La tomba che conserva il corpo di Pietro Vanni nella Chiesa di San Lazzaro
Viterbo STORIA
Mauro Galeotti dal mio libro "L'illustrissima Città di Viterbo", Viterbo, 2002
Cimitero di san Lazzaro, la Chiesa di san Giacomo di Rianese, la Chiesa di san Lazzaro, Arturo Bianchini e Pietro Vanni.
Cimitero di san Lazzaro Chiesa di san Giacomo di Rianese
Nell’area dove sorge il Cimitero di san Lazzaro erano sin dal 1215 l’Ospedale e la Chiesa di san Giacomo di Rianese eretti dal viterbese, Pietro d’Alberga, e da Pietro Guerrera di Vasanello.
La chiesa fu distinta dalle altre, intitolate a Maria, con l’aggiunta del nome Rianese, dal torrente che scorre nei pressi.
Papa Innocenzo III (1160 - 1216) prese l’ospedale sotto la protezione della Santa sede.
Le costruzioni erano poste tra la Via Spoltanesca e la Via Cassia in una posizione strategica, infatti, l’ospedale era una via «di mezzo tra un ospizio da pellegrini e un albergo campestre», come afferma Cesare Pinzi. Nel 1218 la chiesa e l’ospedale furono di proprietà del Capitolo di sant’Angelo in Spatha, cessione approvata nel 1220 dal vescovo Raniero, che nel Maggio del 1225 li concesse a due oblati che si profferirono quali spedalieri.
L’ospedale nel 1254 fu ceduto a frate Guglielmo da Genova, il quale promise di restaurarlo e di prendere cura dei poveri e dei pellegrini. Ma non raggiunse maggiore importanza di quanto ne avesse già avuta; scrive Pinzi che «Rimase sempre un meschino edificio, composto d’un androne con qualche lettuccio ed un altare sulla parete di fronte, e di una casetta sul fianco chiusa da un piccolo ricinto murato, che in talune circostanze pompeggiava col nome di chiostro».
A questi seguì un altro frate, chiamato Giacomo da Viterbo, che assieme alla sorella Egidia, vi si era stabilito per sfuggire alle tentazioni carnali, poi, nel 1285, i due assunsero un inglese che svolgeva le mansioni di spedaliere.
Il Capitolo di sant’Angelo decise dal 1316 di abbandonare l’ospedale e fu il decadimento della struttura, tanto da essere riunito all’Ospedale di santa Lucia alla Palazzina.
Il Casale di ser Gilio a Rianese, che si trovava non lungi dalla Chiesa di san Giacomo, nel 1430 fu demolito e, nel 1460, nei pressi, è menzionata la Contrada La Croce, ove, Cesare Pinzi scrive (1913), vi era la Torre di Marcello nell’odierno casino Signorelli alla Croce..
L’ospedale comunque, in qualche modo, fu di nuovo occupato e servì in seguito, tra il 1480 ed il 1501, per ricoverare i lebbrosi e gli spedalieri che curavano i malati. Gli spedalieri erano detti di san Lazzaro, seguivano la regola di sant’Agostino e per questo la chiesa e l’ospedale di Rianese furono poi detti di san Lazzaro. L’ospedale e la chiesa furono presi in uso dal Comune in quel periodo, quasi ne fosse il proprietario e allora il Capitolo di sant’Angelo, a scanso di equivoci sulla proprietà, nel 1493 fece murare sulla facciata della chiesa l’iscrizione, ora al Museo civico:
† Hec ecclesia / cum territor / io sibi iunto e / st subiecta ecc / lesie sancti An / geli de Spada / vite / rbiensis MCCCC / LXXXXIII / M. C. P.
Questa fu poi trasferita, scrive Pinzi (1893), nel Museo Comunale.
La Chiesa di san Lazzaro quindi è nominata, come visto, nel 1501 e l’Ospedale di san Lazzaro, nel 1574, risulta abbandonato pur rimanendovi alcune pitture all’interno e nel portico. Due anni dopo fu allestito, in questa zona, il lazzaretto per gli appestati.
Sin dal 1853 era stato deciso, per il seppellimento dei morti di cholera, di utilizzare quest’area, che era di proprietà del Monastero di san Simone. Fu, infatti, destinata a ricevere i cadaveri dei morti di colera diffusosi alla fine del Settembre 1855. In quella triste occasione fu realizzato il nuovo cimitero e furono commissionate al falegname Paolo Ceccarelli:
«una Croce co(m)posta di travice(l)loni. Vernic(i)ata nera messa in Opera alle Ca(m)posanto detto S. Lazero». E ancora, «n° 10 Croci no meno di palmi 3 alte Verniciate nere», «Avere fatto una litichetta [lettighetta] nuova Con piedi tornite e suo Coperchio Sopra in Archato Sue Corde alle fondo», «Per avere fatto un Cataletto nuovo per trasportare li morte verniciato nero con suo Archo Sopra per Coprire Con sua tela tirata in torno sua Retata di Corda».
Il lavoro gli fu liquidato il 10 Novembre 1855, come risulta da un documento che possiedo. Fu anche innalzata nel perimetro una staccionata, per proteggere il cimitero dagli animali.
In un primo momento non fu sufficiente il terreno occupato, quindi fu utilizzato quello attiguo di tale Bottaccioli, detto Saltafratte. Da allora, scrive Giuseppe Signorelli, quando un individuo moriva fra il popolino si diceva «è andato a trovare Saltafratte».
L’ospedale e la chiesa, nel 1875, furono diroccati per creare la piazza dell’attuale Cimitero di san Lazzaro, la cui realizzazione fu decisa sin dal 1868. Intanto, però, sin dal 26 Giugno 1872, il facente funzioni di sindaco Giacomo Lomellini d’Aragona, a mezzo manifesto, comunica che dal 30 Giugno 1872 «cesseranno le inumazioni nelle Chiese tutte della Città; e dal successivo 1° del prossimo luglio in poi tutti i defunti entro la Città, senza distinzione di ceto o di carattere riceveranno sepoltura nel provvisorio Cimitero fuori le mura in contrada S. Lazzaro, che quanto prima verrà convenientemente decorato siccome esige il rispetto dovuto ai trapassati».
«Immediatamente dopo l’attuazione delle superiori disposizioni, a cura delle Parrocchie e delle Prepositure delle Chiese tutte ove esistono sepolture, le lapidi di queste verranno accuratamente stuccate, e quindi fermate stabilmente al suolo con grappe di ferro assicurate con piombo». «Nelle campagne, tranne le parrocchie dell’Ellera e di S. Maria delle Farine, si continuerà a seppellire nelle Chiese sino a nuove disposizioni; libero però sempre ai congiunti dei defunti il far trasportar questi al Cimitero».
L’ingresso del Cimitero di san Lazzaro fu progettato dall’architetto Virginio Vespignani e fu portato a termine nel 1872, le lapidi apposte sull’entrata furono dettate dall’arciprete don Felice Frontini, nato a Viterbo verso il 1814 e morto il 25 Dicembre 1890. Le trascrivo, sono a destra:
Non è qui tutto l’uomo, / vive altrove la divina favilla
e
Spettacolo della fine di tutti / scuola di pensieri migliori.
A sinistra:
Al riposo dei morti la pietà cittadina
e
Fra le ruine della morte, si eternano i nomi dei benemeriti.
Alessandro Polidori, facente funzioni di sindaco, il 22 Gennaio 1876, fece affiggere per la città un manifesto con il Regolamento pel servizio mortuario. Gli articoli in esso contenuti sono sessantuno, tra questi ne rilevo alcuni, ormai caduti in disuso. Ad esempio l’articolo 7 stabiliva:
«I trasporti [funebri] sono di duplice genere: cioè ordinari, mediante il carro comune, e si eseguiscono innanzi l’alba; e straordinari, mediante il carro nobile, o con quelli delle associazioni cittadine e con accompagnamenti, e questi non possono venir eseguiti prima delle 24 ore».
L’articolo 12:
«Il trasporto dei cadaveri si fa o col carro nobile, o col carro inferiore. Per far uso del carro nobile convien farne domanda al Sindaco, il quale rilascia il relativo permesso, previo pagamento della tassa di lire 20 nella cassa comunale. E’ permesso il trasporto dei cadaveri mediante il feretro. Le associazioni cittadine, che abbiano un carro proprio, possono farne uso pei cadaveri dei rispettivi soci».
Infine l’articolo 14 stabilisce:
«L’area del cimitero è divisa in due parti, una destinata al seppellimento comune, e l’altra pei seppellimenti particolari».
Avanti all’ingresso principale del Cimitero è la Chiesa di san Lazzaro.
Chiesa di san Lazzaro
La costruzione della Chiesa di san Lazzaro fu decisa nel 1888 e sorge sull’area detta il Pincetto perché resta un po’ elevata rispetto al livello del Cimitero stesso. La chiesa, dal 1890 al 1895, è stata completamente dipinta all’interno dal pittore viterbese Pietro Vanni.
L’artista, oltre all’esecuzione delle pitture su intonaco, inserì anche alcune sculture in terracotta con raffigurati volti di persone ripresi tra i popolani viterbesi e, per l’amore innato verso gli animali, volle collocare su una parete anche la riproduzione, sempre in terracotta, della testa del suo cane.
In un articolo uscito il 25 Maggio 1890 sul periodico Il Progresso, è scritto che le opere da eseguire nella Chiesa di san Lazzaro furono esposte in bozzetto in una sala del Palazzo comunale. Dai bozzetti risultava che il pittore doveva dipingere nell’atrio della chiesa i santi protettori di Viterbo, Lorenzo e Rosa, e nell’interno dovevano essere raffigurati in quadri così distinti, la Resurrezione di Lazzaro, il campo di Ezechiele e il Calvario. Sulla cupola dovevano essere rappresentati la Religione, le Virtù teologali e morali, i quattro evangelisti e al centro il Trionfo della Croce.
Oggi, all’interno della chiesa, sulla parete di destra è la pittura raffigurante la Resurrezione di Lazzaro e su quella di sinistra è la Resurrezione della carne. Sulla volta è il Trionfo della Croce e nei pennacchi i quattro dottori della Chiesa: S. Jêro, san Girolamo; S. Ambro, sant’Ambrogio; S. Grêg. / Magnus, san Gregorio Magno; S. Agõst, sant’Ago-stino.
Accanto, nell’imposto della volta, sono otto figure femminili tra le quali La Religione, col calice e la croce, e la personificazione delle Virtù teologali e morali. Tra queste vedo La Giustizia, con la bilancia e la spada; La Temperanza, con l’acqua nella ciotola; La Prudenza, con l’ancora; La Fortezza, col leone in riposo; La Fede, con gli occhi velati; La Carità, col fanciullo tra le ginocchia.
Nella fascia intorno alle pareti è scritto:
Requiem aeternam dona eis Domi / ne et lux perpetua luceat eis / exaudi orationem meam ad te / omnis caro veniet.
Nell’abside è dipinto un insolito Cristo Crocifisso, privo della Vergine, della Maddalena, di altri santi, è avvolto da una cerchia di angeli in volo in un cielo scuro e tenebroso. Nella volta presso l’altare sono raffigurati i simboli dei quattro Evangelisti, al centro della quale, in una ghirlanda di frutti, è lo stemma di Viterbo ove è omesso il globo quadripartito.
L’altare maggiore è stato eseguito dal Vanni e le parti in terracotta con gli angeli riproducono il tabernacolo di Isaia da Pisa, ora al Museo civico, di cui l’artista fece un calco nel 1894.
Le pitture su intonaco, eseguite sulla facciata, sono per lo più scomparse, quelle eseguite sul timpano della chiesa sono ormai scolorite sia per le intemperie che per l’incuria di chi aveva il dovere di conservarle. Vi era raffigurato il ss. Salvatore benedicente affiancato da due angeli alati alla bizantina. Sotto al portico, sopra alla porta d’ingresso, è una Madonna col Bambino, su fondo azzurro.
Le possenti colonne della facciata «tutte d’un pezzo in peperino» furono eseguite dal marmoraio viterbese Luigi Corinti, che era soprannominato Falocchetto.
La chiesa fu inaugurata il 27 Ottobre 1895 e aperta al culto il 1° Novembre seguente.
Nella Chiesa di san Lazzaro è il monumento funebre a Pietro Vanni (1845 - 1905), disegnato a Roma da Corinna Modigliani e da Giuseppe Berardi, suoi cari amici, recante l’epigrafe:
A / Pietro Vanni / pittore insigne viterbese / defunto in Roma / il XXIX Gennaio MDCCCCV / in età di anni LX / la consorte Angela Bevilacqua / ed il figlio Renato / dolentissimi / posero / il Municipio di Viterbo / per onorare l’illustre concittadino / ne concesse la sepoltura in questa chiesa / da lui nobilmente adornata.
Un busto raffigurante l’artista, opera di Filippo Antonio Cifariello (Molfetta 1864 - Napoli 1936), ho trovato la notizia che fu realizzato a spese della Società degli artisti di Roma che lo donò alla Chiesa di san Lazzaro. Ho però ispezionato quello posto alla sommità del monumento funebre e sull’avambraccio destro vi ho trovato inciso G. Nisini fuse / Roma e all’opposto è S. Sbricoli Roma. Il monumento marmoreo fu inaugurato l’11 Novembre 1906 ed è la riproduzione di un’edicola cinquecentesca che si trova a Roma nella Chiesa di santa Maria del Popolo.
Torno alla storia del Cimitero.
Nel 1911 fu necessario ampliare il Cimitero verso ovest per soddisfare le richieste di sepolture a pagamento, poi nel 1920 fu eseguito un secondo ampliamento, verso sud, a causa dell’epidemia influenzale, detta spagnola, che aveva cagionato numerose vittime nel 1918.
Un terzo ampliamento si ebbe verso il 1980 realizzato sul lato nord - ovest, l’ultimo è quello della fine del secolo XX e inizi del successivo, con la realizzazione di un nuovo cimitero.
Su iniziativa del cappellano don Gianluca Scrimieri, nell’Aprile del 2000, alla vigilia del mese dedicato alla Madonna, è stata collocata a fianco dell’abside, la statua della Madonna Immacolata.
Al centro del Cimitero è il Monumento ai Caduti della guerra 1915 - 1918, inaugurato il 17 Maggio 1925 in Piazza Verdi, alla presenza del re d’Italia Vittorio Emanuele III.
Il monumento era caratterizzato da tre splendidi gruppi bronzei, eseguiti dallo scultore palermitano Bernardo Balestrieri, verso il 1939 furono fusi per realizzare cannoni. Rimasta la sola struttura in travertino, si ritenne di spostarla verso il Quartiere Paradiso. Il 9 Maggio 1941 fu deliberata la spesa per ricostruire il monumento al Cimitero e, a seguito di una lunga sosta al Prato Giardino, dopo il 1946, fu definitivamente innalzato al Cimitero.
Sono assai numerose le cappelle erette nel Cimitero dalle famiglie viterbesi, molte delle quali presentano notevoli spunti architettonici e artistici.
La Cappella Capotondi - Calabresi - Vanni, che fu realizzata da Pietro Vanni nel 1885 - 1886, per incarico di Angela Calabresi, ha perduto le originali pitture su intonaco da lui eseguite sulla facciata.
Vi era rappresentata la Glorificazione della Vergine, la quale, con le mani giunte, attorniata da raggi d’oro assieme a due schiere di angeli in volo, si elevava verso il cielo. Snello ed elegante è il protiro in terracotta, sulla lunetta della porta è un gradevole angelo a tempera.
Sono rimaste, per lo più intatte, le terrecotte «che di sua mano plasmò e che perfino cosse nella fornacella del suo laboratorio» riproducenti stemmi gentilizi, colonne, leoni e girali per gli stipiti dell’ingresso e gli ornamenti del sotto tetto. I dipinti già nel 1925 erano ormai quasi del tutto perduti, lo ricorda Tommaso Fiore nella biografia dell’artista edita in quell’anno.
«Dimostrò [Pietro Vanni] di conoscer poco la tecnica di fissare i colori e di preservarli dalle intemperie. Onde sono ormai irriconoscibili gli affreschi della facciata della cappella gentilizia Calabresi al Camposanto di Viterbo, di cui egli stesso era stato l’architetto; e pressoché tali quelli della facciata della Chiesa dello stesso Camposanto viterbese».
Vanni realizzò anche la porta della cappella con i ferri battuti.
Nella Cappella di Filippo De Parri, «M. 11 Xbre MDCCCIIIC», è un angelo in stile Liberty di notevole bellezza, poggiato al sarcofago, e un medaglione, entrambi in bronzo opere dello scultore Giulio Monteverde (1837 - 1917) firmata «G. Monteverde fece / Roma 1898».
Sulla parete era dipinta in affresco una Crocifissione, visibile ormai solo in una foto che ho pubblicato su Addio vecchia Viterbo, eseguita dal pittore viterbese Arturo Bianchini.
Arturo Bianchini
Arturo Bianchini (28 Febbraio 1871 - 17 Novembre 1931), a Milano, sin dal 1894 realizzò vari disegni per la rivista L’Illustrazione italiana.
Trasferitosi a Roma collaborò con La Tribuna illustrata e con numerose riviste straniere come Illustriert Zeitung, Illustracion Española, Graphic di Londra per quest’ultima, nel 1911, è in Libia per seguire le vicende della guerra contro la Turchia. Eseguì per la Cassa di Risparmio di Viterbo La battaglia di Sciara Sciat.
Era nipote del cardinale Pietro La Fontaine del quale realizzò un ritratto che si conserva nel Palazzo vescovile.
Prima della Crocifissione eseguita dal Bianchini vi erano dipinti eseguiti da Pietro Vanni, infatti, così riferisce Tommaso Fiore nella sua biografia del 1925 sul pittore:
«Nella parete di fronte, dietro all’Angelo della Resurrezione di G. Monteverde, un nuvolo di angelici spiriti, appena accennati con leggeri tocchi di pennello, volavano verso il cielo, immersi in un mare argenteo di luce. Nella parete di sinistra c’era la lotta della Vita con la Morte. Ambedue sono stati distrutti dalla mano dell’uomo. Erano stati eseguiti nel 1890».
Ancora di Pietro Vanni è la Deposizione realizzata per la Cappella Carletti.
La Cappella Grispigni ha un Angelo che è una fusione in bronzo di Costantino Zei (28 Febbraio 1870 - 1° Luglio 1952), il quale si firma «C. Zei».
La Cappella di Giacomo Polidori, 1850 - 1910 e Cecilia Grispigni Polidori - 1866 - 1912» si presenta con un imponente monumento in marmo raffigurante una croce con avanti alla stessa un angelo con le ali spiegate invocante il cielo e con una fanciulla che prega in ginocchio, è opera di Parisi di Roma, che firma l’opera «Parisi / Roma».
Il monumento funebre del «Coniugi Grispigni», è firmato da «Cesare Aurelj 1908», e si presenta con i busti di Maria Paluzzi e di Vincenzo Grispigni.
La Cappella Bordoni - Francesini ha due bei medaglioni in marmo con le effigi di Vincenzo Bordoni e di Angela Gentili.
La Cappella Di Maria, in peperino, a forma piramidale, è stata progettata su disegno dell’ingegnere Giannini ed eseguita dal marmoraio viterbese Orlando Gagni.
La Cappella del Clero fu realizzata su disegno dell’architetto Azade Spinedi del quale si legge il nome a sinistra dell’ingresso, «Azade Spinedi / arch.».
Vi è tumulato, tra gli altri, il corpo del vescovo di Viterbo, Giovanni Battista Paolucci, con l’iscrizione:
Io: Bapt. Paolucci / archiep. epûs Viterbien / benemerentissimus / n. Saltarae d. 15 Nov. 1833 / ob. Viterb. d. 9 Nov. 1892 / r.i.p.
La Cappella Bazzichelli ha un trittico del pittore Canevari con rappresentati la Madonna, il Bambino e santi. Vi è anche il busto in marmo della medaglia d’oro generale Roberto Bazzichelli.
La Cappella di Francesco Nagni (1897 - 1977), scultore viterbese, presenta una grande scultura bronzea di particolare valore artistico la Dormitio Mariae Virginis. Fu ideata la prima volta nel 1940 per una chiesa di Amatrice e fu talmente amata dallo stesso, che la volle riproporre con qualche variante.
Nella Cappella Spinedi è il Crocifisso di grandi dimensioni, rimasto incompiuto, eseguito da Pietro Vanni; sembra sia stato l’ultimo lavoro dell’artista.
La Cappella Fani in marmo e peperino, che ha le sembianze di una pagoda cinese, fu ideata dell’ingegnere Torquato Cristofori. Vi era seppellito il conte Mario Fani, fondatore della Società di Gioventù Cattolica Italiana, poi, il 6 Settembre 1952, traslato nella Chiesa di santa Rosa.
La Cappella Fatiganti, che vuole raffigurare una scogliera con enormi sassi posti alla base di una cuspide in peperino, ornata da lavori in ferro battuto, è stata ideata dall’ingegnere Valerio Caposavi.
La Cappella Grandori si presenta tra le più originali essendo stata eseguita a forma di piramide. La Cappella Giovanni Polidori Mazzaroni, eseguita su progetto di Giulio Saveri, mostra un affresco nella lunetta, opera di Agide Gottardi. Invece lo scultore Carlo Jelmoni (Viterbo 2 Dicembre 1867 - 14 Ottobre 1933) eseguì e firmò, «C. Jelmoni fece / 1897», il monumento, con sovrastante sarcofago in pietra serena, della tomba Scerra - Signorelli, lo stemma raffigura due mani che sostengono una corona.
Il monumento funebre della Famiglia Signorelli, fu eseguito e firmato da Carlo Jelmoni, «C. Jelmoni fece / 1895», vi è lo stemma: partito, al 1° alla torre illuminata dal sole, al 2° all’aquila con le ali spiegate.
Notevole il monumento funebre ad Alessandro Polidori, che si presenta con due pannelli in bronzo di P. Mercati, ove sono raffigurati Cristo risorto e la Resurrezione dei morti.
Lo scultore romano Francesco Fasce realizzò il busto in marmo di Giuseppe Leandri, con una coppia di angeli in bronzo, di notevole pregio. Gradevoli sono, poi, i mosaici della Cappella Medori, eseguiti da Costaman di Pietrasanta con rappresentate scene della mietitura e della molitura, con il Cristo che dona il pane ai poveri.
Pietro Vanni
Pietro Vanni, figlio di Giuseppe, un facoltoso industriale di famiglia toscana e di Anna Camilli Mangani nobile viterbese, è senza dubbio il più noto pittore viterbese dell’Ottocento.
Nato a Viterbo in un cinquecentesco palazzo in Via Valle Piatta, il 17 Febbraio 1845, morì di polmonite a Roma, in Via del Vantaggio 22, al primo piano, il 29 Gennaio 1905. Per altri morì all’alba del 30.
Trascorse l’infanzia in un collegio di Siena e ben presto fu avvicinato all’arte pittorica divenendo allievo di Alessandro Franchi e collaboratore di Cesare Maccari.
Il 28 Settembre 1871, perduta per malattia la fidanzata sedicenne Emilia Moretti, viterbese, ne provò un lancinante dolore, tanto da rifugiarsi per tre mesi nel Convento di san Paolo dei Cappuccini, dove la ragazza fu seppellita per espresso desiderio del pittore. L’artista eseguì, in sua memoria, un medaglione marmoreo con Emilia ritratta di profilo. Sulla tomba era la lastra di marmo con la scritta:
Emilia / contro il ciel non potea l’uman desio / che amarti più quando ti cesse a Dio / ella e in pace.
Il Vanni in convento, senza mai toglierlo, indossò il vestito che era stato usato da Emilia e dormì tra le lenzuola in cui la fanciulla era deceduta. Era il primo grande dispiacere, al quale si aggiunse la perdita della madre, il 26 Novembre 1872, e del padre, il 3 Febbraio 1875.
Si dedicò alla pittura con tutta l’anima e il suo primo quadro del 1872 fu la Sacra Famiglia, che donò ai suoi genitori, infatti scrisse su quella tela:
Ai Suoi Genitori / Giuseppe ed Anna Vanni / questo primo lavoro / il figlio Pietro / Viterbo 10 Febb(raio) 1872.
E’ la copia del quadro di Scipione Pulzone (1550 c. - 1598) che si trova a Roma nella Galleria Borghese.
Allestì il suo studio nel palazzo in Via Valle Piatta «avvivandone la bella loggia luminosa e i deserti saloni, dove ora finiscono di scolorire gli alti fregi cinquecenteschi, con tutto il bizzarro disordine della sua vita d’artista», così scrive nel 1920 Andrea Scriattoli.
Tommaso Fiore nel 1925 afferma:
«In questo studio lo troviamo tutto il giorno dalle sei del mattino fino all’ora di pranzo e poi fino al calar della sera».
In Via Valle Piatta, e nella sua villa al Merlano, nei periodi estivi e nei primi mesi dell’Autunno, eseguiva opere di non grande impegno, mentre nello studio in Via Margutta, a Roma, realizzava le grandi opere, avendo più mesi a disposizione e più spazio.
Pietro Vanni amava i fiori, che curava lui stesso, e gli animali. Possedeva: cani, pesci, cigni, colombi, tartarughe, topi e perfino un serpente, ai quali dava da mangiare vicino al suo letto. Spesso lo si vedeva saltellare per non calpestare le formiche, perché diceva, «anche esse hanno diritto di vivere». Gli fu anche concesso di inserire la testa di una cane, eseguita in terracotta, nella Chiesa di san Lazzaro.
Il 30 Luglio 1887 sposò la vedova di Cesare Calabresi (†1885), la bella trentenne Angela Bevilacqua (1857 - 1934), dalla quale, il 20 Settembre 1901, ebbe un figlio che chiamò Renato. Questi ebbe tale nome in ricordo del figlio, morto nel 1900, che Angela ebbe con il primo marito.
Il pittore andò a vivere nel Palazzo Calabresi sulla via omonima e scrive Tommaso Fiore:
«Memorabile rimarrà la gita che il 15 dicembre 1895 fecero circa 40 illustri artisti soci del Circolo Artistico internazionale di Roma, fra cui Giulio Monteverde, i pittori Villegas [y Cordero, con questo cognome trovo sul dizionario dei pittori di Emmanuel Bénézit: Ricardo nato nel 1852 e Jose nato nel 1848], Puerto e Vitalini [Francesco nato nel 1865 e morto nel 1904, 1905 per il Bénézit], lo scultore Apolloni [Adolfo nato nel 1845], per visitare Viterbo e i recenti affreschi del Vanni nella Chiesa del Camposanto.
Il Vanni in questa occasione, come notarono i giornali, volle superare se stesso con le accoglienze fatte ai colleghi».
Nel 1894 Pietro Vanni ricalcò, su gesso, il tabernacolo rinascimentale di Isaia da Pisa e lo collocò sulla scala del Palazzo Calabresi e vi appose l’indicazione errata ritenendolo il monumento funebre del cardinale Raimondo Perauld.
Moltissimi furono i meriti che ricevette, tra questi, il 27 Febbraio 1896, su proposta del ministro della Pubblica Istruzione, fu nominato Cavaliere dell’Ordine della Corona d’Italia e il 14 Gennaio 1904 da papa Pio X, Cavaliere Commendatore della classe civile dell’Ordine di san Gregorio Magno.
I quadri di rilievo sono l’Odalisca, premiato con medaglia d’oro all’Esposizione di Belle Arti di Rovigo del 1877.
La fanciulla ritratta era stata raffigurata nuda all’origine, poi il pittore la coprì con un velo ed un ventaglio di penne di pavone. Per Italo Faldi il quadro è da ritenersi «il maggior raggiungimento del pittore per la felicità dei rapporti cromatici, la pienezza e la joie de vivre».
Del 1880 è la Decollazione di san Giovanni Battista quadro che fu ammirato con successo all’Esposizione permanente di Belle Arti di Roma, a tal punto che fu scelto per far parte dell’album dell’esposizione, era stato eseguito dal pittore per una chiesa di Vetralla, così riferisce il periodico locale Zin zin del 27 Novembre 1881.
L’opera fu donata nel 1905, dalla vedova dell’artista, al Comune di Viterbo e fu collocata nella Cappella dei conservatori, nel Palazzo del Comune. Oggi si trova nel Santuario della Madonna della Quercia.
La peste di Siena fu un vero capolavoro, l’opera fu portata il 21 Gennaio 1883 all’inaugurazione del Palazzo delle Esposizioni di Roma, poi sembra sia andata dispersa. Fu fatta acquistare (1883) da re Umberto I, per ventimila lire per la Galleria di Arte Moderna di Roma, e nel 1885 il quadro fu premiato con medaglia d’oro all’Esposizione delle Belle Arti di Roma. La tela fu poi regalata e consegnata al Comune di Viterbo che la espose nella Cappella dei conservatori ove restò fino agli anni ‘30 del secolo passato, poi, dopo l’ultima guerra, sembra sia stata trafugata; misurava sette metri per quattro.
Così ricorda Scriattoli (1920) «Nel Palazzo Municipale venne poco fa trasportato il quadro di Pietro Vanni, “la Peste di Siena”, […] donato recentemente al Comune, […]. La bella tela ha indiscutibili pregi di invenzione e di colorito».
Il quadro I funerali di Raffaello (1896 - 1900) che si trova nella Pinacoteca Vaticana d’Arte Moderna, fu donato dal pittore a papa Pio X il 14 Gennaio 1904.
Fu realizzato per l’Esposizione universale di Parigi del 1900, ma fu rifiutato, per lo spazio (7 x 4 metri) che avrebbe dovuto occupare. Per Gavino Polo (1921 - 1989) invece non fu ammesso «più probabilmente perché ci si rese conto che la pittura di genere storico […] aveva fatto il suo corso».
Ma, nel 1902, avvenne la rivincita quando a Pietroburgo, all’Esposizione Artistica Italiana, ottenne la medaglia d’oro. Il 23 Gennaio 1904 il sindaco di Viterbo, Clemente Carletti, nato nella nostra città il 22 Novembre 1829, inviò una lettera a Pietro Vanni felicitandosi per il quadro dei funerali di Raffaello «posto per ordine di Sua Santità il Sommo Pontefice, nella Pinacoteca Vaticana. Questa Sua Città è vivamente lieta e superba che questa Sua opera d’arte pari ai tesori artistici che si ammirano in quella mondiale Galleria abbia in essa il degno suo posto».
Eseguì numerose acqueforti, raffigurando la sua Viterbo, i boschi del Cimino, i viali del Vaticano; fu artefice di varie terrecotte.
Nella Scuola media statale Pietro Vanni è un quadro ad olio su tela raffigurante il pittore con pennello e tavolozza, che si trovava già nelle sale comunali, opera di Corinna Modigliani, allieva del pittore.
Tra le opere all’estero voglio ricordare il Sacro Cuore di Gesù, del 1904, che si trova in una chiesa della Nuova Zelanda.
All’interno del Palazzo Calabresi, nel 1925, Tommaso Fiore vi colloca:
la Mater amabilis, una pittura su rame;
un trittico su legno con al centro la Madonna col Bambino tra angeli musicanti, eseguito nel 1896;
un bozzetto col Cristo nel deserto;
una Madonnina d’influenza morelliana;
un Angelo con rose;
numerosi Studi di donna e Studi di nudo;
una fanciulla Sofferente;
un Frate cercatore;
tre ritratti di Angela Calabresi Vanni e uno di Cesare Calabresi;
un Vecchio di Torricella;
una Modella;
una Zingara;
un ritratto di Ottavio Cerocchi;
inoltre, svariate acqueforti, che incise dai primi del ‘900, e una serie di bozzetti per gli affreschi della Chiesa di san Lazzaro.
Fiore, invece, un quadro raffigurante Le anime del Purgatorio lo colloca, con qualche incertezza, ad Acireale e, nella stessa città, vi pone una Madonna in trono.
Un Gesù che appare alla beata Margherita Alacoque, eseguito nel 1890, scrive che è conservato a Castiglione, in Sicilia.
E ancora Fiore colloca:
a Bagnoregio la Madonna della Pietà;
a Bagnaia nella Chiesa di san Rocco Morte di san Giuseppe;
nella Chiesa di san Leonardo gli stendardi Glorificazione di san Leonardo e san Leonardo in carcere;
nel Palazzo della Prefettura la Madonna dei gigli che era conservata nella Cappella dei priori fino a circa gli anni ‘30 del secolo scorso;
infine, nella Chiesa di sant’Andrea, il Martirio di sant’Andrea.






















