alto d’ingegno: e nella corte del papa era tenuto il più famoso di reggimento di stato, e di gente d’armi e di guerra, e di pace: e nessun altro di corte era usato per mare e per terra, e per tutti li lochi della cristianità. Aveva pratica di re, di duchi, di signori e popoli. Costui fu quello che col braccio di papa Pio disfè il signor Sigismondo d’Arimini signore d’arme. Costui, col braccio di papa Paolo II, acquistò tutte le terre che tenevano Francesco e Deofebo, figli del conte Averso […]”; “[1472] Il reverendissimo signore monsignore Niccola di Fortiguerra di Pistoia e cardinale di Tiano […] si partì di Viterbo alli 24 ottobre, e andò a Roma con l’amore di tutti i cittadini Viterbesi” (p. 105); “[1473] …omo prudente, dotto e bello di persona. Voleva gran bene a tutti Viterbesi, e come si vede fececi molti edifizi” (p. 106).

[93]S.E. Zuraw, Mino da Fiesole’s Forteguerri tomb. A «Florentine» monument in Rome, in Artistic exchange and cultural translation in the Italian Renaissance city, a cura di S.J. Campbell - S.J. Milner, Cambridge 2004, pp. 75-95; C. La Bella, Il Monumento funebre del cardinale Niccolò Forteguerri, in C. La Bella et al.S. Cecilia in Trastevere, Roma 2007, pp. 117-119.

[94]Si veda anche la statua del Forteguerri genuflesso scolpita nel 1514 c. dal Lorenzetto per completare il cenotafio pistoiese, oggi nel Museo Civico, mentre il busto del cardinale poi inserito nel monumento è settecentesco (D.A. Covi, Andrea del Verrocchio. Life and work, Firenze 2005, p. 124; T. Mozzati, Giovanfrancesco Rustici. Le Compagnie del Paiuolo e della Cazzuola, Firenze 2008, p. 32).

[95]I. Ciampi, Cronache e Statuti…, cit., p. 266: “in quei tempi [1461] le genti della Chiesa, che stavano in quel di Tagliacozzo sotto il governo del cardinal Tiano, féro una correria verso l’Aquila…”; p. 270: “In quelli dì [1465] venne in Viterbo il cardinal di Tiano legato del Patrimonio. Questi fu quello che a tempo di papa Pio disfe’ i signor Gismondo [Malatesta] da Rimini quando fu legato in Romagna. Venerdì 28 di detto mese [giugno], esso cardinale per parte del papa fe’ bandir la guerra contro Francesco e Diofebo figli del conte Averso perché tolsero Caprarola a Menelao sforzatamente: nella qual guerra fu Napolione Orsino, il conte d’Urbino e cinque squadre di cavalli mandati da don Ferrante re, ad altri signoretti d’attorno con detto cardinale. […]”.

[96]Sulla pala e sul Gennari, personaggio di rinomata cultura, cfr. A. De Marchi, in Francesco di Giorgio e il Rinascimento a Siena 1450-1500, a cura di L. Bellosi, catalogo della mostra (Siena 1993), Milano 1993, p. 252 (da cui è tratta la citazione); F. Biferali, “Salvator mundi salva nos”. La pala di Liberale da Verona nella Cattedrale di S. Lorenzo a VIterbo, in “Biblioteca e Società”, 21, 2002, 3, pp. 45-55; H.-J. Eberhardt, scheda in Mantegna e le arti a Verona 1450-1500, catalogo della mostra (Verona 2006-2007), a cura di S. Marinelli, P. Marini, Venezia 2006, pp. 268-270.

[97]Il resoconto della cacciata del Perotti (“da dieci parti de’ cittadini li nove, omini e donne, presente lui, lo raccomandavano a centomilia para di diavoli, e all’uscir dalla porta di S. Sisto moltissime donne si inginocchiarono in terra e li mandorno la loro maledizione. Tutti del Patrimonio furno assai contenti di sua partita: in Viterbo furno sonate le campane e fu fatta gran festa”)  è accompagnato dal della Tuccia con giudizi molto severi sui “cattivi portamenti del suo rettorato” (“dicevasi per la città si portava di denari usurpati circa 20.000 ducati d’oro”), ma anche sulla sua condotta privata (“lassò in Viterbo per fattore delle sue possessioni uno suo rigazzo, il quale se lo aveva tenuto per femina e fattolo cavaliere, chiamato messer Giovanni Perotto”, cfr. I. Ciampi, Cronache e Statuti…, cit., pp. 94-95); per una valutazione sfaccettata della questione cfr. M. Miglio, Cultura umanistica a Viterbo nella seconda metà del Quattrocento, in Cultura umanistica…  cit. [1991], pp. 11-46: 40-42.

[98]Dopo l’ipotesi di un pittore romano affine a Lorenzo da Viterbo, avanzata da V. Golzio-G. Zander, L’arte in Roma nel secolo XV, Bologna 1968, p. 136, un riferimento diretto al pittore viterbese delle Storie di san Michele è stato sostenuto da F. Lollini, La cappella di Bessarione…, cit. (con ulteriore bibl.: nota 15 p. 18), e ripreso, con alcune sfumature, da A. Coliva, Lorenzo da Viterbo…, cit.

[99]La cronologia della cappella Bessarione poggia su precisi appigli documentari (se ne veda il riepilogo in F. Lollini, La cappella di Bessarione…, cit.), dalla concessione al cardinale nel 1463 al primo testamento (30 aprile 1464) con l’indicazione delle pitture “in quadro exteriori” (cioè nell’anticappella), dai due contratti (14 settembre 1464 e 23 agosto 1465) nei quali è nominato Antoniazzo e si citano le pitture della volta (cfr. supra, nota 82), al secondo testamento del 1467 (10 aprile) che attesta il completamento almeno parziale del lavoro. Per una bibliografia completa si veda supra, nota 48.

[100]Successivamente Antoniazzo vivrà una fase melozzesca (1474-80 c.) seguita da una umbro-peruginesca, cfr. G. de Simone, Melozzo e Roma, cit.; nello stesso catalogo (Melozzo da Forlì…[2011], cit.), le schede alle pp. 192-199 e 222-223.

[101]Ho già avuto modo di argomentare tale ipotesi in Melozzo e Roma, cit., p. 42.

[102]Cfr. da ultimo S. Petrocchi, Artisti viterbesi…, cit., pp. 367 e sgg. (con riepilogo delle posizioni critiche precedenti).

[103]C. Brandi, Mostra dei frammenti…, cit.; A. Coliva, Lorenzo da Viterbo…, cit., con notizie anche sul più recente restauro (1991), eseguito da Carlo Giantomassi e Donatella Zari, allievi degli esecutori del primo, Paolo e Laura Mora; C. Brandi, In situ. La Tuscia 1946-1979: restauri, interventi, ricordi, a cura di P. Antinucci, Viterbo 1996; M. I. Catalano, Brandi e il restauro. Percorsi del pensiero, Firenze, 1998; G. Bentivoglio, A. M. Oteri,«Tanti sottili filamenti ravvicinati». L’integrazione pittorica tra ricomposizione e ricostruzione nelle prime esperienze di Cesare Brandi: il restauro del ciclo di affreschi di Lorenzo da Viterbo nella cappella Mazzatosta (1944-49) in Atti del XXI Convegno Internazionale Scienza e Beni Culturali. Sulle pitture murali. Riflessioni, Conoscenze, Interventi,Bressanone 2005, pp. 571-581.

[104]C. Brandi, Mostra dei frammenti…, cit.

[105]Un’altra immagine dello Sposalizio integro è la minuscola riproduzione fotografica in C. Pinzi, I pincipali monumenti di Viterbo, Viterbo 1911, p. 146. Il passo completo del De Pictura (II, 42) recita, nella versione in volgare dedicata al Brunelleschi: “E piacemi sia nella storia chi ammonisca e insegni a noi quello che ivi si facci, o chiami con la mano a vedere, o con viso cruccioso e con gli occhi turbati minacci che niuno verso loro vada, o dimostri qualche pericolo o cosa ivi maravigliosa, o te inviti a piagnere con loro insieme o a ridere”. Sulla figura mediatrice del festaiuolo cfr. M. Baxandall, Pittura ed esperienze sociali nell’Italia del Quattrocento, Torino 1978 (ed. orig. Oxford 1972), pp. 73-81.

[106]Il frontone marmoreo mistilineo – del tipo di quelli impiegati da Donatello e Michelozzo (Napoli, monumento Brancacci; Montepulciano, portale di S. Agostino) e dal Rossellino ad Arezzo (fraternita della Misericordia) – contenente il bassorilievo con la Madonna col Bambino in una mandorla retta da angeli è quanto sopravvive dell’altare originario, e in principio doveva verisimilmente collocarsi più in basso, non a coprire l’affresco dell’Assunta come avviene oggi; l’opera spetta alla bottega di Isaia da Pisa, probabilmente al suo allievo locale Pellegrino da Viterbo (I. Faldi, Catalogo del Museo Civico di Viiterbo, p. 57; F. Negri Arnoldi, Isaia da Pisa e Pellegrino da Viterbo, in Il Quattrocento a Viterbo…cit., pp. 324-340: 338.) Tutta la sistemazione sottostante, in peperino parzialmente dorato, con due colonne reggenti una trabeazione (con epigrafe “MARIA MATER GRATIAE”), cornici, capitelli e due angeli adoranti l’icona mariana al centro (oggi sostituita da una pessima copia; l’originale è nel Museo Civico), è invece tardocinquecentesca: gli stemmi sotto gli angeli sono dell’Ordine servita e della famiglia viterbese Primomi, che ottenne il patronato della cappella dai Mazzatosta nel 1592 (C. Haas, Beiträge zu Lorenzo da Viterbo, cit., pp. 26-30, con bibl.). Almeno un cenno merita lo splendido pavimento quattrocentesco in maioliche policrome, del genere ispanico-napoletano, in buona parte ancora in situ mentre altre porzioni sono divise tra il Museo Nazionale di Palazzo Venezia, il Victoria and Albert e il British Museum a Londra, il Boijemans-Van Beuningen Museum di Rotterdam, e collezioni private; sulle cinque formelle centrali campeggia lo stemma Mazzatosta con leone rampante, speculare a quello scolpito all’incrocio della volta; si veda A. Dressen, Pavimenti decorati del Quattrocento in Italia, Venezia 2008, pp. 354-355.

[107]Faccio notare la somiglianza di questa Vergine frontale e assorta, dalla tornitura luminosa del volto e del collo, con le mani giunte a mezzo dei polpastrelli appoggiati, all’Assunta di Domenico di Bartolo oggi in deposito alla Pinacoteca Nazionale di Siena (1430-35 c.), di cui è ignota la provenienza originaria (la chiesa di appartenenza, S. Raimondo al Refugio, fu fondata nel 1598, cfr. A. Galli, scheda in Da Jacopo della Quercia a Donatello. Le arti a Siena nel primo Rinascimento, catalogo della mostra [Siena 2010], a cura di M. Seidel, Milano 2010, pp. 284-285).

[108]I. Faldi, Pittori viterbesi…, cit., p. 198.

[109]I. Faldi, Pittori viterbesi…, cit., pp. 30-34, 186-197 (Maestro di Corchiano) e 199-207 (Maestro del Trittico di Chia); su Pancrazio Jacovetti S. Santolini, I pittori del sacro…, cit.; un tentativo di identificazione del Maestro del Trittico di Chia è in S. Petrocchi, Da Lorenzo da Viterbo…, cit.

[110]A. Coliva (Lorenzo da Viterbo…cit., pp. 112-113) ha ricordato come alcune figure risultino realizzate in un’unica giornata (come il San Luca e il San Matteo, quest’ultimo incredibilmente giudicato “pessimo”), altre in due: se ciò può aiutare nella distinzione esecutiva, la sua ipotesi di un allontanamento temporaneo di Lorenzo, con conseguente esecuzione integrale ad opera di un assistente di “tutte le parti della decorazione di alta qualità pittorica ma di più tradizionale impianto compositivo, come […] la volta di tradizione benozzesca e angelichiana, o la Natività” è insostenibile: tale ipotetico aiuto altri non è che Lorenzo stesso, che nella parete dello Sposalizio giungerà al culmine della sua evoluzione stilistica e del suo impegno (certo più rilasciato nella così meno affollata parete di fronte).

[111]G. Ragionieri, Andrea del Castagno, in Pittura di luce…, cit., pp. 139-141. La resa sintetica e compendiaria caratterizza anche lo scenario della Natività (e già i murali della cappella Orsini di Tagliacozzo, figg. 10-11, 50).

[112]R. Longhi, Breve ma veridica storia della pittura italiana [1914], Firenze 1994, p. 48.

[113]Ibidem.

[114]M. Boskovits, scheda in Italian paintings of the fifteenth century. National Gallery of Art, Washington, a cura di M. Boskovits e D. A. Brown, New York, Oxford University Press, 2003. A voler togliere l’opera al Castagno, credo che l’attribuzione vada quantomeno condivisa tra i due fratelli Pollaiolo, il disegno così mordente e incisivo del volto potendo conciliarsi con il solo Antonio.

[115]Per la prima citazione cfr. G. de Simone, Melozzo e Roma, cit., pp. 41-42; per la seconda, di Niccolò della Tuccia, I. Ciampi, Cronache e Statuti…cit., p. 97. Come è stato spesso osservato, i panneggiamenti dell’affresco Corboli riflettono l’impatto di Donatello retour de Padoue.

[116]Evocato finora solo di rado e di sfuggita, cfr. R. Van Marle, The development…[1934], cit. p. 308; ripreso, per smentirlo, da C. Strinati, Lorenzo da Viterbo cit., p. 179; un accenno in A. Coliva, Lorenzo da Viterbo cit., p. 105.

[117]G. de Simone, Melozzo e Roma, cit., p. 41; T. Yuen, The ‘Bibliotheca Graeca’: Castagno, Alberti and Ancient Sources, in “The Burlington Magazine”, 111, 1980, pp. 725-736.

[118]Si rammenti la lode vasariana di questo brano baldovinettiano: “vi contrafece ancora in una rovina d’una casa le pietre muffate e dalla pioggia e dal ghiaccio logore e consumate, con una radice d’ellera grossa che ricuopre una parte di quel muro, nella quale è da considerare, che con lunga pacienza fece d’un color verde il ritto delle foglie e d’un altro il rovescio…”.

[119]Sul breve ma notevole ‘moto franceschiano’ fiorentino, “lieve e tuttavia non difficile a rilevarsi nei migliori momenti del Baldovinetti […] e in alcune delle qualità di Giovanni di Francesco […]” cfr. R. Longhi,Piero della Francesca…[1927, ed. 1963], cit., pp. 72-73.

[120]Sulla formazione di Antonio presso la bottega orafa di Maso (e di Piero Sali), iniziata verso il 1459 (se non già qualche anno prima) e protratta in societas con ogni probabilità fino alla morte di Maso nel 1464 , cfr. A. Angelini, Disegni italiani…, cit., pp. 113-118; L. Melli, Antonio del Pollaiolo orafo e la sua bottega “magnifica ed onorata in Mercato Nuovo”, in “Prospettiva”, 109, 2003, pp. 65-75; A. Galli, I Pollaiolo, Milano 2005, pp. 11-12; A. Wright, The Pollaiuolo brothers. The arts of Florence and Rome, New Haven and London 2005, pp. 33-35.

[121]Si vedano i fogli 63F e 64F (Ritratti di giovinetti), 65F (Ritratto virile con cappuccio) del Gabinetto Disegni e Stampe degli Uffizi (A. Angelini, Disegni italiani…cit., cat. 122, 124, 125); e il Profilo di giovane con berretto dell’Istituto Nazionale per la Grafica di Roma, FC.130519 (L. Melli, Maso Finiguerra…cit., cat. 153).

[122]R. Bartalini, Alesso Baldovinetti, in Pittura di luce…cit., pp. 159-163: 161.

[123]Sui fratelli Pollaiolo sono fondamentali i contributi recenti, che hanno riabilitato l’attività pittorica di Piero e distinto i dipinti dei due fratelli (in precedenza maggioritariamente assegnati ad Antonio), di A. Galli, Risarcimento di Piero del Pollaiolo, in “Prospettiva”, 109, 2003, pp. 27-58; Id., I Pollaiolo cit.,; cfr. anche le osservazioni di G. Dalli Regoli, Giusto risarcimento per Piero Pollaiolo, con juicio, in “Critica d’arte”, 67, 2004, 23-24, pp. 49-60. Sui disegni pollaioleschi cfr. A. Angelini, Disegni italiani…, cit., pp. 113-125; L. Melli, I disegni dei Pollaiolo agli Uffizi, in La stanza dei Pollaiolo. I restauri, una mostra, un nuovo ordinamento, catalogo della mostra a cura di A. Natali e A. Tartuferi (Firenze 2007-2008), Firenze 2007, pp. 55-71 (con bibl.).

[124]Al di là di accenni generici en passant nella letteratura su Lorenzo, si registra solo un improprio riferimento squarcionesco dei monocromi Mazzatosta in S. Settis, G. Agosti, V. Farinella, Passione e gusto per l’antico nei pittori italiani del Quattrocento, in “Annali della Scuola Normale Superiore di Pisa”, 17, 1987, 4, pp. 1061-1107.

[125]F. Caglioti, D. Gasparotto, Lorenzo Ghiberti, il ‘Sigillo di Nerone’ e le origini della placchetta ‘antiquaria’, in “Prospettiva”, 85, gennaio 1997, pp. 2-38.

[126]Ad esempio il mosaico alessandrino cipriota di Paphos, IV sec. a.C.; e il mosaico nilotico ill. in www.visipix.com, s.v. Meister der Nilmosaike; cfr. P.B. Rawson, The myth of Marsyas in the Roman visual arts, Oxford 1987; E. Wyss, The myth of Apollo and Marsyas in the Italian Renaissance, Newark 1996.

[127]Per i due disegni di Londra e Parigi cfr. A. Wright, The Pollaiuolo brothers…cit.,  pp. 158-162, 174-175, 507-509 (cat. 7 e 13). Si veda anche il disegno di ambito pollaiolesco con Nudo legato, forse studio per un San Sebastiano, del Kupferstichkabinett di Berlino (G. Colacicchi, Antonio del Pollaiuolo, Firenze 1943, p. 33 tav. 73).

[128]L. Melli, Maso Finiguerra…cit., p. 94, cat. 124, tav. VIII, fig. 139.

[129]Firenze, GDSU, 269E v, cfr. A. Wright, The Pollaiuolo brothers…cit.,  pp. 163-164, figg. 123-124, e p. 532 (cat. 82). Del disegno pollaiolesco si conoscono due traduzioni pittoriche quasi letterali di ambito senese (Groeningen, Institute for Art History, oggi riferite a Matteo di Giovanni, in passato accostate a Francesco di Giorgio Martini (ibid.).

[130]Figura maschile nuda con scudo e mazza ferrata, in L. Melli, Maso Finiguerra…cit., p. 94, cat. 146 e fig. 162.

[131]A. Galli, I Pollaiolo cit., pp. 18-19, 34 (tav. 6), 88; A. Wright, The Pollaiuolo brothers…cit.,  pp. 170-181 e 506-507 cat. 4 (entrambi con bibl.; la Wright fa il punto sulla problematica menzione squarcionesca, relativa al prestito del 'cartone' pollaiolesco fatto dal maestro padovano al pittore dalmata Marinello, legato a un documento del 1464 da A. De Marchi – Centralità di Padova, in Quattrocento Adriatico. Fifteenth-Century Art of the Adriatic Rim, atti del convegno [Firenze 1994], a cura di C. Dempsey, Bologna 1996, pp. 57-79: 78 n. 95).

[132]R. Longhi, Primizie di Lorenzo da Viterbo cit., p. 18.

[133]U. Congedo, Vita e costumi a Viterbo nel secolo XV (da cronache e documenti), Livorno 1917, p. 18.

[134]Ho già accostato questa figura laurenziana a uno degli angeli melozzeschi dell’abside dei SS. Apostoli (G. de Simone, Melozzo e Roma cit., p. 42 e fig. 8-9); la si confronti pure con il suonatore di tromba nella Vittoria di Costantino di Piero ad Arezzo.

[135]A. Venturi, Storia dell’arte italiana…cit. [1913], p. 242.

[136]Si accostano bene agli Ercoli pollaioleschi anche alcuni degli Apostoli dell’Assunzione, in particolare nel gruppo di destra.

[137]L’ipotesi è della Coliva (Lorenzo da Viterbo…cit., p. 114) che evoca a sostegno il busto del pontefice scolpito da Paolo Romano (Roma, Museo Nazionale di Palazzo Venezia): il personaggio affrescato appare più anziano e smunto a cospetto del volto grassoccio e flaccido di papa Barbo trasmesso dal busto e da altre testimonianze, ma vi sono significative analogie morfologiche (il naso corto e a punta in giù, la linea del mento, il taglio delle sopracciglia). L’anno prima della decorazione Mazzatosta, nel 1468, Paolo II aveva dovuto fronteggiare la congiura ordita ai suoi danni dagli accademici pomponiani, svelata al papa dai cardinali Niccolò Forteguerri, Jacopo Ammannati Piccolomini e Francesco Gonzaga (S. Valtieri, Personaggi ed aspetti dell’Umanesimo a Viterbo, in Il Quattrocento a Viterbo…, cit., pp. 16-19: 17): la presenza, sopra argomentata, del Forteguerri nell’affresco della Natività e il documentato legame di Lorenzo da Viterbo con l’Ammannati (si veda infra) sostanziano l’idea di un omaggio ritrattistico al pontefice veneziano.

[138]I distici sottostanti contengono: una riflessione sull’umiltà della capanna (“O DIVES RERUM HUMANARUM RESPICE CHRISTI / SI CASA SI FUERINT AUREA TECTA TUI”); un’eco dantesca dell’orazione alla Vergine di san Bernardo (Pd, 33, 1-39: “Vergine madre, figlia del tuo figlio…”) posta appunto sotto la Vergine adorante il Bambino e san Bernardo nella volta (“NATI MATER ADEST PUERI NATIQUE PARENTIS / FILIA TAM CASTI SPONSA PUDICA VIRI”); una considerazione su Giuseppe in asse con la sua figura (“QUAE MAIORA TUAE POTERAS OPTARE SENECTAE /GAUDIA QUAM TANTI PIGNORIS ESSE PATREM”); purtroppo perduto, come il dirimpettaio, il distico estremo, presso la parete d’ingresso, che coerentemente avrebbe apostrofato le  figure soprastanti, qui individuate con il committente Nardo Mazzatosta e il cardinale Niccolò Forteguerri.

[139]Sono state notate (ad esempio da F. Lollini, La cappella Bessarione…cit.) le analogie tra questa veduta e i paesaggi dipinti nella cappella bessarionea, anche in dettagli come le barche o i sassi e le conchiglie sul suolo (individuati con una stesura luminosa e a corpo che ricorda Domenico Veneziano e Alesso Baldovinetti, di cui si possono vedere simili dettagli nei pochi resti del ciclo di S. Egidio e nei pannelli baldovinettiani dell’Armadio degli Argenti alla SS. Annunziata), elementi che si ritrovano peraltro anche nella successiva impresa antoniazzesca, il ciclo con Storie di santa Francesca Romana a Tor de’ Specchi (1468, cfr. A. Cavallaro, Antoniazzo Romano…, cit. pp. 44-49 e cat. 44 pp. 211-216).

[140]Singolari corrispondenze si riscontrano tra la Natività Mazzatosta e le incisioni del ciclo con Storie della Vergine e di Cristo di Francesco Rosselli (1448-post 1508): uno schema simile (ma sviluppato in verticale) e l’ampia e calma apertura marina punteggiata di imbarcazioni nella Natività; il san Giuseppe che incede nella Visitazione e, invertito e recante colombe, nella Presentazione al Tempio; e, in entrambe queste due scene, i pavimenti prospettici a lastre marmoree. La serie rosselliana, stampata in più tirature successive, è stata legata al’iconografia dei quindici Misteri del Rosario e datata agli anni Ottanta da M. Cirillo Archer (The dating of a Florentine Life of the Virgin and Christ, in “Print Quarterly”, 5.1988, 395-402), seguita da M. Zucker (The illustrated Bartsch…cit. [1993], pp. 1-23, con riepilogo della vicenda critica e bibliografica); tuttavia appare evidente che aveva buone ragioni K. Oberhuber (in Early Italian Engravings…cit., pp. 48 sgg.) nell’assegnare la prima elaborazione del ciclo al 1465-70 c., per gli evidenti legami con la pittura fiorentina di quegli anni (e con i predecessori di Rosselli Maso Finiguerra e Baccio Baldini).

[141]Il motivo classicissimo della canefora che regge sul capo una cesta o un vaso compare negli stessi anni ad esempio in Benozzo, nel Camposanto di Pisa, e nel ciclo di Atri di Andrea Delitio.

[142]Su tale variante, e sulle sue occorrenze da Gentile da Fabriano in avanti, si veda il saggio di G. Dalli Regoli in questo numero di “Predella”.

[143]“VIRGINIS ISTA PIAE MERITIS PICTURA MINISTRAT / QUAE SPE[S] H[UMANIS] UNICA REBUS INEST”; “HAEC EST QUAE GREMIO VITERBI CONTINET URBIS / MOENIA MIRACLIS MOENIA TUTA SUIS”.

[144]S. Valtieri, Rinascimento a Viterbo: Bernardo Rossellino, in “L’Architettura”, 17, 1972; al Rossellino si deve in particolare il Palazzo Lunense, a due ordini di colonne in facciata, trabeato in basso, ad archi in alto (cfr. pure Ead., in Il Quattrocento a Viterbo… cit., p. 91).

[145]All’importanza dell’architettura nella pittura di Benozzo è dedicato il volume collettaneo Benozzo e l’architettura, atti del convegno (Firenze 1998), a cura di E. Andreatta, V. Tesi, Firenze 2002.

[146]E. Bentivoglio, S. Valtieri Bentivoglio, Le pitture di Lorenzo da Viterbo… cit., pp. 102-103; C. Strinati, Lorenzo da Viterbo cit., pp. 191 e sgg.; S. Petrocchi, Artisti viterbesi…cit., p. 377.

[147]M. Salmi, Paolo Uccello, Andrea del Castagno, Domenico Veneziano, Spoleto 1938, pp. 82-83.

[148]Ibidem.

[149]M. Meiss, Mortality among Florentine Immortals, in “Art News”, 57, 1959, pp. 26-29, 46-47, 56-57: 56; R. Bartalini, Alesso Baldovinetti, Frammento di figura e finti marmi, scheda in Pittura di luce…cit., p. 168.

[150]E. Bentivoglio, S. Valtieri Bentivoglio, Le pitture di Lorenzo da Viterbo… cit., p. 97.

[151]Sull’influenza donatelliana in Andrea del Castagno cfr. L. Bellosi, Intorno ad Andrea del Castagno, in “Paragone”, 18, 1967, pp. 3-18.

[152]Per i rimandi bibliografici si vedano supra le note 2, 5, 6, 9, 11, 77. Tale congiuntura stilistica mi appare ora meno stringente di quanto non mi sia apparsa in passato (G. de Simone, Melozzo e Roma cit.), ma prendo tuttora in considerazione la possibilità ivi argomentata di un incrocio tra Lorenzo, Mantegna e Cossa a Firenze nel 1466 (il soggiorno mantegnesco è documentato – cfr. G. Agosti, Su Mantegna, Milano 2005, p. 354, nota 178 – quello degli altri due è reso certo in quel giro di anni da stringenti indizi di stile e di committenza – per Cossa si veda C. Cavalca, Francesco del Cossa e Firenze: tre ricami e la pala con l’Annunciazione di Dresda, in “Nuovi studi”, 9/10, 2004/2005, 11, pp. 39-67); ma, ripeto, le assonanze di forbito eloquio curtense tra lo Sposalizio Mazzatosta e certi brani della Camera degli Sposi (1465-74) e del ciclo di Schifanoia (in particolare il mese di Aprile, 1469), enfatizzate soprattutto da Strinati, vanno ricondotte fino a prova contraria anzitutto, se non in toto, a premesse culturali comuni o affini (Piero, Donatello).

[153]Inverificabile purtroppo è l’eventuale rapporto con il perduto Sposalizio della Vergine di Piero della Francesca in S. Ciriaco ad Ancona (R. Longhi, Piero della Francesca… [1927, ed. 1963], p. 111; M. Mazzalupi, Ancona nella metà del Quattrocento: Piero della Francesca, Giorgio da Sebenico, Antonio da Firenze, in Pittori ad Ancona nel Quattrocento, Federico Motta Editore, Milano 2008, pp. 224-228). Sull’iconografia dello Sposalizio si veda in dettaglio infra. Anche nelle storie dipinte in S. Egidio da Andrea del Castagno (Presentazione della Vergine Dormitio Virginis) Vasari loda i molti ritratti “di naturale”,  di cui Lorenzo si ricorderà nella Presentazione della Mazzatosta.

[154]Si confrontino le versioni fiorentine di Giotto (Padova), Taddeo Gaddi (S. Croce), Lorenzo Monaco (S. Trinita), Andrea di Giusto (Prato), Beato Angelico (Prado e Museo di San Marco), Benozzo Gozzoli (Pinacoteca Vaticana), con quelle senesi di Lippo Vanni (S. Leonardo al Lago), Bartolo di Fredi (San Gimignano), Sano di Pietro (Pinacoteca Vaticana; testimoniante l’aspetto dell’affresco perduto di Simone Martini sulla facciata di S. Maria della Scala, cfr. G. Fattorini, La lezione trecentesca e le immagini dell’identità civica, in Da Jacopo della Quercia…cit., pp. 142-147; A. De Marchi, scheda ivi, pp. 170-173).

[155]E. Borsook, The Frescoes at San Leonardo al Lago, in “The Burlington Magazine”, 98, 1956, n. 643, pp. 351-358; E. Carli, Lippo Vanni a San Leonardo al Lago, Firenze 1969; A. Cornice, San Leonardo al Lago. Gli affreschi di Lippo Vanni, in AA. VV., Lecceto e gli eremi agostiniani in terra di Siena, Cinisello Balsamo 1990, pp. 287-308.

[156]Più canonica era la collocazione sull’arcone d’ingresso, come nella cappella degli Scrovegni o già in mosaici siciliani del XII secolo (E. Borsook, The Frescoes…cit., p. 355).

[157]Pietro Lorenzetti eseguì la Natività della Vergine, Ambrogio la Presentazione al Tempio, Simone Martini lo Sposalizio e il Ritorno alla casa dei genitori, cfr. G. Fattorini, La lezione trecentesca…, cit.; A. De Marchi, scheda cit. supra, nota 154.

[158]Un’ulteriore alternativa, meramente congetturale, è chiamare in causa il ciclo, pur’esso perduto, di Storie della Vergine di Pietro Lorenzetti nella Pieve di Arezzo: ma di esso non si conoscono derivazioni puntuali, neanche nel contesto aretino.

[159]L’ascendente senese della pittura viterbese è rappresentato al più alto grado dal pittore papale di Avignone Matteo Giovannetti (E. Castelnuovo, Un pittore italiano alla corte di Avignone: Matteo Giovannetti e la pittura in Provenza nel secolo XIV, Torino 1991); nel secolo successivo si pensi agli orientamenti del tardogotico viterbese (Balletta, Gabriele di Francesco, cfr. I. Faldi, Pittori viterbesi…cit., pp. 19-23 e 138-159) e ai dipinti senesi (Sano di Pietro, Matteo di Giovanni, Benvenuto di Giovanni) in città e nei località vicine (C. Strinati, Schede di altre opere presenti nel Viterbese, in Il Quattrocento a Viterbo, cit., pp. 207-210).

[160]“Piacciavi… havere per raccomandato decto maestro Lorenzo, il quale crediamo harà bisogno dello aiuto et favore v(ost)ro…”, in I. Ammannati Piccolomini, Lettere (1440-1479), a cura di P. Cherubini, Roma 1997, III, n. 681 pp. 1742-43; cfr. pure l’Introduzioneibidem, I, pp. 148-150 – non è esatto tuttavia quanto è affermato ivi (e ripreso da Petrocchi, Artisti viterbesi…cit., p. 369) circa la presunta scomparsa di Monsindoli: la località, a pochi chilometri da Siena, con splendida veduta della città da sud-est, esiste tuttora, e il nucleo edilizio ivi presente, con annessa chiesetta, anche se purtroppo variamente rifatto e rimaneggiato nei secoli successivi e ancora in anni recenti a uso abitativo, insiste ad evidentiam su una struttura quattrocentesca, plausibilmente identificabile con la villa Ammannati (l’argomento necessita di ulteriori approfondimenti). In un’altra lettera spedita da Roma il 27 gennaio 1474 l’Ammannati rimprovera un non meglio specificato pittore – ma che ben si può supporre trattarsi dello stesso Lorenzo, unico pittore nominato nell’epistolario del cardinale – della ritardata esecuzione di una Madonna, con tono ironico e confidenziale (“…Se per ogni bugia vi chaschasse un dente, è già buon pezzo che vi sarebbe bisognato tornare un citolo de uno mese…”), e insieme tradendo l’alta considerazione della sua arte (“Non siamo mal pagatori, né ancho avari laudatori delle opere vostre… Preghiànvi adomque… farci una cosa excellente, degna di voi et delli ochi nostri… et farémovi in più luoghi honore del vostro ingegno”, ibid., n. 704 pp. 1781-1782). In una epistola successiva inviata nel luglio 1476 al suo segretario Jacopo Gherardi detto il Volterrano lo esorta a seguire i lavori (alla villa di Monsindoli?) di “Marianus faber lignarius” – già nominato in un’altra epistola di poco precedente – alle assi e tegole del soffitto, aggiungendo che “Lignario operante, poterit ex iisdem pontibus pictor depingere” (ibid., n. 855 pp. 2032-2034 e n. 872 pp. 2063-2064): che possa trattarsi di un estremo riferimento al nostro Lorenzo ormai specialista in ‘fregi’?

[161]A. Angelini, scheda in Francesco di Giorgio…[1993]cit., pp. 116-117.

[162]L’accostamento alle Città ideali (Baltimora, Urbino, Berlino) è stato proposto da C. Strinati, Lorenzo da Viterbo cit., pp. 192-194, giungendo quasi a ipotizzare per esse una paternità laurenziana; e ripreso da A. Coliva, Lorenzo da Viterbo…cit., pp. 99-101, secondo cui invece la Presentazione Mazzatosta è prospetticamente meno evoluta. Ulteriori affinità con la cultura urbinate si possono cogliere nelle Tavole Barberini di Fra Carnevale (Presentazione della Vergine al Tempio, Boston, Museum of Fine Arts; Nascita della Vergine, New York, Metropolitan Museum of Art; 1467; il confronto è stato suggerito anche da C. Haas, Beiträge zu Lorenzo da Viterbo, cit., p. 125): esiti consimili al coevo classicismo senese (l’asse Siena-Urbino è notorio e fondamentale nelle vicende artistiche del Quattrocento) nella maturazione omologa delle premesse fiorentine, albertiane e pierfrancescane (cura per la rappresentazione architettonica, esuberanza decorativa e scultorea all’antica); mi limito a citare gli studi più recenti: Fra Carnevale. Un artista rinascimentale da Filippo Lippi a Piero della Francesca, a cura di M. Ceriana-K. Christiansen-E. Daffra-A. De Marchi-A. Di Lorenzo-C. Frosinini, catalogo della mostra (Milano 2004-2005; New York 2005), Milano 2004; Bartolomeo Corradini (Fra’ Carnevale) nella cultura urbinate del XV secolo, a cura di B. Cleri, atti del convegno (Urbino 2002), Sant’Angelo in Vado 2004; e, per la storia architettonica, F. P. Fiore, Siena e Urbino, in Storia dell’architettura italiana. Il Quattrocento, a cura di F. P. Fiore, Milano 1998, pp. 272-313. Giova ribadire che le assonanze urbinati di Lorenzo da Viterbo sono un esempio di parallelismi culturali (come per altri versi le tangenze con l’ambito padano-ferrarese, cfr. supra nota 152), mentre le sue relazioni con Firenze e Siena sono dirette e accertate su base sia stilistica che documentaria.

[163]L. Bellosi, Il ‘vero’ Francesco di Giorgio e l’arte a Siena nella seconda metà del Quattrocento, in Francesco di Giorgio… cit. [1993], pp. 19-89: 39-47; id., schede pp. 106-113. Le tre tavole raffigurano il Miracolo della mula di sant’Antonio da Padova (Benvenuto di Giovanni, Monaco, Alte Pinakothek), la Predica di san Bernardino (Francesco di Giorgio, Liverpool, Walker Art Gallery) e il Miracolo di san Ludovico di Tolosa (Vecchietta, Roma, Pinacoteca Vaticana); l’insieme di cui erano parte era con ogni probabilità l’altare di San Bernardino nella chiesa di San Francesco a Siena. Sugli affreschi di Benvenuto di Giovanni nel Battistero di Siena cfr. M. C. Bandera, Benvenuto di Giovanni, Milano 1999, pp. 23 sgg.

[164]Anche C. Haas, Beiträge zu Lorenzo da Viterbo, cit., p. 82, aveva notato le affinità di formato e incorniciatura con gli affreschi del Pellegrinaio.

[165]Su questa valenza della tavola di Piero cfr. A. Pinelli, Esercizi di metodo…cit., pp. 36-38; il confronto con l’affresco laurenziano era stato accennato da C. Haas, Beiträge zu Lorenzo da Viterbo, cit., pp. 125-126.

[166]Pure inosservata è l’estensione di questo effetto atmosferico alla volta: negli angoli l’azzurro trapunto di stelle cede il passo allo stesso rosato chiarore d’alba appena osservato nella Presentazione, tramutando in realistico e mutevole l’astratto cielo uniforme delle volte con Evangelisti del Trecento e primo Quattrocento.

[167]E. Bentivoglio, S. Valtieri Bentivoglio, Le pitture di Lorenzo da Viterbo… cit., pp. 99-102: “Non è il fragile edificio centrico delle tradizione tardogotica, rappresentato da un Vecchietta, da un Francesco di Giorgio o da un Gozzoli… Lo scatto che neanche Raffaello riuscirà a compiere nel tempio del suo Sposalizio, cioè lo sforzo di passare da un edificio centrico con sedici lati ad un tempio veramente circolare, è compiuto da Lorenzo. Quanto l’edificio di Raffaello è fragile nelle sue pur notevolissime dimensioni, tanto il tempio di Lorenzo è saldo nelle sue colonne che si ergono con una carica di possente capacità statica. La cupola, perfettamente emisferica… è contenuta dall’alta fascia trabeata che si diparte dai tronchi di parasta impostati sui capitelli delle colonne”.

[168]M. Miglio, Cultura umanistica…cit., p. 39; cfr. pure A. Coliva, Lorenzo da Viterbo…cit., pp. 114-115.

[169]M. Miglio, Cultura umanistica…cit., pp. 39-42. A contrasto col fallimento politico (cfr. supra nel testo e nota 97), nei suoi eleganti versi latini De pace et tranquillitate civium ad Viterbienses Perotti cantava come già realizzata ­­– con finzione ottativa – la pace tra i viterbesi: “Nunc amor et pietas nostra dominantur in urbe / Asperitas, odium, murmura, bella ruunt […] Hic dulces fructus, sunt haec spectacula pacis /qualia vix unquam saecula prisca dabant / Vive igitur foelix tellus preclara, Viterbi, / et teneas felices in tua vota deos” (cit. ibidem, p. 41).

[170]A. Venturi, Storia dell’arte italiana…cit. [1913], p. 242.

[171]M. Seidel, Studi sull’iconografia nuziale del Trecento, in Id., Arte italiana del Medioevo e del Rinascimento [ed. orig. 1993], Venezia 2003, vol. 1. Pittura, pp. 409-442: 409-424.

[172]Si veda supra, nota 154. L’Angelico ambientò l’evento davanti ad una chiesa nelle predelle dell’Annunciazione del Prado e dell’Incoronazione della Vergine degli Uffizi (quest’ultima, conservata nel Museo di San Marco, è splendidamente sviluppata a fregio in orizzontale come in S. Egidio e come poi nella Cappella Mazzatosta), in contesti urbani aperti (allusivi alla casa paterna di Maria) nelle predelle delle Annunciazioni di Cortona e di S. Giovanni Valdarno.

[173]Se ne legga la gustosa descrizione longhiana: “tutti ‘i più de Viterbo’ si espongono stipati, senza che un forastiero possa farsi strada o aver luogo tra di essi se non pericolosamente; e, come in tutte le città di provincia, il giovine più elegante è, probabilmente, il rampollo del macellaio; il letterato si acconcia a gomito con il barbiere” (Primizie di Lorenzo…cit., p. 55).

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