Palazzo Arcangeli, già Zelli Pazzaglia

Viterbo STORIA
Mauro Galeotti

In Via san Lorenzo, al n° civico 16, è l’ingresso del Palazzo Arcangeli, già Zelli Pazzaglia. Ancora prima di quest’ultima famiglia, verso i secoli fine XVII e metà XVIII, con abitazione più modesta vi erano i membri della famiglia Massinaghi.

Il 7 Giugno 1700, la loro casa fu ceduta in enfiteusi perpetua dalla famiglia Chigi ad Antonio Massinaghi e da questi passò in eredità a Giovanni Battista.

Il 26 Giugno 1723, Giovanni Battista Massinaghi avanzò domanda alla Congregazione Vescovile per poter acquistare la casa, con annessa bottega, posta avanti alla Chiesa di san Biagio, per accorparla nella sua adiacente abitazione. Biagio Pazzaglia, figlio di Pietro Felice Zelli, il 22 Settembre 1753, acquistò la «casa grande» dei Massinaghi. Biagio Pazzaglia, il 30 Dicembre 1759, «riconobbe in Direttari della casetta come sopra incorporata nel palazzo già Massinaghi il Marchese Giovanni ed altri fratelli Chigi, obbligandosi di corrispondere loro il canone di baiocchi ottantotto [...], dai registri di Casa Chigi Patrizi e dalla costante osservanza, la scadenza [del canone] è al 15 giugno posticipatamente, e l’importo del canone, in corrispondenza ai baj 88, è indicato in L. 4,73.

Nel 1918 il diretto dominio apparteneva alla Marchesa Laura Patrizi Naro fu Filippo, la quale […] lo alienò all’Avv. Giuseppe Ferdinando Egidi fu Salvatore, cui pertanto si trasferì il diritto ad esigere quel canone.

Intanto l’utile dominio della casetta e l’obbligo di soddisfare il canone della famiglia Zelli Pazzaglia passò alla famiglia Arcangeli, e da ultimo alla signora Pia Arcangeli fu Giuseppe, che attualmente [1926] possiede il palazzo entro cui fu incorporata la casetta livellaria».

Tutto ciò lo leggo in un dattiloscritto che possiedo.

Scrive nel 1837 Giuseppe Marocco:

«il palazzo Zelli Pazzaglia, che servì d’alloggio a varj sovrani, e principi, ove, oltre il gusto del mobilio vi è un’elegante galleria di quadri, della quale può avere l’ammiratore di genio un piacere grandissimo».

Infatti, ricorda Giovanni Selli che vi furono ospitati il 1° Aprile 1819 l’imperatore d’Austria Francesco I, la consorte Carlotta Augusta di Baviera e la figlia principessa Maria Carolina.

Pio Semeria scrive:

«Nel dì 22 di decembre [1821] passò per Viterbo con seguito di molte carrozze la Regina d’Etruria, che alloggiò in Casa del Sig. Cav. Giulio Zelli Pazzaglia; e nel dì 23 alla mattina partì per Roma».

Ed ancora Semeria: «Nel dì 24 di ottobre [1823] giunse qui dalla Toscana S. altezza Reale Maria Luisa, sorella di Ferdinando VII Re di Spagna, Regina d’Etruria.

Nel dì poi 25 alla mattina dopo essere stato cantato solenne Te Deum nel Duomo per la liberazione di Ferdinando VII Re di Spagna, partì per Roma. La Regina alloggiò in Casa del Sig. Cav. Giulio Zelli Pazzaglia».

Più avanti scrive, «Nel dì 20 di ottobre [1825] giunse in Viterbo il Duca di Lucca, ed alloggiò in Casa del Sig. Cav. Giulio Zelli Pazzaglia» e «Nel dì 7 di ottobre [1829] giunse il Re di Napoli colla Regina», ripartirono l’8 e dimorarono nel palazzo.

La famiglia Arcangeli era immigrata in Viterbo durante il secolo XVIII, lo stemma è:

d’oro a tre fasce di verde accompagnate da sei gigli d’azzurro posti 3 - 2 - 1.

Secondo quanto riferisce Vittorio Spreti, la famiglia Zelli ha lo stemma:

d’azzurro a due spade di argento manicate d’oro, decussate, ed accompagnate da due rose di rosso, una in capo ed una in punta.

Giovanni Signorelli invece lo descrive:

d’azzurro alle due spade incrociate al naturale accostate da una stella di otto raggi d’oro in capo e da una rosa di rosso in punta.

Per Mario Signorelli è:

partito, al 1° d’azzurro, alla fascia d’oro, accompagnata in capo da una stella dello stesso, ed in punta da due monti, ciascuno di tre cime, d’oro, ordinati in fascia.

La seconda partizione variava secondo il ramo della famiglia.

Gli Zelli erano originari di Viterbo con capostipite Francesco, di Andrea, di Giacomo alias Zello che viveva nel 1424. La famiglia in seguito si divise con un ramo che si stabilì a Vetralla. Estinto il primo, alla fine del XVI secolo, il secondo con Pier Felice di Girolamo Zelli e Costanza Pazzaglia fu reintegrato nella nobiltà viterbese nel 1749 e si divise in Zelli Pazzaglia e Zelli Jacobuzi. Estinti anche gli Zelli Pazzaglia, verso la metà del XIX secolo, rimasero solo gli Zelli Jacobuzi.

I Massinaghi erano originari della Lombardia e vennero a Viterbo con Nicola, che nel 1600 sposò Battista Pellegrini, collaboratrice domestica della famiglia Marsciano.

In questo palazzo ebbe sede nel Ventennio il Partito nazionale fascista, Federazione provinciale dei Fasci di Combattimento, ne è testimone la scritta sbiadita, pitturata sulla facciata, e ancora prima fu la residenza della Banca Popolare Cooperativa.

Vi furono ospiti, oltre i nobili elencati poco sopra da Pio Semeria, nel 1812 Carlo IV re di Spagna con la moglie Maria Luisa di Borbone, il figlio Francesco ed il nipote Carlo Ludovico, infine, nel 1819, il figlio di Ferdinando III, Leopoldo di Toscana. 

L’epigrafe posta nell’atrio riferisce:

Quod XIV Kal. quint. ann MDCCCXII / Karolus IV rex / Maria Aloisia coniux / Franciscus fil infans hispan / et Karolus Ludovicus ex filia nep / iterum / ex ante d. XVI ad d. X kal april. ann. MDCCCXV / Karolus IV Maria Aloisia et Franciscus iidem / et die III Kal. iam ann. MDCCCXVIII / Maria Aloisia hispan infans Lucae dux / cum eod. Karolo Ludovico / et Aloisia Karolotta filiis / nec non Kal. april ann. MDCCCXIX / Franciscus I Austriae imperator / Karolina Bavarica coniux / et Karolina eiusd. imperator filia / et non april. eiusd. ann. / Leopoldus Ferdinandi III fil / princeps herede Etruriae / hisce in aedibus hospitati fuerint / summumque loco et heris / decus conciliarint / ad dierum faustissimorum / memoriam perennandam / Iulius Zellius Pazzaglia / patricius viterbien. / marmor. cum tit. pos. / ann. MDCCCXIX.

 

Fontana del palazzo Arcangeli

Nel cortile è la Fontana del palazzo Zelli Pazzaglia che è probabile costruzione della seconda metà del XVIII secolo. La vasca ellittica, chiusa da grata in ferro, presenta al centro, addossata al muro, una coppa poggiata su una colonna scanalata.

La coppa, ellittica anche essa, è inserita in una nicchia concava che ha una cornice a bugnato liscia. L’acqua fuoriesce da un elemento a rocchetto che si trova al centro della coppa ed si lascia cadere, a sua volta, dalla coppa grazie a due bocchettoni a testa di puttino.

 E’ singolare il sistema di praticità raggiunto, da chi abitava questo luogo, per poter usufruire dell’acqua della fonte senza dover scendere in cortile. Infatti è ancora ben visibile il ferro tirante, posto a sinistra di chi guarda la fonte, dal quale partono ancora dei fili di ferro che collegano i balconi da servire.

L’uso del filo era semplice, infatti con una carrucola, ancora oggi in loco, veniva calato un secchio legato a sua volta con una corda la quale poi serviva, appena riempito il secchio stesso che era entrato nella vasca, a ritirare il tutto e avere in brevissimo tempo acqua fresca a volontà.

Un manoscritto che ho, datato 28 Maggio 1879, in cui è descritta la Stima di un palazzo e dipendenze situato in Viterbo di proprietà degli eredi del fu Giuseppe Arcangeli fu Lazzaro, tra l’altro riferisce:

«Cortile selciato, con fontana d’acqua potabile perenne della portata di oncie d’acqua vergine una, corrispondente litri 0,408 al minuto secondo.

E’ questa fontana costituita di tazza e vasca in peperino di stile barocco, ed ornamentata con pilastri ed archivolto a bugne, di prospetto alla posta d’ingresso».

 da “L’illustrissima Città di Viterbo” di Mauro Galeotti

 

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